VirtuAlias su Kataweb COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

2×10 LA SVOLTA

17 settembre 2009 montanaro87

SAN JOSE’, COSTARICA

La luce della luna illuminò un furgone nero, che svoltò rapidamente nel vicolo, evitando un paracarro. L’uomo che stava fuggendo dal furgone si voltò e lanciò una bestemmia in spagnolo, tuffandosi in un porticato alla sua destra. “L’obiettivo è nell’area C, chiudete tutte le vie d’accesso al mercato” annunciò l’uomo alla guida del furgone, un afroamericano dai tratti decisi. Il tono deciso con cui parlava faceva capire chiaramente che si trattava del leader del gruppo. “Ricevuto” risposero altri due uomini, appostati in un’automobile grigia dall’altro lato del portico. Il fuggitivo evitò per un pelo di scontrarsi con l’automobile e fu costretto a tornare rapidamente sui suoi passi.
Due colpi di pistola esplosero a pochi centimetri dalle sue gambe, costringendolo a ripararsi dietro una colonna. L’uomo in fuga si guardò attorno: tre commando vestiti di nero stavano uscendo dal furgone, puntando le loro pistole su di lui. “Fermati adesso e potrai portare a casa la tua carcassa ancora intera” gli ordinò il leader del team, alzando un braccio per chiedere ai suoi di sospendere il fuoco. L’unica risposta fu un colpo di pistola. “E va bene. Se quel bastardo ha deciso di giocare duro, noi non saremo da meno” sibilò tra i denti il leader del team, facendo cenno ai suoi di sparpagliarsi.
L’uomo, che aveva preso riparo dietro una colonna, continuò a sparare a caso. La sua mira era pessima, ma i tre compenti del team furono comunque costretti a ripararsi dietro al furgone. “Ho una buona visuale” annunciò via radio uno dei due uomini dell’automobile grigia.
“Ottimo. Non aspettare troppo allora” rispose il leader. Proprio in quel momento una decappottabile rossa urtò il furgone con violenza. I tre commando vennero buttati a terra come birilli, mentre un giovane biondo usciva dall’automobile rossa e sparava ai due uomini di quella grigia con altrettanti colpi precisi. I due caddero a terra. L’afroamericano si rialzò da terra, e fissò il nuovo arrivato con stupore e disprezzo.
“Julian Sark… – borbottò fra sé – Sempre tra i piedi, quel bastardo”.
Sark si avvicinò ai tre commando, sparando altre due cartucce anestetiche nei corpi dei due gregari. Il leader si tuffò di lato, evitando una terza cartuccia diretta a lui e iniziando a tempestare di colpi l’automobile di Sark.
L’ex-terrorista si tuffò a terra: le pallottole gli passarono così vicino da fargli fischiare le orecchie. “Da quando sei diventato così umano, Sark? Le cartucce anestetiche non sono nel tuo stile” si mise a urlare il leader, senza smettere di sparare.
Julian Sark strisciò sotto la sua auto, rovinando il suo vestito elegante e maledicendo mentalmente le assurde limitazioni che Anderson aveva imposto alla sua missione. Il suo rivale continuò a colpire la sua decappottabile, cercando di stanarlo.
Proprio in quel momento il fuggitivo cercò di approfittare della lotta fra i due per darsela a gambe. Il leader spostò la sua arma sull’uomo in fuga e premette il grilletto. Sark si tuffò sul suo braccio, deviando il colpo su una colonna. Il leader del gruppo, furioso, colpì Sark alla testa con il calcio della sua pistola.
Il biondino rispose con un calcio nello stomaco che fece boccheggiare il suo avversario. I due rotolarono per terra, avvinghiati l’uno all’altro, lottando per il controllo della pistola.
Il fuggitivo provò di nuovo a fuggire, ma riuscì solo a fare pochi passi prima di trovarsi la pistola di uno dei membri del commando a un palmo dal suo naso. L’uomo aveva solo fatto finta di cadere a terra e sembrava pronto a eliminare il suo obiettivo.
Proprio in quel momento Sark afferrò la pistola del suo rivale e sparò: l’uomo che lo teneva sotto tiro era morto e il fuggitivo si chinò a terra.
“Non fare un solo passo” lo ammonì Sark, tirando un altro calcio al suo rivale.
“Avanti, ammazzami – lo incitò l’afroamericano – Non so per quale assurdo motivo non hai ucciso subito me e i miei uomini, ma sappiamo bene come andrà a finire.”
“Non morirai se non farai mosse stupide” rispose Sark, afferrando con la mano libera la sua pistola a cartucce anestetiche.
“I mercenari, quando perdono, vengono eliminati. Io e te lo sappiamo bene” continuò il leader con un tono sia rassegnato che cinico.
“Ma io non sono più un mercenario” si limitò a rispondere Sark, sparando una cartuccia anestetica nella gamba del rivale, che si accasciò a terra.
“Non me mate” bisbigliò sommessamente il fuggitivo quando Sark si voltò verso di lui. “Ho una moglie e tre figli affamati, mia nonna estay malada e…”
“Piantala, Gutierrez, so benissimo che parli bene l’inglese, sei orfano e hai ucciso la tua fidanzata prima che ti denunciasse – replicò Sark – Ma se ti avessi voluto morto ti avrei lasciato nelle mani di Moore e dei suoi. A proposito, come hai fatto a fare arrabbiare la mafia locale così tanto da farti spedire contro un team di mercenari americani?”
Gutierrez scosse la testa, limitandosi a singhiozzare.
“Voglio delle informazioni da te, e penso che tu me le debba, visto che ti ho appena salvato la vita.”
“Tutto quello che vuoi” rispose rapidamente Gutierrez, a cui non sembrava vero di potersela cavare così a buon mercato.
“Quatermass International. E’ il nome di un gruppo con interessi nella ricerca biologica, pieno di soldi e molto attento alla privacy. Lavorano su qualcosa noto come Progetto Crisalide, hanno un fascicolo su un certo Quinto Profeta. So che hanno gestito un laboratorio in questa città, almeno per qualche mese, e sono sicuro che ne sai qualcosa. Questo genere di affari li hai sempre trattati tu” disse Sark in tono deciso.
“Io non posso darti informazioni sui miei clienti, è…” iniziò Gutierrez, prima di interrompersi: Sark gli stava puntando contro tutte e due le sue pistole.
“Va bene, va bene, non mi uccidere! Crisalide, Quatermass, Quinto Profeta…sì, ne so qualcosa. C’era una dottoressa, una bella donna. Americana, come te”
“Non sono americano e non ci tengo minimamente a diventarlo – replicò Sark, seccato dal chiacchiericcio inutile di Gutierrez – Voglio un nome.”
Il costaricano singhiozzò, e Sark si rimise a giocherellare con le sue pistole. Sapeva bene che i piagnistei del suo nuovo informatore facevano parte del gusto per la teatralità di quell’ometto viscido e vigliacco, ma perdere tempo in pianti inutili gli dava fastidio.
“Il nome, o userò la pistola vera” continuò.
“Claire…Claire Lang. Dottoressa Claire Lang” borbottò Gutierrez.
La rivelazione del nome fece trasalire leggermente Sark: “Claire Lang? Alta, capelli scuri, molto bella?” chiese, cercando di mascherare la sorpresa.
“Sì, sì, proprio così. Ti sono stato utile, vero? – aggiunse Gutierrez, speranzoso – Ti potrei essere ancora più utile se mi lasciassi andare…potrei pagarti, darti altri nomi…”
Sark si limitò a sparare una cartuccia anestetica nella spalla del costaricano.

IL TEMPIO – SALA RIUNIONI

“E’ un vero genio” annunciò Marshall, soddisfatto, distribuendo a tutti i partecipanti alla riunione delle fotocopie sgualcite.
“Chiunque sia questa dottoressa Lang, ha riprodotto, tutta da sola, la sequenza del DNA di diversi mammiferi…balene, scimpanzé e anche aluatte…conoscete le aluatte? Sono scimmie molto simpatiche, anche se la loro voce è un po’ fastidiosa…”.
Anderson appoggiò una mano sulla spalla di Marshall e gli sorrise bonariamente.
“Ed è sparita dalla circolazione per alcuni mesi, giusto?” suggerì.
“Giustissimo. E se la più giovane vincitrice del premio Westinghouse per la biologia sparisce, non è certo perché è andata a pesca” concluse Marshall.
Kane squadrò la fotografia sbiadita di Claire Lang sul foglio che gli aveva passato Marshall e fece un fischio di ammirazione: “Beh, io non so se sia un genio, ma di sicuro è un bel pezzo di ragazza” commentò.
Sark si irrigidì leggermente, ma riguadagnò rapidamente il suo autocontrollo. Solo Rachel si accorse della sua reazione e aggrottò le sopracciglia, pensierosa.
“La Lang lavorerebbe per il Progetto Crisalide?” tagliò corto Sydney, osservando a sua volta la fotografia. Era l’immagine di una donna giovane e decisamente attraente: non era difficile capirlo, anche da quelle linee sfocate. Claire Lang indossava una toga nera e sorrideva: si trattava della fotografia della sua laurea. Sydney non riusciva a credere di essersi laureata e di essere stata anche lei così giovane e felice, anni prima. Tutto ciò che le era successo dopo aveva quasi cancellato i ricordi dei suoi anni di università.
“Sì. Sark – rispose Anderson, con appena una punta di fastidio – ha catturato un uomo che ha confermato il coinvolgimento della dottoressa Lang nella Quatermass International”
“Abbiamo già un piano per la cattura?” si informò Rachel.
“Non avremo bisogno di catturarla. Ho lavorato con lei anni fa, posso convincerla collaborare. Ora lavora all’Istituto Pasteur, a Parigi, non dovrebbe essere difficile avvicinarla” rispose Sark, sforzandosi di apparire distaccato. In realtà il coinvolgimento di Claire gli pesava molto: rivederla voleva dire riportare a galla una delle pagine più dolorose della sua esistenza.
Rachel si rese conto della tensione nelle parole dell’uomo. Stava quasi per chiedere a Sark come mai aveva collaborato con Claire Lang quando Anderson scosse la testa.
“E’ escluso. Il nostro accordo ti proibisce di contattare persone con cui avevi lavorato prima di consegnarti. Potrai darci tutte le informazioni su Claire Lang in tuo possesso e noi organizzeremo la cattura, ma un tuo coinvolgimento nell’operazione è pura follia”
“Claire non è una stupida, non si farà prendere facilmente! – sbottò Sark – Io so come avvicinarla, come convincerla a collaborare. Dopo tutte le operazioni a cui ho preso parte pretendo più fiducia da parte vostra!” concluse, esasperato.
“Vallo a raccontare ai parenti delle tue vittime, o alle organizzazioni che hai tradito! – replicò Anderson – Sei un ex terrorista, la tua libertà è solo una concessione in cambio della tua collaborazione, e volendo potremmo anche farne a meno!”
“Basta!” urlò Sydney. Tutti i partecipanti alla riunione si voltarono verso di lei, stupefatti.
“Basta – continuò, in tono più calmo – Sei in grado di fare parlare questa donna?” chiese a Sark, che si limitò ad annuire. “Allora ci servi sul campo. Sarò io stessa a controllarti, se necessario, ma l’ultima cosa da fare ora è compromettere la nostra unica fonte di informazioni sul Progetto Crisalide!”
Anderson incrociò lo sguardo di Sydney. La determinazione negli occhi della donna era velata da un accenno di lacrime. Solamente un sadico avrebbe potuto farla soffrire: era sull’orlo della disperazione.
“Va bene, contattala. Ma ti avverto che sarai seguito da un’intera squadra, e a primo passo falso il nostro accordo salta.”
“Voglio essere io a controllare Sark” si offrì all’improvviso Rachel, spinta da un impulso a cui non sapeva dare un nome. Sospetto…o forse gelosia? Si costrinse a reprimere il fastidio che aveva provato nel sentire Sark riferirsi al contatto come “Claire”.
“D’accordo – concesse Anderson – Gli agenti Kane, Bristow e Flinkman saranno la squadra di supporto, e tu e Sark gestirete il recupero del contatto”.
“Per il recupero, va bene, ma voglio essere solo io a interrogarla – si affrettò a precisare Sark – Claire potrebbe spaventarsi e fare resistenza, se mandiamo un team a parlare con lei”
“Impossibile, e anche se fosse possibile, non ti autorizzerei mai a farlo” rispose Anderson, quasi scandalizzato.
“Allora siamo al punto di partenza, complimenti, ottima tattica diplomatica – lo prese in giro Sark, a sua volta furioso – Proprio non volete capire che Claire probabilmente vuole collaborare?”
“Verrò io con te, e il Tempio controllerà via telecamera ogni secondo degli interrogatori – tagliò corto Sydney, alzandosi in piedi – Me lo devi, Sark. E guai a te se osi accampare qualche altro stupido pretesto per rallentare questa operazione, perché quello che ha minacciato di farti Christopher non è nulla rispetto a quello che ti farò io”.
Sydney concluse la sua minaccia afferrando la mano destra di Sark e fissandolo negli occhi. Julian non rispose: era scioccato dall’improvvisa reazione di Sydney.
“E’ tutto?” si informò Sydney, avviandosi verso l’uscita.
“Partirete per Parigi in due ore” rispose Anderson, a suo volta colpito dalle parole e dalle azioni della donna.
“Perfetto. Vado a prepararmi” concluse Syd, uscendo dalla stanza e chiudendosi la porta alle spalle.
“Qualcuno vuole una tazza caffè prima di partire? Sarà un lungo viaggio” chiese Marshall, cercando inutilmente di stemperare la tensione. Nessuno rispose.

