Trailer 2×08 2×09 Mano nella Mano

2×08 Il nemico ritrovato

6 aprile 2009 montanaro87

LOS ANGELES – Videonoleggio LaFleur

“Fossi in te, non lo farei” annunciò con aria minacciosa un uomo calvo di mezz’età, aggrottando le sopracciglia. Il giovane ispanico rimise il DVD che stava per rubare al suo posto sullo scaffale. L’uomo annuì, indicandogli la porta.
“Fila via e non farti più vedere qui, o chiamerò la polizia. Andale”.
Il ragazzino non se lo fece ripetere due volte. L’uomo annuì, soddisfatto, e ritornò dietro il bancone a contare il magro incasso della giornata.
“Sempre all’erta, non è vero, Jim?” lo interruppe una voce dall’entrata.
LaFleur sollevò lo sguardo dalla cassa. Il suo iniziale stupore si trasformò in un sorriso amichevole: “Sempre, Jack.  E’ nella nostra natura, qualcosa che non si perde con il tempo”.
Jack Bristow ricambiò il suo sorriso: “E’ bello rivederti. Tieni ancora quella videocassetta della Grande Fuga?”
Jim LaFleur annuì, affrettandosi a girare il cartello all’entrata su “Chiuso”.
LaFleur fece un cenno a Jack e i due si avviarono nello squallido cortiletto dietro al videonoleggio. Jack prima di uscire dal negozio, controllò metodicamente il cortile. LaFleur aveva  ragione: per uomini come loro due, la prudenza era qualcosa di più di un’abitudine.
“Non ti vedo da più di diciassette anni, Jack – iniziò LaFleur, chiudendo la porta posteriore del negozio – Ero convinto che fossi morto”
“Non eri il solo – ripose Jack laconicamente – Ho bisogno di informazioni” annunciò.
LaFleur annuì: “Per te è il minimo. Devo dirti però che le mie fonti sono tutte poco aggiornate”.
“Non stiamo parlando di cronaca – replicò Jack – Mi serve tutto ciò che sai su Patrick Malone. Gli archivi C.I.A. che ho potuto consultare sono piuttosto carenti sul suo conto, qualcuno ha rimosso tutte le pagine dei rapporti prima del 2001”.
LaFleur aggrottò la fronte: “Non sono sicuro di poterti aiutare. Indagare su un agente C.I.A. di alto grado è un compito pericoloso …” si giustificò, lisciandosi i baffi.
Jack Bristow rispose semplicemente depositando un rotolo di banconote sulla mano destra del suo informatore. LaFleur scosse la testa, respingendo il denaro: “Se si trattasse solo di soldi, non avrei problemi, ma a quanto pare tutte le persone che sapevano qualcosa su Malone oggi hanno lasciato l’agenzia o hanno fatto una brutta fine. Sono appena diventato nonno, Jack …”
“Dunque sai qualcosa su di lui” insistette Jack. LaFleur scosse la testa.
“Malone è un intoccabile, come lo era Yaeger, prima di morire. Li chiamavano i becchini, per la loro abiltà nel distruggere carriere e seppellire particolari scomodi. Nulla di quanto ti dirò ti potrà essere utile: senza prove più che schiaccianti le tue speranze di incastrarlo sono pari a zero. Quell’uomo ha ricattato e corrotto direttori di agenzia, senatori, persino un giudice della Corte Suprema. Si mormora addirittura che sia un amico intimo del presidente. Non voglio espormi”
“Jim, anche io non ti esporrei mai se si trattasse solo di me, ma quell’uomo è un criminale, un pericolo per decine di persone. Compresa mia figlia. E ti posso assicurare che farò il possibile per tenerti al sicuro”.
Jim LaFleur non rispose. Per alcuni secondi sul suo viso passarono emozioni contrastanti: paura e fiducia si alternavano nello spianare o nel corrugare i suoi tratti. “Ti ricordi la tua missione a Mosca, nel 1981?” esordì all’improvviso.
Jack annuì “Impossibile scordarsela” commentò.
“Malone a quell’epoca era un semplice agente del controspionaggio, ma fu lui a decidere il tuo arresto …” iniziò LaFleur, prima di cadere improvvisamente a terra, colpito alla testa.
Jack Bristow si tuffò a terra, alzando la sua pistola e sparando a casaccio per coprire la sua posizione. Il suo cuore galoppava mentre l’adrenalina si faceva strada nel suo corpo. Come era possibile che li avessero trovati? Nessuno conosceva il passato di Jim, a parte lui. Jack continuò a sparare, strisciando all’interno del negozio. Mordendosi rabbiosamente le labbra per la morte dell’amico e Jack si arrischiò a sporgersi da una finestra e a sparare al tetto di una casa vicina, cercando di colpire il cecchino che aveva appena eliminato LaFleur.
Con suo grande disappunto, Jack  Bristow si rese conto che l’assassino del suo amico era sparito. Avvicinandosi al corpo di LaFleur, Jack non potè fare a meno di chiedersi come avesse fatto l’assassino a trovarli e come mai nessun colpo lo avesse sfiorato.
“Malone” sussurrò Jack, infondendo nelle tre sillabe il massimo dell’odio che poteva provare. Era l’unico a potere sapere di Jim, tramite gli archivi C.I.A., e l’unico a volerlo morto. Jack si rese conto che probabilmente Malone si era tutelato, facendo sorvegliare Jim da un suo scagnozzo: a un alto ufficiale C.I.A. non mancavano certo le risorse per controllare ex-agenti. A stupirlo era il fatto che non avessero sparato a lui.  Evidentemente Malone lo voleva vivo, ma perché?
Jack si inginocchiò vicino al corpo senza vita di Jim. Il portafoglio dell’uomo era caduto di tasca, e afferrandolo Jack notò una fotografia del nipote dell’amico morto. La vista gli mozzò il respiro: nonostante gli anni passati a vedere i suoi colleghi morire sul campo, quei dettagli rendevano molto più difficile accettare la perdita di un amico. Jack si sollevò, nauseato dall’ennesimo delitto di Malone.
“Hai fatto male a non ordinare la mia morte, bastardo” sussurrò tra sé e sé, stringendo la sua pistola. “Prima o poi arriverà il momento in cui non ci saranno regole o scagnozzi fra noi due” concluse, sollevando la sua arma ad altezza d’uomo.

In un vicolo poco lontano, Beth Luciani finì di smontare il suo fucile, riponendo attentamente il silenziatore nella sua custodia. Sorrise a se stessa: era stato più facile di quanto pensasse. Per essere due agenti così esperti, Bristow e LaFleur si erano esposti come due pivellini. Erano vecchi, decise. Vecchi e troppo sicuri della loro abilità di mimetizzarsi fra la gente comune.
Del resto se il suo capo non le avesse rivelato l’indirizzo di LaFleur nessuno avrebbe mai immaginato che quello squallido negozio di noleggio video fosse in realtà il rifugio di un informatore prezioso come lui. Saputo l’indirizzo, organizzare una trappola e uccidere LaFleur era stato facile come un tiro al piccione.
Il telefono di Beth squillò. La ragazza rispose, abbandonando per un attimo la sua arma: “Il lavoro è stato eseguito alla perfezione” annunciò l’ex-agente, soddisfatta. “LaFleur è morto e Bristow è ancora vivo, ma non mi ha visto. La tua copertura è salva.”
“Ottimo lavoro, Luciani – rispose la voce di Malone – Riferisci a Sorrentano che ho versato un contributo per questo extra sul  conto di cui mi hai parlato.”
“John non c’entra niente. Questo lavoro è solo mio, e i soldi vanno solo a me” replicò seccamente Beth. Non si era ancora ripresa dall’insulto che il suo partner le aveva rivolto, trattandola come una delle sue donnine.
“Mi sembra più che giusto” commentò divertito Malone.  “Spero solo che questo non crei problemi al nostro obiettivo”.
“Non accadrà – lo tranquillizzò Beth – John lavora solo per i soldi, ma tu ed io puntiamo più in alto. Sai, un giorno o l’altro mi piacerebbe incontrarti faccia a faccia, Patrick. Sarebbe un piacere conoscere di persona il nostro benefattore” concluse in tono sensuale.
Nel suo ufficio, Malone si limitò a sorridere. “Quando tutto sarà finito, Beth, nessuno sarà in grado di dare dei limiti a noi due. Fino ad allora incontrarci, per quanto piacevole, potrebbe portare sgradevoli conseguenze. “
“A quel giorno, allora” concluse Beth, chiudendo il cellulare e sorridendo a sua volta.

LOS ANGELES – CLARION HOTEL, Downtown

Renée Rienne viveva come una prigioniera di quella camera d’albergo da mesi, e la situazione stava cominciando a pesarle non poco. Agli occhi della C.I.A. lei era ancora una delle più pericolose criminali in circolazione, il Corvo.
Mentre era assorta nei suoi pensieri qualcuno bussò alla sua porta. Non si stupì troppo quando, aprendo, si accorse che si trattava di Michael. Infatti, le uniche due persone che conoscevano il suo nascondiglio erano sua madre e suo fratello. Ricevere le loro visite era però sempre piacevole, un diversivo alla noia che spesso la assaliva in quella vuota stanza di un albergo di periferia.
“Finalmente ti sei ricordato di avere una sorella da poco ritrovata!” esordì in tono ironico la francese.
“Hai ragione! Non sono certo stato il migliore dei fratelli ultimamente – Vaughn sorrise alla sorella – Ma, come sai, la mia vita è piuttosto… beh… complicata ultimamente. Ed è anche per questo che sono qui. Ho bisogno del tuo aiuto.”
“Di cosa si tratta Michael?”
“Penso che Sydney abbia cominciato a frequentare qualcuno”.
“E tu sei geloso! Che ruolo avrei io in tutto questo?”
“Non è come sembra, Renée, non si tratta di gelosia, o, almeno, non solo di quella. Ho i miei motivi di pensare che quell’individuo nasconda qualcosa. Temo che possa essere un pericolo per mia moglie e per mio figlio. Non so ancora chi sia esattamente, ho solo recuperato un numero di targa, che ovviamente non compare in nessun archivio. Potrebbe quindi essere un agente del C.S.N. o della C.I.A., per quanto ne so”. Il volto di Michael era davvero preoccupato.
“E tu vuoi che io scopra l’identità di questo tipo” replicò la Rienne.
“Non solo. Voglio che tu pedini mia moglie. Soprattutto che tu scopra se questa persona è, in qualche modo, collegata agli strani atteggiamenti che ho notato in Sydney nell’ultimo periodo. Sento che mi sta nascondendo qualcosa, e non vorrei che si infilasse in guai molto seri…”.

IL TEMPIO

Sydney scese dalla sua auto, parcheggiandola di fretta poco lontano dalla chiesa che nascondeva al suo interno la sede del Tempio. Anderson l’aveva convocata d’urgenza. Aveva delle importanti novità e voleva parlargliene al più presto. Non si era però accorta che in un’altra vettura, posteggiata a qualche metro dalla sua, si stava nascondendo un’altra donna.
“Da quanto Sydney ha cominciato ad andare in chiesa?” si domandò perplessa Renée, notando l’insolito gesto dell’ex cognata.

