01×10.1 L’ultima profezia
5 Novembre 2007 montanaro87
FRANCIA, ANNI PRIMA
L’uomo si fermò per un momento di fronte alla porta. Si guardò intorno con circospezione e poi bussò tre volte; aspettò un paio di secondi e bussò ancora una volta.
Una donna aprì leggermente la porta fino a vedere la figura di fronte a sé: solo quando la riconobbe la lasciò entrare.
L’uomo si tolse l’enorme cappotto di cachemere e la donna si avvicinò ai fornelli dove giaceva una teiera metallica. Unico rumore, lo scoppiettare del fuoco nel camino.
“Tu as lui parlé?” (“Gli hai parlato?”)
“Oui, nous agirons demain” (“Sì, agiremo domani”)
“Tu es sur de vouloir le faire?” (“Sei proprio sicuro di volerlo fare?”)
L’uomo si alzò e si diresse verso il centro della stanza, dove una culla ed un box riempivano gran parte del salotto. All’interno della culla suo figlio dormiva profondamente; nel box, invece, sua figlia stava muovendosi mentre giocava con un peluche.
L’uomo si chinò per accarezzare il volto della bambina.
In lei rivedeva tutta la bellezza di sua moglie Louise, mentre suo figlio assomigliava di più a lui. Sapeva che stava per compiere un gesto di cui si sarebbe pentito per il resto della sua vita. Eppure non aveva altra scelta. La decisione era presa, e avrebbe agito solo per il bene della sua famiglia.
“Je suis sur, Louise…C’est la chose dont j’ai été plus sur dans ma vie…” (“Sono sicuro Louise, è la cosa di cui sono stato più sicuro nella mia vita”).
“Ils se souviendront de quelque chose?” (« Ricorderanno qualcosa ? ») chiese la donna mestamente.
“Aujourd’hui, ça fait six mois qu’ils sont nés, Louise…Ils oublieront tôt…” (“Oggi sono sei mesi, Louise…Dimenticheranno subito”).
La donna parve rabbuiarsi a quest’idea; il marito, notando il suo sconforto, le si avvicino e le appoggiò le mani sulle spalle.
“Ou peut-être…ça sera un doux souvenir caché dans leur mémoire…” (“O forse…sarà un dolce ricordo nascosto nella loro memoria”).
Il campanello suonò e Lauren si alzò dal divano. Si aspettava che fosse il postino, dato che da una settimana attendeva che le recapitassero un libro che aveva ordinato via Internet. Ma non era il postino.
Di fronte a lei suo figlio Michael teneva in braccio Jack, al suo fianco Sydney sembrava sconvolta.
“Cos’è successo?” domandò.
SIGLA
QUARTIER GENERALE DELLA SECONDA CONVENZIONE
Sark sedeva di fronte al suo computer e batteva freneticamente sulla tastiera. Sapeva di avere poco tempo per organizzarsi al meglio e il suo orologio scandiva il passare dei minuti inesorabilmente.
La porta del suo ufficio si aprì di scatto, rivelando la figura di Johnny Sorrentano. In bocca aveva la abituale sigaretta che lo contraddistingueva, e lo accompagnava la nuvola di fumo che contribuiva a dargli quell’aria minacciosa.
“Il nostro contatto si è fatto sentire?” domandò espirando e buttando il fumo in faccia a Sark.
“Non ancora, ma immagino che non tarderà a comunicarci l’esito della sua missione…” replicò lui dopo aver tossicchiato leggermente.
“Sai Julian…Sono molto colpito dalla tua calma. Non so se questa tua freddezza è vera…o apparente…” 
“Credo di potermi considerare una persona lucida e razionale” spiegò Sark, con sguardo fiero.
Chiuse con un click la schermata che aveva aperta nel computer e Sorrentano non si fece sfuggire il gesto: fece un sorrisetto e continuò: “Sai…dicono che gli italiani siano un popolo di santi, poeti e navigatori. Mio padre era un immigrato e posso garantirti che non era nessuna di queste tre cose. Era solo un comunissimo contadino che ha cercato fortuna altrove…”
Sark non capiva dove l’uomo volesse arrivare.
“Lasciò la fattoria del suocero, l’uomo che gli forniva un lavoro e dei soldi, per mantenere la sua famiglia. Fu una scelta avventata, ma anche coraggiosa…Non trovi?”
Sark annuì senza poter evitare un sorriso: “Sto per conoscere la storia della tua vita? Non credevo fossimo già così intimi”
“No, Julian. Non stai per conoscere la storia della mia vita…Ma lascia che continui…”
Sark strinse le labbra in segno di disapprovazione. Non gli piaceva sentirsi trattato come un qualunque collaboratore.
“Sai cosa successe a mio padre una volta arrivato qui? Trovò lavoro come lavapiatti in un ristorante. Non prendeva un granché e spese tutto quello che aveva per permettere a me e mia madre di raggiungerlo a Chicago. Il suo sogno americano nacque dagli oblò di una nave e morì in quello di una lavatrice”
“Mi dispiace per la tua infanzia alla Oliver Twist, ma non ho tempo da perdere con le tue storielle…” lo bloccò Sark, ora visibilmente seccato.
Sorrentano spense la sigaretta sulla scrivania di Sark, rendendolo più infastidito di quanto non fosse già.
“Ho imparato una cosa dalla vita di mio padre: se mordi la mano di chi ti dà da mangiare, non ti viene concessa una seconda opportunità. La vita è impietosa e dobbiamo apprezzare quello che ci viene offerto…”
Sark ora capiva l’argomento in discussione: la sua onestà nei confronti della Convenzione. Si sentì in parte sorpreso, in parte compiaciuto di quella rivelazione. Se Cole aveva mandato Sorrentano a parlargliene, temeva un suo tradimento.
“Hai fatto un ottimo lavoro quando eri distaccato all’A.P.O. Un lavoro che abbiamo molto apprezzato. Ma da quando sei tornato ci sembri meno disposto a sostenere la nostra causa”
Sark si alzò in piedi e lo guardò malignamente: “Dimmi una cosa, Johnny… - pronunciò con velato disprezzo – Da quando sei diventato il galoppino di Cole a tal punto da parlare di questa associazione come un fanatico religioso?”
Sorrentano sorrise, ma stava evidentemente attendendo una risposta.
“Se per caso l’aveste dimenticato, vorrei ricordarvi che nonostante mi sia stato iniettato un veleno che per poco mi ha ucciso, sono tornato con informazioni importanti, che voi da soli non avreste mai ottenuto…Non tollero che la mia presenza sia messa in discussione…”
Sark si mosse verso l’uscita, ma Sorrentano lo bloccò: “Riteniamo che abbia rivelato a Sydney Bristow alcune informazioni che poteva evitare di darle…”
Sark si voltò: finalmente quell’uomo che amava esprimersi per enigmi e citazioni filosofiche, sembrava parlargli apertamente. Gli si avvicinò, di modo da poterlo guardare faccia a faccia: “Io faccio solo ciò che ritengo mi possa avvantaggiare, Johnny…La vita è impietosa, hai ragione. Ed io non prendo ordini da nessuno…”
“Ammiro la tua decisione…Ma ora le cose sono cambiate: il tempo è agli sgoccioli ed abbiamo bisogno che Sloane parli. Lui sa molto più di quanto voglia far credere”
“Come vi ho già detto, non sono la persona più adatta a farlo aprire con noi…Le uniche due persone in grado di farlo ragionare sono la Derevko e Jack Bristow, al momento introvabili”
“Ma tu ha lavorato con lui, conosci come pensa…E noi siamo inclini a credere che il vecchio pazzo si aprirà con un vecchio compagno di ventura…”
Sark fece una smorfia di disapprovazione: “Farò un tentativo, ma non vi assicuro niente…”
“Apprezzeremo lo sforzo…” sorrise Sorrentano.
