02×01 Reciproca accusa 02×03 Crisalide

02×02 Il tempio

20 Luglio 2008 montanaro87

ZANZIBAR, AEREOPORTO KISUANI

Nella variegata folla che occupava il terminal dell’aeroporto, l’unico scalo internazionale dell’isola africana, Sydney Bristow spiccava come un granello di zucchero in una tazza di cacao. La donna indossava un paio di occhiali scuri e una maglietta senza maniche, tuttavia sembrava soffrire l’asfissiante caldo equatoriale che avvolgeva l’edificio.

Con un gesto rapido si tolse gli occhiali per asciugare la fronte dal sudore, senza smettere di scrutare attentamente i passeggeri in partenza. Sydney strinse nervosamente le mani dopo essersi resa conto che la persona che stava aspettando non era ancora arrivata.

“Scusi, mi potrebbe dire a che ora parte il volo 316 per Londra?” le domandò gentilmente una voce piuttosto profonda alle sue spalle. Girandosi di scatto, Sydney squadrò l’alto africano sulla quarantina che le aveva rivolto la parola.

“E’stato cancellato – rispose - Niente è peggio di uno sciopero delle hostess”.

“Sydney Bristow - la salutò l’uomo - E’ un piacere incontrarla” continuò chinando leggermente la testa in segno di rispetto.

“Altrettanto, Adebisi” gli fece eco Sydney, tradendo una certa impazienza.

“Ha con sé le informazioni che le avevo richiesto?”

“Quanta fretta - le rispose l’uomo, sorridendo - Voi della CIA siete sempre in ritardo per qualcosa quando dovreste anticipare tutto…a proposito, come sta suo padre? Mi erano giunte voci riguardo la sua morte, ma…”

“Purtroppo è vero” rispose Sydney, sapendo di mentire, ma con la speranza di accorciare la spiegazione di qualcosa che anche lei faceva ancora fatica ad accettare.

“Le mie condoglianze - rispose Adebisi, sollevando leggermente un crocefisso che portava al collo - dirò una preghiera anche per lui”

Sydney annuì, indicando la sacca che l’informatore si trascinava alle spalle: “Sono là dentro?” domandò.

“Sì - rispose Adebisi - Venti anni delle mie ricerche su Rambaldi. Venti anni della mia vita che ho sacrificato al servizio della verità e del Signore”

“Non c’è niente di divino in Rambaldi” sibilò Sydney, infastidita.

Adebisi scosse la testa: “Milo Rambaldi era un uomo di fede. La sua grande opera prevedeva che solo un animo puro e incorrotto potesse usarla senza distruggersi” Mordendosi le labbra, Sydney non rispose. Odiava qualsiasi cosa riguardasse quel maledetto profeta, ma se voleva ritrovare la sua bambina doveva saperne il più possibile. Gli archivi del DRS erano stati completamente secretati. Così aveva dovuto rivolgersi a Samuel Adebisi, ex-trafficante di droga ivoriano, convertitosi e diventato sacerdote dopo la lettura di un testo di Rambaldi, a quanto si diceva . Sicuramente il più grande esperto sul profeta italiano dopo Arvin Sloane.

Adebisi si sedette su un lungo sgabello appena lasciato libero da una famiglia richiamata dalla partenza imminente del volo per Dar es Salaam. Sydney lo imitò, mostrandogli una piccola chiave e un pezzo di carta.

“Come d’accordo: a questo indirizzo c’è una cassetta di sicurezza che contiene cinquantamila dollari americani. L’estratto del conto è nella busta che le ho spedito”

“Li donerò ai bisognosi della mia parrocchia” mormorò Adebisi, aprendo a sua volta la sacca e mostrando una serie di pagine giallastre ricolme di disegni anatomici. Il cuore di Sydney ebbe un salto: erano i documenti vespertini, quelli rubati da un deposito del DRS anni prima.

Si chiese per un attimo come Adebisi ne fosse venuto in possesso, ma scosse la testa rapidamente. Non la riguardava.

“Riscatterò gli atti impuri commessi per ottenere queste pagine” mormorò Adebisi, accettando chiave e foglio di carta. Un flash improvviso alla destra di Sydney la fece trasalire. Un turista europeo o americano aveva appena scattato una foto ad una famiglia alle sue spalle…ma era veramente un turista? Sydney lo osservò per alcuni istanti, non molto convinta.

Si era ritirata dalla CIA, ma questo non voleva dire che non sapesse più riconoscere un agente quando ne vedeva uno. E se quello era un agente, la aveva appena fotografata in compagnia di un ex-signore della coca, mentre scambiava con lui un pacco compromettente. Ce ne era abbastanza per incarcerarla…e lei non poteva permettersi di perdere tempo.

All’improvviso si voltò di scatto, individuando altri due bianchi vicino al bancone del check-in. Prendendo la mano destra di Adebisi con energia Sydney gli sussurrò all’orecchio: “Siamo circondati. Dirigiamoci lentamente verso l’uscita, e appena superiamo la porta esterna, ci mettiamo a correre”

Stupito, l’ex-trafficante annuì e si alzò dallo sgabello: “Mi scuserà se voglio controllare che il conto di cui mi ha parlato esista davvero” esclamò a voce alta Adebisi.

“Naturalmente no. Non è molto distante da qui, lo possiamo verificare assieme” rispose a voce altrettanto alta Sydney, mentre i due si avviavano all’uscita. Con la coda dell’occhio Syd notò il turista che aveva visto poco prima avviarsi a sua volta dietro di loro: aveva visto giusto.

“Le piccole strade della nostra città sono poco sicure - disse Adebisi - Un ladro con qualche amico potrebbe nascondercisi per anni”

Sydney annuì, mentre apriva la porta d’uscita dall’aeroporto. Si voltò per qualche secondo, fermandosi quel tanto che bastava per fare avvicinare il falso turista, solo per chiudere con forza la porta sulla sua mano.

L’uomo ululò dal dolore, mentre Adebisi scappava con una foga insospettabile per un uomo così calmo e Sydney colpiva il suo inseguitore con un calcio attraverso il vetro della porta. Gli altri due uomini che le erano alle costole estrassero delle pistole. Sydney afferrò uno sgabello di legno accanto all’entrata e lo lanciò verso di loro prima di mettersi a correre a perdifiato, svoltando rapidamente in un vicolo della caotica cittadina africana.

“Ci ha scoperto, servono subito rinforzi nella zona C!” urlò uno dei suoi inseguitori al telefono, mentre gli altri due - uno a terra, l’altro stordito dall’impatto con lo sgabello - mugolavano dal dolore.

Sydney proseguiva la sua corsa evitando per un pelo le bancarelle dei molti bazar che si svolgevano nella cittadina. Un mercante di pecore, a cui lei aveva spaventato il gregge, le lanciò delle maledizioni in swahili. Senza curarsene minimamente Sydney imboccò un secondo vicolo, schivando di poco un piccolo veicolo a tre ruote che trasportava gente diretta al mercato.

Alle sue spalle un’automobile scura tentava disperatamente di farsi largo fra la folla. L’autista, un uomo corpulento dai capelli biondi e che indossava un paio di occhiali scuri urlava con forza al mercante di pecore che stava radunando il suo gregge disperso. Sydney si concesse un mezzo sorriso voltandosi e osservando la scena.