“Perché mi hai convocata così di fretta?” chiese Sydney.
“Ci sono delle novità che potrebbero essere rilevanti…sul Progetto Crisalide” spiegò Anderson.
Questo bastò per catturare la piena attenzione della donna.
“Forse abbiamo individuato dove è tenuta nascosta la chiave per decifrare i file recuperati nella missione alle Barbados. Se riusciremo ad avere quel codice potremmo scoprire chi c’è dietro tutto questo.”
“Dove si trova il codice adesso?” domandò una sempre più attenta Sydney. La donna sapeva bene che, trovando il maggior finanziatore del progetto Crisalide, avrebbe potuto capire cosa era davvero successo a sua figlia Isabelle.
“E’ salvato in un hard disk, custodito nel caveau del Royal Palace Hotel di Washington – rispose Anderson – L’associazione degli imprenditori edili ha organizzato una serata di gala, che avrà luogo domani. Approfitteremo della confusione che ci sarà per introdurci nel caveau.”
“Approfitteremo? Perché parli al plurale?”
“Perché ci sarò anche io. So quanto è importante questa missione per te, e sarò al tuo fianco”.
“Non sapevo che tu fossi anche un agente operativo” replicò perplessa Syd.
“Sono sempre stato sul campo, almeno fino a quando lavoravo per il C.S.N. In effetti ho smesso di andare in missione solo quando sono arrivato al Tempio”
La voce di Anderson celava a fatica un certo imbarazzo. L’uomo cercò subito di cambiare argomento: “Saremo una coppia di sposi, più esattamente il signore e la signora Helling, dirigenti della Helling Enterprise, una delle più importanti aziende edili della costa ovest.”
Così dicendo porse diversi fogli rilegati alla donna: “Questo è il dossier con tutte le informazioni. Partiremo domani mattina”. Sydney prese il plico dalle mani di Anderson, mentre l’uomo continuava a parlare “Inoltre c’è un’altra cosa che credo possa interessarti. Ho chiesto ai miei superiori l’autorizzazione di poter rendere le ricerche sul Progetto Crisalide l’obiettivo primario del Tempio. In caso di risposta positiva potremmo contare anche su alcuni dei contatti più importanti della stessa C.I.A.”.
“Immagino che io non possa sapere l’identità di questi superiori, vero?” chiese in tono ironico Sydney.
“No. O almeno, non per il momento. E’ meglio che tu vada a riposarti adesso. Domani sarà una giornata importante”. Per la seconda volta in questa conversazione Anderson aveva evitato di rispondere a una domanda. In un altro momento Syd avrebbe fatto sicuramente più domande, ma adesso aveva una nuova speranza e si fidava del suo capo. Le indagini su sua figlia erano la sua priorità, e sapere di poter contare su una persona come Christopher la faceva sentire ancora più forte e determinata. “Buona notte Christopher. E grazie di tutto”. Anderson si sedette alla sua scrivania, continuando a seguire, con lo sguardo, l’agente Bristow uscire dal suo ufficio, fino a che la donna non scomparve completamente dalla sua vista.

Il giorno dopo
AEROPORTO DI LOS ANGELES

Renée digitò rapidamente sul suo telefonino il numero del fratello.
“Michael, sono all’aeroporto. Sydney è appena partita. L’unica cosa che ho potuto scoprire, per il momento, è la sua destinazione: Washington.”.
“Ed era sola?” chiese l’agente Vaughn.
“No, era insieme a un uomo alto e moro. Non so chi sia, non l’ho mai visto prima”.
“La prossima volta che li vedi insieme cerca di fargli una foto”.
“Ricevuto. Ci sentiamo appena avrò novità”.

APPARTAMENTO DI JACK BRISTOW

Jack scolò il terzo bicchiere di Porto della serata. Ricordare si stava rivelando molto più difficile del previsto, e non certo per un problema di memoria. Abbozzò un sorriso amaro: la sua memoria era fin troppo buona.  A volte avrebbe addirittura voluto cancellarla come sua figlia aveva fatto, anni prima. Sarebbe stato inutile: Jack sapeva che i ricordi più dolorosi avevano la fastidiosa caratteristica di riaffiorare a dispetto di tutti i suoi tentativi di seppellirli.
Jim aveva detto che Malone era stato il responsabile del suo arresto, quindi era giunto il momento di tirare fuori dal cassetto tutti i tradimenti, i rancori, gli errori di quel periodo della sua vita e riesaminarli uno a uno, alla ricerca di un indizio, di qualcosa che collegasse Malone a Irina e al progetto Crisalide. Alla ricerca di un modo per leggere la mente di quell’uomo che sembrava conoscere così bene la sua vita.
Jack cominciò a sfogliare le carte che aveva preso da uno dei suoi rifugi a Los Angeles. I suoi occhi caddero su una fotografia della sua vecchia famiglia, datata proprio 1981. Jack e Irina sorridevano: forse quella era l’unica immagine rimasta che li ritraesse assieme sorridenti. Jack socchiuse gli occhi. Si ricordava benissimo dell’occasione in cui era stata scattata quella fotografia: era stata poco prima della “morte” di Irina.
Ricordava ogni cosa, come se fossero passati solo pochi minuti.

 

Jack era appena rincasato dopo l’ultima missione, l’ennesima. Una bambina di circa cinque anni gli corse incontro festosa, saltandogli tra le braccia: “Papà, papà, che bello, sei tornato!”.
“Ti ho portato un regalo Sydney. E’ nella borsa”. L’uomo riportò la bambina a terra.
Nello stesso momento, Irina fece il suo ingresso in soggiorno: “Bentornato tesoro”, si avvicinò al marito, baciandolo. “Mi hai fatto preoccupare…saresti dovuto tornare due giorni fa.”
“Ci sono state delle complicazioni sul campo. Tu come ti senti?” Prima che lui partisse Irina aveva avuto spesso dei mancamenti.
“Non preoccuparti, sto molto meglio ora.”
A quel punto la bambina li interruppe “Papà, il regalo!” disse sorridendo.

“Hai ragione! Una promessa è una promessa”. Jack tirò fuori dalla borsa una bambola, e si chinò verso la bimba, sempre più sorridente, per darle il regalo.
“Che bella, papà! Grazie! Però la prossima volta non devi stare via così tanto! Io voglio che stai a casa con me!”. Queste parole colpirono l’animo di Jack come un macigno. Da tempo rifletteva sul suo lavoro, sull’impatto che questo aveva sulla sua famiglia, sulla sua bambina. Fino a qualche anno prima aveva pensato che servire lealmente il suo paese fosse la massima responsabilità a cui era stato chiamato. Ma la nascita di Syd aveva cambiato tutto. Adesso sapeva di avere una responsabilità maggiore da rispettare, un compito più grande da assolvere, crescere e proteggere la sua bambina. Niente al mondo era più importante. Sapeva che il suo lavoro lo portava spesso fuori casa, e sentiva che la piccola soffriva per la sua assenza. Inoltre ogni missione lo metteva in pericolo di vita. E se Syd fosse rimasta senza un padre? Lui aveva il dovere di restarle accanto. Jack si sentiva chiamato a una scelta: essere padre o essere un’agente. Altrimenti temeva che avrebbe fallito in entrambi i ruoli.
Sydney corse nella cameretta a giocare con la sua nuova bambola, lasciando soli Jack e Irina. “Come è andata la missione? – esordì la donna – Avete trovato quello che cercavate?”.
Ancora non lo sappiamo. Siamo riusciti a recuperare dei file protetti che potrebbero esserci utili, ma in questo momento sono nelle mani del nostro reparto tecnico, per essere decifrati. C’è una cosa più importante della quale ti vorrei parlare adesso”. Il volto dell’uomo era teso.
“Sai che a me puoi dire tutto. Sembra una cosa seria” rispose la donna con voce preoccupata.
“Laura, ho intenzione di lasciare l’agenzia”. La spia russa rimase pietrificata.
“So bene che il mio lavoro mi tiene troppo a lungo lontano da te e da Sydney. – continuò l’uomo – E percepisco la sofferenza della bambina ogni volta che mi vede andare via di casa.”.
Irina si sentì mancare il terreno sotto i piedi; se suo marito avesse lasciato la C.I.A. tutta la sua missione sarebbe stata compromessa. Probabilmente il Kgb l’avrebbe ritenuta responsabile, colpevole di non aver motivato abbastanza il consorte. La donna tentò di tirar fuori delle scuse: “Non posso chiederti di fare un sacrificio tanto grande. So che ami il tuo lavoro, la nostra nazione. E so tutto quello che hai fatto per arrivare dove sei adesso”.
“C’è qualcosa che amo molto di più del mio lavoro, del mio paese. – disse l’uomo – Siete tu e Sydney. Laura io vi amo più di ogni altra cosa e so che non posso essere un buon marito, né tanto meno un buon padre, se continuo con questa vita.”

“Tu sei già un padre eccezionale e un marito meraviglioso”.
Irina sapeva bene che il suo compito era quello di fingere, fingere di essere una professoressa americana, fingere di essere una moglie devota, fingere di essere una madre attenta. In quel momento, però, non stava fingendo, non più. Non aveva mai conosciuto un uomo come Jack, così onesto, leale, determinato. E soprattutto un uomo che l’avesse amata così incondizionatamente. Il suo lavoro cominciava a pesarle. Il senso di colpa era sempre più pressante. E i suoi sentimenti per il marito crescevano di giorno in giorno.
“Facciamo una fotografia – annunciò Sydney in tono allegro – Tutti i miei amici ne hanno portata una a scuola ieri, ma tu, papà, non ci sei mai” concluse in tono di rimprovero.  Jack sorrise e aprì un cassetto. La macchina fotografica che Arvin gli aveva regalato anni prima, al quinto anniversario del loro diploma, era sempre lì, praticamente nuova.
“D’ora in avanti mi vedrai molto più spesso” annunciò Jack, posizionando l’apparecchio su un tavolo e avviando l’autoscatto. Irina lo raggiunse, sorridendo e appoggiandogli una mano sulla spalla. “Non mi dici una bugia, vero?” chiese la bambina, non molto convinta.
“Vuoi sapere un segreto, Sydney?” chiese Irina, sempre sorridendo.
“Adoro i segreti!” rispose allegra la piccola Syd.
“Anche quando non ci vedi, io e tuo padre pensiamo sempre a te” le spiegò sua madre, accarezzandole il viso.
“Stiamo per essere fotografati” annunciò Jack.
“Fai un bel sorriso, papà, ci tengo” cinguettò Sydney, mettendosi in posa come una piccola modella. Jack e Irina intrecciarono le mani e sorrisero a loro volta. Il flash della macchina fotografica congelò quell’attimo di felicità sulla pellicola.

