2×12 QUALCOSA DI PERSONALE 2×14 LA CURA

02×13 CAMBIO DI STRATEGIA

13 maggio 2010 MacSloane87

C.S.N. UFFICIO DI ROBERT LINDSEY
3 Anni prima

 

Christopher Anderson attendeva pazientemente il permesso di sedersi. Era la prima volta che il vice-direttore Lindsey lo convocava nel suo ufficio, e Christopher continuava guardarsi i piedi, impacciato come un ragazzino delle superiori nell’ufficio del preside. Non sapeva cosa aspettarsi dal suo superiore, un uomo ambizioso e spesso meschino, che fino a quel momento gli aveva a malapena rivolto la parola.
“Per quale motivo vuole vedermi, signore?” chiese educatamente, alzando lo sguardo e osservando la reazione del suo capo. Lindsey, stranamente, sembrava essere di buon umore. “Che cosa sa di Milo Rambaldi, agente Anderson?” lo interrogò.02x13_01
“E’ la prima volta che lo sento nominare” rispose Christopher.
“E’ stato uno dei geni del Rinascimento. Era un inventore, come Leonardo da Vinci, ma anche un profeta, come Nostradamus” lo indottrinò Lindsey.
“Interessante” rispose Anderson, dominando a fatica la sorpresa. Si aspettava un richiamo disciplinare, o un nuovo incarico all’interno dell’agenzia, non un test di cultura generale.
“Molto più di quanto lei pensa. Le profezie di quell’uomo sono precise, con tanto di data e ora. Ha predetto il naufragio del Titanic, la Seconda Guerra Mondiale e l’attentato di Oklahoma City. Con cinque secoli di anticipo” continuò Lindsey.
Christopher si chiese se il direttore non stesse mettendolo alla prova. Robert Lindsey era del tutto privo del senso dell’umorismo: o, per una volta, stava scherzando o aveva perso la testa. Le profezie erano una cosa da film di serie B, non un argomento che potesse interessare un uomo pragmatico e ambizioso come lui. Christopher si limitò ad annuire, cercando di capire il senso di quel discorso.
“Ciò che sto per riferirle è strettamente confidenziale. Esiste un’agenzia che studia da anni le opere di Rambaldi e altri casi di eventi sovrannaturali. E non intendo l’area Cinquantuno dei fumetti, sto parlando di veri agenti, finanziati dal nostro governo, con tanto di vere strutture segrete nel Nevada. Sto parlando del Dipartimento delle Ricerche Speciali”. Lindsey si interruppe per lasciare ad Anderson un attimo di respiro.
“Recenti sviluppi richiedono una collaborazione a strettissimo livello fra il D.R.S. e la nostra agenzia. Ho scelto lei per fare in modo che il tutto avvenga nella maniera più discreta possibile.”
Anderson non sapeva come reagire. Si pizzicò il braccio, per assicurarsi di non essersi addormentato davanti al suo computer. La faccenda era troppo surreale per essere vera.
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“Che cosa dovrei fare, signore?” si limitò a chiedere.
Lindsey si alzò in piedi e gli porse un faldone grigio.
“Il D.R.S. vuole che permettiamo un accesso completo a un suo agente, senza rivelare la nostra collaborazione a nessuno, né alla C.I.A. né al direttore Harrison. Ufficialmente il loro agente sarà un nostro tecnico di basso livello. Sarà compito suo affidargli informazioni riservate.”
Christopher afferrò il faldone meccanicamente.
“Mi raccomando – lo ammonì Lindsey – Non una parola. Se tutto va bene, mi hanno promesso una raccomandazione per la direzione del C.S.N., e potrebbe esserci qualcosa anche per lei, diciamo l’incarico di agente scelto?”
Chris sapeva che il suo capo puntava alla dirigenza da anni, ma non aveva mai avuto la possibilità di scavalcare il direttore Harrison. Bob Lindsey avrebbe venduto sua madre per quel posto: ecco spiegato il suo sorrisetto soddisfatto.
“Ti sta già aspettando” concluse Lindsey, facendo cenno a Chris di uscire dall’ufficio. Christopher obbedì, ma gli sembrava di agire in trance. Un anno di documenti da firmare e telefonate da deviare nell’ufficio del capo lo aveva abituato a considerare lo spionaggio come qualcosa di molto più noioso delle avventure di James Bond, ma quella breve conversazione con Lindsey lo aveva scosso.
Deve essere uno scherzo. Una bella candid camera, si ripeté fra sé e sé.
Chissà chi è questo “agente” del D.R.S. … Probabilmente un clown di McDonald’s, vista l’aria che tira.
“Christopher Anderson?” lo chiamò una voce femminile. Chris si girò di scatto, e quando vide la donna che gli stava di fronte le riflessioni sulla chiacchierata con Lindsey e il D.R.S. svanirono come neve al sole.
Christopher poteva essere molte cose, ma di certo non era un adolescente alla prima cotta. Aveva avuto la sua serie di storie, di solito frenetiche e poco soddisfacenti. Non era mai stato il tipo da colpi di fulmine, ma qualcosa di quella donna lo colpì come una martellata alla testa. Certo, era una gran bella ragazza, ma ne aveva viste di belle ragazze, no? E allora perché non riusciva formulare un pensiero coerente?
“Sono Elizabeth Luciani, il vostro nuovo tecnico. Il suo capo le ha parlato di me, vero?” si presentò la donna, porgendogli la mano. Christopher annuì senza rispondere. La donna sorrise, nervosa. “Ho qualcosa di molto schifoso fra i capelli?” scherzò.
Christopher scosse la testa: “No, certo che no, mi scusi. Ero solo confuso, cioè – si schiarì la gola – Posso esserle utile?” Che diavolo gli stava succedendo? Non si sentiva così dalle medie, da quando aveva baciato la sua vicina di casa per la prima volta.
“Eccome! Mi sento persa” rispose Beth, sorridendo di nuovo.
“A chi lo dice, ho appena avuto una chiacchierata con il mio capo. Parlavamo di lei, ed è stato piuttosto vago” rispose Christopher, senza staccare lo sguardo da Beth, che sembrava lusingata dall’interesse del collega.
“Da quello che ho capito, dovremo lavorare insieme” spiegò Beth.
“Sono sicuro che sarà un’esperienza interessante, Miss Luciani” fu la risposta di Christopher.
“Per favore, non chiamarmi Miss Luciani, mi fa sentire un personaggio di Via col Vento. Beth può andare” spiegò la Luciani.
“Allora puoi chiamarmi Chris, non mi formalizzo” rispose Anderson.
“Beth e Chris. Non è male. Penso che lavoreremo bene insieme” annunciò Beth, mentre Anderson le stringeva la mano.

 

 

LOS ANGELES
Oggi

 

“Ti stringerei la mano, se per farlo non dovessi slegarti – iniziò Beth, seduta nel rimorchio del camion a pochi passi da Sydney e Christopher – E’ stato seguendo Chris che siamo riusciti a catturare voi del Tempio e tuo marito, Sydney – continuò Beth – O dovrei dire il tuo ex?” aggiunse, facendo l’occhiolino a Syd e Anderson.
“Chi è la talpa?” domandò Christopher, scoccando uno sguardo carico di odio alla donna che lo aveva catturato.
02x13_03“Sono io. Sono sempre io, sono la persona al mondo che ti conosce meglio di chiunque altro, anche di te stesso” rispose Beth, divertita.
“Smettila con i giochetti e dicci cosa vuoi da noi” si intromise Sydney, stanca dei discorsi senza significato di Beth.
“Nulla. E’ il mio capo a volere qualcosa da te. Quanto agli altri, sono antipasti rispetto al piatto forte.” spiegò Beth.
“Non puoi avermi trovata da sola. Deve esserci qualcuno che ti passa informazioni” insistette Anderson.
“Povero caro, il problema è che sei dannatamente prevedibile. Sei un libro aperto per me, non puoi ingannare l’unica persona di cui ti sei fidato per anni – Beth sorrise – Mi ricordo quanto era divertente la tua assoluta fiducia nei miei confronti. Mi amavi veramente così tanto, Chris?”
Christopher tentò di liberarsi dalle corde che legavano le sue braccia.
Sydney si limitò a osservare la scena, scioccata: “Non riuscirai a farla franca – si limitò a minacciare – Un giorno pagherai per quello che hai fatto.”
“Puoi fare di meglio in quanto a minacce, Syd – la provocò Beth – A proposito, trovo molto divertente che Chris si sia preso una sbandata per te; fisicamente siamo molto simili. E’ ancora innamorato di me, in fondo. Non è terribilmente romantico?
“Sei pazza – commentò Chris in tono gelido – Tutto ciò che provo per te è il desiderio di piazzarti una pallottola fra gli occhi!”
“Non è un bel regalo di San Valentino. Preferirei dei fiori” si limitò a rispondere Beth, divertita dalla rabbia di Chris.
Il camion si fermò bruscamente proprio in quel momento. Beth scattò in piedi, impugnando la sua pistola.
“Che diavolo succede?” chiese. L’unica risposta furono degli spari e dei gemiti. Tre uomini armati fino ai denti fecero irruzione dal retro.
“Butta la pistola a terra immediatamente” le intimò uno degli agenti, mentre gli altri due liberavano Chris e Sydney.
Sydney ne approfittò per rovesciare a terra l’agente che la aveva appena liberata e sottrargli la mitraglietta: “State tutti indietro!” ordinò.
“Che diavolo fai?” si lamentarono gli altri agenti.
“Non so chi diavolo siete o chi vi manda, ma non riuscirete a catturarci. Gettate le vostre armi. Chris, tu prendine una e andiamocene da qui”.
“Siamo con Kendall, dannazione! Siamo del D.R.S.!” imprecò uno degli uomini della squadra. “Vogliamo solo liberarvi e portarvi a casa”
“Commovente, se fosse vero – rispose Sydney, senza mollare la presa dell’arma – Come ci avete trovato?”
Beth colse l’attimo e si tuffò fuori dal rimorchio.
“Ferma!” le ordinò Sydney, inseguendola d’istinto.02x13_04
Fuori dal camion la attendevano altre due squadre che stavano combattendo contro Beth e ciò che restava dei suoi uomini.
“Posa l’arma, sono davvero del D.R.S.” urlò Christopher alle sue spalle.
Sydney lasciò cadere l’arma a terra, sconcertata. Beth, approfittando della distrazione, iniziò a sparare all’impazzata. Tre uomini del D.R.S. caddero a terra.
“Sparatele, maledizione!” urlò Christopher, afferrando una mitraglietta. Beth rispose all’ordine con un’altra raffica che costrinse Sydney e Chris a ripararsi dietro al camion. Il resto della squadra di Kendall rispose al fuoco.
“E’ da sola! Sparate per uccidere!” continuò a urlare Christopher. La squadra di Beth fece uscire da un secondo camion Vaughn, Sark, Kane e Rachel.
“Cessate il fuoco o moriranno tutti” minacciò Beth.
Furiosa, Sydney si fece lanciare una pistola e con due colpi precisi eliminò due scagnozzi di Beth. “E’ finita, sei in inferiorità numerica. Arrendersi è l’unico modo che hai per sopravvivere”.
“Non credo, io non ho nulla da perdere, ma tu sì, Sydney” rispose Beth.
Gli ultimi due superstiti della sua squadra puntarono le loro armi su Vaughn e Rachel.
“Dì addio ai tuoi amici, agente Bristow”
Uno sparo di uno degli uomini del D.R.S. eliminò uno dei due uomini di Beth. Vaughn e Rachel ne approfittarono per liberarsi. Anche Sark e Kane non si fecero attendere, e riuscirono a sbattere a terra l’ultimo alleato della Luciani. Furiosa, Beth sparò alla schiena di Rachel, che cadde a terra.
“No!” urlò Sark, afferrando Rachel, che aveva iniziato a sanguinare. Beth si fece largo fra i cadaveri dei suoi uomini e si mise alla guida di un’automobile della sua scorta. Gli uomini del D.R.S. tentarono inutilmente di fermarla, sparando alle gomme.
Sydney si precipitò da Rachel: “Fatele spazio, adagiala piano! – ordinò – Qualcuno chiami una dannata ambulanza, che aspettate?”
02x13_05Sark stringeva la mano di Rachel fra le sue e sembrava incapace di muoversi: “No…” si limitò a sussurrare.
“Andrà tutto bene, Sark, andrà tutto bene” rispose Sydney, cercando di convincersi delle sue stesse parole.
“Ci stavano tenendo d’occhio da quando abbiamo lasciato l’aeroporto. Quando Kendall è stato arrestato, hanno deciso di liberarci subito, invece di aspettare di vedere dove ci avrebbe portato Beth” spiegò Christopher a Kane e Vaughn, che si limitarono ad annuire.
“L’elicottero è in arrivo – annunciò uno degli uomini del D.R.S. – Gli ordino di inseguire la Luciani?” “Lasciala perdere, l’elicottero ci serve per portare Rachel in ospedale” rispose Christopher. L’uomo alzò le sopracciglia.
“Non ammetto discussioni” concluse Christopher.
Tutti osservavano attentamente Rachel, mentre Kane e gli uomini del D.R.S. spostavano i camion per dare modo all’elicottero di atterrare. Vaughn mise una mano sulla spalla di Sydney, che scattò in piedi. I due si scambiarono uno sguardo che valeva più di mille parole. Sark, nel frattempo, accarezzava dolcemente il volto di Rachel, cercando di tenerla sveglia.
“Sto bene, ci vuole ben altro per uccidermi” sussurrò debolmente la donna.
“Non ti sforzare, cerca solo di non addormentarti” rispose Sark.
“Julian – lo chiamò Rachel, facendolo trasalire – Grazie” continuò. Sark si limitò a stringerle la mano, senza rispondere.
L’elicottero atterrò pochi secondi dopo. Gli uomini del D.R.S. fecero scendere una barella e trasportarono Rachel a bordo. Sark si rifiutò di lasciarla sola, obbligando uno degli uomini dell’elicottero a scendere a terra.
Vaughn e Sydney rimasero a osservare l’elicottero mentre scompariva fra le nuvole. A pochi passi da loro Christopher Anderson non riusciva a sollevare lo sguardo da terra.
“Abbiamo recuperato i Documenti Vespertini, signore” disse Kane. Christopher annuì senza convinzione.
“La prenderemo, prima o poi. Non può sparire per sempre.” continuò Kane. Christopher non rispose: si limitò a stringere la sua pistola.