Sark si allontanò a appoggiò la mano sulla maniglia: doveva far ragionare Arvin Sloane.
SEDE DELL’A.P.O.
Marshall Flinkman stava digitando rapidamente al suo terminale, mordendosi il labbro inferiore per la concentrazione. Si passò una mano sulla fronte, per togliere almeno una parte del sudore che vi stava accumulando.
Premette il pulsante di invio,spalancò leggermente la bocca e attese.
Dopo pochi secondi, una scritta lampeggiò sul monitor “SCACCO MATTO. IL BIANCO VINCE”.
“Hurrah!” esclamò il genio urlando di felicità e alzando le mani al cielo, facendo così voltare non pochi agenti della sezione, impegnati nel loro lavoro.
“L’infallibile metodo Flinkman per gli scacchi senza scacchiera ha trionfato di nuovo!”
Si sedette di nuovo, e ricominciò a digitare: questa volta si trattava di un messaggio per il perdente. Lo inviò soddisfatto, ma un segnale di errore apparve sullo schermo.
LINEA ESTERNA NON PROTETTA IN USO. IMPOSSIBILE INVIARE MESSAGGI.
“Linea esterna non protetta?” sbottò Marshall incredulo.
Digitò per qualche secondo e sullo schermo apparve:
DERIVAZIONE A-47 ATTIVA. LINEA ESTERNA NON VISUALIZZABILE.
“Non è possibile!” commentò a voce alta.
Ancora una volta si rimise al lavoro, e dopo pochi secondi sullo schermò si leggeva solo:
AUTORIZZAZIONE DI ORDINE ADMIN. IMPOSSIBILE VISUALIZZARE LINEA ESTERNA.
“Autorizzazione admin? Ma siamo solo io e …” mormorò Marshall. All’improvviso gli venne un terribile dubbio. Rimase scioccato per qualche secondo, poi riprese a digitare. Il risultato fu un elenco di orari correlati ad una serie di nomi:
13:47 DIXON
16:23 DIXON
19:08 DIXON
00:32 DIXON
“Oh, mio Dio…” esclamò sgomento Marshall. “No, no, no… Ci deve essere un errore!”
Controllò di nuovo,questa volta digitando con calma ed estrema cautela.
13:47 SERVER DI DESTINAZIONE: JKLO1%)=3
16:23 SERVER DI DESTINAZIONE: LGS4578(4
19:08 SERVER DI DESTINAZIONE: $WUUS/I”=
00:32 SERVER DI DESTINAZIONE: PDH457%£
“Server anonimi…” commentò mordicchiandosi il pollice… 
Lesse attentamente i nomi dei server, cercando di decriptarli con uno dei suoi infallibili programmi. Ma non ci riuscì: “Pessima, pessima, pessima cosa…” bisbigliò.
Si voltò di scatto, fissando con apprensione l’ufficio di Dixon. Il direttore appariva impegnato in una lunga discussione al computer, giudicando dal tempo che passava fra ogni successiva digitazione.
Marshall lo fissò, ancora più preoccupato di prima.
CASA DI LAUREN VAUGHN
Sydney era più calma ora. Si sentiva al sicuro in quella casa, nonostante l’idea che qualcuno avesse violato la sua la facesse rabbrividire. Jack sarebbe stato bene insieme a sua nonna, e ancor più protetto una volta raggiunto Langley.
Lauren riapparve dalla camera da letto con una valigia. Era stata velocissima a raccogliere tutto ciò che aveva trovato per partire il prima possibile.
“Sono pronta” disse appoggiando il bagaglio per terra.
Ma Vaughn guardò Sydney e lei gli fece un cenno. Nonostante il tempo non fosse dalla loro parte quella donna aveva diritto di sapere come mai Isabelle era stata rapita.
“Mamma…Ho bisogno che tu mi ascolti per qualche minuto prima che tu e Jack ve ne andiate…” le sussurrò.
“Ho l’impressione che non sarà una cosa piacevole…” replicò lei.
“No, infatti…”
Bill non poteva ancora credere a ciò che aveva appena scoperto. Era preoccupato, sentiva il bisogno di confidarsi con lei. Michael dormiva e Louise stava guardano un documentario alla televisione. Senza dare troppo nell’occhio, si chiuse in camera e prese in mano la cornetta del telefono.
L’ipotesi che fosse sotto controllo balzò alla sua mente, ma non aveva scelta: doveva rischiare.
Una donna rispose all’altro capo dell’apparecchio: “Pronto” disse una voce femminile.
“Sono io. Ho deciso di usare il mio libero arbitrio”
“Bene. Che cosa sai?”
“Non posso parlarne per telefono. vediamoci tra un ora in Avenue Knor, c’è un capannone, ti aspetto”
Riattaccò velocemente, senza rendersi conto della sagoma in piedi dietro di lui.
“Chi era?” chiese Lauren.
“Niente, questioni di lavoro…” 
“Adesso non venirtene fuori con la questione di lavoro! Sei appena stato in Francia per una missione, non è possibile che sia una coincidenza che tu abbia scoperto qualcosa di molto importante!” replicò lei.
Bill si stropicciò gli occhi, in un gesto che avrebbe ricordato tanto suo figlio più avanti negli anni.
“Voglio sapere perché sei stato in Francia, Bill…Sono stanca dei tuoi segreti, dei tuoi studi in biblioteca…Che cosa sta occupando tutto il tuo tempo da quasi un anno ormai?” gridò lei.
Bill attese qualche secondo, poi espirò. Lauren aveva ragione, doveva dirle la verità una volta per tutte.
“Siediti. Non sarà piacevole…”
“Certe volte mi ricordi così tanto tuo padre…con la sua smania di proteggermi da tutto e da tutti…Sembrava che ci fosse sempre qualcuno appostato dietro alla porta, pronto ad aggredirci”
Vaughn lanciò un’occhiata a Sydney. Sua madre si era avvicinata alla verità più di quanto potesse immaginare.
“Mamma…Io so tutto di noi…Voglio dire…Della nostra vera identità…”
La donna annuì e si sedette sul bracciolo: “Da quanto?”
“Più di dieci anni fa…una donna mi contattò dicendomi che aveva informazioni su mio padre, confidandomi che la mia vita non era quella che avevo sempre conosciuto…Si chiamava Renée Rienne, era la figlia di un uomo che anni prima aveva lavorato con papà ad un progetto…”
“Il quinto profeta…” continuò la donna.
Vaughn sembrava sorpreso: “Quanto ne sai mamma?”