C.I.A. – UFFICIO DI PATRICK MALONE

“No, no, signor ministro, il rapporto sulle spese nei servizi sarà sul suo tavolo prima di domani mattina. Sì, certo, mi sono occupato personalmente di elencare i risultati ottenuti grazie alla gestione centralizzata delle diverse agenzie. Grazie per il suo sostegno, e a presto” si congedò Malone, chiudendo la comunicazione
“C’è l’agente Jack Bristow che la sta aspettando qui fuori” annunciò la sua segretaria, entrando nella stanza.
“Fallo entrare” rispose subito Malone.
“Jack – iniziò – proprio l’agente che stavo cercando. Mi serve un uomo per un meeting interagenzia con il DSR, e so che tu hai collaborato a lungo con il direttore Kendall”
Jack scosse la testa: “Non hai fatto licenziare anche lui?” domandò in tono di sfida.
“Andiamo, Jack, licenziare Kendall avrebbe significato ammettere che nell’assalto di Dixon al Progetto Black Hole c’era un senso, non potevo farlo. Senza contare che è un direttore molto competente – rispose Malone, intrecciando le mani – Non ho mai voluto privarmi degli uomini migliori solo perché non sono dalla mia parte. Ho incarcerato Dixon per un motivo preciso: portarti in questa task force. Io non sono un tuo nemico, Jack, voglio solo cambiare il nostro lavoro, allargare i nostri orizzonti. Sono un patriota come te, in fondo”
“Non sapevo che uccidere un direttore della C.I.A. fosse un atto patriottico – rispose in tono gelido Jack – Ma non credo che tu mi abbia fatto chiamare solo per un incontro interagenzia, per cui vieni al sodo. Cosa vuoi in realtà?”
“La burocrazia è il vero nemico – sentenziò Malone – Mi servono dei documenti del DSR per concludere le mie ricerche, ma sfortunatamente le carte da firmare per visionarli sono troppe e mi priverebbero di tempo prezioso”
“Vuoi che rubi documenti durante una visita interagenzia?” chiese Jack. Ormai non si stupiva più di nulla, ma la sfrontatezza di Malone non aveva limiti.
“Non esattamente” rispose Malone, estraendo una siringa da un cassetto. Jack lo guardò senza capire. “Sarai perquisito, ma nessuno noterà questa meraviglia, se te la inietteremo in una mano. Mi garantirà un accesso completo alla loro rete informatica durante la tua visita.” Jack lo fissò con disprezzo misto a stupore.
“E’ un piano assurdo” replicò.
“Non sei nella posizione di rifiutare – gli ricordò Malone – Ricordati che sono un tuo superiore e che abbiamo un accordo. Fra noi due, chi ha perso di più finora sono stato io. Consideralo un modo di riparare ai tuoi tentativi di sabotaggio” concluse. Jack afferrò la siringa e se la iniettò senza una smorfia, tenendo il suo sguardo fisso sul volto di Malone, che si limitò ad annuire.
“Puoi andare, ora: devi prepararti, la visita è fra solo due ore” lo congedò. Jack uscì dalla stanza senza salutare Malone se non con uno sguardo di sfida.
“L’agente Prentiss” annunciò dopo pochi secondi la segretaria. Malone annuì, invitandola a fare entrare un ometto segaligno sulla cinquantina.
“La microspia funziona?” chiese Malone a Prentiss, che attivò un computer palmare e porse al suo capo delle cuffie.
“Controlli lei, per me il segnale è perfetto. Bristow non ha più segreti, ora.”
“Mi fido della sua abilità – rispose Malone – Quanto all’agente Vaughn, mi può confermare che ha contattato il signor Sark e fare avere una trascrizione dell’interrogatorio?”
“Ha cancellato le sue tracce, ma con un accesso illimitato agli archivi posso farle sapere tutto in un’ora” rispose Prentiss.
“Eccellente” si complimentò Malone.

UFFICI C.I.A

“E’ una mia impressione o Malone ci ha messo in panchina, dopo la nostra ultima missione?” chiese Weiss, giocherellando con un bicchiere di carta.
“Quell’uomo è una Sfinge, è impossibile tentare di capirlo” rispose Vaughn, staccando per un attimo gli occhi dallo schermo del suo computer. La sua ultima conversazione con quell’uomo lo aveva lasciato sorpreso e dubbioso: i piani di Malone sembravano essere connessi a Isabelle, ma quanto c’era di vero e quanto di falso nelle parole di quell’uomo rimaneva un mistero.
“Sloane assegnava gli agenti operativi a incarichi di ufficio quando voleva trattare operazioni riservate in privato” intervenne Dixon, che sedeva a poche scrivanie di distanza da loro.
Dopo la sua liberazione gli era stato caldamente consigliato di fare richiesta per la task force gestita da Malone, un’ovvia precauzione dell’uomo che lo aveva messo in carcere per tenerlo ancora sotto controllo. Dixon non avrebbe voluto trovarsi da nessuna altra parte: nonostante sapesse che la sua liberazione era stata pagata con un accordo fra i suoi amici e un direttore corrotto, era felice di potere rivedere di nuovo i suoi figli e di lavorare a fianco dei colleghi di sempre.
“Cioè quando doveva incontrare altri membri dell’Alleanza” commentò Vaughn.
Dixon annuì: i due si erano capiti al volo.
“Quello che mi insospettisce è il fatto che Jack non ci abbia ancora raggiunto – precisò Weiss – A quest’ora il suo incontro con Malone sarebbe dovrebbe essere terminato”.
Vaughn annuì: effettivamente il ritardo di Jack era sospetto. Proprio in quel momento Jack sfrecciò davanti ai suoi tre colleghi senza dire una parola. Stupefatto, Vaughn si alzò in piedi, tentando di seguirlo, ma Jack gli lanciò uno sguardo penetrante che lo convinse a sedersi.
“Che diavolo sta succedendo? – si lamentò Weiss – Perché ci ha evitato così?”
”Jack ha sempre un motivo per ogni sua azione – gli rispose Dixon – Ha appena visto Malone. Io comincerei ad allarmarmi” concluse.
Solo in quel momento Vaughn si accorse di un biglietto che Jack aveva lasciato cadere a terra. Lo raccolse e lo aprì sul suo tavolo, mentre Weiss e Dixon si avvicinavano.
“Sono sotto sorveglianza” lesse a voce alta Vaughn. Dixon aggrottò le sopracciglia, mentre Weiss si morse le labbra.
“Elimina subito le tracce del tuo contatto con Sark” concluse Vaughn. I tre agenti si alzarono di scatto.

PARIGI – PERIFERIA

“Quanto tempo abbiamo prima che il tuo piano cominci?” domandò Rachel a Sark, intento a digitare qualcosa nel computer.
“Circa un’ora. Secondo gli orari del sito dell’Istituto, Claire è ancora al lavoro” rispose l’uomo, ancora intento nel suo lavoro.
I due si erano nascosti nel retro di un furgone di una finta ditta di autotrasporti, in modo da mimetizzarsi al meglio.
“Ok, adesso la comunicazione satellitare è aperta. Non ci resta che aspettare di vedere l’automobile di Claire ed entrare in azione” disse Sark in tono soddisfatto, alzando finalmente la testa verso Rachel. I due incrociarono i loro sguardi per un istante, ma la ragazza abbassò subito il volto, imbarazzata. Si stava rendendo conto che era la prima volta, da tanto tempo, che stava da sola con Sark, in un luogo così esiguo. In genere intorno a loro c’erano sempre diverse persone, e non mancava mai un certo “spazio di sicurezza” tra i due. Adesso Rachel sapeva bene che non poteva più fuggire da nessuna parte, non poteva ancora scappare da un faccia a faccia con i propri sentimenti. Dal primo momento che aveva incontrato Sark si era sempre sentita, in qualche modo, attirata verso di lui. E adesso che lui sembrava davvero cambiato, adesso che stavano dalla stessa parte, non sembravano esserci più barriere. Nonostante questo l’agente Gibson continuava ad avere dei dubbi, qualcosa in fondo al cuore le impediva di lasciarsi andare completamente.
Mentre era assorta in questi pensieri Sark si alzò, andando a sedersi accanto a lei.
“A cosa stai pensando biondina? Sei diventata rossa…” disse Julian in tono ironico.
“Non sono affatto diventata rossa!” replicò la ragazza in modo piuttosto stizzito.
“Eppure mi sembra di aver già vissuto una situazione analoga…io e te che aspettavamo il segnale per portare a termine la missione, mentre ci facevamo compagnia a vicenda…” disse in tono beffardo il ragazzo.
“Peccato che quella volta fossimo su due schieramenti opposti…io per i buoni e tu per i cattivi… – incalzò la Gibson – E a dire la verità, non sono troppo sicura che le cose non siano cambiate”
“Quindi vuoi dirmi che non ti fa nessun effetto stare da sola, accanto a me, in questo piccolo spazio chiuso…” rispose l’ex mercenario, sempre più malizioso.
“Non montarti troppo la testa, biondino” rispose, Rachel, cercando di evitare l’argomento.
Sark avvicinò lentamente il suo volto a quello della ragazza, baciandola. “E questo non ti fa nessun effetto?” sussurrò all’orecchio di Rachel.
“Posso benissimo resisterti, sai?” fu la risposta della Gibson.
Il tono di voce però tradiva l’evidente bugia. Gli sguardi dei due agenti si incontrarono di nuovo, ma questa volta erano vicini, troppo vicini. Fu Rachel a fare la mossa decisiva, portando Sark a sé e baciandolo, ma in modo decisamente più passionale rispetto a poco prima. L’uomo strinse la collega, cercando il bordo inferiore della maglietta della ragazza. In breve tempo diversi abiti cadevano sul pavimento del furgone.