 

PRIGIONE C.I.A.
“Vogliamo vedere il prigioniero della cella cinque” ordinò Dixon. Ritrovarsi fra quelle celle da visitatore gli fece tornare in mente il periodo della sua prigionia. Anche lui era stato in carcere per una colpa che non aveva commesso, esattamente come Kendall.
Fortunatamente quelle celle erano abbastanza confortevoli, per gli standard della C.I.A.. Kendall non era stato incriminato: si limitavano a trattenerlo secondo il Patriot Act, il che rendeva meno difficile avvicinarlo.
La guardia della prigione si limitò a scrutare il suo tesserino C.I.A. e quello di Weiss prima di farsi da parte.
“Avete dieci minuti. Fossi in voi, cercherei di metterlo in contatto con un avvocato entro oggi” suggerì.02x13_06
Dixon aggrottò le sopracciglia: “Che cosa significa?” chiese, sconcertato.
“L’udienza del processo inizierà domani a mezzogiorno” si limitò a riferire la guardia.
“Non è possibile – obiettò Weiss – Ci vogliono almeno cinque giorni per istruire un processo, per non parlare dei testimoni, e-“
“Non ditelo a me, non ho mai visto niente del genere” rispose la guardia.
“Kendall è un agente federale, come possono trattarlo così?” sbottò Weiss.
“Quando Malone vuole accelerare i processi, ha i suoi contatti per farlo” osservò Dixon con disprezzo mentre si avvicinavano alla cella di Kendall.
“Qualcuno si insospettirà, Malone non è così potente da controllare tutto il governo!” si sfogò Weiss.
“Non è il primo processo irregolare a un ex dirigente di agenzia, quest’anno” gli ricordò Dixon.
I due si fermarono davanti al muro di vetro che divideva la cella dal corridoio. Kendall si alzò dal letto al centro della sua stanza e si avvicinò al vetro. Dixon pigiò sul quadrante del suo orologio. “Le cimici sono fuori uso” comunicò.
“Notizie di Vaughn e Sydney?” domandò con impazienza. Dixon osservò che Kendall, nonostante la prigionia, era attento e vigile, come se fosse nel suo ufficio, pronto a ricevere ordini. A differenza di quanto aveva pensato Dixon, Kendall sperava ancora di uscire presto dalla sua cella e farla pagare a Malone.
“Vaughn mi ha mandato un messaggio tre minuti fa. Sta bene, anche se è salvo per miracolo. Come faceva a sapere che era in pericolo?” commentò Weiss, stupito dall’interesse di Kendall. “Appena prima di essere catturato avevo ordinato a una squadra di seguire i movimenti dei miei agenti: li conoscete come il Tempio” rispose Kendall, sorridendo per le espressioni sorprese di Dixon e Weiss.
“Pensavamo fosse un organizzazione terroristica” rispose Weiss.
“E’ una sezione segreta che indaga sulla C.I.A. e le altre agenzie americane. Potete capire da cosa ha preso l’idea” Dixon sorrise, ripensando all’SD-6 e all’A.P.O..
02x13_07“Perfetto – commentò Weiss – Non mi fiderò più nemmeno del mio pesce rosso”.
“Il problema, adesso, è come riuscire a fermare Malone e a tirarti fuori di qui – disse Dixon – Qualche idea?”
Kendall scosse la testa: “Malone è abbastanza furbo da avere creato abbastanza false prove di miei contatti con i terroristi da convincere dieci giurie. In più ci sono i fondi che ho destinato al Tempio, e che non posso giustificare senza compromettere Sydney e i miei uomini. No, è una trappola troppo astuta.”
“Jack potrebbe aiutarci, se riuscissi a capire perché diavolo sta fingendo di sostenere Malone – commentò Weiss – Fra tutti questi doppi e tripli giochi non capisco più niente”
Dixon e Kendall si scambiarono un altro sorriso.
“Jack ha fatto la cosa giusta, ci ha dato l’opportunità di rimanere fuori di prigione e indagare – rispose Dixon – Se ci fosse anche solo un appiglio, un modo per dimostrare che Malone è un bugiardo…”.
Kendall sembrava sul punto di parlare, ma si limitò a scuotere la testa: “Non esistono vie legali per farlo. Seguo la carriera di Patrick Malone da cinque anni e non ho trovato nemmeno una macchia sul suo curriculum.”
“Hai parlato di vie legali” osservò Dixon.
“Quali altre vie esistono?” rispose Kendall, che sembrava sapere benissimo a cosa si riferiva Dixon.
“Malone, come tutti, deve avere un armadio in cui nascondere i suoi scheletri” disse Dixon.
“No. E’ uno dei dieci edifici meglio sorvegliati al mondo. E’ impossibile” obiettò Kendall.02x13_08
“Questo vuol dire che sai dove potremmo trovare informazioni su Malone?” chiese Weiss in tono speranzoso.
“Non hai sentito? E’ impossibile” rispose Kendall.
“Noi dell’A.P.O. abbiamo violato più edifici governativi di tutti i terroristi di questo pianeta. Impossibile non è nel nostro vocabolario” spiegò Weiss.
“Se siete abbastanza pazzi da venire da me ora, non avete tutti i torti – commentò Kendall – Come tutti i direttori di agenzia, Malone dispone di un cellulare criptato. Le sue telefonate, però, passano dal centro operativo di Camp Harris. Forse, ma dico, forse, potreste riuscire a recuperarne i tabulati. Se riusciste a non essere catturati dalla Decima Divisione della Delta Force, che pattuglia l’intera zona. E a sorpassare le mura. E a trovare la sala server senza farvi prendere. E a rifare il percorso al contrario” spiegò contando gli ostacoli sulla punta delle dita.
“Possibilità di successo basse. Rischi enormi – rispose Weiss – Proprio come ai vecchi tempi. Quando si comincia?”
Dixon sorrise.
Dopo un attimo di smarrimento, Kendall ricambiò il suo sorriso.

 

UFFICIO DI PATRICK MALONE
“Devo dire, Jack, che ancora una volta sei riuscito a sorprendermi – osservò Malone, mentre giocherellava con una matita – Non mi sarei mai aspettato un sostegno spontaneo alle mie accuse a Kendall. Del resto, un padre farebbe qualsiasi cosa per sua figlia.”
Jack gli rivolse uno sguardo gelido: “Se tu non fossi il direttore della C.I.A., non ti avrei lasciato vivere abbastanza a lungo da finire questa frase”
“Quindi penso che il mio ruolo sia una buona difesa – rispose Malone, vagamente divertito – Sai Jack, mi chiedo perché tu non abbia mai voluto sederti sulla poltrona che io occupo ora. Saresti stato un eccellente direttore”.
“E’ molto facile cadere da quella poltrona – osservò Jack in tono asciutto – Finiamola con la finta cortesia. Ti ho fatto un favore, tu ne devi uno a me”
“Mi sembra giusto, ma ho già fatto in modo che tua figlia non sia più considerata una terrorista. Che cosa vuoi oltre a questo? – chiese Malone, intrecciando le dita e fissando attentamente Jack – Il do ut des prevede un favore per un favore, e per adesso siamo pari”.
“Disattiva il congegno che mi hai impiantato” ordinò Jack.
02x13_09“E perché mai dovrei farlo? – chiese Malone, annoiato – E’ un eccellente laccio per il mio mastino migliore. Non posso certo rischiare che tu ti liberi e mi morda”.
“Non farà una grande figura, se lo mostrerò nel bel mezzo del processo a Kendall. Sospetto altamente che non sia legale” ribatté Jack.
Malone alzò le sopracciglia, irritato: “Sai che non sono uno stupido, Jack. Un passo falso e ho mille modi per toglierti di mezzo.”
“Stai solo facendo un favore a te stesso. Se mi togli il congegno, firmerò una dichiarazione ricca di particolari interessanti su Kendall e i terroristi. Sarò il tuo testimone chiave” spiegò Jack.
“Molto bene. Firma e ti lascerò libero” rispose Malone, brusco.
“Non funziona così. Prima mi liberi, poi firmerò quello che tu vuoi io firmi” disse Jack. I due ingaggiarono un duello di sguardi. Malone fu il primo a cedere. Aprì un cassetto, rivelando un bisturi.02x13_10
“Ti farà male. Non lamentarti” osservò.
“Ci sono molte cose peggiori del dolore fisico, tu ed io lo sappiamo bene” rispose Jack, porgendogli la mano.
Malone afferrò la mano del suo avversario e iniziò a inciderne la pelle, senza smettere di fissare Jack negli occhi. Jack, dal canto suo, non abbassò lo sguardo, e non fece nemmeno una smorfia di dolore, neppure quando Malone riuscì a estrarre il congegno di sorveglianza.
“Ecco fatto” annunciò Malone, buttando la cimice nel cestino della carta straccia e porgendo a Jack una bottiglietta di disinfettante e delle bende. “Spero che tu riesca ancora a scrivere”
“Sono ambidestro, non lo hai letto sul mio profilo?” commentò Jack, fasciandosi la mano. Malone gli porse una pratica burocratica piena di righe in bianco. “I dettagli li aggiungeremo dopo. Firma due volte qui e una qui” ordinò. Jack obbedì senza esitazioni.
“Ora, Jack, passiamo alla seconda parte del nostro accordo. I Documenti Vespertini. Cattura tua figlia e consegnameli, e Sydney risponderà solo di furto, e non di alto tradimento. Niente pena di morte.”
“Quei documenti valgono molto di più. Voglio l’amnistia totale, su tutte le accuse – rispose Jack – Sydney non dovrà passare neppure un giorno in prigione”
“Sei diventato pazzo, Jack? E’ stata nella lista dei nemici dello Stato, non posso certo rilasciarla così, come se non fosse successo niente!” sbraitò Malone.
“Niente amnistia, niente Documenti Vespertini. La scelta è tua – rispose Jack – E la voglio firmata da te in persona, entro due minuti.”
Malone prese un’altra pratica e iniziò a firmarla di malavoglia: “Se anche solo provi a fregarmi farò in modo che Sydney finisca nella prigione federale di Cherry Hill. Sai come trattano le nuove detenute in quel posto, vero?” minacciò Malone.
Jack si limitò a leggere attentamente il documento firmato da Malone: “E’ a posto. Ora lasciami andare, o non otterrai nulla.”
Malone gli fece cenno di uscire. Appena Jack lasciò la stanza, Malone aprì un altro cassetto della sua scrivania, estraendo una cartella intitolata “Protocollo Secondario”.
“Non sei l’unico ad avere assicurazioni, Jack. Solo che le mie non sono di carattere legale” sussurrò Malone fra sé e sé.

