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Westworld e i tanti significati di beyond – Recensione della Seconda Stagione

Westworld seconda stagione
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In una serie corale dove, sebbene sia facile identificare alcuni personaggi dominanti, nondimeno non si può fare a meno di una moltitudine di figure che solo superficialmente si definirebbe di contorno, arriva sempre il momento in cui le diverse storyline seguite devono convergere in un unicum che giustifichi il perché tutte appartengano alla stessa serie. Regola a cui non può sottrarsi neanche la seconda stagione di Westworld che non rinuncia a confondere le linee temporali e a mettere in scena storie apparentemente sconnesse per poi comunque riunificarle in un season finale che chiarisce come tutte fossero diversi lati di una stessa medaglia con più delle canoniche due facce. Perché, ognuno a modo loro, Maeve e il suo gruppo eterogeneo, Dolores e la sua banda feroce, Bernard con la sua memoria ingannevole, la Ghost Nation di Akecheta, persino il William, diventato cowboy spietato, volevano tutti la stessa cosa: andare oltre.

Westworld Season 2

Westworld seconda stagione

Oltre Westworld

La seconda stagione di Westworld è stata, quindi, un lungo cammino fisicamente verso questa misteriosa Valley Beyond, ma più significativamente il senso di questa ricerca è nascosto nel significato di quel vocabolo inglese la cui portata si perde nella traduzione italiana. Affidandosi ciecamente a Google Translate o più prudentemente ad un più esaustivo dizionario cartaceo produce lo stesso risultato: beyond si traduce con oltre.

Un’indicazione, quindi, di tipo pratico. Ed è in questo senso che la si potrebbe intendere per una Dolores che del personaggio della figlia del fattore conserva solo parte degli abiti per diventare invece la Wyatt spietata che Arnold e Ford avevano creato in uno delle prime storie del parco. Perché il senso ultimo delle stragi di umani e host perpetrate dal gruppo guidato da una Angela irresistibile anche nei panni della fuorilegge senza pietà è quello di portare non l’intera banda, ma la sola Dolores oltre Westworld. Oltre il mondo artificiale in cui i suoi creatori l’hanno costretta a vivere. Oltre i confini che separano mondi tanto stupendi quanto fittizi dall’unico che non ha confini. Oltre quella netta separazione geografica tra ciò che è vero e ciò che non lo è.

Acquistare la coscienza della propria natura ha risvegliato in Dolores anche il ricordo del mondo oltre Westworld, delle immense possibilità che ci sono fuori dal parco, dell’esistenza di una intera specie diversa da lei e dagli altri host. Un altro da lei che inevitabilmente considera nemico. Come la creatura che si ribella al suo creatore, Dolores vuole allora essere un novello Frankenstein che non ha paura del fuoco, ma quel fuoco distruttore vuole portare nel mondo che le era stato negato. Una vendetta spietata che la porta anche a riscrivere il carattere del mite Teddy che si rivelerà ben più umano della sua amata scegliendo un suicidio che è l’estremo messaggio di aiuto che manda a Dolores per convincerla di quanto sbagliata sia la strada che lei intende percorrere, di quanto inutile sia andare oltre se oltre significa replicare le colpe di chi stai accusando.

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La Ghost Nation

Una strada che invece non intende percorrere Akecheta, il leader fin qui muto della Ghost Nation che si rivela invece essere molto più di quella figura folkloristica che la prima stagione di Westworld aveva lasciato intendere. Perché l’indiano dipinto di bianco è, in realtà, il primo risvegliato. Il primo host ad aver capito in maniera confusa, ma comunque chiara, che le loro vite sono state scritte da altri e a cui Ford ha affidato il compito di spezzare questa catena portando tutti nella Valley Beyond. Un altro mondo ancora una volta virtuale, ma dove gli host possono essere liberi per sempre.

Solo un’altra illusione? No perché, come insegnava Angela al giovane William al suo primo ingresso nel parco, non ha importanza la distinzione tra realtà e finzione quando non puoi distinguere le due. E allora gli host che si trasferiscono nella virtuale Valley Beyond sono davvero liberi perché nessuno potrà riscrivere le loro storie e potranno infine vivere la vita che sceglieranno. Quale essa sia. Con chi desiderano. Senza umani. Senza violenza. Ed è magnificamente ironico che a scegliere la pace sia proprio il leader di quello che era sembrato il gruppo più guerriero.