 

In un altro furgone poco distante Marshall si morse le labbra, a disagio. I rumori che aveva sentito attraverso la radio non davano troppi dubbi su cosa stava succedendo fra Sark e Rachel.
“Penso che potremo andare in silenzio radio per un po’…” esclamò Marshall, arrossendo fino alla punta dei capelli. Sydney non ci fece caso, e si limitò a rileggere i pochi dati che il Tempio aveva raccolto su Claire Lang. Figlia di Richard Lang e Donna Campbell, tutti e due dell’esercito degli Stati Uniti, Claire non aveva mai visto i suoi genitori: erano stati uccisi misteriosamente poco dopo la sua nascita. La stessa Claire era stata data per morta prima di riapparire anni più tardi e di dimostrare il suo genio nel campo della biologia. La coincidenza colpì Sydney come una pallottola al cervello, ma la speranza che anche quella di Isabelle fosse stata una finta morte venne soffocata dal terrore: il rapporto descriveva la dottoressa Lang come esperta in autopsie.
I pensieri cupi svanirono quando Kane tossicchiò leggermente per attirare la sua attenzione. Sydney lo guardò incuriosita. “Ho trovato questa, fra le cose di Regina” annunciò l’uomo, molto a disagio, mostrandole una foto di Regina Hall in uniforme seduta fra un uomo e una donna che le somigliavano troppo per non essere i suoi genitori.
“So che le nostre missioni devono rimanere un segreto, ma credo che dovremmo rimandare questa ai suoi.”
Sydney annuì.
“L’ho detto a te perché sei il capo e, insomma…”
“So fin troppo bene cosa provano i suoi genitori – rispose Sydney – Parlerò con Anderson”.
Kane le rivolse uno dei suoi rari sorrisi non sarcastici.
“Eccola, è appena uscita dall’Istituto, la vedo sul monitor. Sarà qui tra venti minuti” annunciò Marshall all’improvviso. “Devo avvertire anche Sark e Rachel, sempre che non siano, diciamo così, occupati?”
“Sono loro a doverla contattare, noi ci dobbiamo muovere solo in caso di emergenza. Chiamali subito” rispose Sydney.

 

Il rumore dell’allarme radio fece sobbalzare Rachel e Sark. I due si alzarono in piedi e si rivestirono in un lampo, mentre Sark apriva il contatto con il furgone di Sydney.
“Sarà qui fra venti minuti – annunciò Syd – Fatevi trovare preparati.”
“Ricevuto, Agar. Non dovrebbe essere difficile” rispose Sark, sistemandosi il colletto della camicia e sorridendo a Rachel, che gli sorrise a sua volta.
“Vedi di non sbagliare, Serpente. Non abbiamo altre possibilità.” si limitò a rispondere Sydney.
Rachel sussultò: quella frase le aveva dato un senso di deja-vù. Si sforzò di ricordare perché, prima di essere scioccata dall’immagine mentale di Tom, che annuiva a un ordine di Sydney esattamente uguale, parola per parola, a quello che Syd aveva appena rivolto a Sark.
Per la prima volta Rachel si rese conto che il vecchio nome in codice di Tom era uguale a quello che il Tempio aveva attribuito a Sark. Non riuscendo a capire come aveva fatto a dimenticarsene, Rachel si sentì orribilmente in colpa. Negli ultimi mesi non aveva più pensato a Tom, nemmeno per un istante.
Quando Sark si girò verso di lei sorridendole Rachel si sentì improvvisamente disgustata. Quell’uomo, per quanto potesse essere cambiato, era pur sempre l’assassino (sia pure involontario) di Tom. Sark avvertì il rapido cambio di emozioni della sua partner e il suo sorriso si trasformò in una smorfia di disappunto.
“Cosa c’è?” si premurò, tradendo un pizzico di irritazione.
“Niente – rispose Rachel, voltandogli le spalle – Prepariamoci”
Pochi secondi dopo l’automobile di Claire Lang divenne visibile in lontananza, fuori dal finestrino del furgone di Sark e Rachel. L’agente del Tempio, che seguiva la macchina sul monitor del satellite che copriva la zona, non poté fare a meno di notare che Claire Lang era davvero una splendida donna: anche vedendola solo attraverso il parabrezza della sua auto, il suo fascino era innegabile. Al senso di disgusto si unì una sorda gelosia quando Rachel si accorse che Sark stava scrutando Claire Lang con interesse.
“Ancora tre minuti, se mantiene questa velocità” si limitò a constatare l’ex-terrorista.

 

Era stata una giornata pesante per Claire Lang: sette ore in laboratorio e tre nel Centro Analisi dell’Istituto. Passandosi una mano fra i capelli la donna abbassò un finestrino e si accese una sigaretta. Nel farlo regolò lo specchietto retrovisore, e con la coda dell’occhio scorse qualcosa. Allarmata, Claire fece per rallentare, ma proprio in quel momento una mano coperta da un guanto le tappò la bocca, mentre un’ altra mano appoggiava la lama di un coltello alla sua gola.
“Ciao, Claire – la salutò Beth Luciani con un sorriso inquietante, muovendo leggermente il coltello – Felice di fare la tua conoscenza”

 

“Maledizione, si è fermata!” urlò Marshall, cercando di mettere a fuoco l’abitacolo dell’automobile di Claire.
“Ora scende, c’è una donna con lei…è la Luciani!”
Senza aspettare un attimo Sydney si mise alla guida del furgone, dirigendosi verso l’automobile della Lang.
“Serpente, Eva, il nostro contatto è in pericolo, Beth Luciani la ha catturata!” annunciò alla radio, accelerando tanto rapidamente da fare cadere Kane e Marshall a terra.
“Ricevuto, Agar, saremo sul posto in un secondo” confermò Sark.
“Come ha fatto la Luciani a scoprire della Lang?” esclamò stupita Rachel.
“Non lo so, devono avere accesso a informazioni di qualche servizio segreto, ma adesso non ha importanza, dobbiamo solo correre!”

 

Beth Luciani continuava a tenere il coltello puntato alla gola della dottoressa Lang, e non aveva tolto la mano dalla bocca della donna.
“Se farai la brava, faremo un bel viaggio tranquillo, come due vecchie amiche – sussurrò Beth – Poi sarà il momento di scambiare quattro chiacchere, che ne dici? Magari sul tuo lavoro”

 

Proprio in quel momento il furgone di Sark e Rachel, più veloce, si fermò di colpo a pochi metri dall’automobile di Claire. Beth Luciani, dopo un attimo di stupore, si tuffò a terra costringendo la Lang a seguirla. Sark e Rachel uscirono dal furgone, armi in pugno.
Imprecando, Beth colpì Claire Lang alla testa con il manico del coltello e lanciò la sua arma, colpendo Sark alla spalla. Rachel soffocò un urlo e tentò di colpire Beth, ma l’agente traditrice si era già tuffata di nuovo a terra e tentava di trascinare Claire verso l’auto. Proprio in quel momento il furgone di Sydney si era fermato alle spalle della Luciani.
“Lasciala andare o ti faccio saltare la testa” urlò minacciosamente Sydney. Beth fece un sorriso sarcastico e fece alzare in piedi Claire, usandola come scudo umano.
“Se mi spari rischi di perdere la tua unica fonte di informazioni. Abbassa la tua arma o questa bella dottoressa sarà la prima a morire.”
“So essere più precisa di un chirurgo da questa distanza” la sfidò Syd.
“Può essere…ma se vorrai sparare dovrai farlo per uccidere. Sei disposta ad arrivare a tanto?” replicò Beth Luciani.
Mordendosi le labbra Sydney fu obbligata a obbedire.
“Anche tu, Rachel, sei pregata di non fare stupidaggini. Già che ci sei, prova a soccorrere il tuo fidanzato” continuò Beth, apparentemente a suo agio. Rachel le rivolse uno sguardo carico di odio puro. Sark, nel frattempo, aveva iniziato a sanguinare dalla spalla e si era accasciato a terra, senza lamentarsi. Il suo viso stava diventando pallido. La bionda agente del Tempio fece cadere a terra la sua arma e si sedette vicino al suo collega, afferrandogli la mano.
“Ottimo, vedo che siamo tutte ragazze sveglie. Ora vi allontanerete mentre io porto via questo bel bocconcino di scienziata e tutto finirà bene. Provate a seguirmi e la prossima volta che la vedrete sarà un cadavere” concluse Beth, facendo due passi in direzione dell’auto di Claire. Un rumore secco la fece trasalire, e un istante dopo la terrorista urlò di dolore: Robert Kane era riuscito ad uscire dal furgone di Syd senza farsi notare e aveva sparato a Beth, colpendola di striscio alla coscia destra. Il dolore fece perdere alla Luciani la presa sulla dottoressa Lang, che si divincolò e morse Beth al braccio. L’agente traditrice rispose spingendo Claire a terra e tuffandosi in una corsa disperata verso l’automobile. Kane e Sydney tentarono di colpirla mentre si allontanava a velocità folle. Sydney continuò a sparare a vuoto per alcuni secondi, prima che Kane e Marshall, che era appena uscito dal furgone, riuscissero a fermarla.
“E’ andata, Syd, è andata…” mormorò Marshall in tono sconsolato. Sydney buttò la sua arma a terra e si abbandonò a un pianto carico di rabbia e amarezza. Non era possibile che la persona che avrebbe potuto dirle così tanto su sua figlia fosse scappata di nuovo.
Claire Lang si era ripresa rapidamente dallo shock. A pochi metri da lei Sark mugolava dal dolore, e Rachel stava per estrarre il coltello di Beth dalla ferita.
“Non farlo! – la supplicò Claire – Peggioreresti le sue condizioni. Per ora il coltello tappa la ferita: non toccarlo finché non arriviamo in ospedale.”
Rachel allontanò la sua mano dal manico del coltello e rivolse a Claire uno sguardo a metà fra lo stupito e il dubbioso. La dottoressa non sembrò curarsene e strappò la manica della sua giacca, usandola come benda di fortuna.
“Claire…mai come ora sono contento che tu sia un medico” le sussurrò Sark sorridendo debolmente.
“Per chi lavori ora, Julian? La Seconda Convenzione? O sei di nuovo un mercenario?” chiese distrattamente Claire, fissando la benda di fortuna con un nodo.
“La Seconda Convenzione non esiste più” mormorò Sark.
“Hai molte cose da spiegarmi, Julian – rispose la Lang – E se ti conosco bene anche tu vuoi molte spiegazioni da me”
Rachel fissò Sark e Claire con un accenno ben visibile di gelosia e fastidio: come si era conosciuti quei due?