 

IL TEMPIO – UFFICIO DI ANDERSON
Anche se cercava di concentrarsi sul lavoro, Anderson non poteva smettere di pensare a ciò che era successo il giorno prima. Era passato quasi un anno dall’ultima volta che aveva visto Beth. la donna che gli aveva rovinato la vita, il motivo principale per cui aveva deciso di lasciare il C.S.N. e, in seguito, di entrare a far parte del Tempio. Mentre era immerso nei suoi pensieri, sentì bussare alla porta del suo ufficio.
“Posso entrare?” chiese Sydney, affacciandosi, quasi timorosamente, alla porta.
Anderson le fece cenno di accomodarsi. Dopo quello che era successo il giorno precedente, entrambi sapevano che quella conversazione non poteva essere rimandata a lungo.
“I Documenti Vespertini sono stati consegnati a Marshall – disse Christopher per rompere il ghiaccio – Se la Luciani, e i suoi superiori volevano entrarne in possesso, forse sono più importanti di quanto abbiamo immaginato sino ad ora. Appena ci saranno novità ti farò sapere. Ma penso che non sia solo per questo che sei venuta nel mio ufficio”.
Sydney fece un cenno di assenso: “Perché non mi hai mai detto che conoscevi Beth Luciani? Hai sempre evitato di parlarmi del tuo passato, di quando lavoravi per il C.S.N. e dei motivi che ti hanno portato ad abbandonare l’agenzia. E forse adesso inizio a capire il perché” disse Syd in tono accusatorio.
02x13_11“Non è facile parlare del mio passato, di quel passato, Sydney – le rispose profondamente turbato Anderson – Avrei voluto cancellarlo per sempre. Ma, visto come stanno le cose, non credo che sia più possibile”.
“Sai che puoi fidarti di me – il tono di Sydney si fece più comprensivo – E io ho bisogno di fidarmi di te, per lavorare al tuo fianco. Non possono esserci segreti tra noi due”.
“Hai ragione. Non è più il momento dei segreti: hai il diritto di sapere la verità. Ho conosciuto Beth Luciani circa tre anni fa, durante una task force congiunta tra il C.S.N. e il D.R.S.” Christopher cominciò a raccontare.
“Beth era il mio contatto con l’altra agenzia. Credo di essermi innamorato di lei a prima vista. O almeno mi sono innamorato dell’immagine che mi ero fatto di lei”.

 

RISTORANTE THE PALM, LOS ANGELES
3 Anni prima

“Finalmente ti sei deciso a chiedermi di uscire” disse in tono malizioso Beth, arricciandosi una ciocca di capelli con le dita, e lanciando uno sguardo carico di sottointesi al suo accompagnatore.
Anderson aveva scelto il ristorante più elegante di tutta Los Angeles per il suo primo appuntamento con Beth Luciani, la sua collega, la donna che lo aveva stregato dal momento stesso in cui si erano incontrati. Voleva che tutto fosse perfetto, perfetto come la donna che aveva seduta di fronte a sé.
“Sai che la politica delle nostre agenzie sconsiglia le relazioni tra colleghi, e anche io per un po’ ho pensato che non fosse la cosa giusta frequentarci, visto che lavoriamo tutti i giorni fianco a fianco”. “Invece io credo che sia perfetto così. L’affiatamento al di fuori del lavoro può aumentare l’affiatamento anche sul lavoro – rispose Beth con tono divertito – E poi lo sai che non vedevo l’ora di uscire con te”.
“Ma sì, forse vale la pena trasgredire a qualche piccola regola ogni tanto” Anderson sorrise alla sua bellissima accompagnatrice. Beth contraccambiò il sorriso, affermando: “Non dirmi che sei uno di quegli agenti noiosi, sempre ligi al dovere, che non hanno mai trasgredito alle regole una sola volta nella loro vita…”.
“Quindi tu pensi che io sia noioso?” chiese Anderson, fingendo di essere offeso.
“No, non lo penso. Non lo penso affatto, Christopher…”

 

“Ci siamo frequentati per più di due anni. E in tutto questo tempo non ho mai sospettato una sola volta di chi fosse in realtà. Come ho potuto essere così ingenuo?” disse Anderson, rimproverando se stesso. Nell’ultimo anno, cioè da quando Beth si era rivelata per ciò che era davvero, una doppiogiochista e una traditrice, non era passato un solo giorno in cui Christopher non avesse posto a se stesso questa domanda.02x13_12
E farlo a voce alta, di fronte a Sydney, rendeva tutto reale e doloroso, come il primo giorno.
“Non puoi continuare a rimproverare te stesso in questo modo – disse Sydney cercando di consolare il collega – Beth Luciani è un’abile manipolatrice, una persona senza scrupoli. Non sei certo l’unico che ha creduto che fosse una persona leale al proprio lavoro e al proprio paese, una patriota”.
“Io sono l’uomo che in quegli anni le è stato più vicino. Non potrò mai perdonarmi per non averlo capito prima, per essere stato così cieco”

 

CASA DI ANDERSON
2 Anni e mezzo Prima

“Ed ecco qua la spesa – disse Beth entrando in casa del suo compagno – Sei pronto per una cenetta con i fiocchi?”.
Anderson la baciò dolcemente sulle labbra: “Lo sai, sono sempre pronto per una delle tue meravigliose cenette. Lascia che ti aiuti” Christopher prese i sacchetti della spesa, appoggiandoli sul tavolo di cucina.
“In fondo non sono così brava. E poi tu sei di parte – disse sorridendo Beth – Per te qualunque cosa faccia è perfetta”.
“E’ perché tu sei perfetta – rispose Anderson guardando negli occhi Beth – O almeno sei la donna perfetta per me, quella che ho sempre desiderato di avere accanto per il resto della vita. Lo so che probabilmente avrei dovuto cercare un momento più romantico, ma non ce la faccio ad aspettare ancora” così dicendo l’uomo tirò fuori dalla tasca della giacca una piccola scatolina rilegata in velluto blu e si inginocchiò ai piedi della propria compagna.
“Beth Luciani, vuoi essere mia moglie?”.

 

“Tu e Beth stavate per sposarvi?” chiese Sydney sempre più sorpresa e sconvolta da ciò che Anderson le stava raccontando.
“Sì – le rispose l’uomo – Per fortuna non siamo mai arrivati all’altare. Gli agenti dell’A.P.O. hanno scoperto appena in tempo la sua copertura, e lei si è dovuta rivelare per ciò che è in realtà.”.
“Mi dispiace davvero molto per tutto quello che hai dovuto sopportare. Posso solo immaginare quanto hai sofferto. E capisco perché non hai mai voluto parlarmi del tuo passato”. Sydney cercava di consolare l’amico.
02x13_13“La cosa peggiore è che lei diceva di amarmi – disse Christopher in tono sconsolato – e io non l’ho mai messo in dubbio. In realtà era tutta una finzione. Lei stava solo recitando un ruolo, svolgendo il suo compito. Non era affatto interessata a me, ma solo alle informazioni che io potevo darle. E ho pagato a caro prezzo questa mia leggerezza, molto più di quanto tu possa immaginare”.
“Cosa vuoi dire Christopher?” chiese a quel punto Sydney. Anderson si portò una mano sulla faccia. Ripensare al passato lo faceva stare ancora troppo male.
“Quando il doppiogioco di Beth è stato scoperto, il C.S.N. ha pensato che avessi collaborato con lei, che anche io fossi un traditore. Sono stato incarcerato e processato. Per fortuna la verità è uscita fuori. Ma niente potrà mai ripagarmi di tutto il dolore e l’umiliazione che sono stato costretto a subire a causa di quella donna.”
Sydney lo guardava con aria dispiaciuta, senza sapere cosa dire. Solo adesso riusciva a capire i silenzi di Anderson, la sua reticenza a parlare del suo lavoro al C.S.N., il dolore che sembrava celarsi dietro il suo sguardo.
Christopher riprese a parlare: “Una volta scagionato da tutte la accuse decisi di non lavorare più per il C.S.N.. Mi sentivo tradito dalla mia stessa agenzia. E poi quel lavoro aveva troppi ricordi dolorosi per me. Avevo chiuso con quel mondo, o almeno così pensavo al momento”.

 

“Non so perché mi abbia portato qui, signora Keller” disse Anderson stupito dal posto in cui si trovava: un’agenzia nascosta all’interno di una chiesa sconsacrata. Nel suo lavoro di cose bizzarre ne aveva viste tante, ma questa le superava tutte di molte lunghezze.
“Sa bene che con lo spionaggio ho chiuso. Mi sembra di essere stato chiaro. Non intendo più lavorare per il C.S.N., né tanto meno per la C.I.A.. Non cambierò idea.”
“Perché prima non ascolta cosa ho da dirle? – chiese in tono gentile Marie Keller – Per quel che conosco di lei e della sua storia, non potrà dire di no alla proposta che sto per farle”

 

“Una volta lasciato il C.S.N., sei stato contattato per entrare a far parte del Tempio” disse Sydney.
“Esattamente – rispose l’uomo – E qui mi sono di nuovo trovato a scontrarmi con le azioni riprovevoli della Luciani. Come vedi il lavoro che abbiamo svolto qui al Tempio in questi mesi non era importante solo per te, ma anche per me. Volevo fermare Beth Luciani a tutti i costi. Anche per me la nostra missione ha sempre avuto una motivazione personale”.
“Riusciremo a fermarla, Christopher, te lo prometto. Non permetteremo a quella donna di fare altro male” disse Sydney. Anderson guardò la collega cercando di sorridere: “Le assomigli davvero tanto. Mi ricordi tantissimo Beth. O almeno l’idea che io avevo di lei, una donna leale, idealista e coraggiosa. Forse è anche per questo che mi sono avvicinato così tanto a te, e mi dispiace se ti ho fatto delle pressioni in passato”.02x13_14
“Non mi devi nessuna scusa, Chris – lo incalzò la donna – Se in questa stanza c’è qualcuno che deve all’altro delle scuse, beh, quella sono io. So di avere fatto molto affidamento su di te nei mesi passati, e forse così facendo ti ho illuso”.
Anderson la interruppe: “Sono adulto e vaccinato, Syd. Ho sempre saputo come stavano le cose. Ho sempre saputo che, nonostante il momento difficile, il tuo amore per tuo marito è sempre stato tanto forte da non lasciare spazio per nessun altro uomo nella tua vita. Sydney, io voglio che tu sia felice, davvero. E non potrai mai esserlo lontana da Michael”.
Sydney sorrise al collega e lo strinse a sé in un abbraccio. Finalmente avevano parlato senza più maschere, senza più segreti. E questo aveva dissolto tra loro ogni fraintendimento o incomprensione.