 

Un mese dopo
Jack  Bristow si accasciò sul divano. Laura aveva portato Sydney a pattinare sul ghiaccio ma Jack non era riuscito a finire di compilare i suoi rapporti in tempo per accompagnarle. Si ritrovò a fare amare riflessioni su come il suo lavoro stesse inghiottendo la sua vita: se non aveva più nemmeno tempo per vedere sua figlia, era decisamente il caso di abbandonare.
Il matrimonio con Laura era stato il periodo più felice nella vita di Jack, sei meravigliosi anni in cui era riuscito finalmente a crearsi una famiglia, qualcuno di cui poteva fidarsi in ogni momento e che non l’avrebbe mai deluso. Jack si rese conto che niente poteva essere più importante: non il suo lavoro, non la sicurezza nazionale. Era tempo di scrivere la sua lettera di dimissioni e di dedicarsi a ciò che contava veramente: Laura e Sydney.
Jack si alzò in piedi e aprì un cassetto, alla ricerca di una penna.  Nel primo cassetto che aprì c’erano un paio di splendidi orecchini di sua moglie, accuratamente riposti all’interno di un cofanetto di velluto.  Jack sorrise e li appoggiò sul tavolo, aprendo un altro cassetto. All’improvviso un rumore incessante, come un pigolio sommesso, lo fece trasalire. Jack si voltò alla ricerca della sorgente del rumore, e il suo volto si riempì di stupore quando capì che proveniva dagli orecchini.
Incuriosito, Jack prese gli orecchini e smontò con delicatezza le gemme dalla parte metallica.  All’interno del metallo c’era un minuscolo filo di rame.  Jack smontò freneticamente i gioielli. Non si trattava di semplici orecchini: Jack aveva visto troppi auricolari nel suo lavoro per non riconoscerli. Una serie di domande invase i suoi pensieri: come mai Laura indossava degli auricolari nascosti in un paio di orecchini? Da chi li aveva presi? Perché non gliene aveva mai parlato?

Jack continuò a esaminare attentamente i frammenti metallici: erano un modello molto strano, di sicuro non di fabbricazione americana. L’ombra di un dubbio attraversò la mente di Jack, che si costrinse a scuotere la testa. Non aveva alcun senso. Quegli orecchini non potevano essere un auricolare nascosto, era assurdo. Jack scosse la testa. Ne avrebbe parlato a Laura, era sicuro che gli avrebbe dato una spiegazione sensata.
Il tarlo del dubbio, tuttavia, continuava a insinuarsi nei suoi pensieri. Laura era sempre stata incredibilmente brava a eludere le sue domande, quando Jack le aveva chiesto come o dove aveva passato la mattina.  Jack si costrinse a ignorare quei dubbi: era paranoia, si ripeteva, paranoia professionale. Non esisteva al mondo una donna meno capace di essere una spia russa.
Gli orecchini ripresero a pigolare. Jack ascoltò attentamente il rumore: era stranamente ritmato, una sequenza di suoni brevi e lunghi. Un’illuminazione improvvisa spinse Jack a tamburellare sul tavolo, ripetendo il ritmo degli orecchini. Jack rimase a bocca aperta quando comprese il significato del messaggio in codice Morse trasmesso dai gioielli: era una richiesta di “fare rapporto” in russo.
Devastato, Jack rimase immobile per diversi secondi, incapace di parlare o di muoversi, persino di pensare. Gli orecchini continuarono a trasmettere il loro messaggio per tre volte prima di tacere. Jack non si mosse: lo stupore per ciò che aveva sentito continuava a paralizzarlo.
Una voce si mise a urlare nella sua testa: Jack sentì una negazione chiara che risuonava nei suoi pensieri. Non poteva essere vero, non doveva essere vero.  Jack scattò in piedi all’improvviso: aveva bisogno di prove, quante più prove possibili, per convincersi di non essere impazzito. O forse proprio per convincersi di avere appena avuto un’allucinazione uditiva.
Jack si mise a frugare nei cassetti, senza trovare nulla. Lo sguardo gli cadde sui libri che Laura gli chiedeva sempre di comprare in quella libreria di Praga: possibile che …. ?
Jack agguantò i libri, cominciò a scuoterli, a cercare delle frasi o delle pagine sottolineate, senza successo. All’improvviso si ricordò della lampada che Laura usava per leggere alla sera, quella lampada che aveva voluto comprare da sola. Jack la accese e avvicinò un libro alla lampadina: sui bordi delle pagine apparvero una serie di lettere dell’alfabeto cirillico. Non c’erano più dubbi: Laura era una spia.
Jack sentì che il suo amore per sua moglie si era improvvisamente trasformato in odio, odio puro e senza confini.  Come aveva potuto tradirlo in quel modo?  Come aveva potuto distruggere tutto ciò che lui aveva costruito, lasciandolo senza speranze, annientando quel piccolo angolo di felicità che Jack aveva cercato per tutta la sua vita? Jack scosse la testa: non aveva voglia di sentire scuse assurde dalla moglie. Laura meritava solo di finire in carcere per il resto della sua vita.
Afferrando i libri, la lampada e gli orecchini Jack chiamò subito Devlin.

 

Stava facendo la cosa giusta? Questo era quello che Jack si domandava mentre, nell’ufficio di Devlin, ripeteva, quasi meccanicamente, tutto ciò che aveva scoperto il giorno prima su Irina, tutti i suoi inganni, le sue bugie, le prove che aveva trovato sui libri. La collera dei primi minuti stava svanendo: Jack sentiva di stare tradendo la moglie, come la donna aveva fatto per anni con lui. In fondo la amava ancora. Forse c’era un modo per salvare il suo matrimonio? Alla fine però la rabbia e il rancore presero di nuovo il sopravvento. E aveva deciso diversamente. Sapeva che le cose sarebbero cambiate. Stava strappando a sua figlia l’amata madre. Si ripeteva che per la bambina era meglio così. Laura non era una figura genitoriale adatta. Ma in cuor suo sapeva che erano solo alibi, vuote giustificazioni. Sua moglie era sempre stata impeccabile con Sydney, una madre modello, si sarebbe potuto dire. Era davvero possibile fingere tanta devozione? Sapeva bene che non era per proteggere Syd che era lì, davanti a Devlin, in quel momento, ma perché si sentiva ferito, umiliato. Non avrebbe più potuto guardare la sua “Laura”, con lo stesso sguardo di prima.
Dopo che l’uomo ebbe finito la sua deposizione ci fu un lungo silenzio, spezzato dalle parole di Devlin: “Jack so che è un momento molto difficile per te. E come tuo amico ti sono vicino, ma come tuo superiore ti chiedo di non lasciarti andare. Abbiamo bisogno del tuo aiuto. C’è un modo in cui possiamo sfruttare la situazione.”.
“Di cosa si tratta?” chiese Jack.
“Adesso abbiamo un vantaggio. Laura, qualunque sia il suo vero nome, ignora che tu sia a conoscenza di tutto. Sicuramente non pensa che la C.I.A. sia già al corrente della sua situazione. Per il momento non la arresteremo. Tu fingerai di non sapere niente, sarai il Jack di sempre con lei, così potremo estorcerle più informazioni possibili sui piani del Kgb”.
“Quindi dovrei fingere di essere un marito devoto e innamorato per avere informazioni da un agente del Kgb?” disse perplesso Jack.
“Esatto – rispose Devlin – hai colto nel segno. Farai con tua moglie ciò che lei, per anni, ha fatto con te”.

APPARTAMENTO DI JACK BRISTOW

Un nuovo bicchiere, un nuovo ricordo. Jack Bristow reggeva bene l’ alcool, ma cominciava già a cofondere i suoi ricordi con le scene che aveva immaginato tanto bene da diventare parte del suo passato, come se fosse stato lui a viverle in prima persona. Si era chiesto molte volte che cosa avesse pensato Irina prima di organizzare la sua morte: era arrivato ddirittura ad immedesimarsi in lei, a tentare di cercare una spiegazione al suo compartamento.
Jack appoggiò il bicchiere vuoto su un tavolino. Nonostante l’odio profondo che provava per sua moglie, nonostante tutti delitti e il sangue sparso da quella donna, una parte del suo inconscio continuava ad amarla, quasi a giustificarla. Jack sapeva che lottare con sé stesso era la parte più difficile del suo lavoro, e che per riannodare i fili del suo passato doveva lasciarsi andare e non forzare il corso dei suoi pensieri.
Chiuse gli occhi: riusciva quasi a vedere la scena. Sua moglie aveva in mano un bastoncino che si stava rapidamente colorando di rosa…

 

Irina sapeva che avrebbe dovuto fare quel test di gravidanza, ma temeva troppo il responso. Aveva tutti i sintomi di una gravidanza, gli stessi che aveva avuto mentre aspettava Sydney, ma aveva voluto ignorarne i segnali: se fosse stata incinta il figlio avrebbe potuto essere di Arvin Sloane. Come si sarebbe comportata in quel caso? Avrebbe fatto credere a Jack di essere il padre del bambino? Già aveva fin troppo preso in giro il marito. Non meritava anche questo! E poi Sloane lo avrebbe accettato? In fondo per lei si era trattato solo di un ordine, eseguito tra l’altro contro voglia, niente più. Al Kgb servivano informazioni che solo Sloane poteva dargli. E quella notte le avevano chiesto di sedurlo. Irina si era già sentita troppo in colpa per quello che era successo. “Una gravidanza rovinerebbe tutto” pensò la donna.
Mentre era assorta in quei pensieri il suo cellulare squillò. Riconobbe il numero di Igor Valenko, anche lui agente del Kgb, infiltrato nel FBI con la falsa identità di Bentley Calder. La voce dell’uomo sembrava molto preoccupata.

 

“Perché mi hai fatto venire qui di corsa?”
“Irina sei stata scoperta. – disse l’agente Valenko in tono agitato – La C.I.A. sa di te. E adesso anche l’FBI. I nostri superiori sono furiosi. Potevi far saltare tutto”. Alla donna si raggelò il sangue. Aveva sempre fatto tutto con attenzione. Come avevano fatto a scoprirla?

“Come è possibile?”
“Non lo so, ma presto arriveranno anche a me. Hanno più informazioni di quanto immaginiamo. Dobbiamo fuggire oggi stesso, o anche gli altri colleghi infiltrati saranno scoperti. Non possiamo permettere che tutto il progetto vada in fumo”
“Fuggire?”
“Si” Tutti dovranno crederci morti e non cercarci più!”
“Non se ne parla Igor!”
“Ok, ma poi spiegherai tu al Kgb il motivo della tua insubordinazione! Basta adesso! Questi sono gli ordini”
“Non ho intenzione di rispettare questi ordini!”
“Cos’è? Hai paura di separarti dalla tua famigliola felice? – L’uomo cominciò a ridere in modo poco confortante – Pensa a quello che potrebbe fare l’agenzia a Jack e alla tua bambina. In fondo adesso non servono più per il loro piano”. Davanti a quelle minacce Irina fu costretta a cedere. “Fingeremo un incidente d’auto. – continuò il finto agente FBI – alla fine tu sei una criminale e io un agente FBI.” l’uomo riprese a ridere sinistramente.