Un’altra automobile nera le tagliò la strada all’uscita del vicolo. L’uomo alla guida uscì dal veicolo e le puntò un’arma addosso. Senza perdersi d’animo Sydney afferrò un vaso esposto su una bancarella alla sua destra e lo lanciò in testa all’uomo che, colpito, perse la mira e barcollò il tempo sufficiente a farla avvicinare e a permetterle di stenderlo con un calcio allo stomaco.

Accelerando la sua fuga nei vicoli Sydney si accorse di avere ancora tre uomini a piedi alle sue spalle. Svoltò rapidamente a sinistra sorpassando due bancarelle per poi sparire alla vista dei suoi inseguitori. Quando questi voltarono l’angolo non c’ era traccia della donna.“Dove è andata?” sbottò il primo di questi, l’uomo biondo della prima automobile. “Cerca sotto le bancarelle. Comincia da destra, io vado da sinistra” suggerì un rosso di capelli piuttosto alto e dal forte accento americano, iniziando a sua volta la ricerca assieme al terzo, un tipo calvo e atletico sulla trentina, fra le proteste di venditori e clienti.

Dopo un paio di tentativi infruttuosi i tre si incontrarono di nuovo. “Non c’è” mormorò il biondo, stupefatto. “Non abbiamo cercato abbastanza” replicò l’uomo calvo, indicando un bagno turco sulla destra, dall’entrata coperta da diversi teli di stoffa. Annuendo, l’uomo biondo fece irruzione nel bagno turco puntando la pistola davanti a sé e urlando “Esci allo scoperto con le mani dietro la testa!”, subito seguito dagli altri due. Nessuno rispose: il bagno sembrava vuoto. Lentamente, i tre ispezionarono tutte le sale, finché l’uomo rosso di capelli individuò la porta chiusa di uno sgabuzzino, facendo cenno agli altri due di avvicinarsi.

Lentamente i tre si avvicinarono alla porta…il biondo la aprì di scatto, ma ricevette un secchio di acqua bollente in faccia. L’uomo mugolò dal dolore. Sydney Bristow si era rintanata nello sgabuzzino, dove aveva accumulato una serie di armi improprie. Rapidamente Sydney sgambettò l’agente biondo, facendolo cadere nella vasca d’acqua calda al centro del bagno.

L’agente dai capelli rossi tentò goffamente di scavalcare il suo collega, ma Sydney lo colpì alla testa, facendolo cadere a terra a sua volta. Il terzo agente, abbandonando la pistola nel timore di colpire uno dei suoi colleghi afferrò Sydney alle spalle, ma la donna sollevò le gambe, fece forza contro la parete e lo mandò a cadere a sua volta nella vasca.

Uscendo rapidamente dal bagno turco Sydney quasi si scontrò con Adebisi. Sconcertata, aprì la bocca per iniziare una domanda, ma l’uomo la zittì con un gesto, afferrandole la mano e conducendola verso una porta che si aprì al loro arrivo.

All’interno, quattro agenti vestiti di nero puntarono le loro armi alla testa di Sydney. Stupefatta, quest’ultima si girò verso Adebisi, che a sua volta le stava puntando contro un’arma.

“In un’operazione congiunta con la polizia di Zanzibar e il governo della Tanzania, il governo degli Stati Uniti la dichiara in arresto” le disse con aria decisa uno dei quattro agenti che le puntavano le pistole addosso, mentre un altro le afferrava i polsi e le infilava un paio di manette. Adebisi non toglieva gli occhi di dosso da Sydney, osservando ogni suo minimo movimento.

“Non sei il vero Adebisi, non è così?” gli chiese duramente Sydney.

“Naturalmente no. Lo abbiamo arrestato ieri. Mi chiamo Aderbal Annunja, sono dell’Interpol - rispose quest’ultimo - Ci hai presi di sorpresa con la tua fuga, pensavamo di seguirti fino ad identificare tutti quelli che lavoravano con te…”

“Nessuno lavora con me” rispose sprezzante Sydney.

“Vedremo” concluse sorridendo il falso Adebisi.

“Ha il diritto di non parlare. Qualunque cosa dirai potrà essere usata contro di te. Hai il diritto ad un avvocato, se non potrai permetterne uno te ne sarà assegnato uno d’ufficio…” iniziò a recitare uno degli agenti, mentre Sydney chiudeva gli occhi e si mordeva il labbro inferiore.

UFFICI DELLA CIA-SEZIONE ANALISI CONTROSPIONAGGIO

Sala d’aspetto

Michael Vaughn sedeva in una stanza bianca e senza finestre, fissando il vuoto. Nulla sembrava avere più senso: sua figlia era morta, la sua sezione non esisteva più, e anche Sydney lo aveva abbandonato. Michael strinse gli occhi, riducendoli a fessure per evitare di piangere. Aveva voglia di scaraventare il suo portatile giù dalla finestra, mollare tutto e sparire. A bloccarlo erano solo la dolorosa consapevolezza della morte della figlia, e la volontà di passare più tempo possibile con Jack. Senza contare sua sorella, che aveva bisogno di lui per rimanere nascosta.

No, non poteva andarsene.

Le parole di Sydney riecheggiavano nei suoi pensieri: si era sentito dare del debole e del vigliacco più volte, e ogni volta tutto questo gli bruciava come una ferita aperta. Si sentiva veramente un vigliacco, ma non per non avere creduto alla lucida follia di Sydney. Era un codardo perché non l’aveva fermata, perché non aveva saputo mettere da parte l’orgoglio e dimostrare a Sydney tutto l’amore che provava per lei.

Un rumore acuto lo riscosse dal suo torpore: era il suono del suo cercapersone. Lentamente, muovendo le braccia in maniera quasi meccanica, lo tolse dalla tasca destra dei suoi pantaloni e lo fissò. Era Weiss.

Vaughn prese il suo telefonino dalla sua tasca sinistra e digitò stancamente il numero dell’amico.

“Ha un minuto?” lo interruppe la voce di Jack Bristow alle sue spalle. Stupito, Vaughn annuì e rimise il cellulare al suo posto. Jack si sedette al suo fianco.

“Come mai è qui? La sua sessione di verifica è già finita?” chiese Vaughn al padre di sua moglie. Jack annuì: “Ha sentito?” chiese a Michael a bruciapelo.

“Sentito cosa?” replicò Vaughn.

“Il notiziario interno. Hanno appena annunciato la sentenza per Dixon: ergastolo” rispose in tono gelido Jack.

Vaughn trasalì: “Hanno già stabilito la sentenza? Credevo che gli avrebbero almeno concesso un appello!”

Jack scrollò la testa: “Ci sono state forti pressioni per una condanna immediata. I russi chiedevano sangue, e sono stati accontentati. Il Comitato degli Affari Interni sta decidendo a quale prigione federale destinare Marcus.”

“Non è possibile - mormorò Vaughn - Dobbiamo fare qualcosa per fermarli!”

“E che cosa, agente Vaughn?” gli rispose Jack in tono acido velato da una enorme amarezza. “L’unico motivo per cui anche io e lei non siamo finiti in carcere è stata la dichiarazione di responsabilità di Dixon. Si è preso tutte le colpe per salvare noi.”