D.S.R. – UFFICIO RAPPORTI INTERAGENZIE

Jack Bristow sedeva nervosamente davanti ad una scrivania vuota. Malone lo aveva proprio incastrato, pensò. Era sicuro che il dispositivo che si era iniettato non servisse semplicemente a infiltrarsi nella rete del D.S.R., ma anche a tenerlo sotto controllo. Non poté fare a meno di riconoscere che quella missione era stata un’ottima mossa. Se avessero tentato di sorvegliarlo di nascosto se ne sarebbe accorto subito e avrebbe preso delle contromisure, ma obbligandolo a farsi iniettare un trasmettitore per una missione illegale Malone aveva preso due piccioni con una fava. Jack non poteva togliersi il dispositivo senza farsi arrestare e Malone aveva in pugno sia il D.S.R. che lui. Certo, lui sapeva di essere sorvegliato, ma non poteva comunicare liberamente con nessuno.
La porta della stanza si aprì, facendo entrare un giovane agente sulla trentina, dai capelli neri e dall’aria estremamente professionale.
“Il direttore Kendall si scusa, ma è impegnato in una missione e non è potuto venire. Mi chiamo Ethan Bell, sono il suo vice, può parlare con me” annunciò, porgendo a Jack una mano che l’agente C.I.A. strinse con convinzione.
“Il direttore Malone mi ha mandato qui per discutere sui documenti del caso Crisalide” annunciò Jack, senza perdersi in chiacchiere.
“Il D.S.R. è pronto alla massima trasparenza” rispose Bell. Tu non sai quanto, pensò Jack, sto scaricando proprio adesso i vostri archivi.

UFFICIO DI PATRICK MALONE

Il direttore fece un sorriso compiaciuto, ascoltando la conversazione di Jack e Bell sul suo portatile. L’assenza di Kendall era seccante, perché significava perdere la possibilità di controllarlo, ma il segnale era perfetto e il dispositivo si stava facendo strada negli archivi del D.S.R..
Malone digitò una stringa di caratteri, escludendo le informazioni che non lo interessavano per rendere più veloce il download.
“Come va la ricerca del colloquio di Vaughn e Sark?” chiese a Prentiss, che stava lavorando a un computer accanto al suo.
“Per ora nulla – rispose l’ometto – Non ho neppure la conferma ufficiale che l’agente Vaughn abbia incontrato quel contatto”.
“Continui a cercare, allora” lo zittì Malone, infastidito dal contrattempo.
“Mi servirebbe una visita al centro di calcolo” continuò a lamentarsi Prentiss.
“Vada, allora. Le ho avevo detto di non perdere tempo, quindi non resti qui a gingillarsi!” sbottò Malone, innervosito dalla voce stridula e dalle lamentele del suo sottoposto. Prentiss abbandonò la sala.
Proprio in quel momento il cellulare di Malone iniziò a suonare. L’uomo trasalì vedendo che era Beth Luciani a chiamarlo.
“Sei riuscita a trovare la Lang?” chiese il direttore.
“L’ho trovata, ma l’hanno presa Julian Sark e Sydney Bristow. Lavorano insieme, non saprei dirti per chi. E indovina un po’? C’era anche Rachel Gibson con loro” rispose Beth. Malone rimase interdetto per un attimo.
“Gibson, hai detto? Ne sei sicura? Si è dimessa dalla C.I.A. mesi fa” replicò.
“Ho conosciuto quella sciacquetta bionda di persona, quindi sì, ne sono sicura. Ti ricordi la missione di Phuket di cui ti ho parlato? Quella in cui ho catturato Sydney Bristow? Penso che Bristow, Gibson e Sark lavorino per la stessa agenzia, probabilmente sono stati loro ad attaccare il convoglio di Johnny prima della C.I.A.”
“Questo spiega il contatto fra Sark e Vaughn… – sussurrò Malone tra sé e sé – dovevo immaginarmelo”
“Che cosa c’entra Vaughn?” si lamentò Beth, confusa.
“Lascia perdere. Vedi di cercare di scoprire chi finanzia il tuo partner, al resto ci penso io” concluse Malone.
“Bene, bene…la trama si infittisce – mormorò tra sé – Bristow e Sark che collaborano, e Vaughn che contatta Sark. Conoscendo i loro precedenti non l’avrei mai immaginato…”

IL TEMPIO – SALA INTERROGATORI

Fino a pochi mesi prima Sydney avrebbe escluso che lei e Sark potessero realmente stare dalla stessa parte. Invece adesso si trovavano insieme ad interrogare Claire Lang per avere informazioni su Isabelle. Sark sopportava tranquillamente una pesante fasciatura alla spalla.
Anderson e Rachel, dal Tempio, stavano seguendo l’interrogatorio attraverso delle telecamere nascoste nel rifugio. Kane e Marshall stavano lavorando, cercando di trovare notizie sulla dottoressa Lang. Sark li aveva avvertiti che troppe persone presenti avrebbero potuto infastidire Claire.
“Per quale motivo mi hai contattata, Julian? Chi era quella donna nella mia auto?” chiese Claire, cominciando a mostrare i primi segni di impazienza.
“Quella donna appartiene a un gruppo che voleva rapirti e probabilmente ucciderti, e noi ti abbiamo salvato, il che ti rende in debito con me. Voglio che tu ci dica tutto quello che sai sul Progetto Crisalide” la incalzò Sark.
“Progetto Crisalide? – il volto della donna mostrò perplessità e una malcelata preoccupazione al tempo stesso – Mi dispiace ma non so di cosa state parlando. Non posso esservi utile”.
“Ne è sicura? Eppure dai dati in nostro possesso sappiamo con certezza che è stata contattata, e che ha collaborato per un certo periodo, con la Quatermass International, portando avanti delle ricerche sul Progetto Crisalide” Sydney si intromise nel discorso, mostrando alla donna dei tabulati telefonici scovati da Marshall poco prima e che mostravano inequivocabilmente la sua appartenenza a quella agenzia.
“Ho lasciato quel gruppo ormai mesi fa. Ora lavoro per conto mio, non saprei dirvi nulla su di loro” rispose la dottoressa, con un pizzico di inquietudine.
“Siamo a conoscenza anche di questo, Claire. A noi basta sapere quello che hai scoperto durante la tua permanenza alla Quatermass – Sark continuava ad interrogare la donna – In modo particolare vogliamo sapere tutto ciò che conosci su un fascicolo contenente studi sul Quinto Profeta”
“Se conoscete così bene la Quatermass International, saprete pure che chi stava ai vertici non ama molto le fughe di notizie. Tu per primo, Julian, sai come funzionano queste cose” rispose la donna.
“Noi possiamo proteggerti, Claire. Devi fidarti di me.”
Rachel, che osservava la scena dall’ufficio di Anderson, sentì un certo disturbo nel vedere la confidenza tra i due. Come mai Sark e il contatto si chiamavano per nome? Per lei era sempre più difficile fare chiarezza nei propri sentimenti. Da un lato sentiva un forte impulso a scappare, a stare lontana da Sark. Ma una parte di lei avrebbe voluto entrare nella sala interrogatori solo per dire a quella dottoressa da quattro soldi che non doveva fissare così il suo uomo.
Claire si morse le labbra, ma sembrava più convinta a rivelare ciò che sapeva: “Diversi mesi fa mi è stato consegnato un campione di sangue. Il mio compito era quello tentare di sintetizzarlo, per renderlo stabile. Sapevo solo che il sangue apparteneva ad un particolare individuo, il Quinto Profeta, dotato di enormi capacità“
“Il sangue di Isabelle” mormorò a mezza voce Sydney.
“Chi mi ha commissionato il lavoro pensava che il sangue, una volta sintetizzato, sarebbe potuto essere la chiave per sviluppare quell’immenso potenziale.” continuò Claire.
“E chi è stato a commissionarti il lavoro?” chiese l’agente Bristow, desiderosa di scoprire chi ci fosse dietro a tutto questo, una volta per tutte.
“Non l’ho mai saputo. Ho sempre parlato con intermediari.” rispose il contatto di Sark.
“Per quanto tu possa sapere i tentativi di risvegliare i poteri nel Quinto Profeta sono andati a buon fine?” domandò Sark, sapendo che la risposta a questa domanda era la più importante di tutto l’interrogatorio e soprattutto quella più importante per Sydney.
“Credo che ci sia stato un malinteso. Per quanto i miei superiori mi mettevano a conoscenza dei veri obiettivi del lavoro, i miei studi non erano rivolti a risvegliare i poteri nel Quinto Profeta, ma a cercare di riprodurre tali poteri in altri individui, attraverso la stabilizzazione del suo sangue.” affermò Claire.
Rachel si limitò a scuotere la testa. I modi cortesi di Sark con quella donna erano una spiacevole novità: di solito Sark trattava i suoi contatti come prigionieri. Che fra i due ci fosse stato qualcosa di più della semplice collaborazione era ovvio. Claire Lang le piaceva ogni minuto di meno.
Sydney si sentì gelare il sangue nelle vene: sapeva bene cosa le stava per dire la dottoressa. Le sue gambe cominciarono a tremare. Se chi c’era dietro al Progetto Crisalide metteva tante risorse e impegno nel tentativo di risvegliare i poteri in altre persone era perché oramai non potevano più sfruttare direttamente Isabelle. La sua bambina era davvero morta, e lei aveva lottato inutilmente per mesi, nella speranza di riabbracciarla. Trattenendo a stento le lacrime, uscì dalla stanza. Si sentiva soffocare, aveva bisogno di un po’ d’aria.
Anderson la osservò dalle telecamere con sguardo preoccupato.

CENTRO DI CALCOLO C.I.A.

“Amico, senti, fammi, entrare, ho dimenticato le chiavi di casa in archivio – si lamentò Weiss, cercando il più possibile di apparire come la caricatura di un agente distratto e pasticcione – Solo cinque minuti, dai…” “Non si entra se non con un’autorizzazione scritta del direttore” rispose minacciosamente la guardia di servizio davanti al centro.
“Sì, va bene, entro solo cinque minuti, ok? Anzi, magari entriamo tutti e due…mi servono solo le mie chiavi non toccherò niente…dai, fammi entrare, cosa ti costa?” continuò Weiss.
“Non mi sono spiegato bene, oppure sei sordo? – rispose la guardia – Vattene subito o ti faccio andare via io a calci”
Weiss sbuffò: “Sono un agente C.I.A., lo sai, ti ho mostrato il tesserino, no?”
“Conterò fino a dieci, e se non te ne sarai andato passerò alle maniere forti” rispose la guardia, esasperata
“Uno” iniziò.
“Ehi, aspetta, non vorrai mica mettermi le mani addosso per un paio di chiavi.” si lamentò Weiss.
“Due” continuò la guardia, alzando il tono della voce.