WASHINGTON – ROYAL PALACE HOTEL

L’elegante coppia che stava facendo il suo ingresso in sala non poteva certo passare inosservata. Un uomo e una donna tanto affascinanti quanto eleganti. Lui indossava un elegante abito nero, che faceva risaltare ancora di più il blu intenso dei suoi occhi.
Lei invece era fasciata in un lungo vestito blu, scollato sulla schiena, e aveva legato i capelli in uno chignon, che lasciava ricadere dei riccioli sul viso.
“Hai già catturato l’attenzione di tutti gli uomini presenti in sala. Basta vedere come ti guardano, e non hanno tutti i torti. Sei bellissima stasera, Sydney”.
“Beh, devo ammettere che anche tu non sei niente male. Non conoscevo questo tuo gusto nel vestire”. La donna lanciò uno sguardo ammiccante al suo cavaliere.
Un signore distinto si avvicinò alla coppia: “Sono Daniel Faraday, presidente dell’associazione degli imprenditori edili. Molto piacere”.
Anderson porse una mano all’uomo: “William e Beatrix Helling, e il piacere è tutto nostro”.
“Sono onorato di avervi come nostri ospiti – rispose Faraday – Spero di avere più tempo per fare quattro chiacchiere con voi stasera. E mi permetta di farle i complimenti per sua moglie. E’ veramente una donna bellissima”
“Sì, lo è davvero” rispose Christopher volgendo lo sguardo verso Sydney. La donna incrociò gli occhi del collega, rispondendo al suo sorriso. Rimasero per alcuni secondi volti l’uno verso l’altra, occhi negli occhi, quasi dimentichi di ciò che li stava circondando e della missione che li stava aspettando, fino a quando Faraday non riprese la parola per congedarsi, rompendo così l’incantesimo che si era creato.
Quando i due agenti si furono liberati del compagno di conversazione, si resero conto che era già tempo di cominciare con il lavoro. Anderson e Sydney si allontanarono dalla sala cercando di dare meno possibile nell’occhio.
“Il caveau si trova nel sottosuolo dell’edificio. Devi scendere di un livello. Invece io sarò in sala controllo, da dove potrò aprire le porte del caveau, permettendoti così l’accesso”. La donna fece un cenno di assenso con la testa, poi tirò fuori una scheda elettronica, opera ovviamente del genio Marshall, che inserita nella fessura accanto all’ascensore fece aprire l’abitacolo. Appena l’ascensore fu in moto Syd si tolse il vestito elegante, indossando una ben più comoda tuta, e accese la ricetrasmittente, nascosta dentro il suo orecchino destro.
Intanto Christopher era arrivato all’entrata della sala comandi. Aprì la porta lentamente, entrando silenziosamente nella stanza. La guardia seduta nella sua poltrona, intenta a osservare i monitor per assicurarsi che tutto procedesse bene, voltava le spalle alla porta. L’agente Anderson iniettò un sonnifero nell collo dell’uomo, che si accasciò sulla sedia. Chris prese immediatamente il suo posto: “Agar sono in posizione” annunciò, iniziando a digitare dei codici sul computer di controllo.
Immediatamente la porta del caveau si aprì silenziosamente di fronte a Sydney, mostrandole così una serie di corridoi, sulle cui pareti si trovavano numerose cassette di sicurezza.
“Cosa devo cercare Abramo?” chiese la donna. Anderson stava già cercando nei computer. A un tratto il suo voltò si illuminò. “Trovato! Cassetta numero 4747. Dovrebbe essere in fondo al quarto corridoio sulla tua destra”. Sydney si voltò nella direzione indicata dal collega e osservò rapidamente i numeri delle cassette. Appena si trovò davanti a quella giusta, tirò fuori dalla borsetta uno spray corrosivo. “Sto cominciando il lavoro, Abramo”.
In quel momento Anderson senti una voce alle sue spalle “E’ un’emergenza. Ci sono degli infiltrati nel caveau. Mandate subito delle guardie!”. Voltandosi vide una guardia, sicuramente il collega dell’uomo che aveva addormentato poco prima. Un allarme assordante risuonò in tutto l’edificio. “Agar siamo stati scoperti, cerca di scappare” cercò di comunicare alla collega. Sapeva già che Sydney non si sarebbe fermata. Non era tipo da arrendersi, tanto meno in una missione importante come quella, e non fu sorpreso quando si sentì rispondere: “Ho quasi recuperato l’hard disk, non posso fermarmi adesso!”.
“Alzati e butta la tua pistola a terra, dietro di te.” urlò la guardia ad Anderson, puntando una calibro 22 nella sua direzione. Christopher si alzò lentamente, sfilò la pistola dalla fodera e la lanciò dietro di sé, in direzione del poliziotto. Approfittando di un attimo di distrazione dell’agente, che si era voltato a veder ruzzolare la pistola, l’agente del Tempio si girò di scatto, sferrando un calcio nelle mascelle dell’avversario, che per il dolore arretrò di qualche passo. Anderson si gettò verso di lui, iniziando una colluttazione.
Nel frattempo Sydney era riuscita a recuperare l’hard disk dalla cassetta, mettendolo al sicuro nella borsa. Mentre stava per scappare vide tre guardie venire verso di lei. Sapeva che doveva prepararsi allo scontro. Iniziò a correre per i corridoi del caveau, cercando di depistare gli agenti. Infatti i tre uomini, dopo averla persa di vista, si divisero per cercarla. Sydney era nascosta dietro uno degli scaffali e, quando vide il primo uomo avvicinarsi, sbucò di sorpresa alle sue spalle colpendolo alla nuca e lasciandolo a terra privo di sensi. Voltandosi, però, trovò già un secondo agente alle sue spalle, che le stava puntando una pistola alla testa. Con una mossa veloce riuscì a bloccargli il braccio con il quale teneva l’arma, torcendolo, tanto che l’agente fu costretto a lasciarla cadere. Sydney, approfittando della distrazione del suo avversario, lo colpì sul volto. L’uomo, ancora più inferocito, si gettò contro di lei con tutta la forza, facendola cadere a terra. La donna tirò così fuori la pistola tranquillante dalla sua borsa, sparando un colpo al collo della guardia, che immediatamente barcollò a terra, privo di sensi. “Recita le tue ultime preghiere bambolina” si sentì mormorare alle spalle. Non aveva fatto in tempo ad alzarsi che era sopraggiunta l’ultima guardia, che, con aria minacciosa, la teneva sotto tiro con la sua pistola. Sydney iniziò ad avere paura. Era a terra, in posizione di netto svantaggio, mentre il suo avversario, in piedi, aveva un’arma puntata contro di lei. L’uomo stava per premere il grilletto, sogghignando con aria feroce quando l’espressione della guardia si trasformò in puro stupore, e Sydney lo vide cadere a terra tramortito. Dietro di lui apparve Anderson, con la pistola in mano. “Andiamo, dobbiamo uscire di qui. Non abbiamo molto tempo prima che arrivino altre guardie” le disse l’uomo, mentre aiutava Syd a rialzarsi.

APPARTAMENTO DI JACK BRISTOW

Jack sorseggiò un altro bicchiere, sempre più deciso a immergersi nell’abisso dei ricordi. Sapeva di dovere ripercorrere un cammino lento e doloroso, una discesa nei mesi più infernali della sua vita. L’alcool era un ottimo aiuto, ma non bastava a cancellare il dolore e la frustrazione che doveva provare per una seconda volta, alla ricerca di un filo logico nel suo passato.
Una goccia di Porto cadde sulla manica della camicia di Jack. La macchia rossa si allargò rapidamente: il colore del vino sfumò in  un rosa sbiadito, quasi trasarente. Sembrava una goccia di pioggia arrivata chissà attraverso i muri o il soffitto.Jack si innervosì: non amava la pioggia, e si ricordava benissimo di quando aveva cominciato ad odiarla.

 

La pioggia scrosciante rendeva la notte ancora più cupa. Gli agenti della polizia stradale scesero dall’automobile, riparandosi nel portico davanti. Il più alto dei due, un uomo massiccio sulla quarantina, lanciò uno sguardo al suo collega, più giovane e snello. Tutti e due sembravano incredibilmente a disagio.
“Suona tu” suggerì l’agente più anziano al giovane. Il collega deglutì nervosamente e schiacciò il pulsante del campanello. Dopo pochi secondi la porta d’ingresso si aprì: Jack Bristow, ancora perfettamente vestito nonostante l’ora tarda, si affacciò sul portico.  Jack squadrò i due uomini, allo stesso tempo incuriosito e infastidito dalla loro presenza.
“Il signor Jack Bristow?” si limitò a domandare l’agente snello. Jack annuì: “Che cosa volete, agenti? Mi scuso se non vi invito a entrare, ma sono molto impegnato”.
I due poliziotti si scambiarono un’occhiata nervosa: “Si tratta di sua moglie, signor Bristow. Ha avuto un incidente”
Jack si bloccò, incapace di muoversi, come paralizzato dalla rivelazione.
“Cosa le è successo? E’ ferita?  In che ospedale è ricoverata? “ chiese Jack, articolando le parole con fatica. Il battito del suo cuore si era fermato per un attimo, e ora pulsava rapido come non aveva mai fatto prima.  I due agenti della stradale sembravano ancora più a disagio.  Il più vecchio inspirò e prese parola per la prima volta: “Signor Bristow, l’automobile di sua moglie è stata tamponata da un altro veicolo ed è finita fuoristrada in un fosso sulla statale sessantacinque. Non ci è stato possibile recuperare nulla dai due mezzi: li abbiamo identificati dalle targhe. Ci dispiace molto”.
Jack abbassò la testa, talmente scioccato da non essere in grado di parlare o ragionare. La vista gli si offuscò: il mondo divenne un ammasso di chiazze di luce dai contorni sfumati.  Jack spalancò meccanicamente la porta di ingresso.
“Se le serve un aiuto di qualsiasi tipo” continuò l’agente di polizia. Jack non lo ascoltò.  Gli sembrava che la casa avesse iniziato a ruotare su se stessa, mentre le pareti si restringevano come in un incubo. Per un attimo Jack si aggrappò all’idea di stare davvero vivendo un brutto sogno.
Poche ore prima aveva scoperto che sua moglie, in realtà, era una spia russa. Ora Laura (Jack faceva ancora fatica a non chiamarla Laura) era morta. Non poteva essere vero, il destino non poteva divertirsi alle sue spalle.
La razionalità che faceva di Jack uno dei migliori agenti della C.I.A. gli tolse in un attimo ogni illusione. Ciò che stava vivendo era vero, e stava succedendo proprio in quel  momento.  Jack si sentì di nuovo vacillare e si appoggiò al tavolo della cucina, mente i due agenti entravano in casa e tentavano di sorreggerlo.
Sydney si affacciò dalla zona notte, tenendo stretto un orso di pezza. L’espressione confusa e impaurita della bambina riportò Jack alla realtà. L’uomo allontanò gli agenti con un gesto brusco e afferrò le spalle della piccola Sydney, spaventata dal rumore dei tuoni e dalla presenza di quegli estranei in casa sua.

“La mamma se ne è andata, Sydney. Se ne è andata” annunciò Jack, dando sfogo alle lacrime che gli riempivano gli occhi.
“Noi dobbiamo essere forti, Sydney, dobbiamo essere …” Jack non riuscì a completare la frase. Stringendo a sé sua figlia, l’agente C.I.A. si mise a piangere come non aveva mai fatto.