“Ma di sicuro lei sa come liberarlo…Dannazione, quando Sydney era sotto la custodia dell’FBI o del CSN - aggiunse Vaughn sottovoce - non ci siamo certo fatti molti scrupoli!”

“A quei tempi - ribatté Jack, sempre sottovoce - avevo una rete di contatti, che negli anni della mia presunta morte si è disgregata. Thomas Brill è morto, Martin Keamy è scomparso anni fa nel sud del pacifico… inoltre - aggiunse Jack a voce ancora più bassa - non so se lo ha notato, ma degli agenti di sicurezza ci sorvegliano giorno e notte. Siamo ancora sotto valutazione, almeno lei, Weiss, Rachel, Marshall ed io, anche se credo che abbiano perso ogni interesse per Sydney da quando si è dimessa. Libereremo Marcus non appena ne avremo l’opportunità, ma per ora ci conviene stare calmi”

Vaughn annuì poco convinto.

“Dixon è riuscito a ottenere di non essere destinato ad un campo di tortura, considerata anche la sua confessione spontanea, ma non ci toglieranno gli occhi di dosso molto presto se decidiamo di rimanere nell’agenzia. Saremo più in trappola io e lei di Marcus, non potremo permetterci nemmeno uno sbaglio…”

Vaughn smise di ascoltare Jack e iniziò ad osservarlo. Nonostante la voce conservasse l’antico accento determinato, qualcosa si era rotto nel carattere del padre di Sydney. La morte della nipote lo aveva segnato pesantemente, i suoi lineamenti si erano come afflosciati, lo sguardo sembrava spento.

Anni fa, non si sarebbe curato delle squadre di sorveglianza, si ritrovò a pensare Vaughn.

Non vuole dare a vederlo, ma è abbattuto quanto me.

“…Ha capito, agente Vaughn?” concluse Jack, quasi sospirando. Vaughn trasalì: per un uomo come Jack Bristow un sospiro mancato era segno della disperazione più nera. Era come se si fosse messo a piangere a dirotto.

“Sì - rispose Vaughn rapidamente - Dobbiamo agire all’interno delle regole, almeno fino a che non abbiamo notizie di Sydney”

Jack scosse la testa leggermente: “Non intendevo precisamente questo – iniziò - C’è ancora…”

Eric Weiss piombò alle spalle di Vaughn. “Ma non rispondi mai?” gli domandò, prima di rendersi conto di avere interrotto Jack.

“Oh, scusi” mormorò in direzione dell’agente. Jack fece un gesto con la mano, invitandolo a lasciar perdere.

“Perché sei venuto qui Eric? - chiese Vaughn - Cosa dovevi dirmi?”

“Ho finito la mia valutazione, e mi hanno detto di riferirvi che il Comitato intende vederci. Tutti quanti” concluse, fissando Jack, che rimase apparentemente impassibile.

“Quando?” domandò Vaughn. Tre robusti agenti CIA armati fino ai denti uscirono da una porta alle spalle di Eric, fermandosi proprio davanti a Jack, Vaughn e Weiss.

“Proprio adesso” concluse Weiss.

ALL’INTERNO DI UN FURGONE

Sydney Bristow era rimasta in silenzio durante tutto il volo di ritorno negli Stati Uniti, che l’aveva vista incatenata ad uno sgabello e sorvegliata come una pericolosa terrorista da ben cinque agenti.

Le dava fastidio essere stata catturata, ma ancora di più le dava fastidio essersi fidata, anche se solo per un attimo, di una persona che aveva tradito la sua fiducia. La sua impazienza, la sua voglia di ritrovare a tutti i costi la sua bambina la avevano tradita. Si ripromise di essere più lucida e di non fidarsi di nessuno in futuro, se mai fosse riuscita ad uscire dalla prigione in cui era diretta.

Scendendo dall’aereo era stata caricata come un pacco postale su di un furgoncino nero senza finestrini che si era avviato verso una direzione che le era sconosciuta.

Per distrarsi, si mise ad osservare gli agenti che la stavano scortando. Tre di loro facevano parte del gruppo che l’aveva inseguita in Africa, gli altri due erano saliti sul furgone appena Sydney era scesa dall’aereo. Tutti e cinque rimanevano perfettamente immobili, osservandola a loro volta.

Improvvisamente il furgone si fermò. La radio portatile di uno degli agenti emise un crepitio. L’agente la sollevò all’orecchio e premette un tasto, annuendo nel sentire un messaggio che Sydney non riuscì a cogliere.

“Siamo arrivati” spiegò laconicamente ai suoi colleghi.

Sydney rilassò i muscoli della schiena e delle gambe, permettendo ad uno degli agenti di slegarle i piedi senza fatica. Un altro agente le assicurò le manette ad una lunga catena che le si attorcigliava lungo le gambe, permettendole di camminare solo a piccoli passi. Il portellone laterale del furgone si aprì e per un attimo Sydney colse un suo riflesso nel finestrino. Era legata come sua madre anni prima, quando si era consegnata alla CIA.

Il panorama che vide la sorprese. Erano nel bel mezzo della contea di Kern, vicino a Los Angeles. Non c’era nessuna struttura federale da quelle parti, e nemmeno un penitenziario di stato. Ma non c’erano neppure altre costruzione di alcun genere: solo chilometri e chilometri di strada, sia prima che dopo il furgone. Stupefatta, Sydney venne condotta in una piazzola di sosta, mentre il furgone ripartiva a grande velocità. Sydney scrutò attentamente i suoi guardiani, che non muovevano un muscolo. Si chiese più volte cosa stesse succedendo.

Un fuoristrada blu si fermò proprio di fronte a loro. La portiera del guidatore si aprì e ne scese un uomo sulla quarantina, bruno, che indossava un paio di occhiali scuri e un completo nero con cravatta intonata. L’uomo si tolse gli occhiali e fissò Sydney per un attimo con aria leggermente sconcertata, prima di scuotere la testa.

“Slegatela e toglietele le manette” ordinò poi agli agenti. L’ordine venne eseguito, nello stupore più totale di Sydney. Chi erano que gli uomini? Perché la stavano slegando in mezzo al nulla? Che razza di procedura era quella? Dove la avrebbero portata?

Sydney non riuscì a credere a ciò che stava succedendo quando l’uomo le tese la mano, salutandola “E’ un onore conoscerla, agente Bristow”.

Non rispose al saluto: era rimasta senza parole. A un cenno dell’uomo, gli agenti al suo fianco si ritirarono leggermente, tenendola comunque sotto osservazione.

“Mi dispiace che lei abbia dovuto affrontare un viaggio così scomodo, ma non avevamo scelta. La finzione doveva durare, almeno fino a quando non fossimo stati più che sicuri che nessuno ci tenesse d’occhio. Spero che le abbiano dato da mangiare, perché non ho del cibo con me, ma se vuole un bicchiere d’acqua non deve fare altro che chiedere.”

“Un bicchiere d’acqua?”commentò Sydney a mezza voce.