 

LABORATORIO DI MARSHALL
“Marshall Flinkman, hai di nuovo superato te stesso” gongolò Marshall, sollevando due stampate e sovrapponendole. “Caro il mio Rambaldi, sarai anche stato un genio, ma nessuno ha creato un codice che superi il metodo Flinkman – continuò, tracciando una serie di linee sui fogli – Sembra proprio una bella formula chimica, vediamo a cosa serve”
“Hai fatto progressi?”. La voce di Sydney, carica di aspettative, fece sobbalzare il tecnico.
“Oh, ciao, Syd. Stavo proprio per venire a chiamarti. Ho appena trovato la chiave per accedere al vero contenuto di questi documenti”. Afferrò altri due fogli e li sovrappose.
“Vedi queste lettere? Se metti due fogli consecutivi uno sopra l’altro, sono le uniche a non essere sovrapposte. Semplice, ma geniale: può battere ogni programma di decrittazione, ma non me”.
“Lo hai già decifrato?” chiese Sydney, impaziente.
02x13_15“Non del tutto, Syd, ma… – Marshall afferrò un pennarello e iniziò a scrivere sulla sua lavagna – Sai che le molecole dei composti viventi sono levogire, no?”
Sydney scosse la testa.
“Beh, allora mettiamola così. Questa formula, qualunque essa sia, è quella dell’ immagine speculare del liquido di Rambaldi, ti ricordi no,quello della grossa palla rossa che avete fatto saltare in aria in Russia” spiegò Marshall.
“La sua immagine speculare dici? Che cosa vuol dire?” domandò Sydney, incuriosita.
“E’ tutta teoria, per ora – chiarì Marshall – Questo composto sembra essere, diciamo così, instabile. In parole povere, io non me lo inietterei nemmeno se stessi per morire, anzi forse sì, se stessi per morire sì, tanto non rischierei molto, anche se potrei mutare in un super-zombie, il che sarebbe spiacevole…” continuò Marshall, fermandosi per tirare il fiato.
“E se fosse una persona sotto l’effetto del liquido di Rambaldi a iniettarsi questo siero, cosa succederebbe?” Il volto di Sydney era carico di speranza.
“In teoria dovrebbe crearsi un racemo, cioè, gli effetti dovrebbero annullarsi a vicenda. Potrebbe essere un antidoto, una sorta di cura. Credo che Rambaldi potesse avere immaginato dei possibili effetti negativi del suo siero”.02x13_16
“Una cura – mormorò Sydney – Ma certo, ecco perché questi documenti erano così importanti. Grazie Marshall, sei unico” concluse, baciando il piccolo tecnico sulla guancia.
Marshall arrossì fino alla punta dei capelli: “Ehm, meno male che Carrie non è qui – scherzò – Comunque Syd non dovresti illuderti, la teoria è una cosa, la pratica è un’altra”
“Mi fido di te” rispose Sydney, uscendo dal laboratorio. La possibilità di una cura aveva accesso una speranza in fondo al suo animo.
Ora so che sei viva, Isabelle, sussurrò. E ti guarirò. Tornerai a essere come prima.

 

UFFICIO DI MARIE KELLER
Quando aveva ricevuto una telefonata da Marie Keller, che le chiedeva un incontro al Tempio, Renée Rienne non aveva creduto alle sue orecchie. Che cosa poteva volere una come la Keller da lei, che era ricercata dalle agenzie di mezzo mondo? Proprio la curiosità di scoprire di cosa si trattava l’aveva spinta ad accettare di incontrare la donna.
“La ringrazio di avermi concesso questo incontro in così breve tempo – cominciò Marie Keller – Ieri una delle nostre agenti, Rachel Gibson, è rimasta ferita durante un conflitto a fuoco. Per fortuna, indossava un giubbotto antiproiettile, quindi le ferite sono marginali. Si riprenderà presto…”
“Sono contenta per il vostro agente – la interruppe Renée, in tono ironico – ma non capisco cosa c’entri tutto questo con me”.
“Ora arriviamo al motivo che ci ha portate qui, oggi – rispose la Keller – E’ vero, la nostra agente non è grave, ma per il momento ha bisogno di riposo, quindi non sarà operativa per un certo periodo. Ed è per questo motivo che il Tempio ha bisogno di lei. E’ da qualche tempo che la teniamo sotto controllo, e crediamo che un agente come lei potrebbe dare un aiuto prezioso al Tempio”.
“Non ho alcuna intenzione di lavorare per il governo americano!” rispose decisa la francese.
02x13_17“Il Tempio non è il governo – le spiegò Marie – Ma un’organizzazione nata per vigilare sull’operato degli agenti della C.I.A., del C.S.N. e delle altre agenzie governative. Noi agiamo in maniera autonoma e indipendente”.
“Non metto in dubbio che il vostro fine sia più che onorevole – affermò decisa Renée – Nonostante questo non ho alcuna intenzione di lavorare per voi. Non sono il tipo che lavora in gruppo. Mi definirei più una solitaria”.
“Sapevo che avrebbe opposto resistenza. Lasci che le spieghi meglio. Prima di tutto non lavorerebbe ufficialmente per l’agenzia, ma collaborerebbe da esterna per le task force più delicate. In poche parole sarebbe una freelance. Inoltre se accetta sarà ricompensata”
“Di cosa sta parlando?” chiese la Rienne, finalmente interessata alla discussione.
“Di ciò che conta di più per lei in questo momento… – rispose la Keller – Sto parlando della sua libertà. In cambio della sua collaborazione avrà l’immunità completa. Sarà nuovamente una donna libera.”.
“Ma se il Tempio non fa parte della C.I.A. o di altre organizzazioni governative, come può promettermi una cosa simile?” chiese sempre più curiosa la francese.02x13_18
“Non posso dirle molto al riguardo” Marie Keller la guardò in modo serio.
“Le basti sapere che le persone che finanziano il Tempio hanno il potere di concederle l’immunità che tanto desidera. Se fossi in lei non rifiuterei. Una proposta del genere potrebbe non ripresentarsi mai più.”
Renée ripensò a tutti i mesi passati in quello squallido motel, nascosta per non essere arrestata come la più pericolosa delle criminali. Se c’era un modo per riavere la sua libertà non avrebbe esitato a coglierlo al volo. Sul volto di Renée comparve un sorriso compiaciuto: “Affare fatto!”

 

