01×10.2 L’ultima profezia
21 dicembre 2007 montanaro87
NEVADA-PROGETTO BLACK HOLE
Gli uffici vuoti del DSR avevano un’aria sinistra. I terroristi della Seconda Convenzione avevano deciso di abbassare le luci, per risparmiare l’energia da destinare al collegamento continuo fra il terminale di Kendall e la rete satellitare militare affidata al Progetto anni prima.
Gli uomini di Cole, ora una ventina, controllavano con metodo tutte le possibili entrate della base. La penombra rendeva la loro presenza ancora più inquietante.
Nell’ufficio del direttore, Beth digitava rapidamente una lunga serie di istruzioni, mantenendo un’aria concentrata e occasionalmente fermandosi per chiarirsi come continuare.
Sark e Sorrentano la osservavano, in piedi alle sue spalle. Ad un certo punto apparve sullo schermo un messaggio di errore: “CODICE 108 ACCESSO RETE SATELLITARE NON VALIDO”.
Mordendosi le labbra, Beth digitò rapidamente un’altra riga di codice, mentre Sark, incuriosito, le si avvicinava alle spalle.
“Sarebbe interessante se capissi cosa stai facendo” sussurrò il biondino all’orecchio della terrorista.
La schiena della donna ebbe un fremito e le sua mani si alzarono dalla tastiera.
L’agente Luciani si girò di scatto, fulminandolo con uno sguardo gelido: “Non ti riguarda”.
Sorrentano sorrise, divertito dalla reazione della sua alleata.
“In fondo è anche grazie a lui se siamo arrivati qui” le disse, lanciando un’occhiata a Sark. Prima che la traditrice potesse ribattere, aggiunse: “In pratica, si tratta di accedere al sistema satellitare del DSR, l’unico al mondo che può trasmettere il tipo di onde che la nostra sorgente emette.”
“La nostra sorgente?” obiettò Sark,alzando le sopracciglia.
“A quanto pare, la nostra organizzazione ha recuperato un soggetto…speciale. Qualcuno in grado di inviare delle istruzioni con la mente,non saprei dirti precisamente in che modo. Quanto al contenuto del messaggio…forse non mi crederai, Sark, ma sembra proprio che stiamo cercando di trasmettere onde cerebrali. Una sequenza che dovrebbe modificare gli schemi di pensiero di chiunque la ascolti. Una specie di lavaggio del cervello a livello globale”
Scoppiò a ridere fragorosamente.
“Ho sentito e visto cose ben più assurde…” ribattè il biondino scuotendo la testa. Il pensiero era volato per un attimo alla notte di Hong Kong e alla morte di Irina Derevko, poi inspiegabilmente ricomparsa davanti a lui qualche anno dopo.
Sorrentano si strinse nelle spalle: “L’importante è che ci paghino bene” sentenziò, mentre Beth si rimetteva al lavoro.
D’improvviso la porta della stanza si aprì e McKenas Cole fece la sua entrata in scena. Scoccò uno sguardo di impazienza alla sua agente.
“Ci sono progressi?” domandò, con voce stridula.
Beth sollevò la testa dallo schermo: “Non molti purtroppo, signore. La rete ha un accesso criptato con un codice DES triplo, potrebbero volerci anche dieci ore!”
“Non abbiamo dieci ore – commentò spazientito il suo capo – C’è qualche sistema per accelerare i tempi?”
“Il direttore Kendall possiede sicuramente un accesso illimitato alla rete. Ma non credo che ce lo fornirà facilmente…” rispose l’agente Luciani, freddamente.
“Non si preoccupi, sappiamo come renderlo più…collaborativo” commentò Cole con un sorriso sarcastico. Fece un cenno a Sorrentano, che si avvicinò al corpo privo di coscienza del direttore del DSR, in quel momento legato a una sedia, ed estrasse un accendino.
Beth fece una smorfia di disapprovazione: “Non funzionerà. E’ stato addestrato per resistere a lungo alle torture fisiche…”
“Cosa suggerisci?” le chiese Sark, senza mostrare alcuna emozione apparente.
“Un approccio psicologico. Ma ho bisogno di un solo assistente”
“Come vuole. Basta che faccia in fretta” replicò Cole, uscendo dall’ufficio.
Beth squadrò Sorrentano da capo a piedi e gli fece cenno di andarsene.
L’italo-americano aprì la bocca per lo stupore, ma dopo un attimo trasformò il suo gesto spontaneo in un sorriso ironico: “A presto, piccioncini…” commentò sarcasticamente mentre usciva.
Sark, a sua volta leggermente sorpreso, si voltò verso la sua collega.
“Non pensare che io ti abbia scelto per qualche motivo speciale” tagliò corto la Luciani. “Semplicemente sei un bugiardo migliore di Johnny, il che facilita i miei piani…”
“Capisco” rispose il biondino, mentre Beth estraeva da un cassetto una siringa e un flacone di adrenalina.
“Procediamo” concluse la terrorista, con un lieve sorriso di soddisfazione sulle labbra.
CASA DI SYDNEY E MICHAEL
Syd e Michael erano tornati a casa per prendere il necessario per andare al DSR. Avevano una piccola stanza chiusa a chiave in cui tenevano armi e munizioni per ogni evenienza.
Erano certi che lì avrebbero trovato risposte alle loro domande. Ed erano pronti a tutto pur di riavere di nuovo la figlia con sé…
“Michael prendi i distintivi nel cassetto in camera…credo che ci serviranno” disse una concitata Sidney al marito.
L’uomo si diresse rapidamente verso la camera da letto. Aveva in mano il diario del padre, che Lauren gli aveva dato quella mattina. Ma non era il tempo per delle letture…lo aspettava una delle missioni più importanti di tutta la sua vita. Appoggiò distrattamente il vecchio libro sulla cassettiera, poi aprì il cassetto per prendere i distintivi. Mentre l’uomo richiudeva il cassetto, il diario cadde per terra. Michael si chinò per prenderlo ma, chinatosi per terra, notò che dal libro era uscita una vecchia foto. Si alzò nuovamente in piedi e cominciò a fissarla. Riconobbe immediatamente i suoi genitori, con in braccio due bambini piccolissimi.

“Cosa stai guardando Michael?” chiese Syd, entrata nella stanza.
“Guarda cosa ho trovato nel diario di mio padre”
Vaughn mostrò la foto alla moglie: “E’ una vecchia foto dei miei genitori. Il bambino sulla destra dovrei essere io…ma non ho idea di chi sia l’altro…”
Michael indicò alla moglie il bambino con un vestitino rosa senza maniche: aveva una strana voglia marrone sulla parte superiore del braccio.
“O l’altra… – lo interruppe Syd prendendo la foto in mano – E’ vestita di rosa…molto probabilmente è una bambina…non hai proprio idea di chi possa essere?”
Michael scosse il capo. A quel punto Syd notò che, sul retro della foto, c’era una scritta in francese:
La prima foto dei miei figli Andrè e Angelique
Michael era sicuro che la calligrafia fosse quella del padre. Ma come era possibile?
“I miei figli? – sussultò – Io ho una sorella? O meglio, una gemella dato che i due bambini della foto sembrano avere la stessa età!”

“Tu stesso hai avuto il dubbio che tua madre ti stesse nascondendo qualcosa questa mattina…” disse Syd sconvolta quanto il marito.
“Perché non ho mai saputo di avere una sorella? Perché non è cresciuta con me e con la mia famiglia?”
Guardò ancora un momento la foto e continuò: “Ma soprattutto…dove si trova, ora?”
NELLE VICINANZE DEL PROGETTO BLACK HOLE-NEVADA
Rachel e Weiss, vestiti con delle tute nere da incursione, sudavano abbondantemente sul furgone guidato da Dixon, che li stava portando alla sede del più importante (e segreto) progetto del DSR.

L’atmosfera era tesissima, e nessuno osava rompere il silenzio: Rachel controllava minuziosamente la sua attrezzatura, Weiss guardava il suo orologio con aria impaziente e Dixon teneva gli occhi fissi sulla strada. D’improvviso la voce di Marshall li raggiunse attraverso la radio del furgone.
“Bene, Bravo Force, siete a tre miglia dall’obiettivo. Fermatevi e proseguite a piedi.”
“Ricevuto, Campo Base!” rispose Dixon, voltandosi per un attimo verso i suoi due agenti, che annuirono.
Fermò il furgone e tutti e tre ne scesero per avviarsi verso un canale quasi invisibile fra gli anfratti della zona delle Montagne Rocciose vicino a cui si trovavano.
Indossarono tutti e tre degli occhiali da saldatore, delle cuffie e un casco.
“Dunque, anche se abbiamo, per così dire, un …accesso riservato al Progetto, questo non vuole dire che sia, ehm, proprio una passeggiata…” spiegò Marshall ai suoi colleghi.
“L’unico punto debole del Progetto Black Hole è un canale di sfogo dell’aria che alimenta la centrale elettrica autonoma. Purtroppo lì la temperatura è sui 200 gradi…a proposito, sapete che a quella temperatura un pollo si cuoce in…ok, non vi interessa. Allora, per evitare diciamo così, l’effetto pollo cotto, ho inventato questi gioielli di tute…belle ,vero? Praticamente refrigereranno il vostro corpo quanto basta per entrare. Beh, che sciocco, ovviamente vi servono anche il casco e gli occhiali.. e le cuffie per parlare fra di voi…”
Rachel e Weiss furono i primi ad entrare, seguiti da un determinato Dixon che si assicurò che nessuno li avesse notati prima di infilarsi nel canale.
Weiss non riusciva a capire quanto tempo stesse passando, quel canale sembrava non finire mai. Ma il pensiero volto ad aiutare il suo migliore amico lo aiutava a muoversi il più rapidamente possibile.
Quando arrivarono al termine del condotto si sfilarono le tute e Dixon si avvicinò a un computer a muro. Si aggiustò il ricevitore sull’orecchio e iniziò a parlare in un microfono.
“Archimede, mi ricevi?”
“Forte e chiaro, Lince.”
“Perfetto. Fra qualche secondo – continuò Dixon inspirando profondamente – comincerò a digitare il codice del progetto Apocalisse. Ti terrò aggiornato costantemente, quando avrò inserito tutte le cifre ti avvertirò e dovrai cominciare a comporre i codici dei servizi che hanno concluso l’accordo. Ricordati che hai solo due tentativi per ogni codice, e che se anche uno solo fosse sbagliato definitivamente, l’intero processo si bloccherà. Mi hai capito bene?”
“Ehm…Certo, signore” rispose Marshall dagli uffici della sezione APO farfugliando, per l’eccitazione, più del solito.
“Ma Lince… – riprese poi – Questo vuol dire che passeremo dei guai, perché, ecco, insomma, è un po’ illegale e…”
“ARCHIMEDE! – tagliò corto Dixon, quasi urlando – Duplica i codici e non discutere!” aggiunse.
Con estrema calma, come se le sue dita fossero pesanti come piombo, il vice direttore compose il codice del progetto Apocalisse. Fissò per un attimo lo schermo del computer prima di dare la conferma definitiva. “Non si torna più indietro…” sussurrò tra sé, prima di premere, chiudendo gli occhi, il pulsante di invio.
La schermata del computer venne sostituita da una lunga serie di linee di programma, seguite da un elenco di nomi di agenzie di servizi segreti. Tutti quanti erano seguiti dalla scritta Non autorizzato.

“Ora, Archimede! – ordinò nel microfono – Il primo codice è quello del NSA”
“D’accordo, Lince. Allora…il codice è 454792258”
Dixon premette rapidamente i numeri e il tasto di invio.
Sullo schermo apparve la scritta:
NSA AUTORIZZATO
“Ora l’FSB, i servizi russi”
“342738255”
FSB AUTORIZZATO
“L’MI6, gli inglesi”
“146749039”
MI6 AUTORIZZATO
“Il SISMI, gli italiani”
“056462388”
SISMI AUTORIZZATO.
“DGSE, i francesi”
“986734024”
DGSE NON AUTORIZZATO.
Dixon avvertì un colpo al cuore. Il codice non aveva funzionato.
“Archimede, che succede? Non funziona!” ringhiò Dixon.
“Non capisco signore, sono certo che il codice è corretto, non riesco a trovare l’errore!” gridò Marshall.
Rachel, che era rimasta in disparte fino a quel momento, si fece avanti: “Archimede i francesi devono aver schermato il codice, riesci a bypassarlo con i nostri programmi di codifica?”
“Non so se faccio in tempo!” replicò Marshall cominciando a premere frettolosamente sulla tastiera.
Dixon osservava la scritta lampeggiare pericolosamente sullo schermo. Avevano meno di 15 secondi per inserire il codice corretto.
“Ecco, ci sono! Provi D785AG651” gridò infine Marshall.
“Sicuro?” chiese il vicedirettore, mascherando la sua apprensione con un tono di comando.
“Sì, Lince, è quello, cascasse il mondo.. beh, un po’ sta già cascando quindi…”rispose Marshall, sovraeccitato.
Lentamente, Dixon compose l’ultimo numero. Sullo schermo iniziarono a formarsi delle lettere. Il vicedirettore attendeva con ansia, pulendosi la fronte con la mano destra. Finalmente arrivò la risposta.
DGSE AUTORIZZATO.
PROGETTO APOCALISSE APPROVATO.