“Ha nausea o capogiri? - continuò l’uomo - Perché dobbiamo affrontare un breve viaggio in automobile, e se vuole…”

“Chi è lei? - lo interruppe Sydney, aggrottando le sopracciglia e scuotendo la testa - Di che agenzia fa parte? Dove mi vuole portare? Perché mi sta trattando così cordialmente? Cosa vuol dire che la finzione doveva continuare?“

“Risponderò alla sua prima domanda: mi chiamo Christopher Anderson. Per quanto riguarda la seconda e la terza, salga sul fuoristrada e lo saprà” concluse l’uomo.

Sydney squadrò attentamente gli uomini alle sue spalle: forse poteva riuscire a sopraffarli e a fuggire, ma non sarebbe andata molto lontana: le gambe le facevano troppo male e non si vedeva nulla all’orizzonte. Non si mosse.

Due agenti scortarono Sydney, con gentilezza ma rapidamente, sul sedile posteriore del fuoristrada, mentre altri due si sedevano nei sedili anteriori. Anderson fece un cenno a uno dei suoi, che si fece da parte facendolo entrare a fianco di Sydney, chiudendosi la portiera alle spalle.

Il fuoristrada si avviò e Anderson prese un faldone dalla tasca interna della portiera, porgendolo a Sydney, che lo afferrò con forza. Aprendolo, si trovò di fronte una sua fotografia vecchia di almeno sei anni, circondata da documenti. Rimase a bocca aperta, sfogliandoli lentamente.

“Come può vedere, sappiamo diverse cose sul suo conto. Giri pure pagina” continuò Anderson.

Sydney sollevò gli occhi dai documenti e fissò l’uomo a suo fianco, con un misto di confusione e sfida negli occhi: “Io invece non so nulla di lei. Perché mi sta dicendo tutto questo?” rispose.

“Giri pure pagina” ripeté tranquillamente Anderson.

Sydney accettò il consiglio e si trovò di fronte una fotografia di Isabelle.

“Sappiamo anche questo, e cioè il motivo che la ha spinta a contattare Adebisi. Lei sta cercando sua figlia, che la CIA e persino suo marito ritengono morta”.

Sydney chiuse il faldone e si mise a fissare Anderson: “Quindi voi sapete che è viva!” commentò ad alta voce, caricando la frase di speranza. Si era dimenticata dell’arresto, dell’assurdità della conversazione, del fatto di non sapere nulla del suo interlocutore.

“Non lo sappiamo, anzi, a dire la verità, non lo riteniamo credibile - le rispose Anderson - Ma sappiamo che lei la sta cercando in proprio. A dire la verità, a noi sua figlia non interessa: a noi interessa lei.”

Si fermò, scrutando Sydney attentamente prima di proseguire: “Anche se fosse viva, lei non può trovarla da sola” commentò.

“Posso e lo farò, e se cercate di impedirmelo…” sbottò Sydney quasi sibilando fra i denti.

“Tutto l’opposto - rispose Anderson - Noi vogliamo aiutarla. La CIA le ha negato l’accesso ai documenti del DRS su Rambaldi, noi possiamo fornirgliene degli altri. Le daremo contatti, supporto, alias e documenti falsi per continuare la sua ricerca. In cambio le chiediamo solo la sua collaborazione. ”

“La mia collaborazione per cosa, una festa in piscina? - rispose sarcastica Sydney - “Non so nemmeno chi siete voi. Pochi minuti fa credevo di essere stata arrestata dall’FBI, ma a quanto pare questo non è vero, visto che volete fare un patto con me. Che razza di situazione è questa? Come faccio a fidarmi di lei? E dove stiamo andando?” concluse, quasi urlando.

Anderson le fece cenno di guardare fuori dal finestrino. Il fuoristrada si era fermato vicino ad una chiesa battista appena fuori da un piccolo centro abitato.

Il guidatore scese ed aprì la portiera laterale. Anderson scese e fece cenno a Sydney di seguirlo. “Non mi sembrava un pastore” commentò Sydney.

“E’ vero. Assomiglio di più ad un medico, me lo dicono tutti” scherzò l’uomo, aprendo la porta della chiesa. L’interno dell’edificio era vuoto, ad eccezione di una coppia di fedeli inginocchiati di fronte all’altare maggiore.

Anderson si inginocchiò a sua volta. Sydney storse la bocca, ma si trovò ad imitarlo.

“Accenda un cero e si avvicini alla sacrestia” le sussurrò l’uomo.

Accigliata, Sydney si alzò ed obbedì: “Devo anche pregare?” commentò ironica.

“Silenzio, siamo in chiesa” le ingiunse Anderson, accendendo un cero a sua volta e seguendola.

Quando arrivarono dietro all’altare, un pannello di legno scattò, rivelando un apertura. Anderson la attraversò, seguito immediatamente da Sydney.

Uscendo dall’apertura Sydney si trovò a dover socchiudere gli occhi: la forte illuminazione al neon della stanza cieca su cui si trovava contrastava con la scarsa luce della chiesa. Anderson premette un pulsante e passò il suo dito indice su un rilevatore.

Un rumore secco fece sobbalzare Sydney: una seconda porta si era aperta proprio di fronte a lei.

Sorridendole, Anderson le fece cenno di proseguire: “Dopo di lei” sussurrò.

Sydney gli rivolse uno sguardo gelido ed entrò. Si ritrovò in un grande ufficio dalle pareti spoglie, illuminato da luci neon blu; ospitava almeno una dozzina di scrivanie, dietro le quali stavano lavorando almeno una ventina di agenti.

Gli sguardi degli uomini nella sala si concentrarono su di lei.

“Benvenuta al Tempio, Sydney Bristow” le annunciò Anderson.

UFFICI DELLA CIA-SEZIONE ANALISI CONTROSPIONAGGIO

Sala di Valutazione

Scortati dalle tre guardie armate, Jack, Vaughn e Weiss fecero il loro ingresso in una sala di medie dimensioni. Era un auditorium. Tre sedie imbottite si trovano al centro del palco, e le guardie li scortarono fino a che non si sedettero, per poi ritirarsi silenziosamente, lasciandoli soli.

Weiss e Vaughn si scrutarono, stupefatti. Anche Jack sembrava pensieroso.

D’un tratto quattro uomini entrarono da una porta laterale e si accomodarono sulle sedie dell’auditorium. Due erano inequivocabilmente guardie del corpo, ma gli altri due appartenevano a un grado decisamente superiore.

Uno era piuttosto magro, aveva un naso lungo e indossava un paio di occhiali dalla montatura sottile. Qualcosa nei suoi occhi suggeriva un certo divertimento.

L’altro uomo fissava direttamente Jack , sorridendo a mezza bocca. Il padre di Sydney ebbe un lieve sussulto, riconoscendolo come l’uomo che gli aveva chiesto di rubare delle informazioni da un server CIA. Che cosa ci faceva lì in quel momento?

L’uomo con gli occhiali si schiarì la gola e iniziò: “Signor Vaughn, signor Weiss, signor Bristow - li salutò - Vi chiederete come mai vi trovate qui. E’ un’ottima domanda, effettivamente, ma prima di rispondere, permettetemi di presentarmi. Sono Mitchell Yaeger, capo della Sezione Controspionaggio del Comitato per gli Affari Interni CIA e lui - continuò, indicando l’uomo al suo fianco che non perdeva d’occhio Jack - è il mio vice, Patrick Malone.”