 

Prigione federale di Fort Erin – Un mese dopo
Dopo la morte di Laura, Jack aveva osservato il lutto solo per alcune settimane e si era tuffato subito in un’indagine su tutti i contatti, le conoscenze occasionali e non di sua moglie. Devlin aveva convinto i suoi superiori che se “Laura Bristow” era riuscita a infiltrarsi così bene in America, la possibilità di altre spie russe presenti negli USA come mogli di agenti era tutt’altro che remota.
La donna detenuta in quel carcere era il primo arresto da quando era iniziata l’indagine.
Jack Bristow e Arvin Sloane mostrarono i loro distintivi alla guardia all’ingresso, che li fece entrare immediatamente.  “Pensi che questa donna sia quella giusta, Jack?” chiese Arvin.
“Deve esserlo. Finora abbiamo catturato solo lei, ma abbiamo avuto tre suicidi e due sparizioni sospette. Tutte mogli di agenti o diplomatici, e tutte presunte orfane e dai documenti contraffatti. “ rispose Jack.
Arvin annuì, pensieroso:  “I russi hanno saputo qualcosa, nonostante tutte le tue precauzioni”
“Me l’aspettavo – replicò Jack – Dovevano avere una via di uscita”
I due uomini si fermarono di fronte a una cella. All’interno, una bella donna bionda li scrutava preoccupata.  Senza dire una parola Jack e Arvin entrarono nella cella e si sedettero davanti alla presunta spia.
“Sappiamo chi non sei – iniziò Arvin – Sappiamo che non ti chiami Gloria Mercer. Sei una spia russa infiltrata nella famiglia dell’agente FBI Philip Mercer. Quello che non sappiamo è il tuo vero nome, quello del tuo capo e il motivo per cui sei in America”
“Vi scongiuro, lasciatemi andare, io non so nulla di queste cose” li implorò la donna, iniziando a piangere.
“Il mio amico ed io sappiamo che non è vero.” continuò Arvin, estraendo una siringa dalla tasca e indicando Jack. “Quindi o ci dici come ti chiami, chi è il tuo capo e perché sei qui, o ti inietteremo l’aria di questa siringa. Non sentirai dolore, ma le bolle d’aria esploderanno nelle tue vene, provocandoti un’embolia. Se sarai fortunata perderai l’uso del braccio. Se sarai sfortunata, non uscirai da questa stanza” concluse, avvicinando la siringa alla donna, che iniziò a gemere e a singhiozzare.
“Parla – la incitò Jack – Parla subito o non aspetterò che il mio collega ti inietti questa siringa” continuò minacciosamente, stringendo le spalle di Gloria e spingendola contro il muro della cella. Lo stesso Arvin rimase sbalordito dalla violenza di Jack.  Gloria si ribellò, insultando Jack in russo.  “Sì, sono proprio un bastardo, e se non parli farò di peggio! – urlò Jack – Dicci quello che sai!”
Gloria Mercer lanciò uno sguardo di sfida a Jack e Arvin: “Non le troverete mai. Il progetto Kukopka è stato sospeso, sono tutte o morte o in Russia tranne me – sibilò fra i denti – Vi abbiamo fregato. E tua moglie era la migliore di tutte, Jack Bristow. Sì, ti ho riconosciuto subito, del resto ero stata proprio io a dirle che sarebbe stato fin troppo facile per una come lei portarsi a letto uno come te”
Jack cominciò a prendere a schiaffi Gloria: “Chi è il tuo capo? Come si chiamava Laura?”
Gloria iniziò  ridere e sputò in faccia a Jack: “Non troverai mai Irina Derevko, è troppo in gamba per te!” urlò la donna.
Jack sussultò, sbigottito dalla forza della sua prigioniera e dall’avere appena sentito il vero nome di sua moglie. Arvin afferrò la sua spalla destra: “Andiamo via subito – gli ordinò – Non otterremo altro da lei”
Jack diede un calcio a Gloria ma uscì dalla cella senza dire una parola, ancora stupefatto. Arvin lo allontanò, scuotendo la testa: “Jack, stai perdendo il controllo – lo ammonì – Dovrei denunciarti …”
“Sydney sta bene?” si informò Jack. La domanda colse Arvin alla sprovvista.

“Sì, sta bene, è a casa con Emily …” rispose.
“Allora possiamo lasciarla da lei per un po’. Ora abbiamo un nome, se riusciamo a penetrare negli archivi dei russi forse potremo avere anche altro”.
“Non ti autorizzeranno mai, è una missione suicida! E Laura, o Irina, o comunque si chiamasse, ora è morta, non puoi continuare a volerti vendicare, potresti compromettere la missione!” sbottò Arvin.
“Non sappiamo se sia realmente morta, comincio a dubitarne. E Devlin ci autorizzerà” si limitò a rispondere Jack.
“Stiamo andando oltre ogni regola, Jack. Siamo praticamente dei criminali” gli ricordò Arvin.
“A volte vale la pena essere dei criminali, Arvin” concluse Jack.

 

Mosca-Archivi del Ministero dell’Interno
Due guardie annoiate che sorvegliavano la stanza degli archivi degli agenti inattivi furono travolte da un torrente di proiettili. Jack, Arvin e Brill avanzarono, aprendo la porta con una piccola carica esplosiva. Li seguivano Price, Johnson e un’altra mezza dozzina di agenti scelti.
“Cercate in tutti gli scaffali. Progetto Kukopka.” li avvisò Jack.
Gli uomini della C.I.A. si divisero in gruppetti di tre e cominciarono a frugare gli scaffali.
Abbiamo solo mezz’ora prima della prossima ronda” annunciò Brill, rovesciando a terra uno scaffale di fotografie.
“Basterà” rispose Jack, afferrando due faldoni ricoperti di scritte in cirillico e gettandoli via. Arvin non disse nulla, ma scoccò un’occhiata preoccupata all’amico.
Una pagina attirò l’attenzione di Arvin per un istante: era una serie di appunti e schizzi di macchine rinascimentali, intitolata “Progetti di Milo Rambaldi”. Incuriosito, Arvin afferrò la pagina e se la infilò in tasca.
“Abbiamo solo dieci minuti, ci conviene andarcene” annunciò Brill, scrutando nervosamente l’entrata dell’archivio.
“Non ce ne andiamo fino a che non avremo trovato informazioni sul Progetto – replicò Jack – Ritorna immediatamente a cercarli se vuoi fare in tempo”.
Brill rabbrividì: il tono di Jack era quello di un invasato. La ricerca continuava, infruttuosa.
“Forse ci ha preso in giro, forse non è quello il nome” suggerì Arvin.
Jack non lo ascoltò.
“Cinque minuti. Io e i ragazzi ce ne andiamo” disse Price, avviandosi verso la porta.
Uno sparo improvviso di Jack lo fermò: “Tu non te ne vai fino a che non lo dico io!” urlò Jack, in preda all’ira. Price sollevò a sua volta la sua arma, ma proprio in quell’istante la porta degli archivi si spalancò, lasciando entrare due guardie.
La sparatoria fu rapida, ma molto rumorosa. Le guardie caddero a terra morte, ma anche Price era stato colpito e si accasciò immediatamente.
“Guarda che cosa hai fatto, sei un pazzo!” imprecò Johnson, puntando la sua arma alla testa di Jack. Brill tentò di tuffarsi su Johnson e di spingerlo a terra, ma proprio in quel momento Arvin sparò a Johnson, uccidendolo.
“Andiamocene” ordinò a Jack, Brill e gli altri. Nessuno mosse un muscolo.
Un drappello di guardie fece irruzione negli archivi. Arvin, Jack e Brill fecero immediatamente fuoco, ma gli altri agenti furono immediatamente fulminati dalle pallottole dei russi. Jack e i suoi riuscirono a uscire dall’archivio, continuando a sparare.  Arvin lanciò una granata all’ingresso, facendo saltare in aria tre guardie e aprendo una via di fuga ai suoi colleghi. I tre si tuffarono nelle vie di Mosca.

 

Tribunale C.I.A. di Los Angeles
Arvin Sloane sedeva sul banco degli imputati, fissando negli occhi Brill e Jack. Jack abbassò lo sguardo.
“Per i reati di insubordinazione e alto tradimento, la corte ritiene gli imputati Arvin Sloane e Thomas Brill non colpevoli. Per il reato di omicidio di primo grado, la corte ritiene l’imputato Arvin Sloane non colpevole.”
Il giudice della C.I.A. fece una pausa, fissando Jack negli occhi: “Per i reati di insubordinazione, alto tradimento e tortura la corte ritiene l’imputato Jonathan Donahue Bristow colpevole. L’imputato è condannato a una pena detentiva della durata di ottanta anni, da scontarsi nel carcere federale di Terre Haute. La seduta è tolta” concluse il giudice, alzandosi in piedi .
Brill e Sloane fissarono Jack mentre tre robuste guardie lo spingevano fuori dall’aula. Jack sembrava inerte, incapace di reagire e fissava il vuoto.
Brill si alzò in piedi, scuotendo la testa, e prima di uscire dall’aula lanciò il suo tesserino C.I.A. a terra. Sloane rimase seduto.

 

Carcere Federale di Terre Haute
Jack Bristow si avvicinò al parlatorio. Devlin gli rivolse un sorriso forzato: “Ho ottenuto un accordo con il controspionaggio, Jack. Fra tre giorni sarai fuori”
Jack si passò una mano sugli occhi e scosse la testa, incredulo: “Come hai fatto, Arthur?” domandò a mezza voce.
“Gli ho promesso che non indagherai mai più su tua moglie. E’ un bene anche per te, questa indagine ti stava facendo perdere il controllo. E Sydney ha bisogno di te”
Sydney starà benissimo con Arvin ed Emily” rispose Jack.
“Jack, tu sei vissuto senza un padre, sai che i figli devono essere cresciuti dai loro genitori. Arvin è d’accordo con me. Lascia perdere la tua ossessione per Laura, o Irina, o come diavolo sia chiamava. Non ti porterà nulla di buono”
Jack scosse la testa di nuovo: “Non sarò mai un buon padre”.
Arthur non rispose: si limitò a fissare il suo amico negli occhi.

 

Jack appoggiò la fotografia sul tavolo. Ora capiva come faceva Malone a sapere tutto su di lui: era stato lui a spiarlo e a fornire le prove per il suo arresto, probabilmente all’epoca aveva lavorato per il controspionaggio e aveva controllato la Blue Swan. Questo spiegava anche l’interesse per i rapporti di Irina o per il progetto Crisalide: spiando Sloane, Malone era venuto a conoscenza di Milo Rambaldi.
Jack aveva capito tutto, ma sapeva che senza prove era impossibile incastrare Malone, un uomo abituato a influenzare e a ricattare agenti da decenni, senza mai violare apertamente la legge. Bevendo l’ultimo sorso del suo Porto, Jack cominciò ad elaborare una strategia per utilizzare al meglio le informazioni  di  cui era venuto in possesso. Ora finalmente conosceva il suo nemico.