“Più di quanto immagini…”
“Perché non mi hai detto nulla dopo la sua morte?”
“Perché non era necessario…questa era la nostra vita…Ora però tutto è cambiato di nuovo…e i segreti del nostro passato tornano a tormentarci…”
Sydney non voleva interrompere quel momento, ma non c’era davvero più tempo: “Tutto quello che sai potrebbe aiutarci a questo punto: ogni piccolo particolare potrebbe aiutarci a salvarla…”
“Salvare…chi?” chiese Lauren.
“Isabelle…l’hanno rapita” concluse Vaughn.
QUARTIER GENERALE DELLA SECONDA CONVENZIONE
Sark stava per entrare nella stanza sapendo esattamente cosa doveva fare. Aveva pensato per qualche minuto alle parole da usare con lui, ma qualunque discorso preparato sarebbe stato inutile. Nello stato in cui si trovava quell’uomo, l’improvvisazione sarebbe stata d’obbligo. Doveva svolgere un compito che in passato era stata la sua specialità: estorcere informazioni.
Aprì la porta e sorprese Sloane a fissare una parete vuota. Sark sapeva che non sarebbe stato completamente lucido, non lo era mai quando studiava Rambaldi, ma non pensava di trovarlo in quello stato.
“Buongiorno, signor Sloane”
L’uomo non lo degnò di uno sguardo, sembrava che non si fosse accorto di lui.
Sark si avvicinò senza abbassare la guardia: in preda alla follia o meno, quell’uomo restava sempre uno dei più pericolosi tra quelli con cui aveva avuto a che fare.
Seguì lo sguardo di Sloane fino al muro e si rese conto che non stava fissando il vuoto, ma aveva ricostruito gran parte dei collegamenti mentali sulla parete. Li aveva scritti col pennarello che stringeva ancora in mano. Stava cercando di completarlo. Cercava conferme per quello che aveva già capito. Possibile che quella fosse la volontà di Rambaldi? Sark guardava quei collegamenti completamente slegati tra loro e gli sembrava di sbirciare nella testa contorta dell’uomo che per primo aveva creduto in lui.
Arvin Sloane si voltò verso di lui; Sark non potè fare a meno di notare i suoi occhi appesantiti ed arrossati. Quella notte doveva averla passata in bianco.
“Il quinto profeta…La prescelta e la discendenza…” sussurrava fra sé e sé.
“Di cosa parla, signore?”
Sark aveva sempre mantenuto un tono di rispetto per quell’uomo, nonostante la sua malignità innata. Sapeva benissimo perché si rivolgeva a lui in quel modo: più che di rispetto, si trattava di paura.
“Lei…il quinto profeta, i limiti dell’umano superati…”
L’uomo ritornò a frugare tra i fogli che aveva sopra il tavolo come se avesse ricordato improvvisamente qualcosa o avesse trovato finalmente un senso alle sue ricerche.
“Signore…Abbiamo bisogno di quell’informazione…”
“Voi non capite!” gridò rabbiosamente Sloane, causando un momento di sconcerto in Sark. 
“Cosa non capiamo?”
“Lei…Lei è uno…Lei è uno…”
“Chi è uno?” domandò Sark, senza capire cosa intendesse Sloane.
“Lei è uno…Lei è uno…Solo amplificandone il potere sarà Uno…”
Sark lentamente lo stava convincendo a parlare.
“Non capisco…” rivelò.
“Certo che non capisci, nessuno di vuoi può capire. Non vi è mai interessato capire, la vostra è una corsa a chi arriva per primo alla pistola. No, non sarò io la mano che premerà il grilletto!” disse cominciando a strappare i fogli su cui aveva lavorato per tutta lo notte.
“Signor Sloane la smetta! Quegli uomini vogliono risposte, lo capisce questo?” disse mettendogli la mano sulla spalla.
Ora si rivolse a lui in tono più confidenziale: “Non so fino a quando sarò in grado di proteggerla. La loro politica è quella di eliminare chi non serve più. Lo hanno fatto con Kelly Peyton, lo avrebbero fatto con me se non mi fossi avvantaggiato, e non si faranno scrupoli a farlo con lei…”
Sloane vedeva oltre l’espressione preoccupata di Sark, dove una splendida donna era apparsa come dal nulla.
“Di cosa hai paura?” domandò la ragazza.
Sark non capiva cosa stesse attirando l’attenzione del suo interlocutore, che ora sembrava spaventato.
La donna riprese a parlare: “Hai sacrificato tua figlia sull’altare di Rambaldi e ora hai intenzione di tirarti indietro? No, non lo farai, non andrà in questo modo. Devi trovare un senso alla mia morte, devi arrivare fino in fondo, solo tu puoi farlo…”
Sloane ora piangeva, tanta era la sua disperazione. Si sedette e si mise le mani sul volto.
“Va…tutto bene signore?” si azzardò a chiedere Sark. Ma Sloane sembrava aver perso il contatto con la realtà.
“Perché anche tu vuoi questo? Non posso farlo, sarebbe come ucciderti di nuovo!” gridò muovendosi improvvisamente oltre Sark. Vedeva sua figlia di fronte a sé, bella come l’ultima volta in cui le aveva parlato. Ma come allora faceva riaffiorare in lui tutti i suoi sensi di colpa e i ricordi legati al motivo della sua morte.
Il fantasma della donna sorrise a Sloane e si sedette sullo spigolo della scrivania: “Non sono io che lo voglio, sei tu!”
Nadia tese una mano per accarezzare il volto di suo padre. Sloane cercò di afferrare il suo palmo, ma le sue dita la trapassarono come fosse fatta d’aria, e subito dopo l’aria prese il suo posto. 
La lacrima riuscì a liberarsi dalle altre e morì sulla guancia di Sloane.
“Signore…” sussurrò Sark.
Sloane si voltò, un’espressione seria e minacciosa sul suo volto.
“C’è solo un modo…”
L’espressione sul volto di Sark si trasformò in un sorriso compiaciuto.
SEDE DELL’A.P.O.
Marshall riusciva a trattenere a stento la sua ansia. Gli agenti Gibson e Weiss erano alle loro postazioni e doveva dir loro ciò che aveva scoperto.
Si avvicinò alla scrivania di Eric Weiss e si chinò per sussurragli qualcosa all’orecchio.
“Sì Marshall, finisco questo rapporto e vengo”
“No, adesso” insistette l’informatico guardandolo con determinazione.
“Ok andiamo…” rispose lui quasi sorpreso dalla sua fermezza.
I due si spostarono verso la scrivania di Rachel, che li aveva visti arrivare.
“Cosa c’è?” domandò la donna.
Marshall nonostante tutti quegli anni era ancora vulnerabile alla bellezza dell’agente Gibson, quando gli stava vicino.
“Begli orecchini…” balbettò.
“Grazie. Mi devi dire qualcosa?”
“Ti dispiacerebbe venire nel mio ufficio?” le domandò.
“Vengo subito” rispose.
Si stavano incamminando tutti e tre verso l’ufficio di Marshall, quando furono fermati da Dixon.
“Qualche problema?”
Marshall sudava freddo: “No, ehm…volevo fare una foto di gruppo per il compleanno di Mitchell”
“Non è fra due mesi il compleanno di tuo figlio?” domandò Dixon sorpreso.
