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Wet Hot American Summer – 10 Years Later: la recensione della serie comedy di Netflix

Un arcinoto proverbio insegna che il gioco è bello quando dura poco. Un detto tanto semplice e immediato da comprendere quanto pervicacemente trascurato da cinema e tv. Quante volte, infatti, una serie tv ha avuto una prima stagione autoconclusiva di grande impatto per essere poi seguita da una seconda non necessaria di livello nettamente inferiore? Quante volte ci si è chiesti perché mai sia stata prodotto un sequel tanto deludente di qualcosa che non ne aveva assolutamente bisogno?

Wet Hot American Summer - 10 Years LaterDimenticarsi del proverbio

E invece anche Netflix è cascata in questo errore. Resa ingorda dall’inaspettato successo della comedy demenziale Wet Hot American Summer – First Day of Camp rilasciata due anni fa, la rete di streaming online non ha saputo resistere alla tentazione confidando che lo iato temporale con la prima stagione rendesse i fan avidi di vederne il sequel. Se la scommessa sia risultata vincente in termini di ascolti, non è possibile saperlo data la politica della rete che non rivela i dati sul numero di visualizzazioni delle sue serie. Ma basta guardare questi otto episodi per convincersi che i vecchi proverbi non sono campati in aria.

Perché Wet Hot American Summer – 10 Years Later sembra essere la dimostrazione inoppugnabile che certi esperimenti sono nati per restare casi unici che non dovrebbero essere riproposti perché troppo difficile è riuscire a ritrovare il modo corretto di assemblare gli stessi ingranaggi. Considerazione che tanto più si applica al caso di una serie comedy che aveva saputo giocare le sue carte puntando su un insolito equilibrio tra il trash compiaciuto e il demenziale esibito, tra la ricchezza delle idee e la sincronia dei tempi comici, tra la bravura di un cast che fortemente aveva voluto il progetto e la felice assurdità di far interpretare dei ventenni a dei quarantenni. Tutti ingredienti che hanno il pregio di funzionare se dosati nel modo opportuno, ma il difetto di diventare indigesti se serviti con la sicumera di chi si illude di essere uno chef stellato solo perché ha cucinato una volta una ottima omelette.

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Spostare la storia dieci anni più avanti diminuisce la differenza di età tra attori e personaggi, ma non è questo a rendere meno appetibile la serie. Dopotutto, anche vedere ultra quarantenni comportarsi da trentenni insicuri o immaturi era una idea che poteva avere del buon potenziale comico. Ma il risultato atteso viene raggiunto con successo solo in alcuni casi grazie alla bravura degli interpreti (come Ken Marino e Joe Lo Truglio nei panni di Victor e Neil o di Paul Rudd a suo agio nelle vesti grunge anni Novanta di Andy) più che alla scrittura dei personaggi. Il salto temporale costringe gli autori a rendere meno demenziali i protagonisti che non possono continuare a comportarsi come facevano dieci anni prima e devono, al contrario, mostrare una certa maturità seppure incompleta. Questo riduce la vis comica di molti di loro che finiscono per essere quasi anonimi in abiti non loro. Esempio illuminante è Coop la cui ingenuità fonte di tante gag viene qui trasformata in un candore puro che lo invischia in un triangolo amoroso con Katie e Ginny che non riesce ad essere né divertente né interessante.

Wet Hot American Summer - 10 Years LaterVolere non è potere

Consapevoli di ciò a cui hanno giocoforza dovuto rinunciare, gli autori provano a far tornare i conti iscrivendo a bilancio la parodia. Così Ben (a cui non giova il recast da Bradley Cooper ad Adam Scott) e McKinley vengono coinvolti in una poco riuscita presa in giro di quei thriller in cui il serial killer è l’insospettabile baby – sitter tanto adorata da tutti e a poco giova il tentativo di ricorrere ad una sorta di parodia della parodia con McKinley che segue i consigli di Claire rubati alle serie tv del genere e immediatamente smentiti solo per poi rivelarsi sostanzialmente corretti. Lo schema funziona bene le prime volte, ma diventa presto ripetitivo e prevedibile e perciò noioso piuttosto che divertente.

Anche la storyline principale di Wet Hot American Summer – 10 Years Later che vede il presidente in carica Bush Jr essere succube del suo predecessore Reagan vuole essere una presa in giro di quegli action movie a base di politici brutti e cattivi e persone comuni che diventano improbabili eroi. Non possono mancare ovviamente gli esperimenti segreti supertecnologici che trasformano Eric e Gary da compianti defunti a cyborg col pallino della musica. Funziona abbastanza bene la loro interazione con un sempre più stralunato Gene (incapace anche di capire di avere una figlia), mentre sono eccessivamente trash molte delle scene in cui è coinvolto Mitch in versione lattina vuota. La totale stramberia di questa trama permette di recuperare attimi di pura demenzialità che riportano alla prima serie senza però riuscire a trovare una piacevole continuità. Pare che gli autori siano prigionieri di una strana situazione in cui volere non è potere.

Wet Hot American Summer - 10 Years LaterQuel che resta … se resta

Cosa resta a Wet Hot American Summer quando si vanno a sottrarre la demenzialità dei personaggi e l’assurdità dei loro comportamenti? Molto poco. Se di una squadra vincente vengono ceduti i giocatori più forti sostituendoli con potenziali promesse, è impossibile pretendere di vincere di nuovo il campionato come se nulla fosse cambiato. Si può sperare di vincere qualche partita e magari anche in modo entusiasmante, ma resteranno picchi isolati in una steppa piatta.

È proprio questa la situazione in cui viene a trovarsi questo sequel. Non mancano, infatti, momenti che non sfigurerebbero nella passata stagione come la gara per King of the Camp tra il cocciuto Andy e il suo alter ego adolescente Deegs o le sfuriate improvvisate di un Reagan pazzoide intento a umiliare un servile Bush Jr. Interessanti sono anche i duetti acidi tra Susie e il suo ex allievo Logan e l’inedito threesome mascherato tra Victor – Donna – Yaron con Neil come inatteso sex coach. Momenti che servono più a rimpiangere ciò che si è perso piuttosto che valorizzare quello che ci è stato dato stavolta.

Wet Hot American Summer – 10 Years Later sarà facilmente dimenticato andandosi ad aggiungere alle prove che il gioco è bello quando dura poco. Peccato che anche la lezione di questo proverbio verrà presto dimenticata.

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