CAMP HARRIS
Lo spettacolo della terra di nessuno pattugliata da jeep e militari armati fino ai denti avrebbe dissuaso anche il ladro più spericolato. Le torrette, le mura elettrificate e il filo spinato completavano la vista, facendo sembrare il campo della Delta Force una via di mezzo fra una prigione e una banca.
In realtà era un posto molto più importante di tutte le prigioni o le banche degli Stati Uniti. Era il grande server dei servizi segreti, il luogo dove passavano le chiamate più riservate, i segreti a cui neppure il Congresso o il Presidente potevano avere accesso senza un’autorizzazione. Nessuno era mai riuscito a rubare uno dei molti segreti di Camp Harris. Non che non ci avessero provato, ma si contavano più di venti intrusi imprigionati nelle celle (e praticamente morti, per quello che riguardava le loro interazioni con il resto del mondo) e una trentina di ladri di segreti uccisi dagli uomini della Delta Force. Nessuno tranne alcuni direttori di agenzia ne sapeva nulla. Anche quello era uno dei molti segreti di Camp Harris.
Dixon e Weiss, seduti ai loro posti nel C-130 che stava per atterrare nel vicino aeroporto militare, sudavano freddo sotto le loro divise da elettricisti. Vaughn, che fingeva di essere il capo della loro squadra, continuava a tormentare la sua carta d’accesso. Un falso perfetto: del resto Kendall aveva dato a Dixon e Weiss tutte le informazioni necessarie per accedere agli account della difesa e aggiungere una falsa squadra composta da lui, Weiss e Dixon agli elenchi delle società elettriche autorizzate.
Vaughn si era aggiunto a Dixon e Weiss senza tornare alla C.I.A.: non c’era motivo di rischiare di essere trattenuto da Malone per alcune domande su Sydney e il Tempio. Tutto si sarebbe chiarito in quella missione altamente illegale: o riuscivano a incastrare Malone con i tabulati del suo cellulare, o sarebbero finiti tutti in prigione, e nessuno avrebbe potuto fermarlo.
“Stiamo scendendo. Tenetevi pronti” annunciò il pilota. Gli altri passeggeri, tutti militari, iniziarono a prepararsi all’atterraggio, allacciandosi le cinture. Alcuni lanciarono degli sguardi carichi di curiosità ai tre finti elettricisti.
L’aereo atterrò rapidamente: il pilota non si curava degli scossoni che avrebbero infastidito dei passeggeri civili. Vaughn chiuse gli occhi e mormorò una preghiera silenziosa. Da quel momento erano nella tana del lupo: un minimo errore, e sarebbero spariti dalla faccia della terra.
“Alzate le braccia” li accolse un sergente una volta scesi dall’aereo, scrutando i loro tesserini e controllandoli con un metal detector. Un soldato semplice verificava le loro identità su un computer. “I dati corrispondono, signore” annunciò.
“Aprite le vostre borse” ordinò il sergente. Dixon, Vaughn e Weiss svuotarono il contenuto dei loro borsoni. Il sergente e il soldato semplice ispezionarono il materiale a terra pezzo a pezzo.
“A che vi serve?” chiese il sergente, osservando un nastro di scotch grigio come se fosse una granata.
“Per legare i fili. E’ un isolante” rispose Vaughn. Dixon e Weiss annuirono: avevano stabilito di fingersi non troppo svegli, per destare meno sospetti. Il sergente sollevò una lancia termica: “E questa?”
02x13_19“Per i lavori pesanti” commentò Weiss.
“Le gomme da masticare sono mie – aggiunse Dixon – E gli altri attrezzi sono tutti a norma”
“Potete entrare, vi accompagnerò io – annunciò il sergente – Se proverete a muovere un passo in un’area non autorizzata verrete arrestati. Perdetevi e verrete arrestati. Seguite esattamente le mie istruzioni, altrimenti-“
“Verremo arrestati. Ho capito, ho capito, non sono scemo sai?” rispose Vaughn, cercando di dare l’impressione di essere annoiato dalla sicurezza e indifferente alla presenza del sergente. I quattro si avviarono verso il complesso principale, superando diversi checkpoint prima di arrivare al cancello dell’edificio che ospitava i server.
“Puoi lasciarci qui, capo. La revisione dell’impianto la facciamo anche da soli” proclamò Vaughn.
“Voi tre non farete un passo senza di me” rispose il sergente. Dixon e Weiss sbuffarono, fingendo insofferenza.
“Certo che se lo avessi saputo non avrei mai accettato questo lavoro, soldi o non soldi” commentò Weiss. Il sergente lo squadrò, infastidito. Alle sue spalle, Dixon e Vaughn si scambiarono un cenno di intesa.
I quattro scesero nei sotterranei dell’ edificio: era l’unica area priva di personale, a parte le guardie a tutti gli ingressi.
“Direi di cominciare dagli ascensori, che ne dite?” suggerì Vaughn, apparentemente in tono casuale. Dixon e Weiss si scambiarono un’occhiata stupita prima di acconsentire.
“Dobbiamo aprire la scatola di giunzione e fare dei controlli, quindi dì a tutti di non usare gli ascensori per un po’, ok?” aggiunse Vaughn.
Il sergente afferrò la sua radio e premette un tasto: “Sono Stammel. Avverti tutti di non usare gli ascensori finché gli elettricisti non hanno finito.”
Vaughn annuì, soddisfatto, mentre Weiss e Dixon aprivano la scatola di giunzione.
“Dove li blocchiamo gli ascensori?” chiese Dixon.
“Ma è ovvio, qui nei sotterranei, no? Che razza di domande fai? – rispose Vaughn, alzando gli occhi al cielo – Mi perdoni, capo, ma erano gli unici disposti a venire. Sono un po’ fessi, ma gran lavoratori” sussurrò al sergente.
Vaughn pigiò i tasti della scatola di giunzione: i tre ascensori dell’edificio iniziarono a scendere. Dopo alcuni secondi uno si bloccò al terzo piano.02x13_20
“Dannazione” imprecò Vaughn, armeggiando con i tasti. “Che cavolo hai fatto, Simmons? – aggiunse, rivolgendosi a Weiss – Perché hai staccato questo filo?”
Weiss rimase a bocca aperta, fingendo stupore: “Non dovevo accorciare quel contatto?”
“No, idiota, adesso hai bloccato un ascensore al terzo!” rispose Vaughn.
“Ragazzi, ragazzi, calmatevi. Basta andare al terzo e potremo sbloccarlo.” intervenne Dixon.
Il sergente squadrò i membri della squadra con sospetto: “Perché dovete andare al terzo piano?” domandò, appoggiando la mano sulla fondina della sua pistola.
“Perché questo fesso ha bloccato un ascensore. Ora devo farlo ripartire manualmente da lì, se per te non è un problema” rispose Vaughn.
“E’ un enorme problema. Nessun civile è autorizzato a entrare al terzo piano” sbottò il sergente.
“Beh capo, se volete che rimetta a posto quell’ascensore dovete proprio farmi salire” argomentò Vaughn, grattandosi la testa. Weiss e Dixon si scambiarono un rapido sguardo: la loro recita stava funzionando alla perfezione. Il sergente esitò per un attimo prima di afferrare di nuovo la sua radio.
“Uno degli elettricisti ha bloccato un ascensore al terzo piano. Richiedo un accesso per un civile.” annunciò. La risposta arrivò subito: “Accesso consentito – gracchiò la radio – Informalo dei rischi legali che corre se fa una mossa falsa”.
“Sali le scale fino al terzo piano. Verrai perquisito all’entrata e all’uscita dal piano. Se ti viene trovato addosso qualcosa verrai accusato di alto tradimento – ordinò il sergente a Vaughn – Io rimarrò qui con i tuoi colleghi”
Vaughn annuì: “Mi servono gli strumenti – esclamò, afferrando una delle borse – Quell’ascensore sarà qui in meno di venti minuti”.
Vaughn salì rapidamente le scale fino al terzo piano: la prima parte della missione era riuscita. Ora veniva il bello: doveva aprire il server della C.I.A. senza che nessuno se ne accorgesse, trovare la scheda contenente i tabulati del cellulare di Malone, rubarla senza farsi notare e uscire dal piano senza farsela trovare addosso. In teoria, un’impresa impossibile dopo l’altra.
La perquisizione all’entrata fu molto approfondita: i militari ispezionarono ogni piega dei vestiti di Vaughn e ogni angolo dei suoi attrezzi prima di lasciarlo passare. Arrivato all’ascensore guasto, Vaughn aprì le porte manualmente.
“Ora mi chiudo dentro, non vorrei che qualcuno mi scivolasse addosso” annunciò ai due soldati che lo avevano accompagnato fino a lì.
“La tromba dell’ascensore è piena di telecamere. Fai una mossa falsa lì dentro e finirai i tuoi giorni in una prigione federale” lo ammonì uno dei soldati.
“Non ti preoccupare, capo” lo rassicurò Vaughn, chiudendosi nel vano dell’ascensore. Rimasto solo, l’agente della C.I.A. finse di accendersi una sigaretta: in realtà l’accendino emetteva impulsi che mandarono in tilt le telecamere attorno a lui.
Nel sotterraneo Weiss e Dixon continuavano ad armeggiare con la scatola di giunzione. Il sergente li interruppe all’improvviso: li teneva sotto tiro: “In alto le mani” ordinò.
“Che?” rispose Dixon, fingendo di non avere capito l’ordine.
02x13_21“Mani in alto!” ripeté il sergente.
“Senti, che accidenti è successo?” si lamentò Weiss, fingendosi spaventato e a disagio.
“Perché avete disattivato le telecamere nella tromba dell’ascensore?” chiese il sergente, senza abbassare l’arma.
“Stiamo verificando gli impianti o no? – chiese Dixon – Capita che qualche sistema si blocchi, dovete solo avere pazienza” spiegò.
Il sergente non sembrava completamente convinto, ma abbassò la sua arma: “Spero per voi che sia solo un piccolo guasto reversibile e che non abbiate nulla da nascondermi, perché se mi state mentendo non aspetterò un giudice: vi farò fuori qui e subito” li minacciò.
Al terzo piano Vaughn era appena riuscito ad aprire un buco nella tromba dell’ascensore con la lancia termica. Al di là della parete lo attendevano i tabulati dei cellulari criptati della C.I.A.. Senza perdere tempo Vaughn infilò una pinza nel buco, muovendola lentamente tra le schede dei tabulati. Un movimento troppo brusco e avrebbe fatto partire l’allarme.
Muovendo lentamente la pinza Vaughn agganciò la scheda numero quarantasette. Kendall aveva detto a Dixon e Weiss che proprio quella la scheda conteneva i dati del cellulare di Malone. Ora tutto ciò che doveva fare era estrarla abbastanza delicatamente da non fare scattare l’allarme. Vaughn iniziò a spostarla la scheda, millimetro dopo millimetro. La sua fronte stava sudando, i suoi nervi erano tesissimi. Questa era la fase più difficile della missione.02x13_22
Quando stava per completare l’estrazione, la pinza si incastrò nel foro. Vaughn cominciò a sudare come se fosse in un forno. Calmati, sussurrò a sé stesso. Vaughn appoggiò debitamente la pinza sul bordo inferiore del foro e afferrò la scheda con le mani. Kendall aveva detto che per non fare scattare l’allarme Vaughn doveva sostituire la scheda con qualcosa dello stesso peso.
Vaughn afferrò il nastro adesivo e avvolse un foglio di carta con tre stati di nastro. Il peso doveva essere più o meno quello della scheda. Con un movimento rapidissimo Vaughn scambiò la scheda con il foglio ricoperto di nastro adesivo. L’allarme non suonò. Vaughn si concesse un sospiro di sollievo.
“Hai finito lì dentro?” gli chiesero gli uomini che lo stavano sorvegliando al di là della porta chiusa. “Ancora due minuti e dovrebbe funzionare” rispose Vaughn, armeggiando con il nastro adesivo. “Finito – annunciò poco dopo, aprendo la porta – Bene gente, è stato bello ma devo tornare di sotto” annunciò.
I soldati lo fermarono: “Che mi venga un colpo, mi dovete perquisire di nuovo?” chiese Vaughn, fingendo di esserne dimenticato. I soldati si limitarono a perquisirlo meticolosamente come quando era entrato. “E’ pulito” annunciò uno dei due soldati all’altro.
“Bene, che vi avevo detto? Statemi bene, gente” li salutò Vaughn, mettendosi le mani nelle tasche.
L’ascensore iniziò a scendere. Arrivò al piano sotterraneo mente Vaughn attraversava i checkpoint del primo piano.
“Visto? – disse Dixon – Niente di cui preoccuparsi”. Il sergente annuì, non del tutto soddisfatto, ma convinto abbastanza da lasciare Weiss e Dixon in pace. Vaughn arrivò nel sotterraneo pochi secondi dopo.
“Dovremmo salire e controllare il vano degli ascensori sul tetto – annunciò – Poi potremo scendere e fare ripartire il sistema.”
Il sergente annuì di nuovo. Pochi minuti dopo Vaughn, Dixon e Weiss aprivano il vano dell’ascensore sul tetto. Vaughn finse un colpo di tosse e si chinò sul contrappeso, recuperando la scheda che aveva attaccato con il nastro adesivo prima di spedire l’ascensore nel sotterraneo. Il contrappeso era salito fino al vano nel tetto: era l’unico modo per fare uscire qualcosa dal terzo piano. “Abbiamo finito, direi che possiamo tornare di sotto” annunciò.
“Voi non vi muovete da qui” annunciò il sergente, puntando la sua arma alla testa di Weiss. “Abbiamo fatto ripartire il sistema e le telecamere. C’è un bel buco al terzo piano che dovreste spiegarci.”
Vaughn si lanciò sul sergente, strappandogli l’arma di mano e spedendolo a terra in un unico movimento fluido.
“Piano B! Andiamocene!” urlò, premendo il quadrante del suo orologio. Dixon e Weiss si misero a correre e saltarono sul tetto dell’edificio vicino: era un eliporto sorvegliato da ben quattro guardie armate. Altri soldati stavano salendo sul tetto dell’edificio principale: Vaughn saltò, seguendo Dixon e Weiss. I tre si trovarono circondati dalle guardie dell’eliporto.
“Non muovetevi!” gli intimò una delle guardie. Dixon, Weiss e Vaughn si sdraiarono a terra, le mani dietro la nuca.
“Li abbiamo presi, non se ne vanno” annunciò una delle guardie ai soldati sul tetto dell’edificio principale.
Proprio in quel momento un elicottero del D.R.S. fece la sua entrata in scena. Gli uomini di Kendall a bordo, richiamati dal segnale inviato dall’orologio di Vaughn, bersagliarono le guardie e i soldati di proiettili soporiferi. Le guardie di Camp Harris risposero al fuoco, ma i proiettili soporiferi li bloccarono rapidamente. Vaughn, Dixon e Weiss salirono a bordo dell’elicottero.
02x13_23“Andiamocene subito!” ordinò Vaughn.
“Hanno colpito il serbatoio. Siamo troppo pesanti, ci schianteremo!” rispose il pilota. Weiss si morse le labbra e si lanciò fuori dall’elicottero, atterrando sull’eliporto.
“No! – gridò Vaughn, scioccato – Che diavolo fai, Weiss?”
“Ti sto dando una via d’uscita, Mike!” rispose Weiss, mettendo la faccia a terra e le mani dietro la nuca.
L’elicottero del D.R.S. iniziò a salire. Le guardie di Camp Harris che erano rimaste in piedi trascinarono Weiss all’interno dell’edificio.
“Ce la farà. Lo faremo liberare da Kendall, quando uscirà di prigione” lo rassicurò Dixon. Vaughn annuì, ma non riuscì a cancellare lo sguardo preoccupato dal suo volto.