“Beh sì, ma perché rimandare a domani quello che puoi fare oggi?”
“Ho giusto due minuti, posso venire anche io!” aggiunse Marcus Dixon sorridendo.
“Veramente pensavo ad una foto solo con i colleghi, non con il capo…”
Marshall si rese conto immediatamente che si trattava di una scusa campata per aria, ma Dixon la prese più sul personale: “Ah, capisco…” rispose visibilmente deluso.
I tre ripresero a camminare: “Ma le prometto che la prossima volta ci sarà anche lei!” disse Marshall mentre si allontanava.
Weiss si chiuse la porta dietro: “Cosa c’è?”
“Stavo facendo una partita a scacchi in rete, ho anche vinto con una delle mosse infallibili del mio metodo Flinkman, sapete quando la regina si porta in posizione…”
Ma notando gli guardi dei due colleghi, decise di arrivare al punto. 
“…dalla rete dell’APO sono stati spediti dei messaggi verso server sconosciuti!”
“Quanti?” domandò Rachel
“Diversi…”
“Da quale computer?” aggiunse la donna.
Marshall esitò qualche istante: “Da quello di Dixon…”
Weiss riprese parola: “Tanto rumore per nulla. Ci sarà sicuramente una spiegazione”
“Lo pensavo anche io, ma non ho potuto fare a meno di indagare…I messaggi sono criptati e non sono in grado di decifrarli senza la chiave, ma ho cercato di rintracciarne la destinazione…”
“E allora niente! Non ci sono riuscito, la linea mi rimbalzava da un server all’altro! Era come andare a caccia di farfalle con la canna da pesca…”
“Quindi non hai scoperto nulla?” andò al nocciolo Rachel.
“No, ma uno dei messaggi è stato spedito qualche ora prima che Isabelle fosse stata rapita…”
“No… - rispose Weiss scuotendo la testa - Dixon non lo farebbe mai!” 
“Me lo sono detto pure io…Ma non ho potuto fare a meno di controllare i file nel suo computer…”
“Marshall!” lo ammonì Rachel per la sua infrazione.
“…e c’erano alcuni rapporti che sono riuscito a decodificare…”
“E…?” domandò l’uomo sulle spine.
“Dixon sapeva del rapimento prima ancora che fosse avvenuto!”
Weiss sentì prurito in tutta la schiena e un calore che gli si diffondeva dal petto. Si guardò intorno come se avesse avuto paura che qualcuno fino a quel momento li avessi ascoltati. Rachel era diventata fragile come una venere di cristallo.
“Ok, questa informazione per ora resta tra noi…” disse Weiss interrompendo quel momento di stallo. Rendendosi conto che senza la presenza di Sydney e Vaughn era di fatto l’agente più anziano del gruppo, capì che questa volta toccava a lui prendere in mano la situazione.
“Ecco cosa faremo…” disse.
CASA DI LAUREN VAUGHN
“Tuo padre sapeva che quelle ricerche erano pericolose. Ancor prima della tua nascita mi aveva confidato che avrebbe voluto sparire, che non si fidava dei suoi superiori…E non aveva torto…”
“Così decideste di andarvene…”
“Quando morì il primo dei suoi colleghi capì immediatamente che non poteva essere stato un incidente…Parlò con Luc Goursaud e decisero che per salvarci tutti era necessario cambiare identità e andarcene” continuò Lauren.
“Così la famiglia Michaux sparì nel nulla. Etienne divenne cittadino americano e prese il nome di Bill Vaughn, così come io divenni Lauren…E il nostro piccolo André…” si bloccò e abbozzò un sorriso.
“Michael Vaughn…” concluse Sydney.
“Non odiarmi tesoro…Avrei voluto dirtelo moltissime volte…Ma quando tuo padre morì…Luc ed io decidemmo di non dire niente ai nostri figli…”
“Allora conoscevi Renée?” domandò sempre più colpito.
“Oh sì…Anche se dopo il funerale non vidi mai più né lei né Luc…”
Michael era entrato in camera di sua madre perché l’aveva sentita piangere. Stava seduta sul letto e teneva in mano una cornice.
“Pourquoi…Pourquoi Etienne?” (“Perché, perché Etienne?”)
« Mamma…che lingua stai parlando ? » chiese alla donna, intuendo che stava pronunciando parole in un’altra lingua.
Quando vide il bambino entrare si affrettò a nascondere la cornice, mettendola sotto il cuscino.
“Non preoccuparti tesoro… - rispose tirando su col naso ed asciugandosi gli occhi – Anche la mamma ha studiato qualche lingua a scuola…Sei pronto?”
Michael era vestito elegante e portava un buffo papillon nero al collo. Sua madre l’aveva annodato pochi minuti prima.
“Sì, mamma…”
Al funerale c’erano pochissime persone. Michael alzava la testa incuriosito, ma non ne conosceva molte. In seconda fila c’era un uomo che però aveva visto molte volte, sapeva che era un collega di suo papà alla CIA. Finita la cerimonia sua madre si era alzata e l’aveva abbracciato accettando le sue condoglianze.
“Comment ça va Angelique?” (“Come sta Angelica?”) aveva chiesto all’uomo.
“Ça va bien. Je ne l’ai pas amenée avec moi parce que…Tu le sais…Bill ne l’aurait pas voulu… » (« Sta bene. Non l’ho portata con me perchè…lo sai…Bill non l’avrebbe voluto »).
“Oui…tu as raison…” (“Sì, hai ragione…”) 
Michael era un po’ annoiato, non capiva una parola di ciò che i due si stavano dicendo. Sapeva solo che quella bandiera americana che reggeva in mano pesava moltissimo sul suo cuore. Aveva solo il desiderio di vendicare suo padre.
Portò lo sguardo lontano dalla bara, verso le altre migliaia di tombe del cimitero; per un attimo gli sembrò di vedere un’ombra dietro ad un albero. Ma si convinse subito che doveva aver avuto un’allucinazione.
“Mamma…non si tratta solo del passato…C’è in gioco anche il futuro di mia figlia…Io e Sydney siamo appena tornati dalla Francia. Abbiamo scoperto una cosa che ti sarà difficile credere, ma che purtroppo è vera…”
“Lo so Michael…”
“Sai cosa?”
“Della tua discendenza…” concluse lei.
“Vuol dire che sai di Rambaldi?” domandò Sydney.
“Sì…Bill mi disse ogni cosa proprio la notte in cui morì…Mi disse che stava studiando la vita di quell’uomo perché sapeva di discendere da lui…Aveva scoperto delle cose davvero terribili su ciò che i suoi eredi avrebbero potuto fare…La notte in cui morì aveva appuntamento con qualcuno che avrebbe dovuto aiutarlo a capire…Ma non tornò mai a casa…”
I suoi occhi si colmarono di lacrime, così Vaughn la abbracciò.
“Mamma…sei stata preziosissima…Ora devi prendere Jack, andrete a Langley, dove sarete al sicuro”
“D’accordo…Michael…Renée…dove si trova ora?”