Malone annuì, alzando leggermente le mani dal tavolo e iniziando a picchiettare leggermente con le dita. Jack corrugò la fronte.

“Il motivo della vostra presenza qui - continuò Yaeger - è semplice. Con la condanna di Marcus Dixon la vostra sezione è stata ufficialmente sciolta, i vostri permessi revocati. L’A.P.O. non esiste più.” si concesse un sorriso soddisfatto.

“Siete qui per fare una scelta…”

“Mi sembra che il tempo delle scelte per noi sia terminato” replicò Jack, scrutando attentamente le mani di Malone.

“Oh, no, signor Bristow. Voi non siete stati condannati, dopotutto obbedivate agli ordini” Yaeger scoccò uno sguardo a Vaughn e Weiss

“E lei - continuò, fissando di nuovo Jack - non ha nemmeno preso parte all’assalto al DSR. No, siete liberi da ogni accusa, ma non siete più agenti di questa agenzia, almeno fino a che non affronterete la scelta di cui vi ho parlato”

“E di che scelta si tratta?” sbottò Weiss, spazientito.

“E’ semplice, signor Weiss. Potete scegliere di tornare a vita privata, come comuni cittadini, firmando un documento in cui rinunciate a ogni forma di richiesta nei confronti dell’agenzia…oppure potete entrare a fare parte della mia task force. Naturalmente il vostro grado sarà di semplici agenti operativi, e sarete sottoposti a una serie di regole, ma continuerete a lavorare per il governo.”

“Se ce ne andiamo, ci terrete sotto osservazione” sentenziò Vaughn.

“Niente affatto. Questo è un paese libero - rispose Yaeger - E poi, perché? Crede di essere così indispensabile alla sicurezza nazionale da avere una squadra di sorveglianti giorno e notte solo per lei?”

“Finora lo avete fatto” osservò Jack.

“Finora dovevamo ancora decidere se eravate minacce per la sicurezza nazionale, signor Bristow.”

“Dobbiamo decidere subito?” chiese Weiss, scrutando Yaeger.

“Avete trenta minuti.”

“E Rachel e Marshall? - chiese all’improvviso Vaughn - Cosa avete deciso riguardo a loro? Perché non sono qui?”

“Il signor Flinkman e la signorina Gibson hanno già scelto di lasciare un’ora fa” concluse Yaeger.

Weiss spalancò gli occhi incredulo: “Rachel ha lasciato l’agenzia?” sussurrò.

Nessuno gli prestò ascolto. Yaeger e Malone si erano già alzati in piedi.

“Trenta minuti, signori” concluse Malone, parlando per la prima volta e facendo l’occhiolino a Jack. Le guardie del corpo seguirono i due pezzi grossi fuori dall’auditorium.

“Non ci credo. Non è vero - ripeteva fra sé e sé Weiss - “E’ una scelta assurda!”

“Sono d’accordo - aggiunse Vaughn - è assurdo che siamo costretti a scegliere fra lasciare l’agenzia e diventare servi del Comitato, Lo avete sentito, no? Praticamente gestiremmo solo i loro interessi.” “Che facciamo, allora?” si chiese Weiss.

“A questo punto è meglio andarcene - rispose Vaughn - Potremo organizzare la liberazione di Dixon dall’esterno, anche se la storia sulla sorveglianza zero è una balla, avremo comunque più opportunità…che ne dice, Jack?” concluse, voltandosi verso quest’ultimo.

Jack si riscosse dai suoi pensieri: “Dovremmo accettare la proposta di Yaeger.” annunciò.

Vaughn e Weiss lo fissarono come se fosse impazzito. Jack notò i loro sguardi e si alzò in piedi

“Eric, si ricorda che alcuni giorni fa le ho chiesto di introdursi in una struttura governativa e rubare dei dati?”

Weiss annuì, confuso.

“Bene, il vice di Yaeger, Malone, è proprio l’uomo che mi ha chiesto di farlo. E mentre Yaeger ci illustrava la sua proposta, mi ha passato un messaggio.”

“Un messaggio? - chiese Vaughn sbalordito - E come?”

“Codice Morse. Avrete notato che tamburellava sul tavolo: un gesto apparentemente casuale, ma che nascondeva un significato. Semplice ed antiquato, ma geniale.” concluse Jack, ammirando la trovata di Malone suo malgrado.

“E il messaggio diceva…?” lo interrogò Weiss.

“Che è disposto a far liberare Dixon se obbedirò ai suoi ordini. E come primo ordine mi ha detto di convincere voi due ad accettare l’offerta di Yaeger, e di farlo a mia volta.”

Vaughn e Weiss fissarono Jack, stupefatti.

IL TEMPIO - Contemporaneamente

Sydney si voltò di scatto verso Anderson: “Il Tempio?” chiese, scettica.

“Un nome appropriato, vista la nostra politica operativa. Il nostro è un compito quasi sacro” le spiegò Anderson mentre la conduceva verso un box di vetro in fondo all’ufficio, superando la piccola folla di agenti intenti ad osservare Sydney in silenzio.

“E quale è la vostra politica operativa?” chiese Sydney , seccata.

“La ribellione ai sacrifici inutili di agenti e denaro pubblico per il profitto di chi guida le agenzie segrete del nostro paese. Tutti gli agenti che ha visto facevano parte chi della CIA, chi dell’FBI, o dei servizi dell’Esercito. Abbiamo anche un paio di ex-Delta Force. Tutti uomini delusi, come lei e me, dai burocrati e dai politici che pensano solo al proprio tornaconto personale e che ci impediscono di fare quello che dovremmo fare”.

“Vale a dire?” domandò Sydney.

“Proteggere il nostro paese - rispose asciutto Anderson - Sa meglio di me come i direttori di agenzia spesso siano degli incompetenti, o peggio dei corrotti. Pensi a Robert Lindsey, il defunto capo del CSN. O alla dabbenaggine che ha portato i suoi superiori a fidarsi di terroristi come Arvin Sloane e Irina Derevko. O, per parlare di fatti più recenti, alla tragica farsa del processo a Marcus Dixon.”

Le parole colpirono un punto dolente: Sydney si morse le labbra. L’uomo che le stava parlando non aveva tutti i torti.

“Per questo ci siamo riuniti qui - le annunciò Anderson, aprendo la porta del box di vetro - Per difendere gli Stati Uniti senza che corruzione, burocrazia e trattati internazionali ci leghino le mani”

“Siete un’agenzia fuorilegge” commentò Sydney, scuotendo la testa.

“Siamo dei patrioti. E non credo di sbagliarmi se penso che lei sia più simile a noi di quanto creda.”

“E’ un bel discorso - commentò Sydney - una bella fiaba. Chi vi finanzia? Immagino che la colletta della chiesa serva a pagare il caffè, ma il resto…” concluse sarcasticamente.

“I nostri finanziatori sono uomini e donne che condividono i nostri i nostri ideali. Non le posso dare dei nomi, ovviamente, ma - fece una pausa, fissando Sydney dritta negli occhi - le posso mostrare la persona che mi ha convinto ad assumere lei.” concluse, facendo cenno a Sydney di entrare.