 

IL TEMPIO
Renée aveva appena finito la sua conversazione con Marie Keller, e stava dirigendosi verso l’uscita, accompagnata dalla segretaria della donna.
“Le indico io l’uscita, Theresa, non si preoccupi. Torni pure al suo lavoro”.
Renée si voltò per scoprire chi aveva pronunciato quelle parole. Davanti a lei si trovava Christopher Anderson, che la guardava in modo interrogativo.02x13_24
Mentre Theresa si stava allontanando, Renée prese la parola: “A cosa devo tanta galanteria?”.
“Pura curiosità – rispose Anderson – Non abbiamo mai avuto modo di parlarci, anche se immagino che lei sappia diverse cose di noi, visto che tempo fa ha pedinato Sydney, e ha cercato informazioni su di me e sul Tempio. E poi c’è stato quell’incontro, o dovrei dire scontro, a Venezia”.
“Signor Anderson, non vorrà portarmi rancore per queste storielle senza valore – disse Renée in tono ironico – Stavo solo aiutando mio fratello. Senza contare che da oggi siamo nella stessa squadra. Non so se è a corrente che la Keller ha richiesto il mio supporto a questa agenzia come freelance”
“Sì, l’ho saputo – la interruppe Anderson – E in effetti non capisco come mai al Tempio cerchino la collaborazione di ex criminali.”
“O di ex fidanzati di criminali, non è vero Anderson?” Renée aveva sempre la risposta pronta.
In fondo, rifletté Christopher, potrebbe essere pure divertente collaborare con una donna del genere.
“Sono certa che faremo grandi cose assieme” concluse la francese, in tono ammiccante, prima di uscire dal Tempio.

 

UFFICIO DI PATRICK MALONE
“Direttore Malone? C’è Jennings da Camp Harris, sulla linea due. Glielo passo subito?” chiese la segretaria nell’anticamera. Malone aggrottò la fronte. Non era mai stato contattato da Camp Harris: doveva trattarsi di pessime notizie.
“Non perda tempo” rispose. Se erano brutte notizie, era meglio saperle subito, per preparare le dovute contromosse.
“Abbiamo avuto un’intrusione, signore” annunciò la voce nasale di Jennings al telefono.
“Tre uomini. Erano accreditati come elettricisti. Sono arrivati al terzo piano e hanno trafugato la scheda dei tabulati del suo cellulare”
02x13_25Malone si irrigidì per lo shock: “La avete recuperata?” chiese, cercando di mantenere la calma.
“Purtroppo no, signore, sono stati recuperati da un elicottero. Abbiamo catturato uno degli intrusi e stiamo setacciando tutti gli eliporti in un raggio di cento chilometri. Li prenderemo.”
Malone terminò immediatamente la telefonata.
“Jack” mormorò. Il furto dei tabulati era sicuramente opera di Jack Bristow o dei suoi alleati, forse persino un colpo di coda di Kendall. Quella scheda avrebbe potuto distruggere la sua carriera, se qualcuno in grado di decifrarla avesse collegato i tabulati ai luoghi in cui era stata segnalata Beth.
Malone si massaggiò le tempie: era meglio agire come se quella scheda fosse già nelle mani dei suoi nemici. Da bravo giocatore di scacchi Malone sapeva quando abbandonare una partita prima dello scacco matto. Malone riprese in mano il suo cellulare: ora che era sul punto di essere scoperto, non doveva più occuparsi della segretezza.

 

Beth Luciani odiava i bagni dei motel. Sapeva apprezzare la riservatezza dei proprietari degli alberghi di infima qualità della provincia americana, ma non riusciva a sopportare la mancanza di igiene e comfort. Nel suo mondo ideale ogni persona che avesse permesso al suo bagno di ridursi come quello in cui si trovava in quel momento sarebbe stata linciata. Lo squillo del cellulare fu un gradito richiamo alla parte meno squallida del suo lavoro.02x13_26
“Non sono riuscita a portare la Prescelta al punto di incontro” si giustificò con Malone.
“Non importa, ne sono già venuto a conoscenza. Kendall mi sta ostacolando, richiuderlo in cella non è servito a niente. Bisogna occuparsi della rimozione dei rami secchi” rispose il direttore della C.I.A..
Beth trasalì, stupita: “Posso sapere perché ora? Il mio contatto con l’organizzazione di Irina Derevko potrebbe ancora esserci utile”.
“Sto mettendo in atto il mio piano di fuga, Beth. Da ora in poi gestiremo le cose di persona, niente intermediari” spiegò Malone.
“Capisco, ma è proprio necessario ucciderlo? La Derevko non apprezzerà” si difese Beth.
“Stai contestando il mio piano, Luciani?” chiese Malone, irritato.
Beth si irrigidì, come se avesse ricevuto uno schiaffo in faccia: “No, signor Malone” rispose in tono freddo e professionale.
“Benissimo. Avverti Rogers e il suo gruppo che il Protocollo Secondario è entrato in azione. Voglio fuoco e fiamme” concluse Malone.
Patrick Malone iniziò a ripulire il suo ufficio di ogni oggetto compromettente. Mise il cellulare, il portatile e la memoria esterna in una borsa scura e si occupò di disattivare e ridurre in mille pezzi tutte le cimici e le micro telecamere installate illegalmente. L’ultimo passo era abbandonare l’edificio e possibilmente gli Stati Uniti entro venti ore.
“Miss Charmain, sto andando all’aeroporto. Mi faccia trovare un biglietto per Jakarta, devo assistere a una conferenza con il capo della sicurezza indonesiana. Niente scorta, me la farò assegnare dal Dipartimento della Difesa” ordinò alla sua segretaria.
Invece di andare all’aeroporto di Los Angeles e poi a Jakarta, Malone avrebbe preso un volo per Pechino da San Diego, con un’identità falsa. In Cina conosceva almeno dieci uomini in grado di portarlo fino al covo della Derevko in Russia. Lasciare una falsa traccia avrebbe confuso chi avrebbe cercato di rintracciarlo. Mentre passava per l’ultima volta attraverso i corridoi della sede di Los Angeles della C.I.A., Malone maledì mentalmente gli idioti di Camp Harris.

 

CASA SICURA DEL D.R.S.
Vaughn passeggiava davanti al camino in un tentativo inutile di placare la sua ansia. Dixon sedeva su una poltrona e leggeva una stampata dei tabulati tratti dalla scheda che avevano trafugato. “Non riesco a credere che abbiamo lasciato Weiss a marcire in quel lager” sbottò Vaughn.
02x13_27“Weiss si è sacrificato per darci modo di completare la missione. Fa male, lo so, ma fa parte del nostro lavoro, Michael – rispose Dixon – Ora tutto ciò che possiamo fare è trovare una prova degli affari sporchi di Malone. Se riusciamo a liberare Kendall, sarà lui a tirare fuori Weiss da Camp Harris”.
“E se non ci fosse nessuna prova? – chiese Vaughn – Se Weiss si fosse sacrificato inutilmente? Non so se a te è mai successo, Marcus, ma io non potrei mai perdonarmi di avere abbandonato un amico.”
Dixon annuì: “Anni fa, a Granada, ho dovuto lasciare il mio partner alle cure di un dottore locale. E’ sopravvissuto, ma se non ce la avesse fatta mi sarei sentito colpevole.”
“Sai cosa penso? Forse avrei fatto meglio a rimanere un insegnante di francese” rispose Vaughn.
Un uomo del D.R.S. fece irruzione in quel momento: “Abbiamo contattato il direttore dell’N.S.A. Morgan. Ha accettato di visionare le nostre prove: anni fa Malone lo ha ricattato, e vuole rendergli il favore. Avete trovato qualcosa?”
“Nulla di significativo. Dovreste fare dei controlli incrociati fra le coordinate di chi ha ricevuto queste telefonate e le segnalazioni di sospetti terroristi” rispose Dixon. L’uomo del D.R.S. annuì.
“Quanto tempo ci vorrà?” chiese Vaughn.
“Sei, forse sette ore – rispose l’agente del D.R.S. – Se tutto va bene Kendall verrà scarcerato non appena Morgan riceverà le prove della colpevolezza di Malone”.
Vaughn e Dixon si scambiarono un’occhiata preoccupata. Sette ore a Camp Harris potevano essere abbastanza per torturare un uomo oltre ogni soglia del dolore immaginabile.

 

MOTEL SCONOSCIUTO
Nel corso della sua carriera Beth Luciani aveva ucciso molte persone. Alcune per coprirsi le spalle, altre per incastrare dei nemici, o per eliminare delle pericolose derive di informazioni segrete. Altre per motivi meno pragmatici, come quando a diciassette anni aveva fatto saltare in aria la casa dei suoi genitori, uccidendo Arthur Luciani, stimato ambasciatore americano in Grecia, e sua moglie, la matrigna di Beth.
Uccidere suo padre e la sua matrigna era stato facile: non meritavano di vivere per come avevano programmato la sua vita con il Progetto Natale, condannandola a diventare uno strumento del Magnifico Ordine di Rambaldi, di cui erano affiliati. Tutti avevano sospettato un attentato degli estremisti islamici. Beth aveva iniziato la sua carriera nei servizi segreti, e il fatto di essere considerata un’orfana del terrorismo la aveva aiutata nella sua carriera di esperta di Rambaldi all’interno del D.R.S..
Uccidere Johnny Sorrentano non sarebbe stato diverso. Si trattava solo di un ostacolo ai suoi piani e a quelli di Malone. Un “bersaglio che respira” secondo la poetica definizione di suo padre. Beth strinse la pistola e provò di nuovo mentalmente la sequenza. Johnny entrava. Lei, nascosta dietro la porta, gli puntava una pistola alla testa. Premeva il grilletto. Boom. Tutto molto semplice.
Per quale dannato motivo, allora, non riusciva a immaginare il cadavere di Sorrentano? Si costrinse a ripercorrere la sequenza un’altra volta. Le fasi dell’omicidio erano tutte chiare nella sua mente, ma non riusciva ancora a vedere Sorrentano morto. Molti altri assassini avrebbero lasciato perdere, ma Beth sapeva che questa reticenza del suo subconscio la avrebbe potuta portare a esitare: sarebbe stato il più grosso errore della sua vita.
Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta. Beth inspirò lentamente e si mise in posizione. “E’ per le pizze?” domandò.02x13_29
“Sono venti dollari” rispose la voce di Sorrentano.
Beth si rilassò: era solo e nessuno lo stava seguendo. Meglio così.
“Entra pure”. La porta si aprì e Sorrentano entrò nella stanza.
Beth gli puntò rapidamente una pistola alla nuca. Prima che riuscisse a premere il grilletto, Sorrentano si era tuffato a terra: Beth aveva esitato un secondo di troppo. Riuscì comunque a sparare due colpi al braccio e alla schiena del suo partner.
“Maledetta puttana” imprecò Sorrentano, cercando di estrarre la pistola dalla sua fondina ascellare. Beth gli diede un calcio in faccia e recuperò la sua arma. “Cosa aspetti a uccidermi?” le domandò Sorrentano. Beth non rispose: si limitò a calciarlo di nuovo in volto.
“Se devi farmi fuori, fallo alla svelta, o te ne potresti pentire” la minacciò Sorrentano, sputando sangue. Beth avvicinò lentamente un dito al grilletto.
“Non ci riesci? Non farmi ridere – continuò Sorrentano – Non dirmi che in qualche modo ti sei affezionata a me” concluse.
02x13_28Beth sembrava paralizzata: osservava il sangue che sgorgava dalla schiena del suo partner come se fosse ipnotizzata. Sorrentano mugolò per il dolore: “Sei patetica. Non riesci nemmeno a portare a termine il tuo lavoro. Sai come chiamava quelle come te mio nonno? Sgualdrine da taver-“
Sorrentano non riuscì a completare la frase: Beth lo uccise con un colpo alla nuca. Ora finalmente riusciva a vedere il corpo di Sorrentano ai suoi piedi. Senza versare una lacrima, iniziò a pensare a dove seppellire il corpo del suo defunto partner. Solo un osservatore molto attento avrebbe trovato i suoi movimenti innaturalmente rigidi e meccanici.