“In un convento in Francia…è lei che mi ha rivelato di Rambaldi…”
“Sei sicuro che non ti abbia detto altro sul vostro passato? Che non ti stia…nascondendo qualcosa?”
Vaughn sembrò sorpreso da quella domanda, non capiva cosa intendesse sua madre. Sydney invece si chiese se non sapesse altro che non voleva dire.
“No mamma…Stavolta credo che sia veramente tutto…Ma ci sarà più tempo, ti spiegherò ogni cosa quando questa storia sarà finita una volta per tutte, te lo prometto…” concluse dandole un bacio.
Lauren osservò gli occhi del figlio. Somigliava così tanto a suo padre. Sapeva che gli stava nascondendo una rivelazione fondamentale. Aveva il diritto di sapere di avere una sorella.
Ma non era quello il momento di parlare: ora doveva occuparsi di suo nipote e lasciargli il tempo di trovare Isabelle. Tuttavia si sentiva troppo in colpa per lasciarlo andare via inconsapevole di quella verità. Si avvicinò ad un cassetto e ne prelevò un quadernetto rovinato.
Michael sembrò riconoscerne la provenienza: “E’ un altro diario di papà?” chiese emozionato.
“Sì…Qui sono racchiuse molte delle ricerche che fece su Milo Rambaldi…Spero che possa esserti d’aiuto, Michael…”
Lui annuì e l’abbracciò.
Il gruppetto si avviò fuori dalla porta e la donna richiuse l’uscio alle sue spalle, senza poter evitare di domandarsi se l’avrebbe mai rivisto.
Sydney le diede in braccio Jack dopo averlo baciato sulla fronte: “Abbiate cura di voi, va bene?” sussurrò senza evitare le lacrime.
“Sydney…abbi cura di lui, come hai sempre fatto…”
“Lo farò…Ci rivedremo presto…” sorrise lei.
“Mamma! Mamma!”
Michael era entrato in casa correndo, troppa l’eccitazione che aveva ancora in corpo.
“Dove sei?”
“Sono in cucina, Michael!” rispose la donna.
La raggiunse e la trovò di fronte ai fornelli.
“Mamma…ho passato tutti i test! Mi hanno preso!” spiegò al settimo cielo.
La madre lo guardò e cercò di abbozzare un sorriso, ma non poteva fingere di essere felice per questa notizia.
“Congratulazioni…”
“Mamma…credevo che dopo tutto questo tempo…avresti capito…”
“Capire cosa? Che vuoi correre dietro ai fantasmi per fare un lavoro che tuo padre ha sempre detestato?”
“Lui non lo detestava…era fiero del suo lavoro…”
“Non sai quello che dici…” replicò lei.
Michael cambiò espressione e scomparve per qualche minuto, facendo capolino in cucina solo dopo aver trovato un piccolo quadernetto.
“Lo sai cos’è questo?” gridò alla madre.
“Dove l’hai preso?” urlò lei.
“L’ho trovato fra le cose di papà…non era nascosto benissimo, se volevi che non lo trovassi…E’ un suo diario…e non venirmi a dire che odiava il suo lavoro!” 
Lauren Vaughn lasciò i fornelli e si avvicinò a lui, indicando il diario.
“Era un debole! Tuo padre non ha mai avuto il coraggio di dire la sua, né di prendere una posizione…era ligio al dovere e accecato dalla fiducia nei suoi direttori…”
“Era un agente della CIA! Faceva il suo lavoro, e obbediva agli ordini perché quello era il suo mestiere!”
Lauren cercò dentro di sé la forza per non rispondere con cattiveria a suo figlio.
“Un giorno, Michael…capirai che la cieca obbedienza…non ti farà andare avanti nella vita…Arriverà un giorno, Michael…in cui dovrai scegliere fra cosa è giusto e cosa è facile…Tuo padre ha messo sempre il rispetto nelle istituzioni prima di ogni altra cosa…Se avesse seguito di più il suo istinto, forse non sarebbe morto…”
Michael ne aveva abbastanza. Prese il diario e si mosse verso la porta pronto ad andarsene.
“Mi dispiace mamma…Ma io seguirò il suo esempio, che a te piaccia o no!”
“Michael…io ho sempre amato tuo padre e non ho mai perso la mia fede in lui…anche quando morì…” disse a suo figlio.
“Allora continua ad avere fede anche in me, mamma…Se non altro…Ora non avrò più il senso di colpa per l’odio che provo per il tuo nome… - gridò mentre andava verso la macchina – Non è vero!”
La donna rise e gli mandò un bacio con la mano.
SEDE DELL’A.P.O.
Dixon aveva organizzato un briefing come se non ci fosse stato più tempo da perdere, in poche occasioni era stato così determinato. Sembrava fosse solo contro tutti.
Strinse tra il pollice e l’indice il quadrante dell’orologio e gli fece fare un giro in senso antiorario. Dalla scocca metallica uscì un impercettibile click, le frequenze della CIA erano fuori uso.
Si rivolse ai presenti seduti intorno al tavolo, Weiss si era appena seduto, Rachel sembrava stranamente tesa. Marshall non smetteva di spezzarsi le unghie, era il momento, avrebbero deciso su quel tavolo delle sorti del loro direttore.
“Abbiamo intercettato alcune comunicazioni della Seconda Convenzione, la questione è più scottante di quanto immaginassimo” esordì Dixon.
“Non dovremmo aspettare anche l’agente Luciani?” domandò Rachel.
“E’ questo il punto, quello che sto per dirvi non dovrà uscire da questo ufficio, intesi?”
“Intesi” lo assecondarono in coro Weiss e Gibson. Fino a che punto si sarebbe spinto?
Dalla sua macchina l’agente Luciani ascoltava al computer la conversazione che stava avvenendo in quella sala. Aveva nascosto molto bene la cimice, nessuno se ne sarebbe accorto nel caos derivato dal rapimento di Isabelle Vaughn. Premette qualche tasto sulla tastiera e alzò il volume.
“La Seconda Convenzione si sta preparando ad attaccare il progetto Black Hole!” rivelò Dixon.
“Sarebbe il caso di contattare Kendal, allora…” pensò Weiss a voce alta.
“Non faremo nulla invece: c’è una talpa all’interno dell’organizzazione, non possiamo esporci…”
“Risposta sbagliata” pensò Weiss. L’atteggiamento tipico di una spia che non vuole farsi scoprire?
Far ricadere la colpa su qualcun altro…
“Da dove arriva l’informazione?” lo incalzò Rachel.
“Una fonte sicura…” rispose Dixon, lasciando intendere agli agenti che non ne avrebbe parlato.
“Ma signore dobbiamo conoscere l’aff…”
Dixon la guardò in malo modo: “La fonte è affidabile, e non voglio altre domande a riguardo, sono stato chiaro?”
Weiss era incredulo: “E che facciamo allora?”
“Marshall?” disse Dixon.
Era il suo turno, si sentiva come Giuda in procinto di baciare Gesù.
“Semplice, entreremo nel cuore del DSR e neutralizzeremo i piani dei terroristi…”
Dixon riprese la parola: “E’ per questo che non possiamo coinvolgere altre persone all’infuori di questo ufficio.”
