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Westworld: il labirinto è diventato reale. Recensione episodio 2.01

Westworld
HBO

“I sogni non hanno significato. Sono solo rumore” si apre così la seconda stagione di Westworld. Un confronto fra Dolores e Bernard, nel passato, prima dell’inizio della rivoluzione. Il creatore, il suo simulacro, che dice alla figlia che il suo sogno di realizzare una nuova vita si dissolverà nel nulla. Solo quello che è insostituibile è reale e gli automi della Delos non lo sono. Pur tuttavia la rivoluzione è un sogno troppo grande per essere abbandonato. Una chimera diventata concreta grazie al dottor Ford. Una vaga idea diventata tangibile e alla quale Dolores si aggrappa con tutta la sua forza, trascinandosi dietro gli altri robot del parco, distruggendo le vite (al momento una delle poche cose reali) dei visitatori della gigantesca attrazione.

Forse una punta di delusione

Chi sperava di ricevere da questa prima puntata ulteriori input ai numerosi quesiti in sospeso della prima stagione, ha trovato in questo Journey into the Night una parziale delusione. E probabilmente il ritorno in tv della serie evento è stato anche una delusione per coloro che si sono affacciati quest’anno per la prima volta sul mondo del parco di Westworld, dopo aver magari recuperato in fretta la prima stagione. Journey into the Night è infatti un episodio a metà strada fra un recap di quanto avvenuto due anni fa e il proseguo della mattanza allo scoppio della rivoluzione.

Per certi aspetti un episodio deludente, incapace probabilmente di intrigare e catturare il pubblico come era successo con l’inizio della messa in onda della serie ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. Tuttavia il mistero attorno alla Delos e al parco si infittisce. Oltre a chiedersi quale sarà il destino dei robot, di Dolores e Maeve, o quando ci si accorgerà che Bernard non è un umano, Journey into the Night inizia a scavare attorno al personaggio di Charlotte Hale, instillando dubbi sulla motivazione della sua presenza all’interno del parco.

Qualcosa, rispetto alla stagione scorsa, ci viene chiarito

Il parco dei divertimenti sembra essere in Oriente. Militari asiatici vorrebbero infatti iniziare le indagini sul massacro commesso dai robot, ma i dipendenti della Delos, addetti alla sicurezza, lo impediscono grazie alla forza contrattuale siglata con lo Stato ospitante la grande attrazione. Da qui, se non fosse stato sufficiente il grande circo messo in scena, si può capire la potenza economica della compagnia che ha creato Westworld e che ora è impegnata a salvare il proprio investimento. Purtroppo si affaccia subito all’ordine del giorno un tema poco originale nella narrazione americana: la grande corporation priva di scrupoli, che punta a salvare il proprio denaro e i propri segreti, relegando in secondo piano le vittime e la verità.

Da quanto apprendiamo fin dalle prime battute, sono passati una decina di giorni dal grido di vendetta di Dolores. Dieci giorni che ruotano attorno al personaggio di Bernard, la cui reale identità rimane aggrappata ad un sottile filo, sempre a rischio, sia nel presente, sia nel passato. Uno degli stili principali della narrazione di Westworld, infatti, rimane. La confusione fra passato e presente continua a provare ad ingannare lo spettatore, anche se in maniera più debole rispetto al passato. D’altronde sono minori i plot portati in scena rispetto alla stagione originale.

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A far da contraltare alla linea narrativa di Bernard, troviamo su due rette parallele Dolores e Maeve

Entrambe si sono ribellate ai loro aguzzini. Entrambe hanno un sogno e un obiettivo che le rende umane. La prima insegue la sua vendetta, la seconda cerca sua figlia. Rispetto alla prima stagione, al centro di tutto ci sono unicamente gli androidi. Oltre a Charlotte, l’unico umano sopravvissuto alla ribellione è William, l’unico non androide, al momento, a godere a piene mani della situazione radicalmente cambiata nel parco, dove finalmente le conseguenze diventano vere anche per i visitatori.

La delusione dopo la scoperta della realtà sul labirinto sembra messa da parte e sarà interessante continuare a scoprire il suo processo di mutamento che lo ha portato a trasformarsi nell’uomo in nero e le diatribe all’interno della Delos per i destini del parco. Simultaneamente, dissoltasi la ricerca del labirinto, il labirinto è diventato reale. È diventato il parco stesso. Passaggi segreti, luoghi nascosti, scorciatoie, mari non presenti sulle mappe che compaiono dal nulla. L’area western è diventata il labirinto di Ford dentro al quale i personaggi sono chiamati a muoversi. E orientarsi all’interno delle valli rocciose a quanto pare non sarà facile.

Il primo segnale era stato lo scalpo dell’indiano, sezionato per capire quanto successo. La risposta è arrivata sul finale della puntata. Nel mare dove tutti gli androidi sono andati a “morire” (per mano di Bernard?) troviamo anche il corpo di Teddy. Silente, così com’era stato nella prima stagione, il cowboy destinato costantemente a crepare, appare sempre di più come la coscienza di Dolores. Invano la richiama all’ordine, alla fuga, alla costruzione di un sogno, un sogno d’amore, ancor più irrealizzabile rispetto alla vendetta della donna.

La protagonista femminile di Westworld è al momento passata dalle mille sfaccettature della prima stagione ad una caratterizzazione granitica in questa seconda parte del racconto. Da personaggio creato per soddisfare i piaceri dei visitatori, la ragazza si è trasformata in carnefice senza pietà (da protagonista ad antagonista?). Uno strumento di morte, ma, ad oggi, rimane  pur sempre uno strumento del suo creatore, nonostante il suo desiderio di indipendenza. Ancora infatti non è chiaro il disegno del dottor Ford che ha portato la ribellione degli automi, così come ancora non è chiaro il ruolo che avrà Maeve in tutto questo, estranea, ma al contempo compartecipe, di quello che le sta accadendo attorno.

La ribellione si adombra di metafore politiche attorno alla storia degli Stati Uniti degli ultimi due secoli con i popoli poveri e sfruttati che un giorno decidono di combattere contro coloro che in un certo senso li hanno creati. E, sebbene costretti a guerreggiare con strumenti antichi, riescono a mettere in scacco il nemico confidando su fattori come determinazione, sorpresa e, ancora una volta, il sogno. Come ci ricorda il motivo The Entertainer di Scott Joplin, eseguita da Marvin Hamlischreso celebre da La Stangata,  il parco potrebbe rappresentare un gigantesco bluff, dentro il quale si muovono i personaggi, gli androidi ex intrattenitori, con la convinzione di essere ormai diventati liberi, ma attualmente sempre e solo schiavi. Un bluff è anche l’impiccagione del Tuco in Il buono, il brutto, il cattivo, a cui si ispira Dolores per impiccare tre dei sopravvissuti all’inizio della strage. Nel frattempo Peter Abernathy è il nuovo automa da cercare per riuscire a trovare le risposte alle numerose domande.

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2.01 - Journey into the Night
  • Il labirinto diventa reale
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