“Venga pure avanti, agente Bristow” la accolse una voce femminile dall’interno.

Incuriosita, Sydney entrò, trovandosi di fronte una donna bruna sulla cinquantina, dall’aspetto professionale, che la accolse con un sorriso enigmatico.

“La prego, si sieda”

Sydney prese la sedia di fronte alla scrivania della donna e si sedette.

“Il mio nome è Marie Keller. Probabilmente non le dice nulla, ma mi sono laureata alla stessa università che ha frequentato suo padre. Conoscevo sua madre” continuò.

“Allora saprà che conoscerla non è il miglior modo per rendersi credibile ai miei occhi” commentò Sydney.

“Non parlerò della sua famiglia, se è questo che lei vuole. Le dirò solo perché desidero la sua collaborazione.”

La donna fece una pausa, invitando con gli occhi anche Anderson ad entrare. L’uomo le obbedì, chiudendosi la porta alle spalle.

“Ho letto il suo fascicolo, agente Bristow. Ho persino contribuito in minima parte a scriverlo. So che cosa ha fatto. So come ha distrutto intere organizzazioni terroristiche praticamente da sola. Conosco le sue qualità, e devo dire che la ritengo il migliore agente che la CIA abbia mai arruolato.

Purtroppo so anche dei suoi lutti…”

Sydney ebbe un fremito, e la Keller se ne accorse, così addolcì leggermente il tono: “Ma so che non ha perso le sue speranze. Io voglio la sua forza, le sue capacità in questa mia agenzia. Avrà il comando dell’unità tattica. Potrà utilizzare le mie risorse per le sue ricerche. Le chiedo solo di aiutarmi a rendere il mondo un posto più sicuro.”

“Entrando a fare parte di un’organizzazione clandestina, dai fini poco chiari e dai finanziamenti sconosciuti, che opera al di fuori di ogni legge federale…” suggerì Sydney.

“Sì.” rispose la Keller, annuendo.

“E pensa che accetterò?” le domandò Sydney senza mezzi termini.

“Lo farà?” le chiese la Keller, sporgendosi verso di lei come per analizzarle lo sguardo.

Anderson si mise a fissare Sydney a sua volta. Nei suoi occhi c’era di nuovo quello strano sguardo stupito che aveva la prima volta che la aveva guardata. Sydney gli scoccò un’occhiataccia ed inspirò, rivolgendosi alla Keller: “Mi volete perché per voi sono la migliore? Se ha letto il mio fascicolo, avrà visto che non avrei concluso nulla senza la mia squadra. Se sono la migliore è solo perché ho lavorato con i migliori”.

Anderson e la Keller si scambiarono uno sguardo. Dopo un attimo, Anderson si schiarì la gola. “Possiamo fare in modo di arruolare anche alcuni dei suoi ex-colleghi”

“Non ho detto di avere accettato” rispose Sydney seccamente.

Marie Keller aprì un cassetto e consegnò a Sydney un fascicolo di carte ingiallite: i documenti Vespertini.

Vedendoli, Sydney ebbe un tremito.

“Sono suoi. Senza nessuna condizione - annunciò la Keller - Ma senza un team di esperti per valutarli, e senza l’attrezzatura per decifrarli purtroppo sono inutili…”

“Accetto. Mi servono i vostri mezzi, quindi guiderò la vostra squadra” annunciò Sydney di colpo. Annuì con decisione, come se fosse venuta capo di una difficile scelta.

“Ma voglio essere io a scegliere gli agenti che recluterete.”

“Accordato” rispose la Keller.

“E’ una dei nostri ora.” concluse, porgendo la mano a Sydney, che la strinse con forza.

UFFICI DELLA CIA-SEZIONE CONTROSPIONAGGIO

Sala Operativa

Un ascensore bianco si aprì all’improvviso. All’interno c’erano Jack, Vaughn e Weiss.

“Benvenuti al Centro Operativo del Comitato - li salutò un agente donna - Il direttore Yaeger vi stava aspettando”.

Senza aggiungere altro, l’agente li guidò verso la porta blu dell’ufficio di Yaeger.

Il nuovo direttore li accolse con un sorriso sardonico: “Sono contento che abbiate fatto la scelta giusta – iniziò - Vorrete certamente conoscere i vostri incarichi”

I tre annuirono.

“L’agente Weiss e l’agente Vaughn lavoreranno alla task force sulle fughe di notizie riservate. Per l’agente Bristow, il mio vice ha richiesto un incarico più specifico: dovrà verificare la sicurezza della gestione delle indagini interforze. E’ tutto” concluse, congedandoli.

“Che razza di incarichi sono?” si chiese Weiss, una volta uscito dall’ufficio.

“Quelli che nessuno vuole fare - rispose Vaughn - Spiare i nostri agenti. Distruggere le carriere di chi sta antipatico a Yaeger” azzardò.

“E’ molto peggio di così. Il vero capo qui probabilmente è Malone - commentò Jack - Ci chiederà di procurargli informazioni dai nostri servizi per i suoi scopi personali”

“Fantastico…ma perché abbiamo accettato?” si lamentò Weiss.

“Per Marcus…ma in ogni caso, nessuno la ha obbligata, Eric” replicò Jack, dirigendosi verso l’ufficio di Malone.

“Simpatico come sempre, vero?” chiese Weiss a Vaughn quando fu sicuro che Jack non potesse sentirlo. Michael abbozzò un sorriso triste.

IL TEMPIO

“Da questo momento lei ha il comando della nostra unità di intervento rapido, agente Bristow” annunciò Anderson, mentre i due uscivano dall’ufficio della Keller.

“Lasci che glieli presenti.”

Sydney annuì, mentre Anderson, con un gesto della mano, le presentava un uomo sulla trentina che portava una corta barba e una donna bionda, dai tratti duri, che squadrava il collega con aria sprezzante.

“Agente Kane, agente Hall, questa è l’agente Sydney Bristow. Da oggi in poi sarà il vostro superiore.”

L’uomo - Kane- prese uno stuzzicadenti dalla tasca destra dei suoi pantaloni, lo masticò per un secondo e lo sputò lo stuzzicadenti a terra: “Sydney? Ho sempre pensato che fosse un nome da uomo. Non che lei sembri un uomo, capisce,non fisicamente, ovviamente no. E’ solo che un nome da uomo per una donna è strano…e forse anche sexy…”

“Finiscila, Kane - ringhiò rabbiosa Hall - Finiscila subito! E’il nostro superiore ora, per cui cuciti quella dannata bocca!”

Sydney lanciò a Anderson un’occhiata preoccupata: “Sono questi due?” domandò, piuttosto scioccata.

L’agente si strinse nelle spalle: “La disciplina è molto informale qui” si limitò a commentare.

“Raccogli lo stuzzicadenti e ascolta, Kane - lo rimproverò Hall - Non voglio passare il primo giorno a discutere con il nuovo capo.”

Kane obbedì, ma nel chinarsi diede di nuovo sfogo alla sua natura, lanciando un deciso sguardo di apprezzamento alle gambe di Sydney. Hall lo colpì leggermente alle costole.

“Vi lascio familiarizzare” annunciò Anderson ritirandosi rapidamente. Sydney aprì la bocca, indispettita, ma non fece in tempo a dire nulla. Si girò allora verso Kane e la Hall, che ora la fissavano entrambi, come aspettando le sue parole.