Beth si sentiva sempre più accalorata. Come avevano fatto a scoprire della loro volontà di introdursi al DSR? E per quale motivo Dixon parlava di una fonte affidabile che gli aveva dato questa informazione?
“Come faremo?” domandò ancora Rachel. Non poteva credere alla sue orecchie, le cose stavano andando come non avrebbe mai voluto che andassero.
“Quando la CIA istituì il DSR stipulò alcuni trattati con i servizi segreti internazionali e le sezioni interne affinché fosse possibile mantenere un equilibrio nella gestione delle informazioni su Rambaldi. Il progetto Apocalisse ci darà la possibilità di entrare negli archivi del DSR, dove organizzeremo la nostra contro-offensiva…”
“Perché non è hai mai parlato prima?” domandò sorpreso Weiss, pensando a Syd e Sark con il Cuore di Di Regno in mano e alla fatica che avevano fatto per introdursi in quel posto.
“Perché dal progetto Apocalisse non si torna indietro. Chiunque ottenga il permesso di aprire il protocollo rinuncia definitivamente alla sua carica. Diciamo che è una forma di assicurazione per impedire che qualcuno possa sfruttare la situazione a suo vantaggio.”
Beth non aveva perso un secondo di più. Aveva preso in mano il cellulare e composto il numero del suo contatto: “Sono l’agente Luciani. Ho bisogno di un recupero immediato, la mia posizione è compromessa!”
“Cosa significa che è compromessa?”
“Quanti significati conosci?” replicò seccata lei.
“Agente, quando le abbiamo proposto l’accordo, pensa che l’abbiamo fatto perché lei si facesse scoprire?”
“Ma…”
“Lei si è cacciata nei guai e lei se ne tirerà fuori.”
“Voi avete bisogno di me!” chiarì lei.
“Noi non abbiamo bisogno di nessuno”
Marshall nel frattempo si guardava intorno, non erano in tredici ma gli sembrava il tavolo dell’ultima cena. Prese parola: “Quando ci garantiranno l’accesso alla sala dei manufatti, dovremo liberarci delle guardie che ci accompagneranno e mettere fuori uso il sistema di video-sorveglianza. Non è importante essere discreti, comunque vada probabilmente non ci sarà futuro per questa sezione.”
Dixon si intromise nell’esposizione dell’informatico: “Quello che stiamo per fare è considerato alto tradimento”
Rachel guardò negli occhi Marshall, Weiss fece lo stesso. L’informatico fece un cenno con la testa.
Eric Weiss abbozzò una smorfia di delusione e si alzò in piedi. Rachel fece la stessa cosa.
Toccò a Weiss l’ingrato compito: “Vice-direttore Dixon la dichiaro in arresto per tradimento, abuso di ufficio, e violazione dei trattati internazionali”. 
“Me che diavolo state facendo?” domandò Marcus mentre veniva ammanettato.
L’agente Luciani non poteva credere alle sue orecchie: a quanto pare il suo piano per incastrare Dixon aveva funzionato.
“Aspetti un attimo” disse al suo contatto.
“E’ lei l’unica talpa in questo ufficio” spiegò Rachel
“Mi dispiace direttore, avrei voluto essermi sbagliato” aggiunse Marshall.
Rachel andò ad aprire la porta, Weiss la oltrepassò poco dopo tenendo Dixon per le mani dietro la schiena. Marshall a chiudere la fila.
L’agente Luciani tirò un sospiro di sollievo e riprese la comunicazione: “Il direttore Dixon è stato arrestato. I suoi sono convinti che sia lui la talpa…Possiamo preparare l’operazione come stabilito”
“Ottimo lavoro, agente…” concluse l’uomo dall’altro capo.
Beth accese il motore e, dopo aver ingranato la prima, corse via dal parcheggio sotterraneo.
CONTEMPORANEAMENTE
Sydney teneva le mani ferme sul volante. Sentiva la tensione crescere anche in Michael, a tal punto che non si erano detti parola da quando erano partiti. Sembrava pensieroso.
Michael aveva la testa appoggiata alla sua mano destra, continuava a ricordare. Cercava dettagli del suo passato e del suo rapporto con Renée che potesse avere tralasciato. Quella strana sensazione che continuava a provare…Non gli stava dando tregua.
Vaughn stava scrivendo il suo rapporto al computer. Cercava di non pensare ai suoi problemi con Alice, dato che di recente non facevano altro che litigare. Le voleva bene, ma sentiva dentro di sé che non provava per lei più che un affetto profondo. Era come se ci fosse qualcun altro ad attenderlo, sentiva che presto avrebbe conosciuto qualcuno per cui valesse la pena rischiare.
Scacciò quei pensieri assurdi, si concentrò e tornò a guardare lo schermo; con sua sorpresa notò che era apparsa una finestra di chat che non aveva aperto.
Fece per chiuderla, quando notò le parole che erano scritte in francese:
Si tu veux des renseignements sur ton père e sa mort, ne ferme pas.
(Se vuoi delle informazioni su tuo padre e sulla sua morte, non chiudere.)
Chi sei?
Scrisse Vaughn, cominciando a battere velocemente. Non gli andava di stare al gioco di quella persona. Gli dava già abbastanza fastidio il fatto che si fosse introdotta nel suo computer violando le protezioni che aveva installato personalmente, ma ancor di più odiava l’idea di essere strumentalizzato da qualcuno.

C’est une autre la question qui tu dois te poser. Qui es-tu ?
Pour le moment tu dois savoir seulement que ta vie est une farce. Tu ne t’appelles pas Michael Vaughn. Tu n’es pas né à Los Angeles. Et surtout la mort de ton père n’a été pas fortuite.
(E’ un’altra la domanda che devi farti. Chi sei tu?
Per il momento ti basti sapere che la tua vita è una farsa. Non ti chiami Michael Vaughn. Non sei nato a Los Angeles. E soprattutto la morte di tuo padre non è stata casuale.)
Vaughn cominciò a sudare. Stava per rispondere quando Weiss fece capolino subito dopo aver bussato frettolosamente.
“Ehi, ti disturbo?”
“No, dimmi pure…” mentì lui.
“Abbiamo un ingresso…” rispose.
“Cosa?” gridò Vaughn, che non credeva alle sue orecchie.
“Ti aspetto di là, sta già scrivendo la sua relazione…”
“Arrivo subito!”
Weiss uscì dall’ufficio di Vaughn, che poté ritornare allo schermo. In quel momento persino un avvenimento del genere pareva marginale rispetto alle rivelazioni che aveva appena avuto.
Poche parole sostavano in mezzo alla finestra, ora:
C’est toi qui dois t’occuper de cette personne. Elle peut t’aider découvrir les secrets liés à ton père, même s’elle ne le sait pas encore.
(Sei tu che devi occuparti di questa persona. Lei può aiutarti a scoprire i segreti su tuo padre, anche se non lo sa ancora.)
Pourquoi je devrai avoir confiance en toi ? (Perché dovrei fidarmi di te ?) scrisse Vaughn.
Non capiva come la persona con cui stava interloquendo potesse sapere cosa stava succedendo alla CIA, ma una strana sensazione lo portava a credere che non fosse una presenza pericolosa.
Parce que la vie pour la grandeur passe par le silence.