UFFICIO DI PATRICK MALONE

“Ed è per questo, signor ambasciatore, che richiedo che i documenti in suo possesso vengano trasferiti al più presto. Grazie ancora, e  complimenti a suo figlio per la laurea“ concluse Malone, appoggiando  la cornetta del telefono.  Una segretaria bionda sulla trentina fece il suo ingresso nell’ufficio. Malone notò immediatamente il nervosismo della donna e le fece cenno di iniziare a parlare.
“L’agente Jack Bristow vuole vederla, signor direttore. Gli ho detto che lei è occupato ma insiste a volere entrare,dice che è urgente”.
“Fallo passare” rispose Malone in tono pacato. La segretaria annuì, lasciando entrare Jack e ritirandosi in punta di piedi.
“Jack. E’ sempre bello ricevere visite da chi ha lavorato così bene per me. Volevi festeggiare la mia promozione?” chiese Malone, vagamente divertito.
“So chi sei – esordì Jack – so che cosa hai fatto ieri sera, e so anche perché.”
Malone si affrettò a premere un pulsante sulla sua scrivania, spegnendo le telecamere e le microspie nel suo ufficio.
“La privacy prima di tutto, specialmente fra vecchi amici” spiegò Malone.
“Tu volevi i codici di Rambaldi di Sloane e lo hai ricattato: ho controllato i rapporti, c’è stata una donazione di documenti all’NSA poco dopo il mio arresto, e tu hai chiesto di essere assegnato a una sezione esterna. Il che vuole dire che Devlin ti aveva scoperto e minacciato, non è vero? Per questo hai dovuto attendere tanto tempo” continuò Jack, fissando il suo avversario negli occhi.

 

Brill e Sloane fissarono Jack mentre tre robuste guardie lo spingevano fuori dall’aula. Jack sembrava inerte, incapace di reagire e fissava il vuoto.
Brill si alzò in piedi, scuotendo la testa, e prima di uscire dall’aula lanciò il suo tesserino C.I.A. a terra. Sloane rimase seduto.
“Ho saputo che le è stata affidata la custodia di Sydney Bristow” esordì un agente che indossava occhiali scuri, sedendosi vicino a Sloane. “Lei chi è?” chiese immediatamente Arvin.
“Mi chiamo Patrick Malone, sono del controspionaggio. Sono stato io a supervisionare l’arresto e la condanna del signor Bristow”.
Arvin lanciò un’occhiata gelida a Malone: “Allora perché non è nel suo ufficio a festeggiare la condanna del migliore agente che la C.I.A. abbia mai avuto?” domandò in tono sarcastico.

“Stavo appunto per andarci, quando ho notato il particolare della custodia della figlia di Jack” rispose Malone, aggiustandosi gli occhiali.
“Non hai il diritto di rovinare la vita anche a quella bambina” sussurrò Sloane.
“Io forse no, ma lei nemmeno – rispose Malone – Forse fra voi agenti corrotti vedete le cose diversamente, ma io non affiderei mai mia figlia a un sospetto assassino che coltiva strani interessi esoterici …”
Sloane sobbalzò: come faceva Malone a sapere del suo interesse per Rambaldi?
“Sono stato giudicato innocente, e raccogliere documenti su Rambaldi non è un reato” si difese. “Certo che no, è solo, diciamo così, insolito … ” insinuò Malone.
“Che cosa vuole da me?” domandò Sloane.
“Lei consegnerà tutto il materiale che possiede su Rambaldi al controspionaggio, ed io non affiderò Sydney alla custodia dello stato” rispose Malone.  Sloane si morse le labbra, ma fu costretto ad annuire.
“Perfetto. Ero sicuro della sua onestà e ragionevolezza.  Sarà un ottimo padre adottivo.” concluse Malone uscendo a sua volta dall’aula.
Arthur Devlin bloccò Malone proprio mentre stava per entrare nel suo ufficio: “Cosa credi di fare?” lo minacciò.
“Il mio lavoro, signor Devlin. Non è colpa mia se la squadra Blue Swan è composta dal marito di una spia russa e da un collezionista di documenti antichi.”
Devlin spinse Malone contro a un muro: “Non puoi spiare e far arrestare i miei agenti a tuo piacere. Sei solo un agente del controspionaggio, e nemmeno di alto grado, non puoi permetterti di giocare così sporco”.
“E’ una minaccia, signor Devlin?” chiese educatamente Malone.
“Se non fai subito cadere le accuse di alto tradimento e tortura sul conto di Jack Bristow diventerà ben più di una minaccia. Sono pronto ad accettare che Jack passi sei mesi in carcere per insubordinazione, ma non un secondo di più”
Malone annuì.
“E fino a che ti sarò superiore in grado non voglio più vedere o sentire il tuo nome qui dentro”.
Devlin lasciò andare Malone, che si lisciò i vestiti e si allontanò senza rispondere.

 

“Non  ti insulterò negando queste accuse, ma questa è storia antica, di cui non hai prove. Devlin è morto due anni fa – rispose Malone, senza scomporsi – E Jim LaFleur è stato ucciso ieri sera.” “Purtroppo per te,  troppo tardi – gli fece eco Jack – Stai giocando con il fuoco, Patrick” concluse,  caricando di disprezzo il nome del suo nemico.
“E’ vero, ma ho un buon estintore – ammise Malone – Ti ricordo che io so tutto di te e di tua moglie.”
“Può darsi – rispose Jack – Il problema è che ora siamo pari. Quella sedia da direttore può diventare maledettamente scomoda, anche se si affronta un’accusa anonima e non provata” Malone annuì: “D’altro canto io sono un tuo superiore, quindi anche tu non sei nelle migliori condizioni per rischiare un attacco. Da bravo scacchista so riconoscere  uno stallo.  Ma non è detto che non si possa giungere a un accordo: cosa vuoi, Jack? La vice direzione? Soldi?”
“Mi hai fatto rubare i rapporti di Irina Derevko. Perché?” chiese Jack.
“Per vari motivi. Fra le altre cose volevo la conferma  che Irina Derevko fosse indicata come ancora viva nel 1981.  Anni fa hai guidato una missione in Russia, e ero certo che tu avessi scoperto che tua moglie era ancora viva. Ora ne ho la prova – spiegò Malone – Perché è così, vero Jack? Hai sempre saputo che tua mogie era viva, ma credevi che non la avresti più rivista. Hai nascosto tutto questo ai tuoi colleghi, alla tua agenzia e a tua figlia per anni.”

 

Mentre Arvin abbassava la sua pistola fumante, Jack afferrò un documento che parlava dei rapporti dell’agente Derevko.  Il contenuto del documento  lo  fece trasalire: l’agente Irina Derevko era  “ancora operativa” pochi giorni prima. Non era morta, non era mai stata morta.
“Andiamo!” urlò Sloane, ma Jack non riuscì a sentirlo. Proprio quando pensava  di avere scoperto i segreti più dolorosi della sua esistenza l’universo rideva alle sue spalle un’altra volta.  Gli spari della guardie lo riportarono alla realtà: Jack si infilò il documento in tasca.

 

Patrick Malone intrecciò le mani, sedendosi dietro alla sua scrivania in mogano massiccio: “Tu e io siamo molto più simili di quanto tu voglia ammettere: adattiamo la verità e la lealtà a uno scopo più importante  – sentenziò, accendendosi una sigaretta – Per questo confido nella tua intelligenza.”
Jack fece una smorfia di disgusto: dovere ammettere di avere mentito al suo paese e soprattutto a Sydney non gli piaceva, ma non riusciva a tollerare di essere anche solo lontanamente paragonabile a Patrick Malone.
“Voglio che tu smetta di ricattarmi, e lasci Sydney fuori da tutto questo. E voglio sapere quale è il tuo obiettivo” annunciò in tono tetro.
“Non sono io a cercare di coinvolgere tua figlia, è lei a volerlo fare – rispose in tono sibillino Malone – O forse è  il destino. Per quanto riguarda il mio obiettivo, Jack, ti posso solo dire che sarà meglio non essere contro di me quando tutto sarà finito”
Jack scosse la testa: “Pensi di potermi congedare così?” domandò minacciosamente.
“Ho smesso di ricattarti, Dixon è libero. Puoi andare, se vuoi, ma non puoi fare nulla contro di me se vuoi mantenere il tuo segreto. Oppure puoi rimanere, aiutarmi ancora e proteggere tua figlia. Sai, non sono l’unico ad essere interessato a lei: ti dirò che mi ha sorpreso il numero di persone che considerano il nome Bristow fra i loro obiettivi.” “Che cosa vuoi dire?” chiese Jack, stupefatto. “Se collabori con me lo scoprirai,e saprai anche tutto ciò che riguarda la salute di tua figlia e le sue attività. Probabilmente non mi credi, ma tutti e due vogliamo che lei viva e resti in salute. Abbiamo un accordo?” concluse Malone, porgendo la mano destra a Jack, che la afferrò solo per un attimo, passandosela poi sui pantaloni.
“Non mi fido di te – precisò Jack – Alla prima mossa falsa andremo a picco insieme: non ho più nulla da perdere ora.”
“Non sono uno stupido e non ho nulla di personale contro di te, Jack. Anzi, ora che i nostri obiettivi concidono, dovresti cominciare a fidarti di me. Ti assicuro che non te ne pentirai” annunciò Malone, soddisfatto.

PERIFERIA DI LOS ANGELES – MONTON BAR

“Sicuramente non diventerò una cliente abituale di questo locale!” pensò tra il divertito e il perplesso Sydney, entrando dentro il bar, e osservando i vari energumeni, già ubriachi nelle prime ore del pomeriggio, seduti ai tavoli. Non si spiegava perché Christopher l’aveva voluta incontrare in quel posto poco raccomandabile, e non al Tempio, come sempre.
Syd intravide l’uomo seduto al bancone e gli si avvicinò: “Bel posto per un incontro! – la donna sorrise – Almeno non ho modo di pensare che sia un appuntamento galante.”
“Per il momento non è sicuro che tu venga al Tempio. Temo che il tuo ex marito abbia messo qualcuno alle tue calcagna.”
“Non può essere arrivato a tanto” disse in tono esasperato Syd.
“Non siamo ancora sicuri per il momento, ma è meglio essere prudenti. La copertura della nostra agenzia non può essere compromessa.”
“Lo capisco bene. E mi dispiace che sia proprio il mio ex marito a essere così di intralcio alle nostre operazioni. Già una volta sono dovuta restare a casa per non insospettirlo, e in quella missione è morta l’agente Hall” il volto della donna si fece scuro.
“Sai che non è colpa tua Sydney. Non avresti potuto fare niente”. L’uomo cercava di tirarle su il morale.
“Forse hai ragione. Ma dimmi perché mi hai chiamata. Ci sono novità sui file recuperati a Washington?”
“Non ancora. Marshall ci sta ancora lavorando. Ma voglio essere positivo. E’ un altro il motivo per cui ti ho voluta vedere. Ti avevo accennato che avevo chiesto ai miei superiori l’autorizzazione  per rendere le nostre ricerche sul Progetto Crisalide l’obbiettivo principale del Tempio. Mi hanno appena comunicato la loro decisione.”
“E quindi?” la voce di Sydney mostrava tutta la sua tensione.
“Volevo che tu fossi la prima a saperlo. Hanno risposto positivamente. Da adesso potremo dedicare tutti i nostri mezzi e le nostre energie a questo scopo.”
“Ci voleva proprio una bella notizia. Sono certa che indagando sul Progetto Crisalide ritroveremo Isabelle.” disse con tono fiducioso Syd.
“Grazie per tutto quello che stai facendo per me, Chris, e grazie anche di avermi salvato la vita a Washington.”
Anderson prese la mano della donna, sorridendo: “A quanto pare sono il tuo angelo custode!” scherzò.
Dietro le vetrate del locale una donna stava osservando la scena. Proprio in quel momento Renée scattò una foto col telefonino e la inviò subito al primo numero che aveva in rubrica.
Michael era nel suo ufficio quando sentì suonare il suo cellulare. Fu sconvolto quando, nell’aprire l’MMS, vide la foto scattata dalla sorella. Weiss si avvicinò all’amico, finendo il suo caffè e allungando una pacca sulla spalla dell’amico.
“Cosa è quel muso? I Lakers hanno perso e il nostro capo è Satana in  persona, ma a parte questo non è il caso di essere così depressi” iniziò, fermandosi per osservare l’amico.
“Mike, tutto bene?”  chiese in tono preoccupato.
“Io conosco quell’uomo. Lavorava con Lauren, anzi è stato proprio lui ad introdurla nel C.S.N” disse Vaughn a voce alta, rivolgendosi più a sé stesso che all’amico.