 

PRIGIONE C.I.A.
Quando era solo, Kendall pensava sempre a sua moglie. Chi lo conosceva non avrebbe mai immaginato che il direttore del D.R.S. potesse essere un marito affezionato e fedele: tutti si aspettavano che fosse sposato con il suo lavoro e la ricerca di soluzioni ai misteri di cui si occupava il D.R.S.. In realtà, Kendall avrebbe volentieri sacrificato tutti i manufatti di Rambaldi del mondo per la sicurezza di Marie. Uno dei motivi per cui era giunto a rispettare Jack Bristow era l’affetto che Jack provava per Sydney e la sua riservatezza nell’esprimerlo. In fondo lui e Jack erano molto più simili di quanto avessero pensato.
Le voci di Vaughn e Dixon interruppero le sue riflessioni.
Ci sono riusciti, pensò Kendall. Ora finalmente poteva uscire da quella cella e occuparsi di fare in modo che fosse Malone a essere ospitato in una prigione federale. Dixon e Vaughn fecero la loro apparizione di persona pochi istanti dopo: erano accompagnati dal direttore dell’N.S.A. Morgan e da un giudice federale.
“Direttore Kendall – lo salutò il giudice – Ci scusiamo per ciò che ha dovuto passare. E’ stato reintegrato nelle sue funzioni non appena abbiamo ricevuto la conferma che Patrick Malone ha avuto contatti con l’ex agente doppiogiochista Beth Luciani”
Kendall lo ignorò: a interessarlo era l’assenza di Weiss.
“Dove è Eric Weiss?” chiese in tono autoritario.
“E’ stato catturato a Camp Harris” rispose Vaughn.02x13_30
“In una missione di recupero autorizzata dal direttore Kendall, per cui ne esigiamo l’immediato rilascio” aggiunse Dixon.
Il direttore dell’N.S.A. fece un cenno di assenso: “Ho già contatto il responsabile della base – spiegò – Ci dispiace moltissimo per non averle creduto, direttore, ma chi poteva immaginare che fosse Malone la talpa?” tentò di giustificarsi il giudice.
Kendall, Vaughn e Dixon gli lanciarono sguardi carichi di disprezzo: “Non avevate nessuna prova nemmeno sul mio conto, ma ciò non vi ha impedito di farmi arrestare” commentò Kendall.
Il giudice annuì, a disagio.
“Ciò che conta è che finalmente siamo riusciti a smascherare il vero colpevole” tagliò corto Dixon.
“A proposito, avete mandato qualcuno ad arrestare Malone, non è vero?” si informò Vaughn.
“Se ne sta occupando Jack Bristow. Stava collaborando con Kendall e gli agenti Dixon e Weiss, fingendo di appoggiare le tesi di Malone. Vaughn e Dixon lo hanno contattato poco fa – spiegò Morgan al giudice – Dovrebbe chiamarmi fra un minuto.”

 

UFFICIO DI PATRICK MALONE
Jack fece irruzione nell’ufficio vuoto dell’ex direttore e iniziò a rovistare nei cassetti, rovesciandone il contenuto sul pavimento.
02x13_31“Dove è andato?” chiese alla segretaria, che osservava la scena, sgomenta.
“Il direttore Malone mi ha detto di non informarla dei suoi spostamenti” balbettò la donna.
“Malone non è più direttore, è un ricercato – la informò Jack – Allora, dove è andato?”
“A Jakarta, per una riunione. E’ partito sei ore fa – ammise a fatica la segretaria – Ma se deve contattarlo può lasciarmi un messaggio” aggiunse, scrutando Jack con aria preoccupata.
Jack uscì dall’ufficio, scoccando un’occhiata gelida alla segretaria, e afferrò un telefono: “Morgan, Malone è fuggito. Controllate gli arrivi a Jakarta, anche se non credo lo troveremo”.
Si girò verso la segretaria: “Voglio l’accesso a ogni documento o dispositivo elettronico di Patrick Malone. Subito!” ordinò.
La donna annuì: “Senta, io non capisco cosa sia successo, ma…”
Jack le fece cenno di tacere: aveva sentito un tonfo sordo provenire dall’ingresso. Afferrò di nuovo il telefono: era muto.
“Dannazione – imprecò, estraendo la pistola – Si metta a terra, dietro a una scrivania” ordinò alla segretaria. La donna obbedì senza fiatare.
Un’esplosione riecheggiò nell’edificio. Diversi mercenari, armati fino ai denti, iniziarono un conflitto a fuoco con il personale di sicurezza della C.I.A.. Uno lanciò una bombola di gas lacrimogeno, mentre altri quattro si avviarono verso la prigione.

 

“Che sta succedendo?” chiese il giudice, terrorizzato dal rumore degli spari.
“Lei, Morgan e Kendall, entrate nella cella e lasciate fare a noi” suggerì Vaughn, impugnando la sua pistola.
Kendall scosse la testa: “Se lei e Morgan volete mettervi in salvo, potete farlo – disse al giudice – Io so ancora difendermi, signor Vaughn”.
“Allora prenda una pistola – commentò Dixon – E’ un regalo d’addio di Malone. Verranno qui per ucciderci”.02x13_33
I quattro mercenari tempestarono l’entrata della prigione di proiettili, uccidendo la guardia all’ingresso. Vaughn, Dixon e Kendall risposero al fuoco, uccidendo due degli uomini di Malone. “Sono qui dentro! Venite tutti qui!” urlò uno dei superstiti.
Vicino all’ufficio di Malone Jack aveva ingaggiato un conflitto a fuoco con tre mercenari. Gli uomini di Malone cercavano di colpirlo in tutti i modi, sprecando pallottole. Jack rispondeva con pochi colpi precisi, costringendo i tre a ripararsi dietro a delle scrivanie.
Altri mercenari sciamarono nell’edificio.
“Perché Malone sta cercando di eliminarci? – si lamentò il giudice – Ormai è fuggito”.
“Evidentemente sa che non ci daremo pace finché non lo troveremo, e ha deciso di eliminarci prima che possiamo danneggiare i suoi piani” rispose Kendall, concedendosi una pausa per ricaricare la sua arma. Vaughn e Dixon si scambiarono un’occhiata preoccupata.
02x13_32“Ha detto che stavano liberando Weiss. Lo stanno portando qui?” chiese Vaughn a Morgan.
Il direttore dell’N.S.A. annuì: “E’ accompagnato da una squadra di miei uomini. Dovrebbero allertare la Sicurezza Nazionale non appena vedranno i mercenari, ci salveranno loro”
“Speriamo che ce la facciano prima che finiamo i proiettili” commentò Vaughn, rimettendosi a sparare. Proprio in quel momento i rinforzi dell’N.S.A. e della Sicurezza Nazionale entrarono nella sede della C.I.A., abbattendo i mercenari uno a uno.
Quando la situazione si calmò, Weiss fece il suo ingresso trionfale nella prigione: aveva un occhio nero e una brutta cicatrice sotto l’orecchio sinistro, ma sembrava in buone condizioni.
“Questa è la seconda volta in un giorno che vi salvo la pelle. Devi farci l’abitudine!” li salutò.
Vaughn e Dixon corsero a stringergli la mano e dargli pacche sulla schiena.
“Piano, piano, ragazzi, sono stato appena torturato!” scherzò Weiss.
“Non lo abbiamo preso. Malone, intendo.” lo informò Vaughn.
Weiss imprecò sottovoce.
Davanti all’ufficio di Malone, Jack ringraziò gli uomini dell’N.S.A. e della Sicurezza. Scrutando i corpi dei mercenari, si accorse che uno degli uomini stringeva in mano il proprio cercapersone.
Incuriosito lo prese in mano e notò la brevissima scritta rossa che vi appariva: “Recuperare materiale sulla Derevko dall’archivio del computer di Bristow” lesse ad alta voce.
“Maledizione” imprecò. Malone era l’ultima persona che avrebbe voluto come alleato di Irina.

 

CASA DI SIDNEY BRISTOW
Sydney era intenta a preparare la cena, quando sentì suonare il campanello.
“Questo deve essere papà” disse sorridendo al figlioletto.
Si diresse verso la porta e l’aprì; la figura di Vaughn apparve confermando ciò che aveva detto a suo figlio e a se stessa.
“Vaughn! Entra pure. J.J. è quasi pronto”.
“Ciao Sydney!” poi si rivolse al figlio che stava giocando a terra con delle costruzioni.
“Ciao piccoletto, come stai? Sei pronto per una bella serata con papà?”
Poi rivolgendosi di nuovo a Sydney: “Per te va bene se te lo riporto domani verso le sette?”
“Ok. Non ci sono problemi – rispose la donna – Ho saputo della vostra missione a Camp Harris. Grazie a voi adesso il doppio gioco di Malone è stato scoperto. Siete stati imprudenti, ma davvero coraggiosi”.
La donna gli sorrise dolcemente.02x13_34
“Peccato che adesso Malone sia a piede libero, senza più nessun controllo o freno. Forse ora è ancora più pericoloso di prima..” rispose l’uomo avvilito.
“Lo fermeremo, Vaughn. Lo faremo assieme – la donna carezzò la guancia dell’ex marito e continuò – Perché non ti fermi a cena?”
02x13_35Vaughn spostò lo sguardo da lei a suo figlio.
“Potrai portare dopo J.J. a casa tua…E poi stasera ho cucinato il pollo in agrodolce, il tuo piatto preferito”.
Sydney cercò di non far trapelare troppo la sua impazienza. Non avrebbe mai ammesso a se stessa che aveva cucinato quel piatto proprio per convincere Michael a restare…
“Beh, come potrei dire di no a un piatto di pollo in agrodolce!”.
I due risero di gusto, incrociando i loro sguardi.

 