La porta si sbloccò all’improvviso, il sistema di sicurezza era stato completamente azzerato. Era di per sé già un atto di alto tradimento, senza contare quello che stavano per fare.
Dixon si riscosse dai suoi pensieri e fece un cenno a Rachel e Weiss, appena sopraggiunto dal punto in cui si era appostato per coprire loro le spalle.
Entrarono rapidamente uno dopo l’altro: Si comincia, sussurrò tra se Weiss.
NEVADA – NELLE VICINANZE DEL PROGETTO BLACK HOLE
Sydney era entrata clandestinamente al Progetto anni prima, per recuperare un manufatto di Rambaldi da usare come merce di scambio nel rapimento della figlia di Dixon. Per una bizzarria del destino ora vi entrava per salvare la sua, di figlia.
Scosse leggermente la testa: non si doveva fare distrarre dai ricordi. La concentrazione sarebbe stata l’arma migliore per ritrovare Isabelle. I sentimenti la sopraffacevano, si sentiva come in una morsa letale. Per la prima volta in vita sua non sapeva davvero come comportarsi.
Al suo fianco, Vaughn le stringeva la mano.
“Ti prometto che la troveremo Sydney…Fosse l’ultima cosa che faccio…”
E non mentiva: era disposto a qualunque rischio, pur di ritrovare Isabelle.
NEVADA-PROGETTO BLACK HOLE – UFFICIO DI KENDALL
L’iniezione svegliò bruscamente Kendall. Il direttore del DSR sollevò lentamente una palpebra, poi l’altra. All’improvviso il suo respiro si fece frenetico, i suoi occhi si spalancarono e la sua bocca si aprì di scatto.
Davanti a lui, legata ad una sedia ed imbavagliata, c’era l’agente Luciani.
Il suo stupore crebbe quando si trovò di fronte un apparentemente trionfante Sark.
“Ben svegliato – lo salutò ironico il terrorista – Suppongo che questa scena necessiti di qualche spiegazione…”
Kendall annuì, ancora inebetito. Cercò, muovendosi, di allontanare la Luciani da sé, ma il terrorista lo fermò toccandogli il braccio.
“Fossi in lei non lo farei – commentò – Altrimenti sparerò alla testa di questa graziosa ragazza, e il proiettile perforerà il suo cranio per infilarsi nella sua gola. Un finale col botto, direi!” concluse sarcasticamente.
Kendall gli rivolse uno sguardo omicida,ma il criminale non se ne curò minimamente.
“La signorina che vede davanti a sé, e che l’ha colpita poco fa, ovviamente non lavora per me. Semplicemente l’abbiamo costretta a stordirla. Abbiamo sua madre, per così dire, in custodia!” Kendall squadrò la sua agente, i cui occhi esprimevano una profonda vergogna.
“Pensi, la sua agente non si è nemmeno sentita di ucciderla. Povera sciocca… – continuò sarcasticamente il biondino – C’è da dire che involontariamente ci ha fatto un favore. Abbiamo scoperto che il suo aiuto ci è indispensabile…”
Beth iniziò a scuotere la testa vigorosamente. Kendall guardava alternativamente lei e Sark, indeciso sul da farsi.
“Ci serve un codice. Il codice d’accesso della sua rete personale…” spiegò Sark.
D’improvviso, il bavaglio dell’agente Luciani cadde e lei iniziò a gridare: “Non lo faccia, direttore! Non lo faccia! Non butti all’aria tutto per salvarmi, sono stata debole, non merito la sua riconoscenza!”
Sark la colpì alla testa con il calcio della pistola, facendola ammutolire. Poi la prese di nuovo di mira e appoggiò un dito sul grilletto.
“Faccia la sua scelta, direttore. Il codice o la vita della sua agente. Al mio tre. Uno…”
Kendall si morse il labbro inferiore.
“Due…”
Beth scosse di nuovo la testa, questa volta piangendo.
“Come vuole… – commentò Sark freddamente – Tre!”
Ma giusto un secondo prima che il terrorista sparasse a Beth, Kendall urlò: “Otto, dodici, quindici,sedici, ventitrè. E’ questo il codice!”
“Controllo subito…” rispose Sark, digitando rapidamente le cifre sul terminale.
L’accesso alla rete satellitare si aprì sotto i suoi occhi.
Con sommo orrore di Kendall, Beth si liberò delle corde che la legavano alla sedia e gli sorrise ironicamente.
“Ammirevole altruismo, direttore. Quasi mi dispiace averla tradita…”
“Vai all’inferno!” sibilò Kendall con odio.
“Stiamo creando il Paradiso qui, direttore. Purtroppo sarà lei ad andare all’inferno…” rispose Beth, sempre sorridendo. Con un altro colpo alla nuca lo rese di nuovo incosciente.
“Notevole, la tua recitazione – commentò Sark – Devo ammettere che ti avevo sottovalutato, pensavo che la tua migliore abilità fosse intrufolarti negli uffici dei direttori…”
“E io pensavo che la tua fosse portarti a letto le biondine…” rispose sferzante la sua collega.
Sark per un attimo la guardò con collera, ma poi disse a gran voce: “Muoviamoci”
Proprio in quel momento una luce rossa intermittente si accese lampeggiando sul muro alle spalle di Sark.
ALL’INTERNO DEL PROGETTO BLACK HOLE.
Weiss scambiò con Rachel uno sguardo preoccupato quando notò che l’allarme era scattato.
La sua collega annuì e estrasse una bomboletta dal borsone nero che aveva portato con sé.
“Una volta dentro,suonerà l’allarme principale. Purtroppo è protetto da un codice RSA, non c’è modo di oltrepassare il protocollo di sicurezza. Ma c’è un modo per mandare il sistema in corto circuito. Sapranno che siete lì, ma non sapranno dove, quindi avremo un vantaggio, no? Tutto quello che dovete fare è spruzzare questa bomboletta sul quadro principale, che è tre corridoi dopo l’entrata che userete. Manderà in loop tutto il sistema. Per tre corridoi, però, sarete sotto la loro sorveglianza video…e beh, purtroppo l’unica cosa che posso fare è augurarvi buona fortuna. Volete un cornetto portafortuna? Non li ho fatti io, e non ci credo, però non si sa mai…”
Weiss e Rachel attraversarono il primo corridoio con le pistole spianate. Non c’era nessuno, ma l’atmosfera era carica di tensione. Dixon li seguiva, camminando contro il muro e tenendo sempre i mitra puntato ad altezza d’uomo. Imboccarono il secondo corridoio con apprensione. Rachel si mordeva le labbra per alleviare la tensione, Weiss represse un sospiro di sollievo nel vedere il nuovo corridoio privo di sorveglianza. Si stavano avviando nel terzo, quando la luce artificiale divenne improvvisamente più intensa. Dixon fu il primo a reagire, gettandosi dietro un insieme di bidoni abbandonati contro il muro e urlando “Qui dietro! “ ai suoi agenti, che obbedirono con una rapidità incredibile.
Un attimo dopo un inferno di colpi di mitraglietta investì i bidoni dietro ai quali si erano rifugiati, facendoli risuonare come una pioggia di piombo. Quattro agenti della Convenzione, armati di mitra, avevano imboccato il corridoio e davano loro in questo modo il benvenuto nella nuova gestione del DSR. Il suono dei colpi rimbombava nello stretto passaggio, moltiplicandone l’effetto: ora sembrava un diluvio di pallottole.
Dietro i bidoni, Dixon e Rachel si scambiarono uno sguardo d’intesa: non potevano resistere a lungo in quella posizione. La giovane agente strisciò rapidamente a pancia in giù in direzione opposta ai colpi ed indossò un paio di occhiali scuri. Il suo capo aprì una tasca della sua tuta, ne estrasse una piccola bomba e la lanciò in direzione degli assedianti. Vi fu un lampo abbagliante e i quattro uomini della convenzione, accecati e incapaci di reagire, vennero colpiti da quattro rapidi colpi della pistola di Rachel, cadendo a terra privi di vita.
“Quattro tiri, quattro centri…” commentò a bassa voce Weiss, ammirato.
Dixon gli fece cenno di muoversi rapidamente e di non perdere tempo. Eric non se lo fece ripetere due volte: si lanciò verso il quadro di comando principale e spruzzò il liquido della bomboletta direttamente sul centro di controllo. Uno sfrigolio e una piccola scarica elettrica ne annunciarono la messa fuori uso.
“Li abbiamo accecati tutti, ora…” sussurrò Rachel, concedendosi per un attimo un sorriso soddisfatto. Il suo pensiero continuava ad andare a Sark: sapeva che presto l’avrebbe rivisto, ed era pronta ad affrontarlo.
Dixon le annuì, poi si alzò rapidamente da dietro il loro riparo e sospirò leggermente per il sollievo.
“Dobbiamo arrivare all’ufficio di Kendall il più presto possibile. Fra pochi secondi anche le luci andranno in sovraccarico!”
“Dobbiamo arrivare all’ufficio di Kendall il più presto possibile. Weiss, la seconda parte del piano…”
Weiss annuì e spruzzò il liquido della bomboletta anche sul quadro di comando luci.
Con un lampo, tutti i neon e le lampadine si ruppero per l’improvviso sovraccarico. Nella penombra, gli agenti della CIA si tolsero gli occhiali scuri da saldatore che indossavano, estrassero dalla borsa nera dei visori notturni, li appoggiarono sui loro volti e li regolarono per ottenere la visione migliore. Era cominciata la parte più difficile, ma ora avevano un vantaggio.
SOTTOLIVELLO 11 DEL PROGETTO BLACK HOLE.
Sydney e Vaughn erano appena entrati nella parte centrale del progetto, quando di colpo le luci si spensero e tutte le porte si spalancarono contemporaneamente. Michael rimase stupito per un attimo, ma sua moglie intuì immediatamente cosa doveva essere successo.
“Sono i nostri – bisbigliò – Sono entrati, hanno riavviato il sistema di controllo ed eliminato l’illuminazione per prendere i terroristi di sorpresa!”
Vaughn annuì: “Come facciamo ad orientarci, noi?” sussurrò a sua volta.
Sydney si morse il labbro inferiore per un attimo. All’improvviso il lampo di una rapida intuizione.
“La rete di connessione wire-less! Il centro di calcolo è nel piano degli uffici. Accendi il tuo telefonino, seguiremo la direzione lungo la quale la connessione è più stabile…”
Con un lieve sorriso di ammirazione, Micheal eseguì rapidamente l’ordine di Syd.
“Da quella parte” concluse dopo un attimo, indicando un lungo corridoio buio sulla destra.
Annuendo, Sydney si diresse rapidamente in quella direzione, seguita immediatamente dal marito.
NEVADA-PROGETTO BLACK HOLE
Nell’ufficio di Kendall , Sark e la Luciani si preparavano alla battaglia controllando le loro armi.
“Tu rimani qui” annunciò la terrorista al biondino.
“Per quale stupido motivo?” sbottò Sark, inserendo un caricatore nuovo nella sua Magnum.
“Primo, non conosci il posto. Dovrei farti da guida, e questo mi rallenterebbe. Secondo, qualcuno deve rimanere per continuare a sorvegliare la procedura di invio dei dati, altrimenti addio piano. E terzo…preferirei un barracuda come agente di copertura. Sarebbe più affidabile…”
Sark sorrise sarcasticamente: “Vai pure, zuccherino – disse, calcando ironicamente sul soprannome – Ti lascio tutto l’onore della prima linea”
“Ci avrei scommesso” commentò, altrettanto sarcastica la sua collega.
“E per essere sicura che non ci tradirai…” annunciò poi, estraendo all’improvviso un paio di manette e assicurando il suo collega allo schienale di una sedia metallica: “Ecco fatto”.
Con un gemito e un’espressione sorpresa e angosciata, Sark le urlò, mentre lei usciva dall’ufficio “Che idiozia è questa? Come faccio a difendermi se arrivano qui?”
“Buffo, non ci avevo pensato. Beh, hai sempre la tua pistola, se riesci a sparare con una mano ammanettata!” commentò Beth, voltandosi solo per un attimo e sogghignando soddisfatta.
Dopo la sua uscita, Julian Sark diede un calcio di disperazione alla sedia a cui era legato.
SOTTOLIVELLO 10
Grazie all’idea di Sydney,lei e Vaughn erano riusciti ad attraversare un intero sottolivello e ad avvicinarsi agli uffici senza perdere tempo.
Michael continuava a mantenere aperta la connessione mentre camminava a passo spedito, preceduto da Syd che di tanto in tanto si voltava verso di lui con aria interrogativa. Immediatamente Vaughn le forniva la direzione giusta da prendere.
Un improvviso suono acuto ruppe il silenzio che mantenevano per non farsi scoprire.
“No, no, no maledizione!” commentò Michael, scuotendo il cellulare e pigiando una serie di tasti.
“Scarico” commentò seccamente.
Sydney scosse la testa, esasperata dall’imprevisto.
“Dovremo seguire le tubature ora. Sono l’unica indicazione visibile, anche se non so dove portano…” sussurrò, stringendo i pugni frustrata.
Michael annuì, ma all’improvviso un rumore di passi interruppe la loro conversazione.
I due agenti si nascosero dietro due colonne: Sydney estrasse immediatamente la sua Beretta dalla fondina ascellare, mentre suo marito faceva lo stesso con la sua nove millimetri.