GARAGE DI JACK BRISTOW

Vaughn e Dixon seguivano la situazione sullo schermo del portatile di Vaughn, che si era collegato alla sorveglianza interna. Dixon si voltò e iniziò a digitare una serie di stringhe di codice su un altro computer.
“Sei sicuro che funzionerà?” chiese Vaughn, mordendosi le labbra.
“Usano ancora il sistema di Marshall, mi ha insegnato come sorpassarlo quando ero direttore – rispose Dixon – Ma se quella guardia entra nella stanza nei prossimi tre minuti noterà il flusso di dati in uscita. Pensi che Weiss riesca a farcela?”
“Se non si farà spaccare il naso prima credo di sì” rispose Vaughn, osservando la guardia, sul punto di scacciare Weiss con le maniere forti.
“Maledizione, ho parlato troppo presto.” esclamò Vaughn, quando Prentiss arrivò davanti alla porta del centro.
“Cancella subito tutti i dati!” Dixon annuì, continuando a digitare linee di codice.

CENTRO DI CALCOLO

“Mi manda Malone, devo accertare l’integrità del centro” si presentò Prentiss, sventolando il suo distintivo davanti alla guardia, che si limitò ad annuire e a farsi da parte. Weiss impallidì: il piano stava per fallire. In un attimo di ispirazione afferrò la manica della camicia di Prentiss e scosse la testa.
“Può cercare le mie chiavi mentre è dentro, per favore?” chiese in tono di supplica.
“Mi tolga le mani di dosso!” strillò Prentiss, infastidito. La guardia sbatté Weiss a terra.

 

“Presto, presto, sta per entrare!” esclamò Vaughn.
“Ho quasi fatto, devo solo eliminare gli ultimi riferimenti incrociati – rispose Dixon, battendo sui tasti a una velocità impressionante – Ecco, adesso devo solo scollegarmi dalla rete…” annunciò.
Vaughn annuì, mordicchiandosi le labbra. Prentiss era entrato nel centro di calcolo proprio in quel momento.
“Dannazione, non riesco a disconnettermi, hanno aggiunto un livello alla sicurezza che non riesco a sorpassare!” esclamò Dixon.

 

Prentiss non riusciva a credere ai suoi occhi: c’era una perdita di dati verso un accesso interno all’agenzia. Si voltò di scatto verso la guardia. “Trattieni quell’agente!” si mise ad urlare, ma Weiss si era già rialzato in piedi e correva verso l’ascensore. La guardia puntò una pistola alla schiena dell’agente. “Fermati, o sparo!” urlò.

 

“Stacca tutto! – urlò Vaughn – Hanno preso Weiss!”
“Se mi disconnetto manualmente ora, resterà una traccia del mio ingresso! – rispose Dixon – Sarebbe come consegnarsi direttamente a Malone!”
“Non abbiamo tempo, se rimani collegato ci individueranno lo stesso!” ribatté Vaughn.

 

“Voltati, lentamente, e metti le mani sopra la testa” ordinò la guardia a Weiss, che obbedì senza fiatare. Era finita, era stato scoperto. Proprio in quel momento Prentiss uscì dal centro di calcolo. “Lo lasci andare, mi sono sbagliato” annunciò. Stupefatto, la guardia abbasso la sua arma e fece cenno a Weiss di andarsene.

 

“Cosa è successo? Perché lo lascia andare?” chiese Vaughn, stupito dalla reazione di Prentiss.
Dixon sorrise: “Con il sistema di Marshall, il mio ID è quello dell’amministratore di rete. Ho semplicemente mandato un messaggio al centro di calcolo, fingendomi Malone. A quanto pare ci sono cascati” concluse, con un sospiro di sollievo.
Vaughn gli diede una pacca amichevole sulla spalla: “Ci siamo andati troppo vicino per i miei gusti” sospirò.

BAIA DI ANAHEIM

Non sapeva da quanto tempo era oramai seduta lì, su quella scogliera. E non sapeva neanche per quale motivo. Nemmeno l’immensa distesa oceanica che aveva di fronte agli occhi riusciva ad alleviare la sofferenza di Sydney. Al contrario quella vista la faceva sentire ancora più piccola e impotente. Era riuscita a superare il dolore per la perdita di Isabelle, grazie alla speranza di poter riabbracciare presto la sua bambina. Ma le ultime rivelazioni sembravano non lasciare molti dubbi sugli scopi del Progetto Crisalide. Non volevano sfruttare i poteri di sua figlia, ma solo riprodurli in altre persone. Il gancio a cui si era saldamente aggrappata per mesi stava per cedere inesorabilmente.
Fu improvvisamente scossa dai suoi pensieri dal rumore di passi dietro di lei. Sapeva di chi si trattava prima di voltarsi. Era l’uomo che negli ultimi mesi accorreva in suo soccorso quando ne aveva bisogno.
“E’ stato il rilevatore satellitare della mia auto che ti ha permesso di trovarmi, giusto?” sospirò Sydney.
“Vedo che il tuo intuito non ti abbandona mai” rispose Christopher sorridendo alla donna, anche se era ancora voltata di spalle.
Sydney si voltò guardando l’uomo: “Ne sei proprio sicuro?”.
“Sì, Sydney – l’uomo si sedette accanto alla collega – Ho ancora piena fiducia nel tuo intuito. Non ho mai trovato una donna con le tue capacità prima d’ora. E sento che non ti sbagliavi.”
“Io invece non so più a cosa devo credere…” le lacrime cominciarono a rigare nuovamente il volto della donna.
“E allora continua a seguire quella voce dentro di te che ti ha sempre detto che tua figlia è viva, e che devi lottare per ritrovarla.”
“Non penso di riuscire più a sentire quella voce” lo sguardo di Sydney lasciava trasparire ogni suo dubbio, ogni sua più profonda incertezza.
Anderson continuò a consolare la collega: “Noi faremo di tutto per ritrovare Isabelle, e fino a che ci sarà la più piccola speranza andremo avanti con le ricerche, te lo prometto.”
Sydney gli sorrise: “A proposito dell’altro giorno, di quel bacio, io…” la donna sapeva che doveva chiarire la situazione che si era creata tra lei e il suo capo.
“Non devi giustificarti, Sydney – la interruppe Anderson, intuendo i pensieri della collega – Tu sei molto importante per me, più di quanto pensi. Ma so bene che non sei pronta ad avere un’altra storia, e io non voglio farti nessun tipo di pressione in questo senso. Voglio solo poterti aiutare e stare al tuo fianco.”
Sydney gli sorrise, abbracciandolo.

UFFICIO DI PATRICK MALONE

“Avanti” disse Malone, rispondendo ai colpi alla porta del suo ufficio.
L’agente Prentiss fece il suo ingresso: “Ha i riferimenti che le avevo chiesto?” chiese Malone in tono impaziente.
“Ma è stato lei a trovarli, signore, per questo mi ha fatto richiamare nel suo ufficio…” obiettò debolmente Prentiss.
“Che diavolo sta dicendo?” chiese Malone.
“Nel suo messaggio…” iniziò a spiegare Prentiss
“Io non ho inviato nessun messaggio” rispose Malone, stupefatto. All’improvviso si immobilizzò, realizzando cosa era successo.
“Bristow li ha avvertiti…” sussurrò.
“Signore?” si premurò Prentiss.
“Vattene, e da questo momento non farti più rivedere in questo ufficio” fu la sola risposta di Malone. Prentiss deglutì rumorosamente, uscendo dalla stanza.

UFFICI C.I.A.

Quando Jack rientrò alla C.I.A. lo sguardo soddisfatto di Weiss gli fece subito capire che Malone non era riuscito a trovare ciò che cercava. Jack si sedette alla sua scrivania e si concesse un sospiro di sollievo: nonostante il dispositivo di controllo che era stato costretto a iniettarsi era riuscito a comunicare con i suoi uomini. Jack era orgoglioso di avere dei colleghi tanto affiatati e leali, e annuì a Weiss, che rispose al suo gesto con un sorriso soddisfatto. Proprio in quel momento Patrick Malone uscì dal suo ufficio e li squadrò, rivolgendo a Jack uno sguardo glaciale.
“Non pensare di avere vinto, Jack. Sei ancora sotto il mio controllo” mormorò Malone a bassa voce, facendosi capire perfettamente da Jack, che rispose semplicemente con un cenno della mano e un sorriso.

LUOGO SCONOSCIUTO

Beth Luciani smise di frugare nei cassetti di Sorrentano quando udì il rumore della porta che si stava aprendo. Presa da un’idea improvvisa si sdraiò sul letto, slacciando alcuni bottoni della sua camicia.
“Sorpresa” annunciò sorridendo quando Sorrentano entrò nella camera. Lo sguardo stupito dell’uomo si dissolse non appena le labbra della donna toccarono le sue.
“Come è andata la riunione con il Gran Capo?” gli chiese Beth, quando si staccarono per un attimo.
“Malissimo – commentò Sorrentano, togliendosi la camicia e baciando di nuovo la sua amante – I nostri recenti fallimenti non sono stati molto apprezzati” continuò, lasciando cadere a terra anche la camicia della ragazza e baciandola di nuovo.
“Il recupero del contatto, invece?”
“Malissimo anche quello” rispose Beth, iniziando a slacciare la cintura dei pantaloni del suo partner.
“Come sarebbe a dire, malissimo?” la fermò Sorrentano, afferrandole i polsi.
“Lasciami” si lamentò Beth
“Che cosa vuol dire malissimo? Spiegati subito!” insistette Johnny, furioso.
Beth si divincolò dalla sua presa, lanciandogli un’occhiata di disprezzo e rimettendosi la camicia.
“Non hai il diritto di darmi ordini, quindi non osare mai più farlo. E comunque, se vuoi proprio saperlo, Sark e la sua squadra hanno recuperato la dottoressa Lang prima di noi. Chissà, forse se invece di andare a inutili riunioni con i tuoi misteriosi capi tu fossi stato sul campo con me, forse saremmo riusciti a catturarla” concluse, allontanandosi da Sorrentano.
“Beth – la chiamò Sorrentano, rivestendosi a sua volta – Beth, aspetta, non volevo…”
“Non mi interessa quello che volevi o non volevi fare, ormai l’hai fatto” rispose in tono gelido la donna. “Non toccarmi” aggiunse, respingendo le mani del suo partner.
“Mi dispiace – si scusò Sorrentano – Hai ragione, non avrei dovuto, ma questa situazione mi sta facendo innervosire. Abbiamo avuto troppi fallimenti, e non riesco ancora a capire perché”
“Dovrebbe importarmi dei tuoi fallimenti? Tu non mi hai nemmeno detto chi sono i tuoi superiori” rispose Beth, sempre più gelida.
“Sto eseguendo degli ordini. Lei non vuole che il suo nome sia collegato a noi due” si giustificò Sorrentano.
“Lei chi?” chiese Beth. Sorrentano si morse le labbra, accorgendosi di avere già detto troppo.
“Questo tuo capo non può certo aspettarsi che io mi fidi di una persona che non ho mai visto. E come faccio a sapere che non sei tu a volermi tenere all’oscuro di tutto?”
Sospirando, Sorrentano scosse la testa: “Lei non vuole nemmeno che si pronunci il suo nome per paura che venga intercettato da Echelon. La sua è una di quelle identità che attirano problemi come mosche al miele. E’ una paranoica, ma nel nostro lavoro, ha perfettamente ragione. Se tu sapessi chi è, capiresti”
Incuriosita, Beth accarezzò il braccio di Sorrentano: “Allora dimmelo tu ora. Tutto funzionerebbe meglio se io sapessi per chi sto lavorando. E poi me lo devi…”
Sorrentano sospirò e si limitò a mostrare a Beth una fotografia “E’ lei.” annunciò. La donna rimase scioccata dalla rivelazione.
“Intendi dire proprio…lei?” chiese subito dopo. “Ma non era…?” “A quanto pare no” fu la secca risposta di Sorrentano.”Ora che lo sai, non pensare più nemmeno per un secondo che tu non meriti la mia fiducia.” “No, certo che no” rispose Beth, baciando di nuovo Sorrentano. Quando l’uomo le voltò le spalle per un attimo, Beth sorrise soddisfatta. Ora sapeva tutto quello che c’era da sapere.