Sydney si schiarì la gola e iniziò: “Non conosco voi e voi non conoscete me. Non so da che agenzia venite…”

“Io sono un ex dell’FBI, capo. I vecchi federali mi hanno sbattuto fuori a calci quando ho messo dentro un tale con troppi agganci politici. E la Sempre Sorridente Hall è una Delta Force, il meglio del meglio del meglio, o almeno lo era…” commentò in fretta Kane.

“Se non stai zitto ora, lo sarai per sempre!” annunciò minacciosa la Hall.

“Silenzio, tutti e due! - li richiamò Sydney - Se volete lavorare con me e i miei collaboratori, dovrete rispettare una certa disciplina. Quando io parlo, voi state zitti. Dovrete rivolgervi a me come “Agente Bristow”. Risponderete alle mie domande con “Sì, agente Bristow” o “No, agente Bristow”. Le opinioni personali resteranno tali a meno che io non ve le chieda. Obbedirete ai miei ordini diretti senza discussioni. Sono stata chiara?” concluse.

“Sì, agente Bristow” risposero in coro i due.

“Molto bene - commentò Sydney - Ora, la prima cosa che dovete sapere…” Sydney fu interrotta da Anderson, che la trascinò ad un terminale poco distante.

“Due di loro sono contattabili. Hanno lasciato l’agenzia proprio oggi” annunciò.

“Niente male il nuovo capo: bella e tosta, non trovi?” commentò Kane facendo l’occhiolino alla collega, quando fu chiaro che Sydney non poteva più sentirli.

La Hall si limitò ad alzare gli occhi al cielo.

CASA DI SYDNEY

Il campanello suonò due volte in rapida successione. Sydney si alzò a fatica dal tavolo. Si era finalmente concessa una cena leggera per concludere che era stata una delle giornate più faticose e pesanti della sua intera carriera.

Si avvicinò alla porta con grande cautela: dopo tutto ciò che le era successo, era sempre all’erta. Dallo spioncino vide Vaughn, con il piccolo JJ (Jack Junior, come tutti lo chiamavano da quando suo nonno era ritornato) in braccio. Senza scomporsi, aprì uno sportello vicino al citofono e controllò sulla telecamera di sorveglianza che Vaughn e JJ fossero soli.

Non c’era nessun altro in vista.

Sydney digitò una serie di cifre nel tastierino numerico e la porta si aprì.

Quando i loro occhi si incontrarono, Sydney e Vaughn si scambiarono uno sguardo inespressivo. Il piccolo JJ sorrise alla madre e cominciò ad agitare le braccia e a gorgheggiare. Sydney lo raccolse delicatamente dalle braccia di Vaughn, concentrando il suo sguardo sul bambino.

“Domani arriverò più tardi. Ho da fare con Eric” Esclamò Vaughn, rompendo il silenzio innaturale Sydney annuì, senza guardarlo. “Stai da lui ora?” domandò in tono neutro. “Sì. Ci sarai?”chiese Vaughn. “Se non ci sarò, te lo farò sapere” commentò in tono asciutto Sydney.

“Mia madre ha detto che JJ è stato incredibilmente tranquillo oggi, ma mi ha anche chiesto quante volte hai intenzione di lasciarglielo.” continuò Vaughn.

“Se è un peso per lei, sono prontissima trovare un’altra sistemazione” rispose Sydney, sempre senza guardare in faccia suo marito. Stava cullando JJ fra le braccia. Il bambino sembrava tremendamente stanco, e si stava addormentando.

“Maledizione, Sydney! Quanto dovrà andare avanti questa storia?” sbottò all’improvviso Vaughn. “Non possiamo fingere di essere due estranei che si passano un pacco! Quello è nostro figlio, e…”

“Prima di tutto abbassa la voce, lo stai spaventando” rispose Sydney “e poi non credo proprio che tu abbia capito. Non sono io ad essermene andata. Non sono io ad essere diventata un’estranea.”

Vaughn non riuscì a replicare. Sydney lasciò la stanza e se ne andò ad addormentare Jack.

Vaughn ne approfittò per darsi un’occhiata attorno. La sua casa (la sua ex-casa, ormai) sembrava riflettere perfettamente il suo umore. Non c’erano più fotografie alle pareti, o fiori nei vasi.

Si avvicinò alla tavola. Il computer portatile era acceso di fronte all’unica sedia. Da ciò che vedeva Sydney aveva appena finito di mangiare una cena precotta su un piatto di plastica. La vista lo fece stare male.

D’improvviso Sydney ritornò nella stanza. “Si è addormentato” annunciò seccamente. “Puoi andare”. “Non voglio andarmene…” rispose Vaughn. Sydney non lo degnò di uno sguardo e tornò al suo portatile.

“Sydney…guardami. Guardami” riprese lui “Dobbiamo smetterla. Devi accettare quello che è successo, non puoi…” “Non posso cosa? Dovrei smettere di cercare mia figlia? Dovrei fare come te, tornare a lavorare come se non fosse successo nulla?” ribatté sferzante Syd.

“E’ morta, Sydney! Morta!” si trovò ad urlare Vaughn. “Tutte le tue ricerche non potranno mai riportarla in vita!” Proprio in quel momento JJ si mise a piangere. “Vedi cosa fai?” rispose Sydney. “Non ti importa nulla dei tuoi figli.” concluse in tono velenoso, lasciando Vaughn di nuovo da solo.

Michael trattenne la rabbia, scuotendo la testa. Le parole di Sydney lo avevano colpito come una valanga. Quando Sydney tornò ed incrociò le braccia davanti a lui non riuscì a parlarle.

“Devi andare, ora” gli disse Sydney. “Voglio dormire, sono stanca”.

Sempre senza dire nulla Vaughn uscì dalla porta principale e la sentì richiudersi alle sue spalle. Sfogò la sua rabbia tirando un calcio al cancello.

NEWPORT BEACH – Il giorno dopo

Rachel correva sulla sabbia, cercando di scacciare dalla sua mente i cattivi pensieri che le avevano avvelenato gli ultimi giorni. Era stata costretta a scegliere fra perdere la sua dignità e il suo lavoro.

Si era dimessa, e non rimpiangeva di averlo fatto. Aveva persino convinto Marshall a seguire il suo esempio.

Si morse il labbro inferiore: forse per Marshall sarebbe stato meglio continuare a lavorare alla CIA. Aveva una famiglia dopotutto…ma sapeva che la decisione di Marshall di lasciare , pur provocata dalla sua, era altrettanto motivata: Yaeger lo avrebbe usato per i suoi giochi di potere, per poi scaricarlo al primo errore, addossandogli colpe non sue. Tanto valeva trovarsi un altro lavoro: con il suo genio, Marshall non avrebbe mai fatto fatica.

Si fermò un istante per bere un sorso d’acqua. Due altri corridori, un uomo bruno con una barba mal fatta e una donna bionda dai tratti duri, si muovevano sulla spiaggia, mano nella mano. Rachel accelerò leggermente il passo.

I due si misero a correre a loro volta più velocemente. Insospettita, Rachel svoltò all’improvviso verso il mare, per poi scattare a destra e dirigersi verso una vicina cabina. I due non persero le sue tracce.