Dall’angolo in fondo al corridoio sbucò un terrorista armato con una mitraglietta a mano, che puntava nervosamente in ogni direzione. Non sembrava essersi accorto della presenza dei due agenti CIA, che si erano appiattiti contro le pareti e sfruttavano la penombra per nascondersi.
Improvvisamente però si bloccò al centro del corridoio. Syd e Vaughn si guardarono senza fiatare.
Il terrorista si avvicinava a loro a piccoli passi incerti, puntando la mitraglietta ora a destra ora a sinistra, ma con molta più concentrazione che in precedenza.
Inspirando, Sydney si preparò ad abbatterlo, ma senza preavviso l’uomo si bloccò di nuovo e urlò “Due intrusi qui!” rintanandosi a sua volta dietro una colonna e aprendo il fuoco.
Tre altri suoi colleghi lo accompagnarono immediatamente dai corridoi superiori, facendo vomitare a loro volta pallottole dalle loro mitragliette.
Sydney sparò un paio di colpi alla cieca o quasi, ma le fu subito chiaro che non sarebbe riuscita a resistere a lungo al fuoco incrociato dei suoi avversari. Senza contare che i nemici avevano certamente una scorta più ampia di munizioni.
Sparò un altro inutile colpo al solo scopo di dimostrare ai terroristi che non era senza proiettili, ma tre rapidi spari secchi di fucile rimbombarono nei corridoi come cannonate.
I tre agenti dei corridoi superiori avevano smesso di sparare, molto probabilmente per sempre.
L’ultimo agente, rendendosi conto del pericolo, si appiattì contro un muro per ripararsi dai colpi. Michael lanciò un’occhiata a Sydney lasciandole capire che si sarebbe mosso verso di lui per attirarlo, in modo da permettere a lei di colpirlo di sorpresa.
In un secondo Michael si mosse verso il terrorista, convinto di prenderlo alla sprovvista, ma l’uomo, vedendolo avvicinarsi, sollevò il mitra e fece per sparargli.
Un altro colpo secco sferzò l’aria, colpendo il terrorista che si accasciò a terra.
Michael rimase immobile, di fronte a lui la persona che l’aveva appena salvato.
Sydney corse il rischio di essere colpita sporgendosi da dietro la colonna, pur di capire che cosa era successo. La sua preoccupazione si trasformò in stupore quando il misterioso cecchino fu abbastanza vicino da essere visto.
“Reneè?” sussurrò incredula uscendo allo scoperto.
“In persona…” la salutò, leggermente ironica, la francese.
“Ma come…? Perché ti trovi qui?” chiese un non meno stupito Vaughn.
“Non c’è tempo per un terzo grado – gli chiuse la bocca Reneè – Dobbiamo muoverci, un nuovo team di terroristi sarà qui fra poco di sicuro!”
Michael non la stava più ascoltando: Renée portava una maglietta senza maniche, e l’unica cosa che ora attirava la sua attenzione era la vistosa voglia marrone sulla parte superiore del braccio destro. Michael, nel vederla, si bloccò e si afflosciò lungo la colonna, come se avesse ricevuto in testa un carico di mattoni.
“Non può essere…” esclamò, continuando a fissarla.
Reneè, spazientita, aprì la bocca per replicare, ma un terrorista uscì dall’angolo in fondo al corridoio prima che lei potesse iniziare un discorso. Sydney lo notò e lo prese di mira, ma la francese fu più rapida e lo fulminò con un colpo di una pistola che aveva rapidissimamente estratto da una fondina attaccata alla sua cintura.
“Angelique…” sussurrò Vaughn.
Renée si voltò improvvisamente, gli occhi puntati verso Michael. Gli si avvicinò e incredibilmente la sua espressione severa si trasformò in un sorriso.
“Ero sicura che l’avresti capito da solo…” sussurrò con gli occhi lucidi.
Sydney non poteva credere ai suoi occhi: la bambina della foto che avevano trovato nel diario, dunque, era proprio Renée.
“Sì, Michael, in realtà mi chiamo Angelique Michaux…Sono tua sorella…” sussurrò.
Vaughn sollevò le braccia e con entrambe le mani le prese il volto in segno d’affetto. Sydney contemplava la scena senza fiatare, rendendosi conto di quanto fosse importante per lui quel momento così inatteso.
“Ora però non c’è tempo per spiegare…Dobbiamo muoverci!” concluse la donna tornando in sé.
Vaughn si scosse dal torpore provocato dallo shock e, strofinandosi leggermente gli occhi, si rimise in marcia con la moglie e la sorella appena ritrovata.
FUORI DALL’UFFICIO DI KENDALL
Cole e Sorrentano dirigevano via walkie-talkie le operazioni, fino a quel momento fallimentari, per scovare e uccidere gli infiltrati nella base. Nei corridoi in penombra gli agenti della convenzione rischiavano spesso di spararsi fra di loro, e non avevano trovato traccia degli intrusi. McKenas cominciò a dare segni di insofferenza, mordendosi il labbro inferiore, camminando senza motivo nei pochi centimetri quadrati del corridoio da cui sorvegliava lo svolgersi delle azioni.
“Si può sapere per quale dannatissimo motivo non riusciamo a trovarli? Questo posto è grande ma non è infinito, sono di sicuro da qualche parte…” commentò.
“E’ impossibile signore, è come se agissero da due punti differenti dell’edificio, non riusciamo a capire dove si trovino con questo buio” gracchiò uno dei suoi uomini alla radio.
Si sentiva come quella volta in cui era entrato all’SD-6 e Sydney Bristow si era nascosta come un topo per cercare di salvare i suoi colleghi. Anche in quell’occasione la sua presenza era stata impalpabile ed era riuscito a trovarla solo quando aveva minacciato di uccidere suo padre.
La sua voce, già normalmente stridula, si era fatta isterica dopo i primi trenta minuti di infruttuosa caccia agli agenti della vera CIA.
”Trovateli subito, maledizione!” aggiunse poi, sempre più furioso.
Sorrentano annuì leggermente, ma cominciava a credere che il piano non fosse poi così importante, specie se si rischiava la vita in maniera così inutile.
CORRIDOI DEL PROGETTO BLACK HOLE
Rachel, Weiss e Dixon erano impegnati in un altro scontro a fuoco con i terroristi della Seconda Convenzione. Gli spari crepitavano in ogni direzione, ma grazie ai visori gli agenti CIA non sbagliavano un colpo, mentre i loro avversari sparavano praticamente alla cieca e si esponevano inutilmente. Cinque mercenari erano già a terra, morti o morenti, e gli ultimi quattro rimasti sparacchiavano nel buio. Rapidamente e con precisione quasi chirurgica Dixon ne eliminò due, prima ancora che potessero ricaricare le loro mitragliette. Gli ultimi due si lanciarono in avanti urlando e sparando all’impazzata, sperando di colpire gli agenti CIA prima che potessero reagire, pur sparando alla cieca. Ma Rachel, Weiss e Dixon avevano previsto questa mossa e si erano creati dei ripari con degli schedari metallici, dietro ai quali presero la mira. Grazie ai visori Rachel e Eric eliminarono un terrorista a testa in pochi secondi.
“Lo sai che sei sexy mentre spari?” le disse sorridendo Weiss per alleggerire la tensione.
Usciti dal loro riparo, i tre agenti si incamminarono rapidamente verso l’ufficio di Kendall.
Superati due angoli lo videro, proprio davanti a loro, a nemmeno venti metri. Si misero a correre verso la sua porta trasparente: solo Dixon si rese conto all’improvviso dell’errore che avevano fatto mettendosi così sotto tiro.
“Lasciate cadere le armi…” annunciò all’improvviso una voce stridula e trionfante.
McKenas Cole fece il suo ingresso da un corridoio laterale accompagnato da una guardia di sei terroristi, da Sorrentano e da Beth. Quest’ultima rivolse alla bionda agente CIA un sorriso sarcastico: “Ciao, Rachel, ci rivediamo. Certo, so che il mio tradimento è duro da digerire, ma penso che con il tempo ce la potrai fare. Beh, ce la potresti fare…non potrai mai perdonarmi, visto che ti rimane poco tempo” commentò, accompagnando l‘ultima frase ad una volutamente stupida imitazione di rimorso. Sorrentano sorrideva come un gatto che avesse trovato nuovi topi con cui giocare
All’improvviso due colpi precisi uccisero due degli scagnozzi di Cole, che alzò lo sguardo alla ricerca di chi li aveva colpiti, senza vedere nessuno.
“Sono qui! – strillò – Sparate subito! Un premio di centomila dollari a chi mi porta la testa di chi ha sparato!”
Gli altri mercenari non se lo fecero ripetere due volte, e iniziarono a tempestare di colpi la balconata superiore da cui erano partiti gli spari, senza successo. In compenso, non solo i cecchini dei piani superiori eliminarono altri tre terroristi, ma Rachel, Weiss e Dixon recuperarono le loro armi e si tuffarono nella mischia. Beth si riparò rapidamente dietro a un bancale di acciaio, distribuendo alcuni colpi, di tanto in tanto, al centro della scena. Cole e Sorrentano si erano rintanati in un sottoscala e sparavano contro Dixon e Weiss, a loro volta al sicuro dietro due colonne. In quel momento le luci si riattivarono, probabilmente gli agenti ora liberi dei livelli inferiori erano riusciti a sistemare i danni causati dall’ingresso di Dixon e i suoi.
Dai piani superiori scesero anche Sydney, Vaughn e Reneè, che ingaggiarono battaglia con i mercenari superstiti.
Nel frastuono di colpi e occasionali mugolii di dolore, Beth si dava da fare per destabilizzare Rachel: “Puoi fare di meglio, ragazzina! – la provocò – La mira scarsa è solo tua o alla CIA vi addestrano tutti così male?”
Rachel, per tutta risposta, scaricò tutto il suo caricatore, inutilmente, nel tentativo di colpirla. “Pessima mira e pessimo controllo emotivo. Non ci siamo, non ci siamo davvero…” gridò l’agente.
Nel frattempo Sydney e Vaughn stavano avendo la meglio su un gruppetto di terroristi che si trovavano nell’ala destra dell’ufficio.
Rachel ricaricò e aggiustò il tiro, colpendo il muro a pochissimi centimetri dalla testa di Beth.
“Così mi piaci! – commentò l’agente Luciani,sogghignando sarcasticamente – Forza, cuore infranto, fammi vedere chi sei!”
Rachel non rispondeva se non a pallottole, controllandosi interiormente per tentare di non perdere il sangue freddo e la lucidità indispensabili nel suo lavoro. Beth però sembrava essere intenzionata a farle perdere la concentrazione.
“Sai chi era la persona che mi ha deluso? – le annunciò – Un uomo a cui piaceva il gioco leale, che credeva alle regole, come se la vita fosse una partita di scacchi! Un ragazzino che andava a piangere dalla “mamma” CIA, proprio come te! Sei patetica, una povera illusa che lavora fino a tardi, strisciando davanti a dei direttori incompetenti che valgono meno della suola delle mie scarpe, supplicandoli di lasciarti un po’ di spazio per potere fiatare! Scommetto che il tuo ganzo ti ha mollato perché eri troppo concentrata sul lavoro…” concluse sogghignando malignamente.
Rachel colta sul vivo, si lasciò invadere dalla furia e, per meglio colpire l’avversaria, si spostò leggermente, venendo a trovarsi allo scoperto.
McKenas Cole, nel frattempo, approfittando del fuoco di copertura di Sorrentano, aveva strisciato al di sotto dei banconi per avvicinarsi alle due donne: Rachel teneva il lato sinistro degli agenti CIA, se fosse riuscito a eliminarla avrebbero potuto accerchiarli. Ora la teneva sotto tiro: era un bersaglio facilissimo, era quasi immobile. Sydney da lontano notò per un attimo che le due donne si trovavano troppo vicine e che Rachel era in pericolo.
Gridò il suo nome, facendola voltare verso Cole. L’uomo sollevò la sua pistola all’altezza della testa di Rachel e premette il grilletto.
Per un attimo i combattimenti cessarono: Sydney aveva osservato la scena ammutolita, Michael non riusciva a credere ai suoi occhi.
Quando i colpi tornarono a farsi sentire, Rachel, ancora stupefatta, si lanciò al coperto.
Sorrentano, che dalla sua posizione l’aveva vista semplicemente cadere a terra, si preparò a spostarsi sulla sinistra, ma si bloccò sorpreso: Cole era ancora in piedi, un rivoletto di sangue che gli usciva dalla bocca; si toccò per un attimo il torace e poi cadde a terra. Era morto.
Alle sue spalle, con le manette penzolanti da un braccio e una pistola fumante nella mano libera, c’era Sark.
Beth e Sorrentano si ripresero rapidamente dalla sorpresa: l’ex-agente del DSR sparò tre colpi nella sua direzione, ma anch’egli si era riparato portandosi lontano dal suo tiro.
Sorrentano sentì altri colpi provenire dalla sua sinistra: Syd, Vaughn e Reneè stavano rapidamente eliminando tutti i terroristi superstiti.
“Via!” urlò in direzione della sua partner, che non si fece attendere.
Sparando all’impazzata entrarono nell’ufficio di Kendall. Beth si lanciò rapidamente sul terminale.
Premette freneticamente una serie di tasti, poi schiacciò il tasto di invio. Un sorriso di trionfo le illuminò il volto per un attimo, ma si spense immediatamente.
