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Vittoria e Abdul: la recensione del film di Stephen Frears

Vittoria e Abdul
IMDb

Titolo: Vittoria e Abdul

Genere: biografico, storico

Anno: 2017

Durata: 1h 52min

Regia: Stephen Frears

Sceneggiatura: Lee Hall, Srabani Basu

Cast principale: Judi Dench, Ali Fazal, Tim Piggott Smith, Eddie Izard

Almeno sono stati onesti. Lo hanno detto subito con un avviso subito dopo i titoli di testa: ispirato a una storia vera … parzialmente. Sta in quell’avverbio furbescamente fatto apparire con un attimo di ritardo per catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore l’avvertimento assolutorio di Vittoria e Abdul. Una storia vera ma non troppo. Un racconto che potrà quindi prendersi le sue licenze miscelando quel che è stato davvero con quel che la finzione scenica ritiene più utile mostrare.

Vittoria e Abdul

Una storia vera finché fa comodo …

Vittoria e Abdul nasce da una scoperta storica relativamente recente: la pubblicazione nel 2010 dei diari di Abdul Karim che dalla remota India arrivò alla corte della regina Vittoria divenendo il suo segretario privato negli ultimi quindici anni del suo lunghissimo regno. Una imprevedibile ascesa mal vista e ancora più indigesta dai restanti membri della casa reale che provarono ad osteggiare in ogni modo l’imprevedibile ascesa dell’amico indiano di una regina che tenacemente lo protesse da ogni accusa.

Un rapporto tanto intimo e innocente per i due protagonisti quanto scandaloso e inaccettabile per la corte da essere cancellato dai libri di storia alla morte della sovrana. Il nuovo re Edoardo VII impose, infatti, che tutta la corrispondenza tra i due fosse bruciata ed ogni testimonianza del loro rapporto distrutta, ma dimenticò di farsi dare anche i diari personali di Abdul che solo nel 2010 divennero pubblici facendo riemergere questa curiosa vicenda dall’oblio in cui doveva essere relegata.

L’amicizia tra la potente sovrana inglese, capace di dare il suo nome ad un’intera epoca gloriosa della storia britannica, e il devoto servitore indiano sembra fatta apposta per essere una edificante lezione per l’attualità contemporanea. È facile, infatti, identificare Abdul con uno dei tanti immigrati che dalle periferie remote dell’impero occidentale arrivano in uno dei suoi centri vitali per diventare subito bersaglio incolpevole di scherno sadico e ingiustificata diffidenza quando non persino aprioristica avversione.

L’apertura immediata di Vittoria verso il neo arrivato diventa allora un conciliante messaggio per una società che troppo in fretta vede nell’immigrato un nemico da isolare o allontanare al più presto invece che l’occasione per aprirsi ad un mondo diverso che chiede solo di essere aiutato e da cui si può persino imparare qualcosa. Un aneddoto disseppellito dalla cenere dell’odio razziale che può insegnare qualcosa ad un presente che brucia di incomprensione e ostilità.

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Vittoria e Abdul

… ma (parzialmente) falsa quando serve

Solo che questo pur lodevole intento rischia di essere snaturato da un eccesso di melassa che potrebbe indorare la pillola così tanto da renderla indigesta. Se è vero che la regina Vittoria non dubitò mai del suo fidato amico, non altrettanto immacolata fu la figura di Abdul a cui furono imputate ambizione e opportunismo, arroganza e superbia. Sebbene molte di queste accuse siano probabilmente viziate dall’ostilità della Casa Reale per cui mancano di una verifica indipendente, resta comunque criticabile l’acritica scelta di campo di una sceneggiatura che assolve il suo protagonista da ogni peccato facendolo diventare però una figura unidimensionale.