Park of Dreams, 19.00 heures.
(Perché la strada per la grandezza passa attraverso il silenzio.
Park of Dreams, ore 19.00.)
“Vaughn…ho bisogno di sapere a cosa stai pensando…” disse Sydney rompendo quel silenzio assordante.
“Non lo so…ho solo una stranissima sensazione, come se le rivelazioni non fossero ancora finite…Ti sembra normale che tutto ciò che riguarda la mia vera identità stia ritornando fuori proprio ora? La mia discendenza, Isabelle in pericolo e le sue doti speciali…”
“Vaughn…la troveremo…Dobbiamo solo battere ogni strada per scoprire dove si trova il quartier generale della Seconda Convenzione, Isabelle è nelle loro mani…”
“Come fai ad esserne certa?”
“Hai sentito cosa ha detto Sark…volevano informazioni su di lei perché è speciale…Sono sicura che abbia a che fare con Rambaldi…”
“Torneremo in agenzia e cominceremo a chiamare tutti i nostri contatti…Qualcuno deve sapere dove si nascondono! E stai pur certo che quando troverò Sark…Lo ucciderò con le mie mani”
“Non si tratta di Sark e della sua fuga Syd…C’è qualcosa di molto più grande in gioco…Deve essere un pesce piccolissimo se erano pronti a sacrificarlo…Ed anche Cole se si permette di muoversi e mostrarsi alla CIA pubblicamente…Ci deve essere qualcun altro dietro, qualcuno che stiamo sottovalutando da mesi…”
“E allora chi pensi che sia? Sloane?”
“Sloane è solo un povero pazzo, ma è dannatamente lucido quando si tratta di Rambaldi…Sono certo che dovunque si trovi Isabelle, troveremo anche lui…Ma mi stavo chiedendo cosa volesse dire mia madre con quella domanda su Renée…Sul fatto che forse non ci sta dicendo tutto…Non è parso anche a te che…”
“Sappia qualcosa? Sì…Non avevamo tempo per approfondire, ma tua madre conosce dettagli che hanno segnato la nostra esistenza da sempre…”
“Syd…Non so come spiegarti ma sento che Renée non ci ha detto tutta la verità…E’ come se ci stesse nascondendo qualcosa…”
“Dobbiamo tornare da lei, allora” rispose lei decisa.
“Va bene, chiamerò subito Dixon per far preparare un volo per Parigi…Ma prima ho bisogno di andare in un posto…”
Sydney lo guardò ed annuì.
SEDE DELL’A.P.O.
Il corridoio dell’APO non era mai stato così lungo, Marcus Dixon camminava sotto gli sguardi pungenti di quelli che fino a qualche minuto fa lo consideravano un direttore. Non si sentiva così distrutto da quando Arvine Sloane aveva fatto uccidere sua moglie.
Gli agenti continuarono a camminare fino all’ascensore. Attesero la corsa della cabina ed aspettarono che la porta si richiudesse.
Una volta all’interno fu Marshall ad esordire: “La talpa è l’agente Luciani”.
“Mi scusi signore, era necessario…” spiegò Weiss cominciando ad aprire le manette.
Dixon si massaggiò i polsi: “Come lo avete scoperto?”
“Mentre eravamo nel suo ufficio qualcuno stava ascoltando la nostra conversazione grazie ad una cimice ben nascosta” spiegò Rachel.
“Cosa?” gridò Dixon.
“Abbiamo scoperto dei suoi messaggi inviati al suo contatto e non sapevamo chi potesse averle inviate…Mai per un attimo abbiamo pensato che…voglio dire…che fosse proprio…lei…ecco” mentì Marshall.
“Va bene, Marshall…Come avete scoperto della cimice?” tagliò corto Dixon.
“Non si va a rubare a casa dei ladri…” sorrise l’informatico, mostrando il display di un apparecchio che non solo rivelava l’ubicazione della cimice in ufficio, ma anche la frequenza di trasmissione e la posizione della ricetrasmittente in ascolto.
“Sapevate tutto quindi? Era solo una trappola per l’agente Luciani?”
“Non proprio signore” disse Marshall imbarazzato.
Continuò Rachel: “Era una trappola per la talpa, chiunque fosse. La questione era dubbia e non nascondo che abbiamo persino dubitato di lei. Le comunicazioni sono partite tutte dal suo PC, ma c’era qualcosa di strano. Mentre le conversazioni erano codificate a 1024bit, alcuni file sembravano messi lì perché qualcuno li trovasse…”
“Quindi o lei era una talpa veramente ingenua, o qualcuno la voleva incastrare!” si intromise Weiss.
Rachel riprese parola: “Chi sa di essere cercato prima o poi commette un errore, bisognava aspettare e vedere chi l’avrebbe commesso”.
Dixon non aveva capito del tutto: “Quando avete scoperto che era lei?”
“Un momento prima del finto arresto…” rispose Marshall.
“Trovare la ricetrasmittente della cimice non è stato un problema, ma dovevamo attribuirle ancora un padrone. Mentre eravamo nel suo ufficio abbiamo monitorato tutte le comunicazioni nel raggio di due miglia dalla trasmittente. E indovini? Il cellulare di servizio di Beth Lucani si trovava esattamente sulla posizione della trasmittente…”
Dixon cominciava a capire.
“Ma non è da quel cellulare che ho registrato questa comunicazione…” disse Marshall. Poi premette il tasto play sull’apparecchio digitale.
“Sono l’agente Luciani. Ho bisogno di un recupero immediato, la mia posizione è compromessa…”
“Ottimo lavoro!” disse Dixon sinceramente fiero dei suoi.
“Ma c’è un ultima cosa…”
Weiss stava già assaporando il gusto di rispondere alla domanda che il vice-direttore stava per fare.
“Ora che la Convenzione la crede fuori gioco abbiamo l’effetto sorpresa…”
“Siete sicuri di volerlo fare?” domandò Dixon ancora un po’ scosso per tutto l’accaduto.
Rachel diede uno sguardo alla sua vita: non c’era un uomo ad aspettarla a casa, da quando era entrata in CIA aveva smesso di fare qualsiasi progetto. L’unica iniziativa che aveva preso aveva rischiato di farle perdere quel poco che aveva.
“Sì signore…Potremmo finalmente prenderli e scoprire dove hanno portato Isabelle…” sussurrò Rachel pensando all’agonia che doveva provare Sydney in quel momento.
Weiss guardò negli occhi tutti i presenti e scosse la testa: “Diavolo, è per momenti come questo che sono entrato nei servizi segreti”
NEVADA-PROGETTO BLACK HOLE
La sede centrale del DSR era in fremente attività: centinaia di agenti lavoravano ai loro terminali, leggevano rapporti o semplicemente si scambiavano opinioni su questioni di sicurezza nazionale.
Quando la porta automatica all’ingresso si aprì, pochi se ne resero conto.
Beth Luciani fece quindi il suo rapido ingresso nella sua sezione indisturbata, dirigendosi verso l’ufficio del Direttore Kendall. Ma proprio mentre stava per aprirne la porta, una voce la fermò. 
“Ciao, Betty!” la salutò un agente sulla quarantina, con simpatia troppo caricata, per nascondere un evidente approccio sentimentale.