 

 

Scarica l’episodio in formato .doc

 

Episodio scritto da: Irinaxx83, Macsloane87

CAST ARTISTICO:
Jennifer Garner – Sydney Bristow
Michael Vartan – Michael Vaughn
Greg Grunberg – Eric Weiss
Victor Garber – Jack Bristow
Patrick Dempsey – Christopher Anderson
Peter Weller – Patrick Malone
Amy Jo Johnson – Beth Luciani

GUEST STARS:
Élodie Bouchez – Renée Rienne
Lena Olin – Irina Derevko
Richard Roundtree – Thomas Brill
Stacy Keach- Jim LaFleur
James Handy – Direttore C.I.A. Devlin

Categoria: Seconda stagione virtuale

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18 Comments Add your own

  • 1. Mario Police  |  7 aprile 2009 at 1:08 am

    Sono senza parole.. sempre più intrigante :-)

    ps: mi stà antipatica quella beth luciani

  • 2. aleale  |  7 aprile 2009 at 10:03 pm

    Ho finito adesso di leggerlo, pessima battuta quella di Anderson
    “sono il tuo angelo custode” mi…infastidisce……!!!

    Il restro del mio commento domani

    Buonanotte

  • 3. montanaro87  |  7 aprile 2009 at 10:33 pm

    Deve infastidirci per forza…Ci ricorda per caso qualcun altro?? :)
    Aspettiamo i tuoi commenti!

  • 4. aleale  |  8 aprile 2009 at 8:01 pm

    Bravissimi come sempre, molto coerenti anche nel rinvangare il passato di Jack ma….come direbbe la Maionchi….questo episodio mi è arrivato meno del solito!!!

    Due considerazioni tutto questo scavare nel passato solo per arrivare ad un accordo con Malone? Forse questo accordo consentirà a Jack & Co di poter indagare più facilmente sul progetto Crisalide. E perchè mai la salute di Sydney sarebbe da proteggere? Non mi stupisce che Jack sapesse da sempre che Irina era viva….e forse non stupirebbe nemmeno sua figlia…dopo tutto è un personaggio con l’armadio pieno di scheletri.

    Christofer Anderson……me lo state facendo somigliare sempre più a Vaughn….ma di Michael Vaughn ce n’è uno solo!! E su questo spero che siamo tutti d’accordo! Non credo che Il Tempio si sia posto come obiettivo primario il progetto Crisalide solo perchè Anderson vuole fare “bella figura” con Syd. I servizi segreti legalizzati o meno che siano non sprecherebbero mai risorse se non per un’obiettivo di effettiva importanza…..in tutto questo il bell’Anderson sicuramente si sta guadagnando la fiducia di Sydney, che ha bisogno di aiuto e appoggio nella sua impresa di trovare Isabelle. Ma …..la cosa non i convince? Dov’è il trucco? Anderson è “troppo simile” a Vaughn….stesse situazioni…stesso fare protettivo….e la frase
    “sono il tuo angelo custode” …mi è rimasta sullo stomaco. Era la 1.2? Correggetemi se sbaglio…dopo vado a vedere.
    Insomma questo essere come Mike non sarà un po’ forzato?

    Baci a tutti

  • 5. montanaro87  |  8 aprile 2009 at 8:57 pm

    Carissima…Ti rispondo per prima, nonostante non sia fra gli autori di questa puntata. Evidentemente questa puntata ti ha dato fastidio. Immagino sia normale: una Sydney sempre più legata a Anderson, un Michael sempre più disperato e un Jack dal losco passato. Hai ragione: Jack ha molti scheletri nell’armadio, ma questo fiume di ricordi viene fuori da un fatto accaduto a inizio puntata, che forse è la scena fondamentale: un assassinio da parte di Malone, che cercava di coprire le proprie tracce. Non solo: se avrai seguito bene avrai quindi intuito che la famosa fonte di Sorrentano e Luciani era proprio Malone! Quindi dubito che questa faccenda possa avere risvolti piacevoli.
    Quando a Anderson…E’ un personaggio poliedrico: ha un passato che disdegna, perché tradito da ciò in cui credeva. Ora è chiaro che provi dei sentimenti per Sydney e sicuramente ci deve essere qualcosa che collega il Tempio, la CIA e Sydney stessa. Come mai altrimenti avrebbero chiesto proprio lei per guidare la task force del Tempio?
    Però non dimenticarti mai di una cosa: Michael non sta mollando. Vuole scoprire cosa sta combinando sua moglie, e oggi ha avuto un’importante rivelazione: Sydney sta lavorando con un uomo che conosce, che faceva parte del CSN e soprattutto che lavorava con Lauren Reed. Vedremo come agirà di conseguenza…;)

  • 6. Irinaxx83  |  9 aprile 2009 at 10:20 am

    Eccomi qui! Sono l’autrice, insieme ad Andrea, dell’episodio!
    Prima di tutto quoto in pieno quello che ha detto la mia “collega”!
    Ale sicuramente questo è un episodio che può risultare “fastidioso” per i fans di alias, come ha detto Rossella. Ed è proprio quello che volevamo creare…qualcosa di controverso!! Se tutte le vicende scivolassero via senza intoppi non ci sarebbe divertimento! Hehe!
    Per quanto riguarda Jack…è vero sembra avere un “accordo” con Malone. Ma ti sembra tipo da scendere a compromessi? Io non ce lo vedo proprio. E sicuramente non starà fermo e mansueto come un agnellino ai comandi di Malone!
    Sul fatto che Syd non sarebbe sconvolta nel sapere il passato del padre, non sono daccordo con te. Alla fine Jack ha sempre saputo che sua madre era viva e glielo ha tenuto nascosto. Inoltre è stato lui a denunciare Irina ai servizi segreti e per un certo periodo ha finto di non sapere niente con la moglie per estorcele informazioni (come lei ha fatto per anni con lui). Anche lui, a suo modo, ha tradito Irina. Quindi il passato di Jack non serviva solo per renderlo ricattabile da Malone, ma anche, in un certo senso, per “pareggiare i conti” con Irina. Adesso lui non è più soltanto il marito tradito, vittima dei giochetti della moglie. Ma la sua parte nel “gioco” l’ha avuta anche lui! E qui sorge un’altra domanda…Irina sa che è stato proprio il marito a denunciarla? E come reagirebbe?? hehe!

    Su Anderson e il Tempio…ovviamente il progetto Crisalide non è diventato l’obbiettivo primario del Tempio perchè Anderson voleva fare “bella figura” su Syd!!! Ci mancherebbe! Il progetto Crisalide ha molte impicazioni, oltre alla ricerca di Isabelle…ci saranno più conseguenze di quanto forse potete immaginare!!
    Anderson prova qualcosa per Sydney. Questo è oramai palese. E anche lei si sta avvicinando molto al suo capo. E’ vero in certi atteggiamenti lui assomiglia molto al Vaughn dei primi tempi, ed è anche per questo che la donna si sta legando a lui. Questo lo avevamo già messo in evidenza. Però Christopher e Michael non sono così uguali. Inoltre in questo episodio si vede che il capo del Tempio ha una certa reticenza a parlare del proprio passato. Cosa è successo realmente all’uomo quando lavorava per il CSN che lo turba così tanto?
    Sulla frase dell’ “angelo custode” ovviamente il riferimento alla prima serie era voluto, per i motivi sopra citati ;-)

  • 7. rubs  |  13 aprile 2009 at 8:51 pm

    Ciao a tutti complimenti. questa puntata è fastidiosamente stupenda. Belli i flash back. Jack secondo me ha ancora armi da giocare, non me lo vedo proprio a sottomettersi completamente a quello schifoso di Malone … Mi fa specie vedere Slone considerare Jack fanatico, quando poi il primo pazzo sfrenato sarà proprio lui …
    Syd si arrabbierebbe incredibilmente se sapesse che Jack le ha tenuto nascosto che Irina era viva, sa che suo padre è una bestiaccia, ma uno non si abitua mai al peggio … Anderson giù le zampe da Syd e non tentare di fare il Vaughn di turno. l’angelo è 1 ed 1 solo! Comunque credo che Anderson non sia uno stinco di santo e secondo me è stato sedotto da Lauren … In ogni caso mi fa piacere che Vaughn sia partito alla carica. Bravo! Non lasciatemi sulle spine … è ovvio che il progetto Crisalide conta più di quanto crediamo se no non avrebbe tutta questa priorità.

  • 8. aleale  |  14 aprile 2009 at 11:16 am

    Irinaxx non avevo considerato questo lato della rivalsa di Jack su Irina, il tradito che diventa traditore!! In questo caso la sua storia è davvero simile a quella di Vaughn.

  • 9. sarax  |  16 aprile 2009 at 10:33 am

    bellissima puntata.. e finalmente si riparla della mia irinuccia…. raga alla 10 puntata sarò con voi.

    Belle anche le foto!

  • 10. Ary  |  28 aprile 2009 at 9:39 pm

    Pietà per l’enorme ritardo!!
    ma non potevo mancare ovviamente!!!! :)

    Comunque questo mi da la sensazione di essere uno di quegli episodi, come dire, “preparatori” giusto con piccoli ma pungenti e importanti dettagli volti a “caricare” diciamo la storia, per far accadere qualcosa di clamoroso nella prossima puntata!
    Ditemi che è così :) se sì, siete dei geni degni di Alias!

    Il flashback mi ha coinvolta parecchio! nella storia di alias mi ha sempre incuriosita il momento in cui Jack scopre tutto su Irina, ed un ritorno al passato è quello che ci vuole per esplorare tutto il disastro che ha provocato dentro di lui! sapevamo che fosse rimasto devastato, però non l’avevamo ancora visto così squilibrato a causa di Irina!
    Bello! complimenti! è stato importante questo passaggio perchè ora Malone e Jack sono a carte scoperte (più o meno), e quindi il conflitto diventa più interessante, visto che si ritrovano a collaborare!
    E poi mi ha fatto enormemente piacere rivedere in campo Sloane ed Irina stessa!