Vittoria e Abdul rischia, quindi, di scadere nell’errore opposto. L’Abdul disegnato dalla sceneggiatura buonista di Lee Hall (già autore di Billy Elliot) è, infatti, persino troppo devoto alla sua inattesa amica. Umile scrivano nella prigione di Agra, Abdul arriva a corte per caso (e per la sua bellezza) con il compito di consegnare una moneta celebrativa ad una regina annoiata dalla ripetitiva monotonia di giorni sempre uguali. Sarà la sua sfrontata e sincera adorazione per la sovrana a renderlo indivisibile da colei che persino nei suoi sogni più arditi non avrebbe mai pensato di riuscire ad andare oltre uno sguardo da lontano.

È proprio però questa passione assoluta di Abdul a minare la credibilità del suo personaggio. Che un suddito fedele di una tanto prestigiosa sovrana sogni di incontrarla è comprensibile, ma è l’acritica fedeltà di Abdul a scadere nell’eccesso. Abdul, infatti, viene da una India che, sebbene ancora lontana dall’indipendenza, era già tanto agitata da sentimenti di rivolta che la stessa regina non potè mai andarci perché troppo pericoloso sarebbe stata una sua improvvida visita.

Lo stupore dapprima sospettoso, poi rassegnato, di Mohammed che accompagna Abdul a Londra è lo stesso di un qualunque spettatore che si domandi come sia possibile che un oppresso (e la dominazione inglese in India fu gravemente oppressiva in quel periodo) possa essere così fervidamente appassionato del suo oppressore. Invece, persino la rivolta a cui si accenna nel film diventa per Abdul occasione per vendere a Vittoria una immagine distorta di una fedeltà che non aveva ragione di essere.

Per ossequiare quest’ opinabile scelta, la sceneggiatura è costretta a perdersi anche alcuni passaggi che rendono difficile capire l’ascesa irrefrenabile di Abdul che parte come servitore e ritorna in abiti e atteggiamenti da gran mogul senza che venga chiarito il come e il quando di questo cambiamento. Con altrettanta noncuranza la famiglia di Abdul ci viene presentata come una sorta di corte obbediente ai voleri del suo signore e padrone il che è probabilmente coerente con la tradizione mussulmana dell’epoca, ma non viene spiegato.

Il ritratto finale di Abdul è, quindi, simile a quello che la regina gli regala: uno splendido dipinto che restituisce una figura idealizzata senza preoccuparsi troppo di chiedersi se assomigli o meno alla sua controparte reale.

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Vittoria e Abdul

Una regale messa in scena

Onestà impone di chiedersi se questo difetto di credibilità non sia dopotutto una critica esagerata. Dopotutto, quel parzialmente nel rullo di testa può essere letto come un implicito avviso premonitore ad indicare quanto l’aderenza alla realtà storica non sia il cruccio principale di questo Vittoria e Abdul. Un film che intende essere attento alla ricostruzione di un contesto piuttosto che di una verità.

In questo, Stephen Frears mostra la sua innegabile maestria nel pennellare con dovizia di particolari ambienti e rituali. Il risultato ambito è un period drama che farà la felicità degli appassionati del genere, di coloro che vanno in brodo di giuggiole alla vista di abiti ricchi e curati nei dettagli, servizi in porcellana, camerieri in livrea, cocchieri eleganti, servette pronte a spettegolare, dame di compagnia formali attente all’etichetta, gentiluomini impeccabili nei modi quanto criticabili nelle azioni. Un variegato corredo che impreziosisce una messa in scena a cui la regia lineare di Frears regala un ruolo di primo piano.

Al risultato contribuisce anche la scelta di un cast che si trova a suo agio nei ruoli stereotipati assegnati loro. Interpretazioni dopotutto rese più semplici dalla ripetizione di cliché ormai rodati che facilitano il calarsi nel personaggio. Su tutti emerge, comunque, Judi Dench che restituisce il carisma cocciuto di una regina ormai al tramonto cui la gloria ancora presente dona la convinzione di credere in se stessa anche quando sembra comportarsi come una zitella testarda.

Vittoria e Abdul è un film formalmente impeccabile, ma che pecca di troppa superficialità, finendo per fare di un racconto storico poco più di un pettegolezzo piccante. Poteva lasciare un messaggio di tolleranza e apertura, ma l’impressione è che all’uscita del film ci si dimentichi troppo presto ciò che si è visto.

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