APPARTAMENTO DI MARCUS DIXON

Robin aveva accettato di giocare con JJ nella sua stanza: era entusiasta di potersi occupare di un bambino così piccolo. Steven, quel giorno, aveva un colloquio di lavoro, e Marcus aveva sfruttato l’occasione per potere discutere con Vaughn e Weiss in un luogo al riparo da cimici e microspie.
“Mi dispiace solo non potere parlare con Jack” esordì Dixon
“Malone non rinuncerà al trasmettitore che gli ha iniettato – commentò Vaughn – Sarà molto più difficile senza di lui, ma a meno di non trovare un modo sicuro per non essere intercettati è meglio non coinvolgerlo”
“Siamo capaci di fregare Malone lo stesso, no? Non ci vuole poi molto, è bastata una mia eccellente interpretazione” replicò Weiss, soddisfatto.
Vaughn fece una smorfia di disappunto: “Mai sottovalutare Malone, quell’uomo è più viscido di un serpente ed altrettanto pericoloso”
Dixon annuì: “Uomini come lui sono abituati a camminare sul filo del rasoio e a prendere ogni contromisura necessaria per proteggersi. Oggi abbiamo vinto una battaglia, ma la guerra è solo cominciata – commentò Dixon, massaggiandosi le tempie – E spero che la prossima volta sarete voi a programmare in linea: sorpassare il sistema di sicurezza con i trucchi di Marshall mi ha fatto venire un bel mal di testa. Cosa non darei per un bel tranquillante dei vecchi tempi all’SD-6”
Weiss e Vaughn sorrisero.
“Cosa facciamo, allora? – chiese Weiss dopo una breve pausa- Come si prosegue? Senza Jack non sappiamo da dove iniziare per incastrare Malone”
“Direi di lasciare perdere Malone, almeno finché Jack non riuscirà a liberarsene – suggerì Vaughn – Concentriamoci su Sydney e Anderson. Gli archivi della C.I.A. ora sono off-limits, ma ci sarà un modo per saperne di più…”
Weiss si schiarì leggermente la gola.
“Che succede, Eric?” gli chiese Vaughn, leggermente sorpreso.
“Beh, ecco, diciamo che mentre Prentiss è uscito per andare a parlare con Malone della mail che gli avevate mandato si è portato la guardia come scorta, e io sono riuscito ad intrufolarmi negli archivi…”
Dixon e Vaughn si fissarono stupiti: “Perché non ce lo hai detto prima?” chiese Vaughn, stupito.
“Perché non ho trovato nulla su Anderson! – rispose Weiss – Quel tipo deve avere una protezione ai livelli più alti della C.I.A. o di un’altra agenzia governativa, su di lui c’è solo il nome, la data di nascita e il vecchio numero di matricola del C.S.N.. Per il resto è un fantasma”
“Conferma la teoria che Anderson e Sydney stiano lavorando per un’organizzazione clandestina. Forse loro sanno qualcosa di più su Isabelle. Anzi, ne sono sicuro” concluse Vaughn, alzandosi in piedi.
“Meglio uscire di casa ora, non è prudente riunirsi per troppo tempo. E io devo portare JJ da mia madre, mi ha chiesto di passare ancora un po’ di tempo con lui”
Weiss e Dixon annuirono, ma non appena Vaughn fu uscito dalla stanza Weiss rivolse a Dixon uno sguardo perplesso: “Fino a ieri sembrava convinto della morte di Isabelle, ora sembra certo che sia viva…non lo capisco. E poi andiamo, come si fa anche solo a pensare che la bambina sia sopravvissuta?”
“Tu non hai figli, vero Eric?” chiese Dixon.
Weiss ammutolì.
“Se fossi al posto di Vaughn reagirei come sta reagendo lui. Prima, senza prove, era facile farsi prendere dallo sconforto, ma ora…ogni possibilità, anche minima, è un soffio di speranza per Vaughn. Abbiamo assistito a cose ben più strane di persone che tornano da una morte presunta”
Weiss aprì la bocca ma scoprì di essere rimasto senza parole, e si limitò ad annuire.

IL TEMPIO

Claire Lang sedeva nella stanza degli interrogatori, guardandosi le unghie con aria spazientita. Al di là del finto specchio Rachel la osservava attentamente.
“Disturbo, signore?” chiese Kane, bussando alla porta.
“Entra pure, il capo se ne è andato da un po’” rispose Rachel, senza distogliere lo sguardo dalla dottoressa Lang.
“Peccato, ci tenevo a vederlo, volevo sapere se potevo spedire una fotografia di Regina ai suoi genitori. In teoria non dovrei nemmeno pensarci, visto i problemi di sicurezza, ma sento di doverglielo” replicò Kane.
Rachel abbandonò l’osservazione della possibile rivale: “Non sono stati avvertiti? Non sanno che è morta?” chiese in tono incredulo.
“Questo gruppo è segreto, cosa credevi? Pensano che sia morta in Iraq anni fa. Posso sempre dire di avere trovato quella foto solo ora, ma la cosa va studiata bene. Tu mi appoggi, vero? Regina avrebbe voluto rimandare quella foto a casa, ne sono sicuro” la supplicò Kane.
Proprio in quel momento Sark fece a sua volta il suo ingresso nella stanza. Kane si interruppe e si limitò a salutare Sark e Rachel con un cenno del capo, uscendo dalla sala.
“Di cosa stavate parlando voi due? Devo essere geloso?” scherzò, sorridendo a Rachel.
La ragazza fece una smorfia e non rispose, limitandosi a osservare di nuovo Claire: “Quella donna, la dottoressa Lang – chiese all’improvviso Rachel senza voltarsi verso Sark – come la hai conosciuta?”
Sark sospirò e scosse la testa: “Credimi, non vuoi realmente sapere come ho conosciuto Claire”
Rachel si girò di scatto: “Dato che dici di essere cambiato, non dovrebbe esserci nessun motivo per nascondermi notizie sul tuo passato” esclamò.
“Non vuoi veramente saperlo, fidati” fu la risposta sofferta di Sark.
“Allora vediamo se vorrai mantenere il segreto anche con Anderson! Ti rendi conto che ti stai rendendo sospetto? Tu e lei potreste esservi messi d’accordo per tradirci!” rispose Rachel.
“Non vedo Claire da almeno un anno, Rachel, e credo di avere dato sia a te che a Anderson moltissime prove della mia lealtà!” si difese Sark.
“Già che ci sei, mi piacerebbe sapere anche perché continui a chiamarla Claire…” continuò Rachel in tono velenoso. Sark spalancò gli occhi, stupito: “La conosco da molto tempo…” spiegò.
“E guarda caso la scienziata che ha lavorata sul sangue di Isabelle è propria una tua vecchia conoscenza…o dovrei dire una vecchia fiamma?” continuò Rachel, furiosa.
Sark si leccò le labbra prima di rispondere: “Sì, io e Claire abbiamo avuto una storia, ma è stato molto tempo fa. Quando ha saputo che ero un terrorista….non è finita molto bene. Non c’è stato più nulla fra noi da allora, ti assicuro che non hai nessun motivo di essere gelosa. “
“Gelosa? Credi che le mie domande siano motivate dalla gelosia? – replicò Rachel – Sei un ex terrorista, hai ucciso e tradito un numero incredibilmente alto di tuoi colleghi. Non sei esattamente un modello di affidabilità!”
“Sono cambiato. Da quando ho visto la morte in faccia, un anno fa, ho capito che avevo sbagliato tutto. Ho cambiato i miei obiettivi.”spiegò Sark.
“Ah, si? E quali sarebbero questi nuovi obiettivi?” chiese Rachel in tono scettico. Sark non rispose: si limitò ad avvicinarsi a Rachel e a baciarla sulle labbra. Dopo un attimo Rachel si abbandonò al bacio, dimenticando, almeno per un momento, i suoi dubbi e suoi sospetti.

 

Mentre camminava per i corridoi della base Kane per poco non si scontrò con Anderson, che si stava avviando a passi veloci verso una piccola sala dalla porta blindata.
“Signore” lo salutò con rispetto.
“Kane. Ho saputo della fotografia. Mi dispiace, vorrei che potessimo spedirla, ma in questo momento il livello di discrezione deve essere massimo – rispose Anderson, con un sorriso triste – Regina non vorrebbe di sicuro farci scoprire e rovinare ciò per cui lei ha combattuto, lo capisci, vero?”
Kane non rispose, ma i suoi occhi mostravano tutto lo stupore e la delusione e la rabbia che stava provando in quel momento.
“Sissignore” rispose, trattenendo al meglio le sue emozioni.
“Devo incontrare la Keller, ora. Per favore, occupati tu della gestione della base nella prossima ora, l’agente Bristow è tornata a casa.” continuò Anderson, entrando nella stanza.

 

“Si sieda – ordinò Marie Keller, il superiore di Anderson – E mi dica perché mi ha fatto chiamare”.
“Ho paura che Sydney Bristow stia perdendo la sua fiducia nella vita di Isabelle” esordì Anderson, sedendosi sulla sedia davanti alla poltrona di Marie.
“Nemmeno noi abbiamo creduto che fosse viva” rispose Marie.
“Sydney non è più concentrata, è distrutta. Queste notizie la stanno facendo cadere sempre più nella disperazione – continuò Anderson – Le serve aiuto, non può andare avanti così.”
“A quanto ne so, agente Anderson, lei la sta aiutando. Direi anzi che la sta aiutando molto, forse anche troppo” fu l’unica risposta della Keller.
“Senta, non so che cosa stia pensando, mai i miei rapporti con Sydney Bristow sono rimasti strettamente professionali. Non l’ho insidiata e non cerco di sfruttare il fatto di essere il suo superiore.” sbottò Anderson.
“A dire il vero, agente Anderson, non stavo parlando di un legame sentimentale, ma se vuole parlarne lei sono pronta ad ascoltarla” precisò Marie Keller. Anderson rimase a bocca aperta, ma si riprese rapidamente.
“Sydney Bristow è un’agente eccezionale, una donna eccezionale, e non nego di non essere immune al suo fascino. Ma l’ultima cosa di cui mi si può accusare è la mancanza di correttezza e di professionalità”.
“La sua professionalità non è in discussione – rispose la Keller – Volevo solo farle capire che il dolore che sta provando Sydney potrebbe condizionare le nostre decisioni, se ci affezioniamo troppo a lei. Anche io sono commossa dalla sua tragedia, ma il lutto condiviso è un lusso che non ci possiamo permettere”
Anderson annuì senza convinzione.
“Specialmente lei – precisò Marie Keller, alzandosi in piedi – Si ricorda cosa è successo quando si è fatto dominare dalle emozioni l’ultima volta, vero?”
Anderson non rispose.