CASA DI JACK BRISTOW
Jack stava rientrando a casa, dopo una lunga giornata. Avevano trovato le prove della colpevolezza di Malone, ma lui era riuscito a scappare. In un modo o nell’altro quell’uomo riusciva sempre a farla franca. Jack strinse i pugni in un moto di rabbia. Malone prima o poi l’avrebbe pagata.
Mentre varcava la soglia di casa, fu colto da una strana sensazione. Accese la luce: tutto sembrava a posto nel soggiorno, eppure sentiva di non essere solo in casa e il suo intuito non lo aveva mai tradito. Impugnò la pistola, estraendola dal fodero, cominciando a perlustrare ogni angolo della sua casa, stanza per stanza.
Niente sembrava fuori posto. Si fermò per un istante, tenendo sempre la pistola saldamente tra le mani, pronto a sparare in caso di necessità. Non sentì nessun tipo di rumore. Forse questa volta il suo istinto aveva fatto cilecca.
Aprì lentamente la porta della camera da letto; stava entrando nella stanza quando udì un tonfo sordo, seguito a breve da un pizzico sul collo. 02x13_36Portò una mano al collo, ma fece particolarmente fatica a muoverla. Il suo corpo sembrava non rispondere più correttamente. In un attimo era a terra, immobilizzato.
Non poteva più muoversi né parlare. Qualcuno doveva avergli iniettato del liquido paralizzante. “Ciao, Jack”
Avrebbe riconosciuto quella voce tra mille: Irina.
La donna si inginocchiò di fronte a lui, cominciando a parlare.
“Non avrei voluto arrivare a tanto, ma come puoi immaginare ho dovuto prendere delle precauzioni, prima di poterti incontrare. Ma non preoccuparti, l’effetto del paralizzante sparirà in meno di un’ora”.
Jack la guardava con uno sguardo carico d’odio.
“Devi ascoltare attentamente ciò che sto per dirti. Ho saputo che oggi Malone è fuggito. Per tutti questi mesi avete avuto le risposte a molte domande sotto i vostri occhi, e non le avete viste: ciò che ha sempre cercato Malone, è la stessa cosa che per anni ha ossessionato anche me, Sto parlando del potere. E non mi riferisco al potere che la gente banale e mediocre crede governi il mondo, come il denaro o il potere politico. Io intendo qualcosa di completamente diverso, di molto più alto: il potere del Quinto Profeta, Jack, il potere di Isabelle”
Quando Irina pronunciò il nome della nipote Jack sentì un tuffo al cuore. Che cosa poteva volere ancora quella donna dalla quella povera creatura, morta ormai molti mesi prima?
“So a cosa stai pensando, Jack. Ti conosco bene. No, nostra nipote non è morta nell’esplosione di quel monastero in Francia. Isabelle è ancora viva, e io so dove si trova”.
Jack era sconvolto. Sua nipote era davvero viva? Aveva visto l’esplosione con i suoi occhi. Come poteva essere vero?
02x13_37“So che sei un tipo razionale, scettico per natura – continuò la donna – Sai, sono sempre stata affascinata da questo lato della tua personalità. A differenza di me non hai mai creduto nel lavoro di Rambaldi, perché non lo potevi vedere, perché non lo potevi comprendere. Posso portarti delle prove, prove che ti dimostreranno che Isabelle è ancora viva. Ma in cambio voglio un favore da te Jack. Devi portarmi i Documenti Vespertini. Solo così potrai riavere indietro tua nipote”
Così dicendo la donna si rialzò in piedi, lanciando un ultimo sguardo a Jack prima di allontanarsi. L’uomo stava a terra, senza potersi muovere. Odiava sentirsi così inerme, in balia degli eventi. Lui aveva sempre avuto il controllo della situazione, ma in quel momento i dubbi lo stavano lacerando. Irina aveva detto la verità? Isabelle era davvero viva? Oppure aveva un secondo fine nascosto, una strategia da portare a termine?
Da quella donna, e lui lo sapeva bene, ci si poteva aspettare di tutto.

 

LUOGO SCONOSCIUTO
Quel luogo era tetro e oscuro, e soprattutto isolato. Il posto ideale per un nascondiglio. Negli ultimi mesi quel bunker nascosto alla vista di estranei e fuori dai radar della maggior parte delle agenzie di intelligence era stato utilizzato come rifugio: Irina Derevko, però era stanca di nascondersi in un posto così poco accogliente. Presto, forse, la situazione sarebbe cambiata. Questi erano i pensieri della donna, mentre stava rientrando in quella che negli ultimi mesi era stata la sua base operativa.02x13_38
Nel bunker regnava un silenzio assoluto, quasi innaturale. La porta di ingresso era aperta, e i sistemi di allarme disattivati.
Cosa diavolo sta succedendo, si chiese Irina entrando nell’edificio. Tirò fuori la pistola dal fodero, pronta, all’occorrenza, a difendersi. Iniziò a percorrere a passo svelto il corridoio situato subito dopo il portone di ingresso. Sapeva bene quale stanza doveva controllare per prima: si diresse verso una delle porte che si trovava in fondo al corridoio. Anche quella era aperta.
L’angoscia iniziò a impadronirsi di lei. La stanza che stava osservando era arredata in modo minimalista. Un letto disfatto, una scrivania, e un piccolo armadio erano i soli mobili che la riempivano. E quella stanza, come temeva, era vuota.
Dovette fare pochi passi al suo interno, per scorgere, dietro la scrivania, una donna distesa a terra: si trattava di Natasha, la sua collaboratrice. Irina corse verso di lei, chinandosi al suo fianco. Le appoggiò sul collo l’indice e il medio, e immediatamente senti il battito cardiaco. Non era morta, ma solo svenuta.
Nello stesso momento notò, sul pavimento, una siringa. Probabilmente Natasha era stata sedata. Cominciò così a chiamare il suo nome, scuotendola, e cercando di animarla. Dopo alcuni secondi Natasha emise un debole gemito.
“Natasha, puoi sentirmi?” chiese Irina, con un tono di voce che non celava tutta la sua agitazione.
La ragazza aprì gli occhi a fatica.
“Cosa ti è successo?” la incalzò Irina.
02x13_39“E’ stato lui – rispose Nathasha, pronunciando queste parole a fatica – Mi ha colpito alle spalle con una siringa. Ci ha tradite, Irina, ci ha tradite”.
“Sì. Ci ha tradite – lo sguardo di Irina era carico di furia – E purtroppo se n’è andato insieme a lei…”
Irina strinse i pugni e si guardò ancora intorno, constatando il mesto vuoto lasciato dalla sparizione delle due persone che avevano occupato quella stanza per mesi.
“Sloane…Isabelle…” sussurrò.

 

Episodio scritto da: MacSloane87, Irinaxx83

Scarica l’episodio in formato .doc

 

CAST ARTISTICO:
Jennifer Garner - Sydney Bristow
Michael Vartan - Michael Vaughn
Rachel Nichols - Rachel Gibson
Carl Lumbly - Marcus Dixon
Kevin Weisman - Marshall J. Flinkman
Greg Grunberg - Eric Weiss
Victor Garber - Jack Bristow
Patrick Dempsey - Christopher Anderson
David Anders - Julian Sark
Ryan Reynolds - Robert Kane
Peter Weller - Patrick Malone
Edward Norton - Johnny Sorrentano
Amy Jo Johnson - Beth Luciani

GUEST STARS:
Alberta Watson - Marie Keller
Kurt Fuller- Director Robert Lindsey
Terry O’Quinn - Director Kendall
Élodie Bouchez - Renée Rienne
Lena Olin - Irina Derevko
Margarita Levieva - Natasha

Categoria: Seconda stagione virtuale

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8 Comments Add your own

  • 1. Mario P  |  14 maggio 2010 at 2:00 am

    Stasera commento subito anche se mi addormento nel letto :-)
    Molto bello come sempre.. malone e luciani li strozzerei. O finiranno male o in galera :-/
    Sapevo che Isabell era ancora viva, lo credevo come Syd
    Ti pareva che Sloane non combinasse una delle sue -_-

  • 2. Rossella  |  14 maggio 2010 at 7:14 am

    Che gioia svegliarmi questa mattina e trovare già un commento! Grazie mille Mario, tu rendi il nostro lavoro importante…come tutti gli altri lettori, ovviamente!
    Eh sì, era un po’ che non avevamo notizie di Sloane ed eccolo saltare fuori al cospetto di Irina e ora fuggito con Isabelle…
    Aveva ragione Sydney a quanto pare, nonostante i più recenti dubbi (sfumati dal sempre maggior convincimento di Vaughn).
    Cosa mi dite di questa alleanza di Renée col Tempio?
    E cosa accadrà ora fra i cattivi? Vedremo alleanze o Sloane procederà da solo?…
    :)

  • 3. Roberta  |  18 maggio 2010 at 4:58 pm

    Finalmente riesco a sedermi e commentare l’episodio. la prima volta l’ho letto tutto a spizzichi e bocconi , così poi ho dovuto rileggermelo più con calma.
    Bello come al solito, complimenti per le scene di azione, questa volta avete cominciato a dare un po di risposte ai tanti misteri.
    Anderson è stato una sorpresa, e io che pensavo che fosse in qualche modo coinvolto con Lauren. La sua storia con Beth lo rende molto simile a Jack e Vaughn, anche lui si è “fatto fregare”
    da una donna.
    Siete quasi riusciti a farmi vedere sotto una nuova luce Kendal che nella serie era unpersonaggio che mi ha sempre provocato un certo senso di ..fastidio….qui è quasi “umano”.
    Bella sorpresa Renee che lavora per il tempio non vedo l’ora di vederla in azione….e chissà il suo incontro Con Anderson è un po simile al primo incontro con Beth.

    Irina…..grande come al solito!! Anche se mi avete un po’ confuso le idee….buona? cattiva? sta con Sloane o no?
    Lui si che non si smentisce mai immagino…cattivo fino in fondo.

    E adesso aspettiamo di vedere cosa succederà

    Baci

  • 4. Mario P  |  18 maggio 2010 at 10:39 pm

    Beh.. Irina è sempre stata un po’ “strana”, non ho mai capito da che parte sta.. forse con se stessa :-)
    Riguardo a Renée, secondo me va bene con il tempio.

  • 5. montanaro87  |  19 maggio 2010 at 10:42 am

    Allora andiamo con ordine…
    - Sulle risposte pian piano iniziano ad arrivare, come nel vero Alias: i segreti prima o poi vengono sempre a galla, non si può nascondere niente! Ed è vero che Anderson è simile a Vaughn e Jack perché si è fatto mettere nel sacco da una donna, con la differenza che lui non si è mai del tutto ripreso. A cosa lo porterà questo? Sarà debole quando dovrà affrontare Luciani? O sarà vendicativo?
    - Kendall è un personaggio particolare. Anche nella serie reale è sempre stato un po’ ambiguo, ma io l’ho sempre amato perché burbero ma al tempo stesso fonte di grandi soddisfazioni (come quando ha svelato i due anni perduti di Sydney). In questo caso è sicuramente più umano del solito, ma rimane una cosa da dire: è una persona onesta e incorruttibile, a differenza di Jack che è sempre stato pronto a fare cose losche quando non c’era altra via d’uscita. Come si svilupperà il suo legame con il Tempio? Salterà fuori? Rimarrà segreto al mondo?
    - Renée è un personaggio che abbiamo voluto fortemente. Prima l’abbiamo “resuscitata” in modo molto originale, poi vi abbiamo svelato che in realtà è la sorella di Vaughn e ora la stiamo collegando al Tempio. E’ una società che va benissimo per lei, così come va bene per Sark. Diciamo che il Tempio offre a tutti una seconda occasione ;) Il suo incontro con Anderson è stato sicuramente interessante…Vedremo gli sviluppi nelle prossime puntate…
    - Infine il nocciolo della puntata: Irina. Buona? Cattiva? Giustamente nessuno sa mai cosa pensare di lei. L’unica cosa che vi possiamo dire, per ora, è che Irina sa sempre tutto e cerca sempre di far girare le cose a suo favore. Prima abbiamo scoperto che era legata a Sorrentano e Luciani, i due uomini al momento più odiati da Sydney. Ora scopriamo che era legata anche a Sloane e Isabelle. Cosa è successo in questi mesi in cui l’abbiamo creduta morta? E dove sono ora Sloane e Isabelle?

    Per rispondere a tutte queste domande…Dovrete continuare a leggere! E vi promettiamo che il finale di stagione sarà entusiasmante e coinvolgente.

  • 6. aleale  |  19 maggio 2010 at 12:27 pm

    Beh in effetti Jack lo abbiamo visto sempre disposto a scendere a qualsiasi compromesso e a commettere qualsiasi azione, anche a manipolare sua figlia o Vaughn, pur di raggiungere i suoi scopi.
    La cosa che lo differenzia da Sloane è che lui ha pur sempre agito a fin di bene.

  • 7. montanaro87  |  19 maggio 2010 at 1:15 pm

    Sì, anche se stavo facendo un confronto con Kendall in questo caso;)

  • 8. sarax  |  25 giugno 2010 at 10:26 am

    Ragazzi bellissima puntata bravissimi….. La mia Irina è tornata che bello…. io ora ho internet a singhiozzi perchè non lavoro più in agenzia e quindi faccio un pò fatica a connettermi… spero di poter essere dei vs nella prox puntata! baci sarax

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