Si girò di scatto verso Sorrentano, che continuava a sparare per coprirla.
“La sorgente è assente! – gli urlò – Il messaggio non è stato inviato! Non ha funzionato!” gridò esasperata.
“Andiamo! – rispose affannato il suo alleato – Sarà la Reed a sbrigarsela!”
Beth annuì e iniziò a sua volta a fare fuoco di copertura.
I due terroristi si lanciarono nei cunicoli delle uscite di sicurezza, continuando a sparare per dissuadere i nemici dall’inseguirli.
Dixon ci provò, ma dopo pochi secondi ne perse le tracce: nel labirinto dei cunicoli delle uscite di emergenza del Progetto Black Hole non riusciva a sentire nemmeno il più piccolo rumore.
“Maledizione!” imprecò,calciando violentemente il muro.
Ritornando nell’ufficio di Kendall, si accorse che il procedimento di invio del messaggio era già avviato. Diede uno sguardo alle specifiche del programma e rabbrividì.
Aprì il programma di connessione interagenzie e si collegò con la sezione APO.
Dopo pochi secondi la faccia di Marshall, visibilmente sconvolto, apparve all’interno della finestra di dialogo.
“Ehilà, salve, vicedirettore! Siamo di nuovo noi i padroni del Progetto Black Hole? Forte…”
“Marshall – urlò con forza Dixon nel microfono – Smettila di congratularti e ascoltami. I terroristi hanno avviato la procedura di invio dei dati via satellite. Da quello che ne capisco, sembra che stiano inviando a livello mondiale un messaggio su determinate frequenze. E questo mi ricorda una sola cosa: Sovogda, anni fa…Il progetto di Yelena Derevko. Come possiamo fermarli?”
“Che cosa dice il programma? Quale è il livello di autorizzazione?”chiese il genio della CIA.
“Omega Trenta” rispose Dixon, dopo avere rapidamente controllato.
“Omega Trenta? Oh, no… – esclamò Marshall sconsolato e spiacevolmente sorpreso – E’il massimo livello di autorizzazione, ricorda? Quello che è stato creato nella guerra fredda in caso di attacco nucleare sovietico. Solo i direttori di agenzia lo possono avviare, ma una volta avviato non può essere scavalcato né annullato da nessuno…Mi spiace, signore, non c’è modo di bloccarlo…”
Dixon strinse la testa fra le mani per lo sconforto. Era arrivato fino a lì attraverso una battaglia infernale, aveva rischiato la sua vita, la sua carriera, la sua sezione, tutto. E sembrava non fosse servito a nulla. Diede un pugno allo schermo.
Il mondo come lo conosceva stava per finire, ed era tutta colpa sua. Avrebbe dovuto essere più rapido. Avrebbe dovuto agire molto prima.
“Signore? – chiese Marshall, preoccupato – Va tutto bene? Capisco che si possa sentire abbattuto, ma…”
D’improvviso Dixon alzò di scatto la testa: ”Marshall, sei un genio!” commentò.
“Ehm.. sì signore, ma guardi che non ho detto nulla…”rispose stupito il tecnico.
“Riusciresti a far identificare dei satelliti come ostili alla nostra rete missilistica?” gli chiese rapidamente Dixon.
“Beh, no.. però se rivelassi le coordinate dei nostri satelliti in orbita ai russi, il loro sistema missilistico li abbatterebbe in automatico, è configurato per rispondere ad ogni possibilità di attacco via satellite.. ma, signor vice direttore, cioè Lince, non vorrà veramente…non vorrà veramente far colpire i satelliti dai missili russi, vero?” concluse sconcertato e terrorizzato Marshall.
“E’l’unico modo per far tacere il maledetto messaggio che stanno trasmettendo!” tagliò corto Dixon.
“Ma signore, è alto tradimento…” sospirò debolmente il genio della CIA.
“Abbiamo già commesso alto tradimento entrando qui, fai quello che ti ho detto, è un ordine!!!” urlò Dixon.
Marshall si tuffò sulla tastiera. Ne riemerse pochi secondi dopo, sudato e sconvolto.
“Bene, signore, è strano dirlo ma ora dovremo solo sperare che i russi abbiano un ottimo sistema di intercettazione…”
Dixon annuì. Chinò di nuovo la testa, questa volta per recitare una breve preghiera.
BASE MISSILISTICA RUSSA, LUOGO SCONOSCIUTO
Tre militari russi si stavano accendendo una sigaretta, avvolgendosi ancora di più nei loro cappotti per ripararsi dal vento freddo che spazzava la base. D’improvviso uno di loro sollevo la testa e iniziò a strillare concitato. Gli altri seguirono il suo sguardo e a loro volta urlarono frasi sconnesse.
I missili stavano uscendo dai loro silos: il loro lancio era imminente.
NEVADA, PROGETTO BLACK HOLE
Sullo schermo del terminale di Kendall i punti che rappresentavano i satelliti svanirono uno dopo l’altro. Il viso di Dixon si aprì in un sorriso contenuto: era riuscito a fermare l’apocalisse, ma per farlo aveva infranto praticamente tutte le regole della CIA.
Sospirò: non c’era tempo per pensare a quello che avrebbe dovuto affrontare.
Sullo schermo vide Marshall puntare le braccia al cielo ed esultare.
“Sì, sì, si! Ce l’abbiamo fatta! Siamo i migliori, i più forti, altro che Superman!”
“Marshall” lo interruppe Dixon.
“Sì, signore?” rispose il genio, cercando di assumere un’aria più dignitosa.
“Continua pure…” gli concesse bonariamente il suo capo, dopo averci riflettuto un attimo.
Quello era il momento giusto per esultare. Presto non ne avrebbero avuta più la possibilità.
QUARTIER GENERALE DELLA SECONDA CONVENZIONE
Isabelle Vaughn sedeva su una antica sedia di legno, foderata in pelle. La spalliera si alzava quasi il doppio di lei. Era legata in vita allo schienale e mani e braccia sui braccioli. Il corpo pieno di sensori medici. Sulle guance accaldate per la paura scendevano le lacrime che la bambina non riusciva a trattenere.
“Non c’è bisogno che tu pianga” disse l’uomo che l’aveva trovata legata a quella sedia e che ora era impegnato a leggere alcuni dati in un monitor.
La bambina tirò su col naso ma non smise di piangere.
“Devi stare tranquilla, non sono qui per farti del male” concluse lui.
Arvin Sloane tornò a guardarla, era stranamente sereno, le sorrideva, in un’altra situazione Isabelle lo avrebbe persino trovato una piacevole compagnia, un nonno che non aveva ancora conosciuto. Non ne aveva conosciuto nessuno, in effetti.
“Tua madre non piangerebbe, sai?” le disse sorridendo, e facendole capire che non stava mentendo.
Isabelle tentò di essere come la mamma, provò con tutta sé stessa a fermare quelle lacrime. Da quel giorno non avrebbe pianto mai più.
“Io so chi sei” disse la bambina.
“Tua madre ti ha parlato di me?” chiese curioso, ma per nulla sorpreso Sloane.
“Sei Arvin Sloane” rispose decisa.
“E come lo sai?”
“Ho sentito molto volte i miei genitori parlare di te. Mia madre qualche volta urla il tuo nome nel sonno, anche se non glielo ho mai detto.
“E cosa dice di me tua madre?”
“Dice che sei un uomo cattivo, senza cuore, che vorrebbe vederti morto.”
Sloane guardò nel vuoto ma non smise di sorridere: “Il problema di tua madre è sempre stato quelli di essere eccessiva, lo è sempre stata in tutto. Non conosce le mezze misure”
Isabelle non capiva cosa stesse dicendo, ma l’uomo continuò: “In fondo se è diventata la donna che è, è anche per merito mio.”
“Per merito tuo?”
“Esatto. E’ diventata forte, determinata, sicura, disillusa.”
Arvin Sloane si avvicinò ad Isabelle per accarezzarla.
“E un giorno tu diventerai forte come lei, migliore di lei.”
Isabelle si tirò indietro per evitare la carezza dell’uomo.
“Non devi avere paura di me – disse Sloane – Io non sono l’uomo che dice tua madre.”
La ragazzina fece una smorfia di dubbio.
“Isabelle tua madre ti ha mentito riguardo a me. Ti ha mentito riguardo a tutto, sul lavoro che fa, su quello che è, e su chi sei tu.”
I dubbi che nascevano in senno alla bambina cominciavano a superare la paura che aveva. Chi era quell’uomo? Ed era vero che sua madre le aveva mentito? E perché lo avrebbe dovuto fare?
Sloane guardò i monitor sul tavolo all’angolo, nel DRS le operazioni procedevano, era arrivato il momento, doveva rispettare la sua parte del patto.
“Lo so, sei piena di dubbi – Sloane si avvicinò con una siringa in mano – Ma dopo, ti sarà tutto più chiaro.”
Isabelle cominciò ad agitarsi, non voleva farsi iniettare quel liquido sinistro, ma non poteva sottrarsi al suo destino, quelle corde che la legavano non le davano alcuna via d’uscita.
“Non avere paura, questo ti aiuterà a capire. Ti aiuterà a capire chi sei…”
QUARTIER GENERALE DELLA SECONDA CONVENZIONE
Irina dopo aver atteso per qualche minuto all’esterno entrò con circospezione in uno dei caseggiati apparentemente abbandonati. Si avviò con passo deciso lungo uno dei corridoi per fermarsi poco dopo davanti ad una porta di ferro. L’aprì piano, tendendo l’orecchio per cercare di percepire qualche rumore, ma tutto era stranamente silenzioso. Avanzò guardandosi intorno, fissando i macchinari e i congegni che adornavano la stanza.
“Sapevo che saresti venuta…” disse una voce dietro di lei.
Irina si voltò lentamente verso la donna: “Bene…Allora saprai anche perché mi trovo qui, quindi dammi quello che voglio e non ti farò del male…” disse seria, non mostrando la sua sorpresa nel riconoscere la donna che le stava di fronte con un’arma in mano.
Una sonora risata rimbombò nella stanza: “Tua sorella aveva ragione – disse poi smettendo di ridere e fissandola – Hai un ottimo senso dell’umorismo!”
“Mia sorella non ha mai avuto ragione in vita sua – ribatté seccata Irina – Dov’è mia nipote, Olivia?” tagliò corto.
“E’ dove deve essere” rispose lei decisa. Irina la fissò negli occhi senza parlare.
“Se fossi in te non farei passi falsi…potrei anche uccidere la tua nipotina, sai? Così tua figlia e Michael Vaughn avrebbero finalmente quello che meritano!” concluse.
Irina sorrise come se tutto fosse chiaro: “E’ solo per vendetta vero? Incolpi Syd e Michael della morte di Lauren…”
“Incolpare? – disse sgranando gli occhi – E’ solo la pura e semplice realtà…Se non fosse stato per la tua dolce figlioletta, a quest’ora Lauren sarebbe ancora felicemente sposata con suo marito…Se uccidessi la loro preziosa bambina…soffrirebbero quello che ho sofferto io!”
“Il loro matrimonio non è stato altro che una farsa: Vaughn ha sempre amato una sola donna nella sua vita: Sydney! E quando lei è tornata…Ha capito immediatamente l’enorme sbaglio che aveva fatto sposando tua figlia!”
“Non…parlar male…di lei!” gridò Olivia puntando minacciosamente l’arma verso Irina.
“Sto solo cercando di farti guardare in faccia alla realtà: sei tu l’unica responsabile della sua morte, non cercare di scaricare i tuoi errori sugli altri!” replicò Irina puntando un dito verso di lei, quasi dimenticando che l’avversaria aveva una pistola in mano puntata verso la sua testa..
“Stai zitta!” disse Olivia perdendo la sua calma
“La verità fa male vero? – continuò Irina – Chi ha fatto entrare Lauren nella Convenzione? Chi l’ha trasformata in una terrorista senza scrupoli? TU l’hai uccisa!” ribadì con collera.
Olivia Reed sparò tre colpi in aria per far tacere la donna, il rumore degli spari che rimbombava nella stanza.
“Ora basta! – urlò – Tu morirai come tua nipote!” concluse premendo l’indice sul grilletto pronta a sparare.
Ma Irina, intuendo la mossa dell’avversaria, sferrò un rapido calcio in direzione del braccio di Olivia, facendole perdere il controllo dell’arma e riuscendo così a cambiare la traiettoria della pallottola. Prima che la Reed potesse puntare nuovamente la pistola in direzione della nemica, la Derevko la le diede una gomitata sul mento, facendola così barcollare; poi con violenza le colpì il polso destro, facendo volare l’arma lontano.
Dalla sua stanza Arvin Sloane aveva sentito il colpo dell’arma e i rumori della colluttazione. Non sapeva bene cosa stava succedendo, ma era felice che stesse accadendo. Forse qualcuno stava mettendo fine a tutto quanto. Estrasse l’ago dal braccio di Isabelle e la guardò come se fosse appena nata.