CASA DI SYDNEY

La musica del “Requiem” di Mozart riecheggiava nella camera da letto.
Sydney socchiuse gli occhi, abbandonandosi alle note vibranti del capolavoro senza riuscire ad allontanare i pensieri che le stavano riempiendo il cuore di sconforto. La donna afferrò la bottiglia di vino semivuota che aveva appoggiato sul comodino al lato del letto e cominciò a bere. Per ogni sorso di vino che si faceva strada nella sua gola, Sydney ricordava un episodio doloroso della sua esistenza: la prima “morte” di sua madre, Danny senza vita nella sua vasca da bagno, quando aveva saputo che Vaughn aveva spostato Lauren, la morte di Nadia, il giorno in cui aveva pensato che i suoi genitori fossero spariti dalla sua esistenza e, infine, quel maledetto giorno in Francia. Molti dei suoi ricordi si erano rivelati falsi, ma questo non aveva cancellato le sensazioni che Sydney aveva provato in quei momenti. La maschera di determinazione che Syd aveva imparato ad indossare durante la ricerca di sua figlia andò in pezzi quando arrivò per la prima volta ad accettare in pieno la possibilità che sua figlia fosse realmente morta. Sydney scoppiò in lacrime e lanciò la bottiglia a terra, iniziando ad urlare con tutte le sue forze. Aveva voglia di urlare tanto da farsi scoppiare i polmoni, di spaccare tutti i vetri della sua stanza. Alzandosi in piedi, Syd tempestò di pugni il materasso, senza smettere di urlare. Si fermò solo quando la sua mano urtò un oggetto duro. Sydney scostò le coperte e afferrò la sua pistola. La squadrò per un secondo senza fare nulla, poi la alzò all’altezza degli occhi. Il suono del campanello la bloccò proprio mentre stava controllando che fosse carica.
Sydney si ripulì il viso dalle lacrime e prese la pistola, dirigendosi verso la porta. I suoi occhi si spalancarono per lo stupore quando si accorse, guardando attraverso lo spioncino, che a suonare il campanello era stato suo padre. Sydney non aveva avuto un dialogo con suo padre da quando aveva lasciato la C.I.A.: la sua strada e quella di Jack si erano apparentemente separate da quel momento, e l’ultima cosa che si aspettava era vederlo alla sua porta.
Dopo un attimo di esitazione Sydney si infilò la pistola nella fondina ascellare, la coprì con una camicia e aprì la porta.

Jack Bristow aveva cominciato a parlare in codice in Accademia, e in un certo senso non aveva mai smesso. Lui e Arvin erano riusciti ad intendersi attraverso ragnatele di doppi e tripli significati per una vita, e Jack era un maestro nell’arte dell’allusione e nel passare informazioni senza farsi intercettare. Tuttavia, affrontare un discorso con sua figlia a proposito di un’agenzia clandestina a cui Sydney probabilmente collaborava mentre la C.I.A. (e soprattutto Malone) poteva sentire ogni sua parola non era un compito semplice nemmeno per lui. La conversazione era però troppo importante per essere rimandata: Jack doveva avvertire Sydney che Malone era sulle sue tracce.
La prima cosa che Jack notò entrando in casa fu il disordine.
Sydney non era mai stata una maniaca dei lavori di casa, ma la cucina mostrava segni visibili di abbandono e trascuratezza.
Avvicinandosi a Sydney in silenzio -nessuno dei due osava parlare in quel momento- Jack notò un odore familiare: vino. Sydney aveva bevuto. Jack sentì un’ira implacabile riempirgli la testa e gli occhi e riuscì a fatica a dominare la sua rabbia.
“Perché sei qui?” si limitò a chiedergli Sydney, lasciandosi cadere su una sedia. Jack si trattenne dall’urlare solo perché sapeva che Malone era in ascolto, e si avvicinò ai rubinetti della cucina, aprendoli al massimo. Sydney aggrottò le sopracciglia, ma Jack le fece cenno di non parlare. Sempre in silenzio l’uomo avvicinò la mano in cui era stato iniettata la trasmittente al getto d’acqua.

 

Nel suo ufficio, Malone ascoltava la trasmissione, ma i rumori di sottofondo rendevano ogni segnale incomprensibile. Stizzito, pigiò una serie di tasti, aumentando il contrasto e il volume. Non voleva perdersi una singola parola di quel colloquio fra Sydney e Jack.
In casa di Sydney, Jack prese un fischietto per cani dalla sua tasca libera con la mano destra e fischiò a pochi centimetri dalla trasmittente.
L’onda d’urto del fischio per poco non assordò Malone. Imprecando, l’agente si accorse che tutti gli strumenti erano andati fuori scala: Jack Bristow era riuscito di nuovo a fargliela…almeno per sei minuti, prima che la trasmittente tornasse a funzionare.
“Abbiamo solo sei minuti, per cui sarò diretto – annunciò Jack a Sydney – Non ci vediamo da molto tempo, e questo non mi piace. E non posso dire che mi piace la piega che sta prendendo la tua vita”.
Sydney si infuriò immediatamente: “Detto da un uomo la cui vita è stata una completa menzogna, devo prenderlo come un complimento” rispose in tono acido.
“Nonostante tu pensi che io non ti capisca, io so cosa stai provando. Sono anche io un padre a cui è stato detto che sua figlia era morta, so cosa si prova. Ma questo non ti autorizza a distruggere la tua vita” continuò Jack, fingendo di non avere sentito la frecciata maligna di Syd.
“Non sto distruggendo la mia vita, sto cercando Isabelle! Anche tu, quando tutti mi credevano morta, hai continuato a cercarmi e mi hai trovata.” replicò Sydney.
“Io avevo un filmato che provava che tu eri viva – spiegò Jack – Tu, purtroppo, non hai nulla su Isabelle, nessuna traccia sicura. Lo so, in questi casi anche un frammento di indizio diventa un’ancora a cui aggrapparsi per non impazzire, ma c’è un limite a ciò a cui si può credere senza nessuna prova. E da quello che vedo mi sembra che anche tu sei arrivata a questa conclusione”.
L’ultima frase colpì Sydney. Come al solito, suo padre sapeva come cogliere ogni dettaglio della sua anima. Decise di reagire ribellandosi: “Come puoi saperlo? Non ho una microspia nel cervello. Tu non sai nulla di ciò che so o penso io. Potrei persino sapere dove è Isabelle in questo momento, per quanto ne sai tu” rispose.
“Lo vedo da questa casa. Lo sento nel tuo viso. Anche io, anni fa, quando tua madre se ne andò, mi ero lasciato andare; anche io volevo annientare me stesso, per annullare ogni dolore. Ma ci sono scelte da cui non si può tornare indietro. Devo impedirti di farle prima che sia troppo tardi” replicò Jack.
“Troppo tardi per chi? Per me? – rispose Sydney, alzandosi in piedi di scatto – Hai paura che io mi distrugga da sola? Beh se è così ti devo deludere: nonostante tutti i tuoi sforzi per ignorarmi e evitare di trattarmi da figlia non ho avuto un’infanzia sufficientemente triste per invogliarmi a farla finita”
“Non è solo per te che mi preoccupo. Non pensi a JJ, mio nipote? A chi l’hai lasciato, a Vaughn? Non pensi a quanto soffre lui?”
Sydney scoppiò a ridere: una risata isterica, senza il minimo accenno di allegria: “Da quando ci siamo scambiati i ruoli, papà? Da quando sei diventato l’avvocato difensore di Vaughn?”
Jack non rispose: si limitò ad osservare il suo orologio. Mancavano solo due minuti: “Non abbiamo tempo per litigare. Malone, come avrai capito, mi sta facendo sorvegliare, ma ora probabilmente sospetta anche di te. Non è uno stupido, come non lo siamo noi”
“Non ho la più pallida idea di cosa tu stia parlando” commentò Sydney con voce incolore.
“So cosa stai facendo, ma stai rischiando troppo. C’è un altro modo, Sydney, ci deve essere per forza un altro modo…” la supplicò Jack. Proprio in quel momento l’orologio di Jack iniziò a pigolare: i sei minuti erano scaduti.
“Volevo solo dirti che nonostante tutto ciò che ho fatto e tutto quello che ti è successo, io ti voglio bene” concluse Jack.

“Lo so. Ma non basta.” rispose Sydney con amarezza.
Jack si congedò con un cenno del capo e uscì dalla porta.
“Non basta amare una persona per farla rinascere…” sussurrò la donna fra sé e sé, chiudendosi la porta alle spalle.

IL TEMPIO

Robert Kane non aveva mai avuto incarichi di fiducia da parte di Anderson: di solito era stata Regina ad ottenere il comando delle missioni e occasionalmente della base. Robert sospettava che quella dimostrazione di fiducia per un agente giudicato inadatto al comando fosse un modo per fargli dimenticare della fotografia. Scuotendo la testa si costrinse ad allontanare ogni pensiero che potesse ricordargli Regina. Era già dura sopportare la morte dell’unica collega per cui si era seriamente preso una cotta, ma a peggiorare il tutto c’era il fatto che sapeva che era stata colpa sua. Se fosse andato a Phuket avrebbe potuto salvarla, ne era sicuro.