La corsa si era trasformata in una fuga. Rachel cambiò di nuovo direzione all’improvviso, cercando di seminare i suoi inseguitori, ma si trovò davanti una rete metallica: la spiaggia libera era finita.

Voltandosi si accorse che i suoi due inseguitori la stavano per raggiungere. Si arrampicò sulla rete e rilasciò cadere dall’altra parte.

Una donna che portava un paio di occhiali scuri e un foulard sulla testa le si parò davanti. Rachel alzò i pugni, preparandosi a spedirla al tappeto.

Con suo sommo stupore, la donna si tolse occhiali e foulard, lasciandoli cadere sulla sabbia. “Cosa?” esclamò Rachel.

Davanti a lei c’era la sua ex-collega Sydney Bristow.

AUTOSTRADA 66- A 30 MIGLIA DA LOS ANGELES

Le corsie semivuote dell’autostrada, sotto le luci artificiali dei lampioni, avevano un aspetto spettrale. Una berlina grigio argenteo targata “GNSATWRK” sfrecciava a gran velocità sulla corsia di sorpasso.

Marshall Flinkman, l’autista della berlina, alzò il volume dello stereo, che trasmetteva musica heavy metal ad un livello già piuttosto fastidioso per i timpani di una persona meno allenata. Ma Marshall veniva da una lunga serie di notti insonni passate alla tastiera ascoltando musica a tutto volume.

D’improvviso il suo videotelefono squillò. Leggermente preoccupato, Marshall premette un paio di tasti sul cruscotto e il volto di Carrie comparve su un monitor sopra la radio.

“Marshall! Abbassa quella dannata musica! Non riesco quasi a rimanere vicina al telefono!” lo rimproverò la moglie, urlando e premendosi le mani sulle orecchie.

“Oh, scusa cara, è che, ecco- come stai? Io bene- ecco, insomma, sono stato impegnato e lo so che ti avevo detto che sarei tornato presto, ma sai, con tutto quello che c’è da fare…ma ti giuro che non ho passato neanche un minuto in sala giochi oggi! Nemmeno uno!” concluse Marshall, mordendosi le labbra.

“Lo vuoi abbassare quel volume?” tagliò corto Carrie.

Marshall obbedì, finché la musica non raggiunse un livello sopportabile.

“Volevo dirti che la babysitter che avevi assunto se ne è andata due ore prima di quanto doveva. Per fortuna Mitchell sa già usare il cercapersone e mi ha chiamata. Ma tu la hai pagata per cinque ore, vero?” concluse la donna, pronta, dal tono, a ridurre il marito a brandelli per una risposta sbagliata.

Marshall deglutì. Si era completamente dimenticato di pagare la babysitter. Da quando aveva lasciato l’agenzia continuava a chiedersi se aveva fatto la cosa giusta e l’idea del futuro che lo aspettava lo aveva messo in crisi. Non aveva nemmeno avuto il coraggio di dire la verità a Carrie!

“Certo – mentì - Ho pagato per cinque ore, ma tu sai come sono queste babysitter , tu prometti cinque dollari per cinque ore e loro poi ti dicono “cinque? Io avevo detto dieci…” concluse, avvistando con la coda dell’occhio un blocco della polizia stradale.

Con sua grande sorpresa, uno dei poliziotti gli fece cenno di fermarsi. Marshall rimase stupefatto per un secondo, prima di rallentare e spostarsi a destra.

“Che cosa stai facendo ora?” sbottò Carrie.

“Ci sentiamo dopo…ciao angelo mio” si congedò Marshall, chiudendo immediatamente la conversazione.

“Qualcosa non va, agenti? No, perché, vedete, io sono sicuro di non avere superato i limiti. Sì, ero veloce, ma questa è l’autostrada, e non c’è nessuno, no? E poi - aggiunse, sospirando profondamente - il tachimetro diceva che ero nei limiti, se è guasto…”

“Scenda dalla automobile” gli ordinò uno dei due agenti, una donna bionda, mentre l’altro poliziotto gli puntava una torcia negli occhi.

“No, ecco, insomma, vorrei almeno sapere perché mi avete fermato…insomma, non è che potete fermare la gente così…”

“Scenda dall’auto” si limitò a ripetere l’agente donna.

Sospirando, Marshall aprì la portiera e scese. L’agente gli porse un palloncino.

Marshall la squadrò stupefatto.

“Non vorrete controllare se ho bevuto, vero? Perché io non ho mai toccato un goccio di alcool da quando mio zio Reg ha dato la sua festa di anniversario di matrimonio, e ho dato una testata contro il muro…ecco, qui, la vede la cicatrice?” balbettò nervosamente Marshall.

“Gonfi il palloncino e non faccia storie, altrimenti la arresto per oltraggio a pubblico ufficiale” lo minacciò la donna. Il suo collega, un uomo dalla barba corta, represse a stento un risolino.

Marshall prese il palloncino e iniziò a soffiarci dentro con aria abbattuta, gonfiando le guance. Ci provò due volte senza riuscirci.

“Deve essere bucato, non so cosa non va…” mormorò. I due agenti si scambiarono uno sguardo d’intesa.

“Entri nella nostra automobile” gli ordinò la donna bionda.

“Ehi, un momento, non potete arrestarmi così, io non ho fatto niente-niente!” protestò Marshall, mentre l’altro agente lo costringeva ad aprire la portiera e a salire.

“Protesterò con-“ iniziò Marshall, prima di interrompersi, mentre la sua bocca si apriva per lo stupore.

Sul suo sedile posteriore, accanto a lui c’era Sydney. “Ma come…cosa…” sussurrò Marshall.

“Ciao, Marshall. Mi serve il tuo aiuto” gli annunciò Sydney in tono solenne.

ILTEMPIO

Sydney aveva appena finito di introdurre i suoi vecchi colleghi nella nuova agenzia.

Marshall e Rachel si squadravano attorno stupefatti. In un angolo, Kane e la Hall parlottavano sottovoce. Kane lanciava di tanto in tanto uno sguardo di deciso interesse a Rachel, che lo ignorava completamente.

“Così questa sarebbe una organizzazione illegale? Sydney, praticamente ci stai chiedendo di diventare terroristi!” sbottò Rachel.

Marshall annuì debolmente. “Sì, Sydney, insomma, non dico che non è un piacere lavorare con te, ma sai, mi piace stare dalla parte dei buoni…” aggiunse.

“Non sono terroristi. Sono patrioti. So che vi siete tutti e due dimessi dall’agenzia piuttosto che essere coinvolti nei giochi di potere della nuova gestione. E so che vi fidate di me. Non vi avrei mai coinvolto se non fossi più che convinta della bontà degli scopi di questa agenzia” Sydney scrutò attentamente Rachel e Marshall.

Da dietro la finestra del suo ufficio Anderson stava a sua volta studiando ogni movimento di Sydney. Girando la testa, l’ex-agente CIA se ne accorse con un certo fastidio.

Anderson uscì dall’ufficio, interrompendo il discorso di Sydney: “Signor Flinkman…signorina Gibson. E’un piacere avere qui al Tempio due ottimi agenti come voi”