Guardò di nuovo nei monitor, anche nel DRS qualcuno aveva rotto le uova nel paniere alla Seconda Convenzione. Sloane tirò fuori dalla tasca un piccola scheda elettronica. Ora che il piano era fallito poteva rimettere la scheda al suo posto. Era il chip che comunicava con i satelliti che stavano controllando al DRS. Aprì lo sportellino di sicurezza dal calcolatore di fianco al monitor, e infilò la scheda dove avrebbe dovuto essere sempre stata. Pensò al momento in qui l’aveva estratta dal computer. Stava descrivendo alla Reed il modo in cui sarebbe riuscito a controllare la volontà degli uomini come se fosse una sola mente, mentre teneva impegnata la donna con i suoi discorsi, aveva rimosso la scheda dall’apparecchio sotto i suoi occhi. La sua abilità migliore era quella di ingannare la gente. Riusciva a pilotarla facendo finta di essere pilotato, molto tempo prima ci era riuscito perfino con Jack che lo aveva aiutato a smantellare l’SD-6.
Rischiava di farsi scoprire ma non poteva permettere che la Seconda Convenzione fosse in grado di controllare il mondo, a lui non interessava, aveva dovuto fingere di collaborare per arrivare alla bambina. A lui importava solo di Isabelle, ancora legata sulla sedia e impaurita dai colpi, che aveva appena sentito. Non aveva mai visto una pistola, non sapeva che erano le compagne di lavoro dei suoi genitori. Non le aveva mai viste, ma ne aveva riconosciuto il rumore inconfondibile, ascoltato tantissime volte sui film in tv.
“Non ti preoccupare Isabelle, non permetterò che ti facciano del male, non hai niente da temere finché ci sarò io al tuo fianco”
Sloane liberò la piccola dalla corde, la prese per mano e si diressero verso l’unica porta della stanza. Quando Sloane aprì l’ingresso i rumori oltre il corridoio si fecero più forti. Sbirciò fuori dalla porta, non vedeva nessuno.
“Da questa parte…”
L’ex agente del KGB stava per estrarre la propria pistola, ma Olivia, ripresasi dal colpo, tirò un calcio sulle caviglie di Irina facendola cascare a terra. A questo punto la Derevko perse la presa sulla sua arma, che scivolò lontano.
Irina tentò di allungarsi strisciando verso la pistola, ma non fece in tempo perché Olivia aveva già recuperato la sua arma e la stava puntando verso la nemica.
La donna, accorgendosi che stava per essere colpita, rotolò su di un fianco, scansando il proiettile. In un secondo fu in piedi di fronte ad Olivia e, prima che questa potesse premere nuovamente il grilletto, le sferrò un nuovo calcio diretto in pieno volto.
La Reed sbandò, e Irina ne approfittò per tirarle un nuovo colpo sul petto, facendola cadere a terra. Poi le si gettò addosso, bloccandole il polso in cui teneva la pistola e impedendole, nonostante i suoi tentativi, di spararle. Alcuni proiettili partirono così a vuoto, senza colpire Irina.
“Perché tieni così tanto a recuperare Isabelle? – gridò in tono inquisitorio Olivia, ancora incastrata sotto la morsa dell’avversaria – Per affetto…o perché vuoi sfruttare tu stessa i suoi poteri?”
“Stai zitta!” rispose secca l’ex spia russa.
“E’ inutile che tu nasconda le tue intenzioni…io ti conosco!” continuò la Reed, divincolandosi.
“Ti sbagli!” replicò Irina, continuando a fare forza per tenerla immobile sotto il suo peso.
“Tu ed io siamo troppo simili…La differenza è che io non mi nascondo dietro una maschera!”
Irina non riusciva più a tenerla bloccata, stava per cedere. Olivia gemette e, facendo forza sui ginocchi, riuscì a liberarsi leggermente dalla presa dell’avversaria: la colpì col braccio libero sul volto, riuscendo così ad allontanarla da sé.
Olivia si alzò velocemente e si avvicinò ad Irina, impedendole di tornare in piedi e puntandole la sua pistola alla testa. Sorrise e inspirò profondamente: “E’ finita mia cara…”
Irina ansimava, ma Olivia sembrava decisa a sparare: “Dì le tue ultime preghiere!”
Così dicendo premette il grilletto…Ma con grande sorpresa della donna non uscì altro che un lieve rumore dalla canna dell’arma.
Irina approfittò del momento di disorientamento dell’avversaria per colpirla col braccio al volto e per alzarsi. Sferrò un calcio poderoso alla donna facendola barcollare, poi rapidamente recuperò la propria pistola e si girò di scatto verso la nemica.
“La differenza…è che io ho contato quanti colpi ti rimanevano in canna!” disse ancora ansimante.
“Non riuscirai dove io ho fallito!” gridò la donna da terra.
“Non mi conosci affatto, mia cara” concluse lei sorridendo sarcasticamente.
Irina assunse un’espressione seria e sparò tre colpi colpendo Olivia al petto. La donna cominciò ad ansimare per il dolore. Con un quarto colpo Irina la colpì in piena fronte, facendola così cadere a terra priva di vita.
Si diresse di corsa verso la stanza accanto, dove Isabelle era tenuta prigioniera. Entrò, ma della bambina non c’era traccia. Si guardò attorno: era una piccola stanza arredata in modo essenziale, ma il suo sguardo si soffermò su un particolare interessante. Una sedia antica da cui penzolavano delle corde. Irina posò la sua mano su di essa e senti che era ancora calda, Isabelle, pensò guardandosi intorno.
“Maledizione!” le sfuggi uscendo velocemente dalla stanza. Ritornò sui suoi passi e si bloccò sentendo un lamento in lontananza e la voce di un uomo.
Non riusciva a capire cosa stesse dicendo, ma avrebbe riconosciuto quella voce anche se celata fra mille altre.
“Sloane…” sussurrò mentre si metteva a correre per raggiungere sua nipote.
Uscì all’esterno, dove una macchina si stava già allontanando.
UFFICI DEL DRS
Ormai il peggio era passato. Gli uomini del DRS stavano lentamente riprendendo le loro postazioni e valutando i danni all’interno delle strutture. Sydney aveva visto un caos simile solo quando la CIA aveva smantellato la sede dell’SD-6 di Los Angeles.
Sark era seduto, Weiss lo teneva sotto controllo. Renée si guardava intorno, quasi incredula di fronte a quella scena. Non si era mai sentita così vicina a qualcuno come in quel momento. Sapere che Michael era finalmente a conoscenza di quel segreto la rendeva felice come mai prima.
“Sembra che siano spariti nel nulla” disse Dixon informando la squadra.
“Ehm…hanno coperto bene anche le loro trasmissioni, non riesco a risalire alla fonte di invio dei dati…” spiegò Marshall da un computer, chiaramente in soggezione di fronte alla figura di Renée, la donna che aveva creduto morta per anni.
“Bene, torniamo all’APO…Continueremo le ricerche da lì. Syd, Vaughn, faremo di tutto per trovarli…” disse Dixon.
Vaughn annuì mestamente e il direttore lasciò la stanza per dirigersi da Kendall, dimostratosi visibilmente sorpreso dell’aiuto che avevano dato in quella circostanza.
“Agente Vaughn…” disse Sark chiamandolo a sé.
“Che cosa vuoi?”
“Il quartier generale della Seconda Convenzione si trova a Sacramento, sulla Franklin Boulevard. Ci troverai un gruppo di caseggiati…apparentemente abbandonati”
Vaughn lo guardò: “Perché mi stai dicendo questo?”
“Ha collaborato a salvarci, Michael…” sussurrò Rachel.
“Già…Ma non credo molto agli scrupoli di coscienza di Sark…” rispose lui, ma facendo un sorrisetto che fece distendere l’animo di Rachel.
“La mia fuga dall’APO ed il recupero in Alaska sono stati inevitabili, facevano parte del piano della Convenzione…Ma abbiamo lavorato con Dixon a vostra insaputa; abbiamo ritenuto che se voi foste stati all’oscuro il piano sarebbe meglio riuscito…Sono riuscito a dare informazioni più dettagliate sulle loro intenzioni una volta tornato con loro…”
“Perché l’hai fatto, Sark?” domandò Sydney tagliando corto. Tutti quei moti di coscienza da parte di persone che sapeva essere spietate non la convincevano.
Sark alzò lo sguardo verso Rachel: “Lo sai che mantengo le mie promesse Sydney. Vaughn mi lasciò andare quella notte a Hong Kong, tu mi hai salvato aiutandomi con il Cuore di Di Regno. Avevo un debito nei vostri confronti…”
Vaughn: “E il tuo tornaconto personale?”
“Diciamo che…mi ha aiutato a recuperare la fiducia di qualcuno…”
Sydney alzò gli occhi al cielo: “Cosa ti ha offerto la CIA?”
“Ovviamente la libertà e uno stipendio da agente per le mie informazioni preziose…Sarò il tuo miglior contatto, Sydney…” concluse sorridendo.
Michael abbozzò un sorriso e lanciò uno sguardo a Sydney: se Sark aveva ragione non dovevano perdere altro tempo.
Renée si avvicinò a Sydney: “Se davvero volete andare laggiù il mio aiuto vi farà comodo…”
“Ha ragione, avremo bisogno di un appoggio se dovessimo trovare guardie…” continuò Vaughn.
“Non posso rischiare la tua vita in questo modo, Renée…”
“E’ anche mia nipote, Sydney…Non voglio che le accada qualcosa sapendo di non aver fatto tutto il possibile per aiutarla…”
Sydney annuì. Michael e Renée si avviarono fuori dall’ufficio, ma Sydney raggiunse ancora un secondo Rachel e Sark, pronta a parlare: “Grazie, Sark…” disse con tutta la calma che riuscì a trovare.
Gli porse la mano e lui la strinse: “E’ stato un piacere, Sydney…”
Improvvisamente Syd lo strattonò a sé, di modo che potesse guardarla negli occhi: “Falla soffrire e ti ammazzo!”
Detto questo si allontanò, mentre Rachel sorrideva un po’ imbarazzata. I tre sparirono dalla visuale, così Weiss chiamò Marshall a sé: “Andiamo anche noi, ci vediamo all’APO Rachel!” disse.
“Veramente non ho ancora finito di…”
“Andiamo, Marshall…questi due hanno altro da dirsi…” gridò Eric trascinandolo via di peso.
Una volta scomparsi anche i due, Rachel si sedette vicino a Sark.
“Non voglio che tu pensi che l’abbia fatto solo per te, biondina…”
“Non lo penso…Ma hai rischiato la tua vita per aiutare Sydney e Michael…Per salvare me …”
Sark si perse dentro i suoi occhi senza sapere per la prima volta in vita sua cosa dire. Rachel lo avvolse in un bacio che gli voleva dimostrare tutta la sua riconoscenza. Fu liberatorio lasciarsi finalmente andare, dopo che per mesi aveva trattenuto i suoi sentimenti a stento.
Sark si staccò dopo qualche istante: “Ok, ora…Devo andare…” sussurrò alzandosi. Si avvicinò alla porta e posò la mano sulla maniglia.
“Quando ti rivedrò?” domandò Rachel.
“Mi terrò in contatto…Fidati…” concluse lui.
SACRAMENTO – QUARTIER GENERALE DELLA SECONDA CONVENZIONE
Dopo aver saputo da Sark che il quartiere generale della seconda convenzione si trovava a Sacramento, Sidney, Michael e Renée vi si erano recati subito, con la speranza che Isabelle fosse tenuta prigioniera là.
I tre erano fuori dal palazzo che Julian aveva loro indicato. Il silenzio regnava sovrano. Quel posto, ai margini della periferia di Sacramento, sembrava davvero abbandonato da Dio.
Syd, Michael e Renée iniziarono a perlustrare dall’esterno l’edificio. Notarono, sul retro, una piccola porta socchiusa. Syd l’aprì cercando di fare meno rumore possibile, poi entrò nel corridoio, seguita dai compagni di viaggio, tutti con la pistola carica in mano. Si ritrovarono in un corridoio buio. Cominciarono ad avanzare silenziosamente, ma sembrava che nessuno fosse nell’edificio. In fondo al corridoio si trovava una stanza disadorna piena di macchinari, monitor e congegni vari. Una flebile luce entrava dalle finestre poste in alto. I tre agenti entrarono cautamente. Quella aveva tutta l’aria di essere la camera di controllo dell’intero edificio. La stanza era vuota…o almeno così sembrò a prima vista ai tre agenti. Infatti, subito dopo essere entrata, Syd notò qualcosa nella penombra…un cadavere.
La squadra si avvicinò al corpo, steso a terra. Michael lo rigirò per vedere chi fosse, anche se la capigliatura bionda non lasciava molto spazio all’immaginazione.
“E’ Olivia Reed…la donna che ha fatto rapire Isabelle” disse Michael spiegando a Renèe di chi si trattava.
“Sicuramente non piangeremo la sua scomparsa…Ha avuto quel che si meritava” aggiunse Syd.
“Ma questo significa che qualcuno è arrivato prima di noi…ma chi?” chiese Renée.
A quel punto la donna notò una piccola porta dal lato opposto rispetto al quale erano entrati. I tre abbandonarono il cadavere a se stesso e si avvicinarono alla porta.
Il cuore di Syd e Michael batteva all’impazzata mentre la aprivano…dall’altra parte c’era una stanza con un lettino e qualche altro macchinario.
“E’ qui che tenevano prigioniera Isabelle…” sussurrò Renée rompendo il silenzio.
Syd non riusciva più a trattenere le lacrime rendendosi conto che non c’erano più tracce della bambina: “Dove è ora mia figlia? Dove l’hanno portata?!”