Due agenti di basso grado si avvicinarono alla porta della prigione del Tempio. Incuriosito, Kane si avvicinò ai due.
“Signore” lo salutò il più alto, un certo Johnson.
“Che cosa state facendo?” chiese Kane, scrutando il foglio che l’altro agente, Beetle, reggeva fra le mani.
“Abbiamo ricevuto l’ordine di liberare Aveline Laurent”
Kane spalancò gli occhi, stupefatto: “Che cosa? Ha ucciso Regina, perché diavolo…!?”
“L’ordine viene direttamente da Marie Keller – spiegò Beetle – La Laurent ha rivelato molte informazioni utili e vogliono usarla per fare cadere in trappola un colonnello dei servizi militari thailandesi che collaborava con lei. Ha accettato, ma in cambio vuole la libertà. Noi dobbiamo scortarla”
La rabbia riempì gli occhi di Kane, ma fu rapido a nasconderla: “Me ne assumo io la responsabilità. Voi due potete andare”
Beetle e Johnson si scambiarono una rapida occhiata di scetticismo.
“Anderson mi ha dato piena responsabilità sulla base. Di sicuro non vorrete rendervi colpevoli di insubordinazione…”
I due agenti scossero la testa e si allontanarono.
Dominando a stento le sue emozioni Kane si avvicinò alla cella di Aveline. La ragazza alzò la testa e lo squadrò sorridendo: “Finalmente siete venuti a portarmi via. Devo dire che avrei preferito il biondino, ma anche tu non sei malaccio, sai?”
Kane non rispose, limitandosi ad aprire la porta della cella.
“Alzati e avvicinami le mani” annunciò.
“Sai, se non fosse per la mancanza di sole, il vostro albergo non sarebbe così male – scherzò ancora Aveline – Ma sono felice di potermene andare”
Kane non rispose: si limitò a puntare la sua pistola alla testa di Aveline. La terrorista spalancò gli occhi: “Che diavolo stai facendo? Avete promesso di liberarmi!”urlò.
Senza rispondere, Kane avvicinò il dito al grilletto. Aveline, terrorizzata,non osava muoversi.
“Tu hai ucciso Regina… – mormorò Kane – Hai ucciso Regina…” ripeté.
La porta della prigione si aprì. Kane si girò di scatto, senza smettere di puntare l’arma contro Aveline.
“Che cosa ci fate voi qui?” chiese, sbigottito: Sark e Rachel erano entrati nella prigione e lo stavano fissando.
“Beetle e Johnson ci hanno avvertito “ ripose in tono pacato Sark.
“Cosa pensate di fare? Non la lacerò andare!” urlò Kane.
Rachel non rispose: si limitò a abbassare il braccio di Kane, scuotendo la testa: “Non sei un assassino, Robert.”
“Lei ha ucciso Regina.” rispose Kane, trattenendo a stento le lacrime.
“Sei migliore di lei. Sai che Regina non avrebbe voluto vederti ucciderla così. Ti prego, Robert, io so cosa vuole dire perdere un collega e avere fra le mani il suo assassino. Credimi, ho avuto la tentazione di fare quello che stai facendo tu…ma non era la cosa giusta. Regina voleva morire in battaglia, combattendo per rendere il mondo più sicuro. Per difendere il nostro paese dobbiamo fare dei sacrifici, non possiamo farci guidare dalla vendetta” continuò Rachel, voltandosi verso Sark, che ricambiò il suo sguardo.
“Ti prego, non farlo. O Regina sarà morta invano” concluse.
Kane lasciò cadere la pistola terra e scoppiò a piangere.
Beetle e Johnson entrarono nella prigione in quel momento e scortarono Aveline e Kane fuori.
Sark si voltò verso Rachel: “Il discorso che hai fatto a Kane…ci credi veramente?” chiese a bassa voce.
“Sì” rispose Rachel, fissando Sark negli occhi.
“Siamo in due ad avere cambiato i nostri obiettivi, allora” commentò lui. Rachel non rispose.

D.S.R. – PROGETTO BLACK HOLE

Gli uffici erano quasi tutti vuoti, e le luci spente, ma Ethan Bell non aveva la minima intenzione di tornare a casa. L’incarico che gli era stato assegnato era troppo importante. Il direttore Kendall, di ritorno dalla sua missione segreta, entrò all’improvviso nel suo ufficio.
“Direttore – gli annunciò Bell immediatamente – Jack Bristow è stato qui, per conto del direttore Malone”
“Cosa ti ha chiesto?” fu l’immediata risposta di Kendall.
“Voleva consultare i nostri documenti sul Progetto Crisalide, signore. Ovviamente non glielo ho permesso” rispose Bell, soddisfatto.
“Non importa. Se Jack si è messo in testa di avere qualcosa, lo avrà. Scommetto che c’era un motivo nascosto dietro alla sua visita” replicò Kendall, sorridendo enigmaticamente.
“Signore?” domandò Bell, stupefatto.
“Lascia perdere, non l’hai conosciuto, non capiresti – continuò Kendall – Qualche altra visita?”
“Sua moglie ha telefonato. Ha detto che i bambini sono molto calmi, ora, ma che lo spettacolo della settimana prossima li ha già messi in agitazione” rispose rapidamente Bell, consultando i suoi appunti.
“Ah. Ottimo. Grazie, Ethan – rispose Kendall, soddisfatto – Puoi andare, non c’è più bisogno di te.
Ethan Bell si limitò a salutare militarmente il suo superiore e ad avviarsi verso l’uscita.
Kendall sorrise, annusando l’aria del suo ufficio.
“Ibisco. So che sei già entrata” mormorò, sempre sorridendo e socchiudendo gli occhi.
“Mi dà fastidio non riuscire mai a coglierti di sorpresa, lo sai?” gli rispose una voce femminile.
Kendall aprì gli occhi e sorrise a Marie Keller, che ricambiò il sorriso ed entrò nel suo ufficio.
“Noi vecchie spie non veniamo mai colte di sorpresa – rispose l’uomo, baciando sua moglie – A proposito, il tuo codice per parlarmi delle missioni del Tempio è geniale”
“Lo sai che io sono sempre geniale” rispose Marie, baciandolo di nuovo.
“Devo parlarti di Christopher Anderson” aggiunse subito dopo.
“Non so perché, ma me lo aspettavo – fu il commento di Kendall – Quale è il problema?”
“Ho paura che stia regredendo, che commetta di nuovo gli errori che lo hanno fatto fallire in passato” rispose Marie.
“Mi hai già parlato del suo rapporto con Sydney Bristow, Marie, e ti posso assicurare che non succederà nulla. Conosco tutti e due, e sono due ottimi agenti, non due adolescenti con una cotta.”
“Non è solo questo – precisò Marie – il passato di Anderson sta veramente ritornando”
Kendall aggrottò le sopracciglia: “Che cosa intendi dire?” chiese.
“Tu dovresti essere l’ultimo a farmi questa domanda” rispose Marie.
Un lampo di comprensione passò sul viso di Kendall: “Anche io ho fatto fatica a accettarlo” mormorò.
“Penso che lui non lo accetterà mai – rispose Marie – Non ora che lei è tornata sulla scena”.
Kendall annuì, pensieroso.

Episodio scritto da: MacSloane87, Irinaxx83

Scarica l’episodio in formato .doc

CAST ARTISTICO:
Jennifer Garner - Sydney Bristow
Michael Vartan - Michael Vaughn
Rachel Nichols - Rachel Gibson
Carl Lumbly - Marcus Dixon
Kevin Weisman - Marshall J. Flinkman
Greg Grunberg - Eric Weiss
Victor Garber - Jack Bristow
Patrick Dempsey - Christopher Anderson
David Anders - Julian Sark
Ryan Reynolds - Robert Kane
Peter Weller - Patrick Malone
Edward Norton - Johnny Sorrentano
Amy Jo Johnson - Beth Luciani

GUEST STARS:
Olivia Wilde - Claire Lang
Kristen Bell - Aveline Laurent
Alberta Watson - Marie Keller
Terry O’Quinn - Director Kendall
Freddy Rodríguez - Gutierrez

Categoria: Seconda stagione virtuale

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9 Comments Add your own

  • 1. Mario P  |  17 settembre 2009 at 4:44 pm

    Eccomi sono il primo e anche non in ferie :-D

    Tutto perfetto, me lo sono letto questa notte in un’oretta sul cellulare. Mi piace farlo in silenzio in modo da visalizzare meglio i personaggi.

  • 2. Rossella  |  17 settembre 2009 at 4:45 pm

    Grazie Mario…Ci fa molto piacere che tu ci sia…E’ stato un episodio un po’ travagliato ma speriamo di renderlo più accattivante con le immagini a breve.

  • 3. sarax  |  17 settembre 2009 at 4:45 pm

    bellissimo ragazzi… e scusate se alla fine non vi ho aiutato… ma faccio fatica a trovare il tempo… sepriamo a settembre.

    baci…

  • 4. aleale  |  17 settembre 2009 at 4:46 pm

    Episodio molto bello e pieno d spunti interessanti!
    Chi è la donna della foto? Irina??? sul subito ho pensato di sì ma poi mi sono venuti dei dubbi! E poi cos’è successo ad Anderson…..
    Bellissima la trovata della moglie di Kendal a capo del Tempio, ci sta come la ciliegin sulla torta-
    Ma il mio personaggio preferito di questa serie è decisamente Julian Sark, intraprendente e camaleontico in questa nuova veste di uomo che si è convertito è assolutamente fantastico.

    Sidney mi piace un po’ di meno!! Mandatela da uno psicologo!!!!
    E’ troppo intrasigente, troppo dura con se stessa e anche con gli altri e per quanto possa avere tutte le attenuanti dovute agli eventi che il destino le ha riservato, oltre che la fede sa perdendo la sua capacità assolutamente intuitiva di giudicare le cose.

    A presto

  • 5. bristow  |  17 settembre 2009 at 4:46 pm

    Salve a tutti. forse qualcuno si ricorderà di me sul vecchio forum di Genna :-)

    La settimana scorsa, dopo 3 anni, ho voluto godermi alcune puntate di alias ed ecco che il virus-alias ha ripreso a girare nelle mie vene :-)

    Sono tornata sul vecchio forum per vedere se c’era qualche notizia interessante e ho scoperto il topic che rimandava a questo sito. Bhé che dire ragazzi…in una settimana mi sono letta tutte le puntate…ed eccomi qui.
    Complimenti veramente. a volte pare proprio di rivivere Alias e di vedere i personaggi con le loro tipiche espressioni sul volto… alcune missioni sono davvero spettacolari e i colpi di scena…bhé che dire…siete proprio nipotini di JJ :-))

    La scena più bella in assoluto è sicuramente quella del furgone sospeso in aria con vaughn che riconosce sydney…mi si è stretto lo stomaco come quando guardavo la serie in tv… del resto forse è stata la puntata più bella…con la missione più bella!!

    questo “ondulamento” di sentimenti di Syd sono davvero credibili, come quando nella prima serie prima credeva a Jack, poi credeva che fosse un traditore, poi di nuovo ricrede al padre, ecc. :-))

    Continuate così, ora che mi sono letta tutte le puntate non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio!

  • 6. Alex  |  17 settembre 2009 at 4:47 pm

    Non è che ti è sfuggita la prima stagione virtuale, no?

  • 7. Rossella  |  17 settembre 2009 at 4:47 pm

    Bristow grazie per esserti unito a noi…Mi fa molto piacere che tu gradisca il nostro lavoro, anche perché davvero ci impegnamo moltissimo per farvi divertire…Ultimamente siamo un po’ bloccati, ma per te potrebbe essere un’occasione per dare un occhio anche alla prima serie, se per caso non l’avete fatto. Un abbraccio!
    Rossella

  • 8. bristow  |  17 settembre 2009 at 4:48 pm

    No, no…letta, letta!! :-)

  • 9. Rossella  |  17 settembre 2009 at 4:48 pm

    Allora ci piacerebbe molto che tu commentassi anche quegli episodi, se ti va e se hai tempo…Sai noi autori siamo piuttosto esigenti con noi stessi, e ci piace sapere come la gente considera il nostro lavoro. In ogni caso, davvero, benvenuta/o!!! (Ci dici il tuo nome?) :P

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