    Ora passiamo al fastidiosissimo triangolo…
    Vaughn mi pare sempre più ridicolo e patetico (ma quanto mi duole doverlo ammettere ._. ) poichè scopre cose che, in effetti, Sydney sa già: lei sa che Anderson faceva parte del CSN e che lavorava insieme a Lauren Reed.
    Mi piacerebbe soltanto scoprire qualcosa di sconvolgente su questo Christopher che si crede tanto boyscout u_u
    a parte gli scherzi, mi entusiasmerebbe davvero scoprire qualcosa di molto originale su questo personaggio, qualcosa che non mi aspetterei mai… (perchè già mi son fatta una certa idea…)
    Ma poi Sydney non si stranizza un pò a proposito del suo comportamento??! lo ascolta quando parla??? “il tuo angelo custode! ” Non si ricorda delle “chiacchierate” che si faceva con Michael anni prima? o già con il divorzio ha cancellato tutto??!!!
    Io mi insospettirei eccome! perchè mi accorgerei delle incessanti analogie sia nel comportamento che nei dialoghi! Dopo quante ne ha passate, è ancora così ingenua?!

    Però la domanda principale sarebbe: ma ’sto Anderson lo fa apposta a comportarsi come Vaughn (quindi per un secondo fine) o è proprio così?!
    Mi sembrerebbe un pò ridicolo creare due personaggi così simili però…

    Passando a Renée vorrei tanto che avesse anche lei un ruolo determinante in questa serie! si merita di più invece di essere una investigatrice che si è fatta pure scoprire da Anderson -.-

    Ultima impressione: secondo me Sorrentano e Luciani finiranno per ammazzarsi! :D e non sarebbe male come cosa!

    Buon lavoro ragazzi!!!!

  • 11. Rossella  |  29 aprile 2009 at 3:05 pm

    Cara Ary, mi mancavi proprio all’appello!
    E la fortuna ti assiste, perché dato il tuo ritardo ti troverai ad attendere pochissimo per il prossimo episodio, che è ormai in dirittura d’arrivo…
    Voglio commentare solo ciò che hai detto di Anderson: Sydney in effetti non è certa di potersi fidare di lui…Però devi ammettere che si sta rivelando davvero l’unica persona che ha fiducia in lei e le crede. Lui è un uomo diverso da Vaughn: molto meno pragmatico, disposto a credere anche lui alla non-morte di Isabelle.
    Può anche darsi che ci nasconda qualcosa, non posso dirti molto del suo passato, però è un uomo deluso quanto Syd da varie persone, e assomiglia molto al primo Vaughn, quello che non aveva ancora vissuto tutto ciò che va dalla seconda serie di Alias in poi. E per questo motivo Syd, che ha notato questa somiglianza fin da subito, tende a fidarsi ciecamente di lui…

  • 12. Ary  |  29 aprile 2009 at 9:35 pm

    Beh bisogna vedere se questa fiducia è ben riposta però!
    Uffa vorrei soltato che Vaughn guadagnasse un pò di punti :(
    scusate ma non riesco proprio a staccarmi dalla tradizione! ^^”

    Precisamente, in effetti mi è sempre interessato un “conflitto” tra Syd e Vaughn nella mia fantasia (un pò di pepe ci sta sempre!), però non ho mai considerato Michael così mollaccione!
    Sul fatto che Anderson possa credere o meno sulla non-morte di Isabelle, lo considero un aspetto piuttosto soggettivo, perchè per Christopher si tratta di una bambina qualunque, per Michael di sua figlia invece, e non avendo mai accettato le “stramberie” delle profezie di Rambaldi, magari per lui potrebbe risultare difficile sapere che sua figlia si trova sotto le grinfie e le torture di alcuni ossessionati seguaci.
    Però da un lato è anche vero che Vaughn ne ha viste tante (tipo Sydney che “resuscita” dopo due anni) ma in qualche modo è sempre bloccato dalla morte, pur avendo rivisto diversi personaggi ritornare, sebbene creduti ormai sepolti.
    E’ quindi il tipico “se non vedo non credo” e non è capace di dubitare in certe occasioni. Questo è un bel dilemma…
    Sarebbe interessante scoprire se c’è una motivazione profonda di questo suo scetticismo o è soltanto frutto di un semplice vizio che non è riuscito a perdere nonostante tutte le esperienze tutt’altro che normali che ha avuto!!

    Non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio! ;)

  • 13. Rossella  |  29 aprile 2009 at 10:54 pm

    Ary tu ti poni sempre quesiti interessanti e soprattutto molto sofisticati: non ti accontenti di guardare alla superficie, devi penetrare all’interno di ciò che leggi. Sei proprio una fan di Alias ;)
    A parte questo posso solo dirti che il prossimo episodio metterà Michael e Sydney in una nuova luce, ma in realtà spetterà a voi lettori capire la direzione giusta…
    Non farmi dire altro però!!:P

  • 14. Ary  |  1 maggio 2009 at 8:46 pm

    Ok ok!!! non vedo l’ora!!! :-D

  • 15. Irinaxx83  |  2 maggio 2009 at 8:59 pm

    Pietà per l’enorme ritardo!!
    ma non potevo mancare ovviamente!!!! :)

    MANCAVI PROPRIO TU ALL’APPELLO!!! E’ SEMPRE UN PIACERE LEGGERE I TUOI COMMENTI PERCHE’ SONO VERAMENTE ACUTI E PERSPICACI!! SI VEDE CHE SEI UN’ALIAS ADDICTED!!!! HEEH

    Comunque questo mi da la sensazione di essere uno di quegli episodi, come dire, “preparatori” giusto con piccoli ma pungenti e importanti dettagli volti a “caricare” diciamo la storia, per far accadere qualcosa di clamoroso nella prossima puntata!
    Ditemi che è così :) se sì, siete dei geni degni di Alias!

    CENTRO! NON SO SE SARA’ PROPRIO IL PROSSIMO EPISODIO…MA PRESTO LE CARTE IN TAVOLA SARANNO RIMESCOLATE IN MODO INASPETTATO!! MA NON POSSO AGGIUNGERE ALTRO!! EHEH

    Il flashback mi ha coinvolta parecchio! nella storia di alias mi ha sempre incuriosita il momento in cui Jack scopre tutto su Irina, ed un ritorno al passato è quello che ci vuole per esplorare tutto il disastro che ha provocato dentro di lui! sapevamo che fosse rimasto devastato, però non l’avevamo ancora visto così squilibrato a causa di Irina!
    Bello! complimenti! è stato importante questo passaggio perchè ora Malone e Jack sono a carte scoperte (più o meno), e quindi il conflitto diventa più interessante, visto che si ritrovano a collaborare!
    E poi mi ha fatto enormemente piacere rivedere in campo Sloane ed Irina stessa!

    IN EFFETTI IL PASSATO DI JACK CI E’ SERVITO PER CREARE UNA SITUAZIONE DI “STALLO” TRA JACK E MALONE…COME ANDRA’ A FINIRE??
    SU IRINA…Bè LEI SAPPIAMO CHE NON E’ MORTA…QUINDI POTREBBE TORNARE IN QUALSIASI MOMENTO…COME SI POTEVA INTUIRE DAL FINALE DELLA PRIMA SERIE DI VIRTUALIAS AVRA’ UN RUOLO CHIAVE NELLO SBROGLIARSI DELLE VICENDE…

    Ora passiamo al fastidiosissimo triangolo…
    Vaughn mi pare sempre più ridicolo e patetico (ma quanto mi duole doverlo ammettere ._. ) poichè scopre cose che, in effetti, Sydney sa già: lei sa che Anderson faceva parte del CSN e che lavorava insieme a Lauren Reed.
    Mi piacerebbe soltanto scoprire qualcosa di sconvolgente su questo Christopher che si crede tanto boyscout u_u
    a parte gli scherzi, mi entusiasmerebbe davvero scoprire qualcosa di molto originale su questo personaggio, qualcosa che non mi aspetterei mai… (perchè già mi son fatta una certa idea…)

    OVVIAMENTE ANDERSON NASCONDE QUALCOSA DI GROSSO NEL SUO PASSATO…MA COS’E'??? SPERIAMO CHE SIA ORIGINALE COME TE LO ASPETTI (O COME NON TE LO ASPETTI! HEEH)…SONO DI CURIOSA DI SAPERE LA TUA IDEA…

    Ma poi Sydney non si stranizza un pò a proposito del suo comportamento??! lo ascolta quando parla??? “il tuo angelo custode! ” Non si ricorda delle “chiacchierate” che si faceva con Michael anni prima? o già con il divorzio ha cancellato tutto??!!!
    Io mi insospettirei eccome! perchè mi accorgerei delle incessanti analogie sia nel comportamento che nei dialoghi! Dopo quante ne ha passate, è ancora così ingenua?!
    Però la domanda principale sarebbe: ma ’sto Anderson lo fa apposta a comportarsi come Vaughn (quindi per un secondo fine) o è proprio così?!
    Mi sembrerebbe un pò ridicolo creare due personaggi così simili però…

    QUESTA SOMIGLIANZA DI ANDERSON CON VAUGHN E’ OVVIAMENTE VOLUTA E RICERCATA DA NOI AUTORI, MA NON PER FORZA DEVE CELARE QUALCOSA DI NEGATIVO O DI FORZATO…ALLA FINE QUESTO SPIEGA PERCHE’ BRITNEY SI STA AVVICINANDO TANTO A LUI…SI SENTE SOLA, SENZA NESSUNO DI CUI FIDARSI…L’UNICA PERSONA E’ PROPRIO ANDERSON, CHE LE RICORDA TANTO IL VAUGH DELLE PRIME DUE STAGIONI!!!
    APPUNTO IL VAUGH DELLE PRIME DUE STAGIONI…FORSE NON QUELLO DI ADESSO CHE SEMBRA UN Pò DISILLUSO E RASSEGNATO ALLA PERDITA DELLA FIGLIA. MENTRE ANDERSON E’ PRONTO A CREDERE ALL’ISTINTO DI SYD E A CREDERLE CIECAMENTE!
    MA IN FONDO VAUGHN NON E’ DEL TUTTO “MOLLACCIONE” COME LO STATE DESCRIVENDO! EHEH!! STA FACENDO TUTTO IL POSSIBILE PER PROTEGGERE SYD, ANCHE A DISTANZA E QUANDO LEI HA AVUTO BISOGNO DI LUI (VEDI LA PUNTATA IN CUI ERA STATA RAPITA) LUI E’ CORSO IN SUO SOCCORSO!

    Passando a Renée vorrei tanto che avesse anche lei un ruolo determinante in questa serie! si merita di più invece di essere una investigatrice che si è fatta pure scoprire da Anderson -.-

    Ultima impressione: secondo me Sorrentano e Luciani finiranno per ammazzarsi! :D e non sarebbe male come cosa!

    BELLE IDEE ENTRAMBE. LE TERREMO IN CONSIDERAZIONE! HEHE!

    Buon lavoro ragazzi

    ;)

  • 16. Irinaxx83  |  2 maggio 2009 at 9:02 pm

    EDIT: ad un certo punto nel mio commento ho scritto BRITNEY al posto di SYDNEY!!! sorry!! hehe…lapsus freudiano…stavano passando una sua canzone alla radio!!!

  • 17. Ary  |  3 maggio 2009 at 10:50 pm

    Grazie anche a te Irina di sopportare i miei commenti lagnosi!!! eheheh!!! :-D

  • 18. Irinaxx83  |  4 maggio 2009 at 10:44 am

    Ary i tuoi commenti non sono affatto lagnosi! Al contrario!!
    Inoltre i commenti di tutti i lettori fanno sempre piacere e ci spingono a fare sempre meglio!! ;)

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