Michael la strinse forte a sé. Avevano sperato invano di ritrovarla in quel luogo, ma le loro attese erano state deluse.
“Troveremo Isabelle, Syd…”
In quel momento Vaughn ebbe come una visione nella sua mente. Una colluttazione avvenuta in quel luogo, due donne che combattevano fra loro.
“Irina è stata qui…” disse staccandosi dalla moglie.
“Mia madre era qui?” domandò stupita Syd.
“Come lo sai?” chiese Renée.
“Ho avuto come…una sensazione, non so spiegarvi…Ma so per certo che Irina era qui, è stata lei a uccidere Olivia…”
Syd non mise in dubbio le idee di Vaughn nemmeno per un istante: “Dove possono essere ora, Michael?”
“Non lo so…Ma o lei o Sloane potrebbero aver portato via Isabelle prima del nostro arrivo”
“Uno dei due….o entrambi…” affermò cambiando espressione Sydney.
Cominciò immediatamente a capire cosa doveva essere successo: “Sloane e la mamma potrebbero essere stati d’accordo fin dall’inizio…Potrebbe essere tutto un loro piano per prendersi gioco della CIA e della Convenzione contemporaneamente…di nuovo…”
“Non può essere stata Irina – sussultò Renée – Non metterebbe mai in pericolo sua nipote!”
“Tu non la conosci…Irina è capace di tutto se ha uno scopo da raggiungere…Perché stanno facendo tutto questo ad una bambina?” gridò Michael, arrivato ormai al limite della sua comprensione.
Poche ore prima si era fidato di Irina Dervko. Le aveva creduto nella sua confessione, aveva avuto quasi pietà per lei. Ma ora si trovava a odiarsi per non aver capito subito che lo stava ingannando. Non avrebbe mai dovuto lasciarla andare…
“Perché è molto importante per loro Michael – disse Renée – So che a volte non conoscere la verità rende tutte le cose più semplici….ma apri gli occhi: se la Seconda Convenzione è così interessata ad Isabelle è per un motivo…Yelena credeva che io fossi il Quinto Profeta per via della mia discendenza con Rambaldi…ma non è così…non sono io quello che lei cercava….Isabelle è il quinto profeta!”
“Non è possibile” disse Syd con voce soffocata dal pianto.
“Vi aiuterò a trovarla, Syd – disse decisa Renée – Anche io voglio che Isabelle torni a casa sana e salva…è pur sempre mia nipote!”
Nell’ansia per la salute della figlia, Michael si era quasi scordato dell’ultima scoperta…ma ora voleva maggiori spiegazioni “Renée perché io non ho saputo niente di te? Insomma…perché i nostri genitori non ci hanno cresciuti insieme?”
“Nostro padre lo ha fatto per proteggerci – spiegò la donna – Sapeva che qualcuno avrebbe cercato di rintracciare i suoi figli perché erano i gemelli eredi di Rambaldi…Quando si è trasferito in America, cambiando la sua e la tua identità, decise di lasciare me all’amico di cui più si fidava, Luc Goursaud. Anche lui cambiò la sua identità, diventando Armand Rienne, mentre io…Beh io divenni Renée…Ho creduto per anni che quell’uomo fosse il mio vero padre. Ho scoperto la verità molto dopo, in seguito alla morte di Luc…”
“Come hanno potuto mamma e papà farci questo? Come si può abbandonare una figlia di soli sei mesi?” disse incredulo Vaughn.
“Ho perdonato i nostri genitori da tempo…amare significa anche fare dei sacrifici…se oggi siamo entrambi ancora vivi lo dobbiamo anche a loro in fondo…Michael nostro padre a dato la sua vita per me…Yelena voleva sapere da lui dove mi trovavo… e lo ha ucciso quando ha capito che non gli avrebbe mai rivelato la verità!”
“Rimpiango solo di non averla potuta uccidere con le mie mani…” disse Michael con tono minaccioso.
“Ma perché il tuo nome non era nell’albero genealogico che ci hai mostrato in Francia?” chiese Syd.
“Come vi ho detto l’albero è opportunamente aggiornato dalle monache del convento…forse non avete notato una macchia accanto al nome di Andrè…il mio nome è stato rimosso per tenermi maggiormente protetta… – Renée si bloccò improvvisamente, quasi come se avesse avuto una rivelazione – Io credo di sapere dove può averla portata…” disse poi convinta.
“Dove?” domando Sidney con un piccolo bagliore di speranza sul volto.
“C’è una chiesa annessa al monastero dove sono stata nascosta. Le monache mi hanno sempre detto che è il luogo dove avrebbe dovuto compiersi l’ultima profezia…Se vogliono sfruttare le potenzialità di Isabelle, l’hanno portata sicuramente là!”
“Hai ragione, e il tempo è agli sgoccioli ormai…Se Sloane e Irina hanno ingannato la Convenzione con quell’idea che non ha funzionato, significa che hanno qualcos’altro in mente…” concluse Michael.
FRANCIA
Il sole era quasi tramontato oltre le montagne quando l’automobile ripartì lasciando i due nuovi arrivati davanti al portone del monastero. Isabelle teneva per mano l’uomo che l’aveva salvata da coloro che l’avevano rapita, anche se non aveva ancora capito se era davvero libera, ora.
Sloane bussò tre volte sul portone con il batacchio. Dopo qualche secondo si aprì di colpo la feritoia sulla porta. Gli occhi di una suora curiosarono all’esterno.
“Le cinquième prophète” (Il quinto profeta) rispose Sloane.
La monaca richiuse la fessura e subito dopo aprì la porta. Di fronte a lei una ragazzina tenuta per mano da un anziano che nell’altra teneva una valigetta.
“Entrez” (Entrate)
“La piccola è in pericolo, abbiamo bisogno di un rifugio” continuò Sloane ritornando a parlare nella propria lingua. Era convinto che la suora la conoscesse.
“Siete venuti nel posto giusto” rispose infatti la donna, chiudendo saldamente il portone.
I tre si incamminarono lungo il corridoio.
“La ragazza va protetta, nessuno si deve avvicinare a lei!”
“E così è lei il quinto profeta…”
“Ti aspettavi qualcun altro?”
“In verità non lo so…quando una persona che non conosci diventa il motivo della tua vita, il suo volto continua ad assumere facce diverse”
“Che sai di lei?”
“Sapevo che sarebbe arrivata, e che avrei dovuto accoglierla”
La suora accarezzò la guancia di Isabelle che non stava capendo nulla di quello che i due si dicevano. Era solo molto spaventata e cominciava a temere che non avrebbe più rivisto la sua famiglia.
“Le monache di questo convento si tramandano il racconto di generazione in generazione. Quando la Madre Superiora è morta, è toccato a me farmi carico di questo compito. Secondo la profezia il mondo sarà in pericolo e la chiave per la salvezza sarà il Quinto Profeta, una persona che da sola potrà decidere le sorti dell’umanità. Alcune persone vorrebbero quel potere, persone in grado di sfruttare quella forza per sottomettere il mondo alla loro volontà. Una prigionia senza catena. Il mio compito è sempre stato quello di accogliere il Quinto Profeta il giorno che sarebbe arrivato”
“Da quanto l’aspettavate?”
“Per quello che ne so da quando è stata posata la prima pietra di questo Monastero…”
La suora aprì la porta della stanza che avevano raggiunto: “Ecco, per ora accomodatevi qui”
IN VOLO VERSO LA FRANCIA
Il Jet privato volava veloce verso destinazione, a bordo regnava il silenzio tra i quattro passeggeri.
Troppe bugie, troppe rivelazioni, troppi tradimenti e una bambina da salvare, la loro bambina, la bambina di tutti.
Renée, seduta al fianco del fratello ritrovato, stringeva la sua mano senza guardarlo. Vaughn fissava davanti a sè, lo sguardo perso nel vuoto.
Troppi pensieri si affollavano nella sua mente per poter parlare.
Sydney di fronte al marito fissava la sorella, il cuore trafitto come da mille lame. La sua bambina era in pericolo e per l’ennesima volta sua madre l’aveva tradita portandole via una delle persone che amava di più al mondo.
“Signori allacciatevi le cinture, stiamo per atterrare alla destinazione prevista”
La voce del pilota distolse tutti dai loro pensieri riportandoli alla dura realtà. Dovevano trovare tutto il coraggio che avevano per il bene di Isabelle.
Arvin Sloane si svegliò nel mezzo della notte.
Si alzò dal letto sulla quale si era coricato vestito, accese la lampada ad olio che aveva sul comodino di fianco e, presa la valigia, uscì dalla stanza senza fare rumore.
La fiamma illuminava di arancio le mura del corridoio, con una luce tremolante e precaria. Sloane aprì la porta di fianco, dove riposava la piccola.
“Isabelle, svegliati dobbiamo andare!” sussurrò.
La ragazzina si stropicciò gli occhi con i pugni prima di guardare in faccia Sloane: “Dove andiamo?”
“Ricordi quando ti ho detto che avresti dovuto capire quello che stava accadendo?” bisbigliò cercando di conquistare la fiducia di Isabelle.
La bambina annuì solennemente.
“E’ tempo di scoprire chi sei…” concluse.
Sloane faceva strada in un convento che non conosceva, ma si muoveva come se sapesse dove doveva andare, come se qualcuno gli stesse dicendo dove era diretto. Si ritrovò fuori dall’edificio, costeggiò un sentiero battuto sui cui lati erano cresciute delle fronde che il vento non smetteva di agitare. Nessun altro suono nella notte, solo loro e i versi di un gufo che si staccò dal ramo appena fu infastidito dalla lanterna. Isabelle si impaurì per l’improvviso rumore, ma Arvin la tranquillizzò sorridendo: “Non è niente, è solo un gufo…Andiamo, siamo quasi arrivati.”
Camminarono ancora per il sentiero finché Sloane non cominciò a guardarsi intorno. Ancora non vedeva il portone ma sapeva che doveva trovarsi lì da qualche parte.
Scostò con una mano i ramoscelli pieni di foglie e scoprì finalmente l’accesso alla cripta.
Sloane poggiò il palmo della mano e sorrise: “Non ti senti a casa?”.
Isabelle non voleva rispondergli, ma in cuor suo era convinta di trovarsi in un posto che molte volte aveva sognato. Era una specie di anfratto buio che ricorreva nei suoi incubi.
L’uomo alzò il braccio che reggeva la lanterna. Sul portone era scolpito l’occhio di Rambaldi. Sloane aprì la porta e i due entrarono richiudendosela subito dietro.
Accese l’interruttore di fianco la porta, la stanza si illuminò completamente. C’era una finestra che dava all’esterno, alcune sbarre impedivano che qualcuno la potesse attraversare. Sulla parete di lato una grata di ferro arrugginito impediva di accedere ai cunicoli che lo collegavano al monastero. Sul pavimento, davanti alla finestra, c’era una piccola vasca rettangolare fatta di terracotta. Era grande abbastanza da ospitare una persona in piedi, e al suo interno c’era un buco nel centro. Ai lati le parentesi acute di Rambaldi.
C’era un tavolino sulla parete di destra, lì Sloane aveva appoggiato quella valigetta il cui prezioso contenuto non era ancora stato rivelato.
Guardò verso Isabelle e le sorrise: “E’ giunto il momento”.
FUORI DAL MONASTERO
Syd, Vaughn e Renée erano arrivati in fretta e furia nel luogo in cui si erano trovati fino a poche ore prima.
“Se avessi conosciuto le loro intenzioni, non me ne sarei andata…Se solo fossi rimasta, ora…”
“Non è colpa tua Renée…Se non fossi corsa in nostro aiuto, ora Michael forse sarebbe morto…” la bloccò Sydney controllando quanti proiettili avesse nell’arma.
“Dove pensi che siano ora?” chiese Vaughn alla sorella.
“L’antica chiesa deve essere nascosta nel piano inferiore, non ne ho mai trovato traccia nelle mie escursioni nel monastero. Le sorelle mi tenevano sotto protezione, ma erano anche molto riservate in merito ad ogni cosa che riguardasse Rambaldi…” spiegò Renée infilando una seconda pistola dietro la schiena.
“Sarà meglio non farci scoprire allora, potremmo mettere in allarme Sloane nel caso si trovasse ancora qui…” disse Vaughn.
“E’ qui…” disse una voce alle loro spalle.
La bambina sembrava completamente spaesata.
Sloane prese l’oggetto contenuto nella misteriosa valigetta, ora aperta e vuota. Isabelle non sapeva cosa fosse, ma Sloane guardava quella sfera rossastra quasi con riverenza. Notando la curiosità della bambina, decise di accontentarla: “Si chiama sfera della vita, Isabelle…”
Sloane si avvicinò alla vasca e notò che le dimensioni del buco erano identiche a quelle del manufatto. Lo posò al suo interno e poco dopo la sfera si sollevò e cominciò a girare lentamente a mezz’aria. La sfera iniziò a brillare e tutta la stanza si tinse di rosso. Intanto la piccola vasca si era riempita di liquido.
Sloane prese in braccio la piccola e la fece sedere sul tavolo. Le tolse le scarpe, ed i calzini.
“Adesso ti farò vedere chi sei, scoprirai quello che tua madre ti ha sempre tenuto nascosto” Isabelle era spaventata, ma Arvin rincarò la dose: “Scoprirai perché tua madre ti teme così tanto…”
La sfera continuava a galleggiare nel vuoto, ma aveva finito di spargere il suo liquido, cadeva ancora solo qualche goccia.