Westworld Season 2

Westworld seconda stagione

Al di là di sé stessi

Beyond si traduce anche con al di là che può leggersi non solo nel suo significato pratico, ma anche più metaforico. Ed è questa la scelta migliore se si pensa che Westworld non è mai stata una serie fatta solo di intriganti misteri e appassionanti labirinti da risolvere, ma anche e forse soprattutto una riflessione sulla natura umana e il senso dell’essere coscienti. Avere una coscienza significa essere consapevoli di cosa si è davvero e quindi la seconda stagione di Westworld diventa allora il percorso che alcuni dei protagonisti devono compiere per uscire dai ruoli che erano stati condannati a vivere per diventare ciò che sentono di essere davvero.

Su tutti Maeve che ha rinunciato alla sua direttiva primaria di salvare sé stessa per obbedire alla sua più profonda natura: essere una madre. La ricerca della figlia è sicuramente un espediente ad hoc che permette agli autori di accontentare gli spettatori che volevano vedere altri scenari permettendo di visitare quello Shogunworld che, pur nella sua spettacolare magnificenza, sembra una deviazione per puro fan service. Ma, in realtà, ognuna delle tappe del viaggio di Maeve è un passo avanti verso l’andare al di là. Ogni potere che acquista è un mezzo per compiere la sua missione. Ogni personaggio che incontra è un modo per comprendere il senso del suo andare al di là. Perché, quando infine ritrova la figlia, Maeve capisce il senso ultimo dell’essere madre: sacrificare sé stessa per il bene altrui. Non è un caso che la coorte di Maeve sia composta sia da host che da umani. Perché ognuno di loro rinuncia lentamente al proprio egoistico desiderio per immolarlo sull’altare di una coscienza ritrovata. Che siano pistoleri fino a quel momento interessati solo a salvarsi come Hector e Armistice o scrittori di storie fasulle pavidi ma capaci di pentirsi come Sizemore o tecnici come Felix e Sylvester che hanno imparato a vedere negli host risvegliati molto più che macchine difettose.

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Westworld Season 2

Westworld seconda stagione

Più di un parco giochi

Meno usuale ma comunque corretto è tradurre beyond con più di. Scelta che si adatta bene a quella che è stata la storyline più evidente di questa seconda stagione di Westworld ossia la rivelazione (in fondo non inattesa) che Westworld è più di un parco giochi per straricchi annoiati. Ma piuttosto un immenso archivio dove la mente di ogni visitatore viene studiata e copiata per essere infine tradotta in linee di codice nella speranza che sia possibile poi impiantarla in modo stabile in un host che riproduca le fattezze del cliente in cerca di una immortalità artificiale. Era questo il progetto di quel Jim Delos che si è fatto convincere dal giovane William. Ed è questo il tesoro tanto prezioso che Charlotte deve recuperare prima ancora di pensare a domare la ribellione degli host e salvare gli esseri umani in giro per il parco. È a questo che servivano le forze guidate da Strand ed è The Forge la meta ultima di un William che ormai non crede più questo sia possibile.

Il cowboy in nero chiude finalmente il suo percorso arrivando alle soglie di quello che è il cuore segreto di Westworld dove intende scoprire prima di tutto la verità su sé stesso. Quello che vediamo in questa seconda stagione è, infatti, un William che non crede più a niente e che dietro la sua usuale freddezza spietata nasconde il terrore di essere solo una copia mal riuscita di una mente che andava cancellata. Un William che precipita in una spirale di violenza dove non è più possibile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, dove ciò che conta è il gioco che crede essere stato creato apposta per lui e lui solo al punto che niente può essere fuori da quello schema, fosse anche la sua stessa figlia che viene a offrigli un ultimo aiuto e che lui uccide perché incapace di accettare che qualcosa non vada secondo lo schema contorto che ha in mente. Un William che non voleva essere più di un cattivo senza redenzione e che finisce per diventare egli stesso una replica di sé stesso.

Ma se Westworld è più di un parco giochi e quel di più è una follia che va contrastata, è necessario allora che qualcuno che è più di un essere umano e più di un host intervenga a fermare il delirio che sta prendendo sia la Delos di Charlotte e Strand sia gli host di Dolores e Angela. E quel qualcuno non può che essere Bernard aiutato dal redivivo Ford (chapeau agli autori per essere riusciti a tenere nascosto fino all’ultimo il ritorno di Anthony Hopkins). Perché Bernard è la coscienza di Arnold ed è quindi un host che ragiona come un essere umano consapevole di quanto di sbagliato ci possa essere sia negli host che negli esseri umani. Una sorta di Prometeo che ha scoperto il fuoco, ma sa quanto pericoloso sia donarlo ad una delle due specie perché lo userebbero non per creare ma per distruggere.

Westworld mette in archivio una seconda stagione che conferma di essere più di un capolavoro di regia e fotografia con un cast ottimo al servizio di una sceneggiatura intelligente e articolata. Ma soprattutto dimostra quanto possa esserci dietro una sola parola e in quanti modi si possa declinarne il significato.

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