FUORI DAL MONASTERO
“Papà! Come sei arrivato qui?” gridò Sydney correndogli incontro ed abbracciandolo.
“Non c’è tempo, dobbiamo muoverci in fretta…Quando mi sono accorto che Sloane non era più nella stanza non sono stato in grado di ritrovarlo. Non sono l’unico che lo sta cercando però…”
“Vuoi dire che…”
“C’è anche tua madre, è arrivata qui subito dopo Sloane…Dobbiamo far presto! Io setaccerò l’esterno e voi tre l’interno. Se esiste davvero una chiesa sotterranea deve trovarsi sotto il monastero, ci devono essere delle scale che la raggiungono!” concluse.
I tre si mossero velocemente verso l’edificio, mentre Jack si girò di spalle sperando di vedere qualcosa nel buio. Camminava lentamente al chiaro di luna facendo attenzione a dove metteva i piedi. Sentì altri passi calpestare l’erba. Riconobbe la sagome della ex-moglie appena accennata dalla luce del firmamento. L’avrebbe riconosciuta anche al buio.
“Irina” sussurrò. Poi sorrise.
Lo so che mi porterai da lui…
Alle sue spalle Vaughn, Sydney e Renée correvano verso il monastero, non si erano accorti di nulla. Jack si voltò di nuovo verso Irina. Decise di seguirla senza chiamare sua figlia: non poteva permettere che vedesse Isabelle nelle mani di Sloane, sacrificata sull’altare di qualche rituale dalla follia di un pazzo.
La salverò, Syd.
Sloane riprese la sfera tra le mani poco prima che tornasse ad essere un oggetto inanimato. La luna piena si rifletteva sul liquido rosso. Ora il simbolo di Rambaldi era completo.
Sloane si avvicinò ad Isabelle e la prese nuovamente in braccio, senza che lei opponesse alcuna resistenza. La adagiò lentamente nella vasca e sentì i suoi occhi impauriti posarsi su di lui: “Farà male?” chiese.
“No piccola…Sarà come rinascere…” le sussurrò.
Isabelle chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Li riaprì un secondo dopo ma non era più la stessa persona: sembrava incosciente, le sue pupille erano diventate bianche, come se fosse in una qualche sorta di trance. Ma avvertì ugualmente il rumore del portone che si apriva alle spalle di Sloane.
“Sono arrivata tardi…” disse una voce che Arvin conosceva fin troppo bene. L’uomo si voltò compiaciuto: “Affatto, ti stavo aspettando!”
“Cosa le sta succedendo?” domandò Irina Derevko.
“Sta rinascendo. Sta vedendo cose che noi due non potremo vedere mai…”
“Sei sicuro che poi sarà tutto risolto? E’ veramente finita qui?”
“Ti do la mia parola” replicò l’uomo.
Sydney, Michael e Renée si erano divisi e avevano controllato da ogni parte, ma non avevano trovato ancora nessun segno dell’ingresso alla chiesa.
Syd respirava affannosamente a causa della fatica per la sfrenata corsa per i corridoi bui del monastero, Michael puntava la torcia contro ogni muro, quasi si aspettasse che la soluzione del problema apparisse improvvisamente di fronte a sé.
“Niente?” chiese a Renée vedendola spuntare da un corridoio. Syd si era fermata e stava osservando intensamente un anfratto nascosto.
“No…in compenso le suore sanno del nostro arrivo, mi dispiace…” concluse mentre il rumore di altri passi si faceva più forte. Dietro di lei apparve un gruppetto di sorelle, capeggiato da Madre Rolande.
“Vaughn…Abbiamo un altro problema…” sussurrò Syd richiamando la loro attenzione.
Irina fissava gli occhi spenti della nipote, Arvin Sloane stava facendo lo stesso. Isabelle tornò finalmente tra loro, i suoi occhi ripresero colore. Aveva una espressione più sicura in volto, più consapevole, come se fosse cresciuta di colpo e avesse capito chi fosse, quale fosse il suo scopo.
“Irina…” disse Isabelle con una inquietante luce negli occhi.
“Come fai a sapere il mio nome?” domandò la donna.
“Ora so tante cose”
Sloane la guardava commosso. Finalmente la profezia era conclusa. Aveva raggiunto il suo scopo, forse d’ora in poi sarebbe stato un uomo libero.
“Arvin, dovresti andare a controllare la porta…” disse la piccola. Sembrava che ora fosse l’unica persona a sapere cosa stava accadendo in quella stanza.
“Per quale motivo, non capisco?” domandò Sloane.
Jack Bristow entrò con la pistola puntata: “Interrompo qualcosa?”
“Jack…” disse sommessamente Irina. Si vergognava per averlo tenuto all’oscuro di tutto, ma sapeva che non avrebbe capito.
“Questa è l’ultima volta che vi prendete gioco di me. Spero che questo posto vi piaccia, perché ci passerete l’eternità.”
“Jack, aspetta…c’è una cosa che devi sapere, una cosa che avevo paura di dirti!”
“Sta zitta!” le abbaiò contro l’uomo.
Poi guardò in faccia alla nipote ancora in piedi sopra al liquido della vita: “E’ finita Isabelle. Ti porto a casa. C’è la mamma qua fuori…”
Isabelle sorrise, ma la sua espressione non esprimeva conforto, ma sfida.
“Irina, uccidilo!”
“Cosa stai dicendo Isabelle – trasalì Sloane – E’ tuo nonno non lo riconosci? E’ il papà di tua madre!”
“Lo so benissimo chi è, è per questo che deve morire!” gridò con una voce quasi disumana.
Jack non capì cosa stesse succedendo, ma d’istinto mirò alla testa di Irina Derevko: “Non fare una mossa!”
Sloane cominciava ad essere terrorizzato.
Irina non voleva, ma la sua mano cercò la pistola infilata nei pantaloni dietro la schiena.
“Irina metti giù quella pistola, non te lo ripeterò due volte”.
“Vattene Jack, scappa! Non capisco cosa sta succedendo, non riesco a controllarmi!” disse terrorizzata per quello che le stava accadendo.
“Irina se non abbassi la pistola sarò costretto a spararti, davanti a nostra nipote!”
“Non posso Jack, non ci riesco!”
La testa di Arvin Sloane si era affollata di pensieri. Si scacciavano l’uno con l’altro, gli rimbombavano e sibilavano nella testa, non riusciva a capire cosa stesse succedendo.
Irina era prossima a premere il grilletto, ma Jack sparò per primo. Un colpo ad un fianco che fece accasciare la donna contro il muro.
“Mi spiace Jack, non è così che doveva andare” disse la donna premendosi forte la mano sulla ferita. Solo allora Sloane capì, si ricordò degli studi, degli esperimenti della Seconda Convenzione. Capiva finalmente cosa stava succedendo, ma non ne comprendeva il motivo. Cosa aveva visto Isabelle?
“Andiamo Isabelle, tua madre ti sta aspettando” disse Jack cercando di riprendere il controllo.
“Ancora non hai capito? Sei scettico, tale e quale a tua figlia!”
Jack si meravigliava delle espressioni usate dalla piccola, dopotutto era solo una bambina.
Isabelle fissò minacciosamente suo nonno.
Il braccio di Jack cominciò a piegarsi. L’uomo faceva resistenza, come se stesse combattendo contro la sua volontà. Ma non potè fermare quella forza che lo stava governando. Il suo braccio stava puntando la pistola alla sua tempia.
Isabelle non smetteva di guardarlo soddisfatta.
Michael stava ancora guardando la bomba trovata da Sydney. Il quadrante segnalava che avevano ancora poco più di tre minuti di tempo per trovare Isabelle e uscire da lì.
“Dove si trova la chiesa?” gridò Sydney alla suora.
“Non possiamo…”
“Sono stanca dei vostri segreti! – gridò puntandole contro la pistola – Ditemelo ora, io sono l’Eletta!” gridò.
“L’ingresso è fuori dal monastero, si segue un sentiero che conduce a una porta nascosta…” sussurrò la donna.
“Andate, io farò evacuare il monastero…Ma avete solo un paio di minuti, dovete mettervi in salvo perché salterà tutto in aria, temo abbiano minato tutto il convento…l’esplosione si propagherà per metri!” disse decisa Renée.
“Fai uscire tutti e dirigiti fuori di qui…non me ne andrò senza mia figlia!” rispose deciso Vaughn.
Renée era visibilmente spaventata e Michael percepì questo suo stato d’animo; le si avvicinò e posò la sua fronte contro la sua: “Ci vediamo fra poco, va bene?”
Lei annuì e osservò suo fratello e la sua consorte correre verso l’uscita del monastero.
Irina sfinita e dolente vedeva il suo ex-marito combattere contro la forza che le aveva cercato di combattere poco prima.
“No Isabelle, che fai?” gridò Sloane.
“Ho visto. Ora so. Quest’uomo deve morire”
“Non capisco, cosa stai dicendo?”
“Mi ucciderà se non lo uccido!”
Jack spostava la testa, cercava di abbassarsi il braccio con l’altro, ma non ci riusciva. La sua mano sembrava di ferro come la pistola che reggeva.
“Cosa devo fare?” domandò impaurito dalla sua creatura.
“Tu l’hai ridotta così, e tu devi trovare il modo di fermarla!” gridò Jack.
“No…no…no… – si ripeteva – Mio Dio cosa ho creato? Io non volevo questo, non era mia intenzione! Isabelle devi lasciarlo andare!”
Il dito di Jack Bristow cominciò a premere sul grilletto.
“Arvin, non ce la faccio più…”
Sloane estrasse la pistola dalla giacca. Il volto contrito in un’espressione angosciata.
“Arvin, che fai? Non lo fare Arvin!”
Sloane puntò la pistola contro Isabelle.
“Mi dispiace Isabelle, non immaginavo che sarebbe finita così…”
Sydney sapeva che non avevano più tempo: stavano percorrendo il cunicolo che portava alla chiesa ad una velocità incredibile, le pistole in mano. Improvvisamente una luce apparve in lontananza, insieme al rumore confuso di alcune voci che si sovrapponevano.
“Cosa pensi di fare?”
“Non posso lasciarti andare, non ti rendi conto di quello che stai facendo!”
“Eccome invece, so perfettamente quello che faccio. Dovresti fidarti di me, come io mi sono fidata di te, Arvin!”
L’uomo trasalì un momento nel sentir pronunciare il suo nome dalla bambina, ma lo sguardo cadde su Jack, l’unico uomo che avesse mai creduto in lui.
“No, non posso permetterlo, non commetterò un altro sbaglio!”
“Fermo!” gridò una voce femminile dal fondo della sala.
Arvin Sloane premette il grilletto contro la bambina, lo scoppio della pistola rimbombò su tutte le pareti. Jack Bristow cadde a terra come una marionetta a cui erano stati tagliati i fili.
L’urlo di dolore di Sydney nel vedere Isabelle accasciarsi a terra echeggiò nella stanza. Michael era corso immediatamente verso sua figlia, ma Sloane gli aveva puntato contro l’arma.
“Stai fermo, Vaughn…L’esplosivo con cui ho minato questa zona sta per esplodere. Non avete modo di fermarlo, ed io nemmeno. E’ tardi ormai…”
Le lacrime bruciavano il volto di Sydney, che non poteva far altro che guardare sua figlia, stesa a terra in un lago di sangue, esanime.
“Avete pochi secondi. Andate” disse deciso.
“Non ti lascerò qui con lei!” gridò Sydney ormai disperata.
“Non hai scelta” continuò Arvin, la pistola salda nella sua mano.
“Preferisco morire piuttosto che lasciarti qui con lei” rispose Vaughn, ora diretto verso sua figlia.
Sloane sparò un nuovo colpo che andò a colpire Sydney al ventre.
“No!” gridò Jack in piedi su un ginocchio, mentre sua figlia si accasciava a terra, iniziando a boccheggiare.
Michael si voltò impaurito, a stento tratteneva le lacrime.
“Jack, portali fuori. Io rimarrò qui con lei” disse Sloane.
Jack e Michael, spinti più dalla follia di Arvin che dalle sue parole, fecero alzare Syd e la presero entrambi per un braccio. Si diressero verso l’uscita e Jack si voltò un’ultima volta verso il suo eterno rivale: “Se questa volta non raggiungerai l’inferno, non ci sarà posto al mondo in cui potrai nasconderti da me!”
“Non accadrà” concluse Sloane.
Renée contava i secondi passare, ormai ne mancavano poco più di 30 all’esplosione, ma Michael e Sydney non l’avevano ancora raggiunta.
Improvvisamente un gruppetto parve dirigersi verso di lei, ma non era ciò che si sarebbe aspettata: Michael e Jack stavano trasportando Sydney a gran velocità.
“Che è successo?” gridò al fratello.
“E’ ferita…sono usciti tutti?” chiese Jack.
“Reneé fai pressione, sta perdendo troppo sangue”
“Michael…torna a prendere Is-abelle, non la lasciare in mano a l-lui…” disse Syd in lacrime. sentiva il respiro mancarle e non aveva forza per parlare. Ma non poteva far altro che pensare a sua figlia, nelle mani di Sloane per colpa sua.
“E’ troppo tardi Syd – cercò di farla ragionare Jack – Oramai non possiamo fare più nulla. Sta per saltare tutto in aria…”
Syd strinse i denti per il dolore e sputò del sangue dalla bocca.
“M -Michael…Ti prego…” sussurrò.
Syd sapeva che in quel momento il loro dolore era uno solo, il loro unico pensiero lo stesso. Non c’era niente che avrebbe potuto separarli da Isabelle.
L’uomo la baciò, le loro lacrime si mescolarono, come i loro pianti.
Michael si alzò velocemente e iniziò a correre come mai prima in vita sua.
“Michael dove stai andando?” gridò Renée.
Ma l’uomo sembrava non sentirla minimamente, correva nella direzione da cui era appena arrivato.
“Torna indietro, non c’è più tempo!” gridò Jack.
Michael era quasi al portone, quando l’ordigno esplose. Come avevano previsto una quantità indefinita di C4 stava accompagnando lo scoppio principale, portando l’enorme fiammata fino al luogo in cui si trovava la grotta.
Dall’ingresso vedeva la stanza illuminarsi per le fiamme che la stavano per raggiungere dai cunicoli. Vaughn ci corse incontro.
“Isabelle!” urlò
Le fiamme gli arrivarono subito addosso, l’onda d’urto lo ricacciò indietro buttandolo in terra.
Jack non riusciva a credere a quello che aveva visto, e tornò con gli occhi su sua figlia che, ormai allo stremo, sussurrò: “Is…a…belle…”.
Si accasciò al suolo e i suoi occhi si chiusero.
“Dov’è Isabelle?” ebbe il coraggio di sussurrare Renée.
“E’ morta…” rispose Jack.
EPILOGO
Un uomo distinto percorreva i corridoi delle prigioni della C.I.A., le stesse che in precedenza avevano accolto persone come Arvin Sloane e Irina Derevko. Camminava nell’alternanza di luci e ombre lasciate dai neon disposti lungo le pareti. Più nauseante del suo ego c’era solo l’odore del dopobarba scadente. Vestiva in doppiopetto scuro, il colletto bianco, e la cravatta a righe diagonali. Dietro di lui un agente stava scortando il prigioniero. Arrivati a destinazione il secondino aprì la cella, tolse le manette al detenuto e lasciò i due soli a guardarsi negli occhi. L’uomo fuori dalle sbarre aprì il fascicolo che teneva tra le mani e cominciò a scorrerlo con gli occhi.
L’aria era fredda nel Cimitero Nazionale di Los Angeles. Il vento scuoteva le fronde degli alberi e alzava le foglie in piccoli vortici che morivano qualche secondo dopo. Un gruppo di persone addolorate circondava la bara alloggiata di fianco alla fossa.
C’erano quasi tutti gli agenti dell’APO. C’erano anche Marshall con la moglie, Weiss e Rachel, mancava solo Dixon.
Sydney Bristow aveva affrontato ogni genere di lutto nella sua vita. Quando era piccola la finta morte di sua madre, da studentessa universitaria quella del suo fidanzato Danny. Poi, quando era entrata in un mondo di bugie e doppi giochi aveva perso la sua migliore amica Francie, sua sorella Nadia e nuovamente i suoi genitori.
Tuttavia nessun dolore che aveva provato in quelle situazioni era paragonabile a quello che la opprimeva ora. Non smetteva di piangere nonostante i giorni che aveva avuto per abituarsi all’idea.
Jack le stava di fianco ma non poteva confortarla in alcun modo, si limitava a sentirsi in colpa per non essere stato in grado di salvare la nipote. Il piccolo Jack invece era tra le braccia del padre che riusciva ancora a controllarsi. Il suo pensiero era altrove, rivolto a ricordi di un tempo in cui lui e la sua famiglia erano stati uniti e felici.
La cerimonia era quasi giunta alla conclusione.
“Ti affidiamo Signore l’anima di questa nostra sorella che ci ha lasciato così prematuramente e in circostanze incomprensibili”
L’uomo guardava oltre la cella come se dentro ci fosse una vita che non voleva più. Come se ci avesse rinchiuso tutti i suoi problemi. Si passò la lingua tra le labbra, e pronunciò la prima parola:
“Marcus Dixon, questa sezione dopo aver studiato attualmente il suo caso, ed aver ascoltato tutte le testimonianze è giunta finalmente ad una conclusione.”
Dixon si limitò ad ingoiare la saliva e la sconfitta. Si era preparato anche a questo.
Il vento soffiava più forte, si infilava tra i cappotti, lungo la schiena e costringevano le signore a reggersi il cappello con la mano. Sopra l’erba rotolava anche un foglio accartocciato che probabilmente poco prima conteneva un mazzo di fiori. Sydney lo seguiva con gli occhi. Le sembrava di vedere sé stessa.
Si rese conto che in vita sua non aveva mai avuto il controllo su nulla. Era stata raggirata, ingannata, si era sempre mossa spinta dalle circostanza, come quel cartoccio spinto da vento. Avrebbe voluto chiudere con quella vita molto tempo prima, ma quella vita non aveva ancora chiuso con lei. E ora è troppo tardi. Tornò a guardare il prete con la bibbia in mano.
“Ti preghiamo Signore di accoglierla nel tuo regno e di ammetterla alla luce eterna”
Una strana luce brillava negli occhi di quell’uomo. Le sue erano parole di rito, come i diritti che gli agenti recitano prima di un arresto. Eppure sembravano cariche di energia, come se quell’uomo a metà tra un avvocato e un direttore avesse una qualche parte in quella faccenda. Come se non vedesse l’ora di far marcire Dixon in quella gabbia. O forse era solito fare così con tutti.
“Le sono contestati i reati di abuso di ufficio, violazione dei protocolli internazionali, terrorismo, e alto tradimento”
Le foglie degli alberi frusciavano sempre più intensamente, il vento cominciò a sibilare, come se si fosse trattenuto fino in quel momento, e che ora fosse scoppiato in un lamento simile a quello dei presenti che non smettevano di piangere. Il vento asciugava via con il suo impeto le lacrime di Syd e Vaughn, pungendo per il freddo le guance accaldate dall’emozione.
“Fa che possa riposare in pace in mezzo alle anime che prima di lei ti sono state affidate.”
Dixon lo guardava, sapeva che aveva fatto tutto in nome della libertà e di tutto quello a cui credeva. Lo aveva fatto per impedire che Rambaldi ancora una volta si rivelasse una minaccia per l’umanità intera. Lo aveva fatto per fermare la Seconda Convenzione capitanata da Cole McKenas e Olivia Reed. Lo aveva fatto per Sydney, per Vaughn e la loro figlio, le uniche persone che non avrebbe mai lasciato sole.
“La corte d’appello esaminerà il caso. Appurerà la natura del suo coinvolgimento negli attentati e quella degli agenti affidati al suo comando.”
Perché allora continuava a sentirsi colpevole?
La bara retta dalle fasce di gomma ondeggiava spinta dalle raffiche di vento, come se la cullasse per il riposo eterno. La gru la portò sopra la buca scavata nella terra e cominciò a calarla sotto il suolo. Michael aveva cercato di trattenere la lacrime fino alla fine, non perché si vergognasse di mostrare il suo dolore, ma per cercare di confortare la moglie ancora sconvolta. Il piccolo Jack notando la sua disperazione scoppiò in uno straziante pianto.
La bara continuava la sua discesa nelle tomba, e con lei finiva a terra anche il morale dei presenti: “L’eterno riposo donale Signore, splenda a lei la luce perpetua, riposi in pace Amen”.

L’uomo girò pagina nel suo fascicolo, sembrava ci fosse scritto il suo futuro lì dentro, da quanto lo leggeva compiaciuto.
E provava piacere, nel farlo capire all’uomo che aveva di fronte, due passi più avanti, ma dietro le sbarre. Dixon era troppo distrutto per rendersene conto.
“Data la gravità delle imputazioni, delle parti coinvolte e delle ripercussioni politico-economiche, l’accusa” – ma sembrava stesso dicendo io – “chiede il massimo della pena: l’ergastolo.”
Sydney stava impazzendo, aveva bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi. Sentendo suo figlio piangere, si avvicinò a suo marito e lo prese dalle sue mani, dando così a Michael la possibilità di asciugarsi il volto.
“Va tutto bene piccolo mio, va tutto bene…”
Di colpo il mondo, o almeno quella parte, sembra si fosse fermato, gli alberi ritrovarono la quiete, il vento si era calmato, e tutti i presenti sembravano entrati in una specie di apnea. La bara era appoggiata a terra. C’erano due uomini ai bordi della fossa, erano vestiti di nero come gli altri, ma erano lì solo per lavoro. Imbracciarono le pale, ma esitarono un momento. La prima palata di terra batté sfrigolando sopra il legno della cassa, Syd sentì il fragore riecheggiare nelle sue orecchie, ne sentì quasi la consistenza sulle guance e l’odore nel naso. Si sentiva come se quella palata fosse arrivata in faccia a lei.
L’uomo chiuse il fascicolo, sembrava soddisfatto. Sembrava una persona a cui piaceva molto chiudere fascicoli come quello. Dixon si era seduto sulla sua branda, appoggiando i gomiti alle ginocchia e sfregandosi le tempie con la mano.
“Pertanto verrà tenuto in custodia in questa cella finché la corte non raggiungerà un verdetto definitivo”. Mentre lo diceva dava per scontato quel verdetto.
L’uomo chiuse la cella e il rumore delle sbarre rimbombò per tutta la prigione.
WITTENBERG – BANCA CENTRALE
Irina Derevko con il volto mezzo coperto da un grande cappello e avvolta in un tailleur nero, avanzava lentamente lungo il corridoio sostenuta da un bastone con il manico d’argento. L’ultimo incontro con il suo ex marito era ancora ben presente in lei. Con il tempo anche quel segno sarebbe sparito, ma c’era qualcosa che le tormentava l’anima.
“Signora Ranieri qui può esaminare il contenuto della sua cassetta…” disse un uomo elegante distogliendola dai suoi pensieri.
“Grazie Direttore” rispose.
“Se ha domande relative al suo conto venga pure nel mio ufficio” concluse allontanandosi e lasciandola sola.
Irina fisso le mille cassette davanti a lei ma si soffermò su una in particolare, la 1062.
Estrasse velocemente dalla sua tasca uno spray e forzò la cassetta. Senza perdere tempo aprì anche la carpetta con combinazione contenuta all’interno e ne estrasse dei fogli neri, gli stessi che erano stati esaminati da sua figlia anni prima. Come immaginava erano ancora lì. Con la penna luminescente mise in evidenza il contenuto dei documenti:
SAB PROGETTO 47
AVVIO PROGETTO: 17 APRILE 1975
SOGGETTO: SYDNEY BRISTOW
L’unica cosa che Syd non poteva sapere allora era che erano state aggiunte delle pagine a quel fascicolo, dopo la sua uscita dalla CIA anni prima.
Irina le sfogliò ansiosamente fino a giungere a quelle che stava cercando. Un grande sorriso le comparve sul volto. Aveva finalmente trovato il modo per placare il suo senso di colpa.
Episodio scritto da: Alex64, Irinaxx83, MacSloane87, Montanaro87 e Sarax
Categoria: Prima stagione virtuale









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7 Comments Add your own
1. lim3 | 22 dicembre 2007 at 12:13 am
Bella, bellissima.
Grazie per l’epilogo tra Sark e Rachael erano 12 puntate che ci speravo.
Siete dei fetenti per la fine fatta fare alla piccola.
Il finale su Irina lo adoro.
2. lim3 | 22 dicembre 2007 at 12:14 am
Bella, bellissima.
Grazie per l’epilogo tra Sark e Rachael erano 12 puntate che ci speravo.
Siete dei fetenti per la fine fatta fare alla piccola.
Il finale su Irina lo adoro
3. Ary | 22 dicembre 2007 at 12:51 pm
Ditemi che in realtà Isabelle è ancora viva T__T
vi prego….!!!
però… è assai strano che Vaughn quasi vicino al portone… non esplode in mezzo a tutto quel macello…
quest uomo è indistruttibile O__O
4. sarax | 27 dicembre 2007 at 12:25 pm
In Alias sono quasi tutti indistruttibili ;-)….
Sono contenta che vi sia piaciuta.. a me personalmente da molta soddisfazione… :-)
Per Isabelle dovrai attendere la prossima serie… ci prenderemo un periodo di riposo gli interrogativi rimasti in sospeso penso verranno risolti da marzo in poi…..
ci si risente nel 2008!!!!!!
5. Ary | 27 dicembre 2007 at 2:56 pm
Ok buon riposo ^^
al prossimo anno!!! ;)
6. ksgg | 5 gennaio 2008 at 12:38 pm
Nooooooooooo!! Ma siete diabolici!! Cmq ho notato che siete arrivati ad un buonissimo livello…continuate così e non fateci attendere troppo x i nuovi episodi,ok?
PS: Ma la bimba non è morta vero???
7. carcy | 21 ottobre 2008 at 5:57 pm
ho finito ora la prima serie…che dire….FANTASTICAAA….meglio di quella veraaa giuroooo
siete bravissimiii ….nn smetteteee please!
ma isabelle nn muore vero??’ richiestina…..ma un po di storia d’amore tra irina e jack sono cosi carini quei due!
ciaooo ora vado di corsa a leggere la secondaaaa
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