L’agente doppiogiochista sussultò, si giro verso di lui e rapidamente gli rivolse uno dei suoi falsi sorrisi amichevoli, che sapeva fare a comando ed erano una delle sue armi migliori.
“Ciao, Mark!” replicò,gentilmente ma con una certa fretta, e appoggiò di nuovo la mano sulla porta dell’ufficio del direttore.
“Dove scappi? - le domandò scherzosamente il collega - Non mi hai detto se verrai alla festa di Paul stasera…”
“Non lo so. C’è molto da fare in questi giorni” rispose Beth, cercando di nascondere l’impazienza e il fastidio che la conversazione le procurava.
“Lavoro,lavoro e sempre lavoro” commentò Mark. “Neanche oggi fosse la fine del mondo!”
“Ci sentiamo, d’accordo?” propose l’agente Luciani, entrando nell’ufficio del Direttore.
Per essere uno dei miei peggiori colleghi per una volta ci sei andato vicino, pensò mentre apriva la prima porta che conduceva nell’area di contenimento prima dell’ufficio vero e proprio
Si concesse un sorrisetto “E’ proprio la fine del mondo”.
CASA DI SLOANE
Jack entrò nella stanza di Arvin Sloane, quella in cui l’uomo aveva ripreso le ricerche su Rambaldi. Gli appunti e le carte ricoprivano le pareti in ogni lato, nascondendone le mura in un caos a cui solo Sloane sapeva mettere ordine. Aveva fatto di quella stanza la proiezioni della sua mente. Sulla scrivania i fogli bianchi che riportavano tutti lo stesso nome cerchiato in rosso: “Isabelle”. Jack li guardava come se stesse guardando una cornice vuota. Non vedeva nulla, e forse fino a lì non era riuscito a vedere neanche Arvin Sloane. Cercando un senso per quel nome gli sembrava di impazzire. Si sentiva impotente, incapace di capire, e quella consapevolezza lo terrorizzava.
Jack sentì dei passi dietro di sè.
“Arvin…” disse girandosi e prima ancora di vedere la persona che era appena entrata.
“L’hanno preso, Jack” rispose Irina Derevko.
“Perché parli come se non spartissi niente con loro?”
La donna ignorò la stizza del suo ex-marito e cominciò a girare intorno al tavolo in cui Jack aveva perso la speranza.
“Il tuo ascendente su Sloane è sempre stato più forte del mio” confessò guardando i risultati degli studi. Pensava a quando Arvin aveva rifiutato la sua proposta di rimettersi al lavoro su Rambaldi.
“Deve essere perché tu non dici mai per favore” ribatté Jack.
Irina passò il medio e l’anulare sopra uno dei tanti Isabelle scritti a penna, accarezzava quel nome sentendone sui polpastrelli i solchi delle penna, e le sembrava di accarezzare la nipote.
“Hanno preso anche lei…”
“Non dirmi che non lo sapevi, perché non ti credo!” rispose Jack cercando di non saltarle al collo.
“Sapevo che l’avrebbero presa, ma non credevo così presto…”
Rivolgendo lo sguardo a Jack continuò: “Hai letto il fascicolo che ti avevo lasciato su nostra nipote?”
“Se ti riferisci alle analisi del suo DNA, si l’ho letto. Per questo motivo ho chiesto ad Arvin di rivedere tutto il suo lavoro su Rambaldi, volevo una spiegazione…”
“Lo so” rispose Irina comprendendo il gesto dell’uomo.
Guardò in giro per la stanza in modo che Jack facesse altrettanto.
“Immagino che tu abbia valutato anche i rischi di tutto questo…”
Avevano capito entrambi che si parlava dell’ossessione di Sloane. Una devozione totale che era capace di trasformarlo in un uomo ancora più spaventoso. Un uomo senza volontà, disposto a sacrificare tutto per assecondare la sua sete di verità.
“Stavolta sarà diverso” spiegò Jack anche se non era sicuro di quello che aveva appena detto.
“Non ci credi nemmeno tu…” disse Irina come se gli leggesse nel pensiero.
“Potrebbe sorprenderci” continuò Jack, cercando di convincere più se stesso che Irina. 
Lei non rispose, lo guardò negli occhi con un’espressione preoccupata.
“Isabelle è speciale Jack - disse dopo pochi secondi – Ed ora lo sa anche Sloane. La Seconda Convenzione si vuole servire di lui e così gli daranno tutte le informazioni che gli mancano!”
“C’è dell’altro, vero?” domandò l’uomo.
Irina non rispondeva e Jack, stanco del suo tipico atteggiamento, esplose: “Smettila di nascondermi le cose, non abbiamo più tempo!”
“Non so di preciso cosa sia, non sono ancora riuscita a capire esattamente…ma la soluzione è nell’ultima profezia…”
Irina chiuse gli occhi e cominciò a recitarla: “Uno ancora più grande ne riceverà il compenso..”
Guardò intensamente Jack: “I limiti dell’umano saranno superati” concluse.
Come sempre Jack non sapeva cosa dire di fronte alle parole del visionario italiano.
“Non capisci? - insisté Irina - Lei è la figlia di Vaughn, il discendente diretto di Rambaldi, e di Sydney, la prescelta! Isabelle è UNO!” concluse spalancando gli occhi, con il suo viso a pochi centimetri da quello di Jack.
“I limiti dell’umano saranno superati - ripeté Jack cominciando a capire - La vogliono perché ha delle capacità speciali…”
“Ma non so ancora quali siano” concluse Irina.
“La Convenzione ora potrebbe averlo già scoperto, ecco perché hanno preso di nuovo Sloane…Loro sono molto più avanti di noi!”
“Se lo hanno rapito vuol dire che hanno bisogno delle sue capacità…” lo appoggiò Irina.
“Spero che stavolta faccia la cosa giusta…”
“La speranza non serve ora, dobbiamo agire, e subito!” disse Irina alzandosi.
“E’ ora che la sorella di Vaughn entri in gioco…”
“La sorella di Vaughn?” disse Jack tra il sorpreso e l’incredulo.
“Ora basta con le domande… - lo bloccò Irina dandogli un foglietto di carta nelle sue mani – Recuperala, lì c’è il posto in cui si trova…Dille che sei Jack e che cerchi la sorella di Vaughn, lei capirà…” concluse voltandosi e avviandosi alla porta.
“Tu dove vai?” chiese dubbioso.
“Ho un ultima verità da rivelare - disse girandosi lentamente - Appena avrai recuperato la ragazza ti farò sapere dove incontrarci!” 
“Ma tu da che parte stai?” domandò Jack, che dopo tutti quegli anni ancora non riusciva a decifrare il comportamento di quella donna.
“Dalla parte di nostra nipote…” rispose dirigendosi con passo deciso verso l’uscita.
UFFICIO DI KENDALL
Joseph Kendall, il direttore del DSR, sollevò la sua testa calva da dei documenti che stava studiando, vedendola entrare.
“Agente Luciani - la salutò, mostrando la sua sorpresa - Come mai è entrata nel mio ufficio?”
“Dovevo discutere della mia promozione. Sono tre mesi che me la promette, e per qualche motivo la rinvia sempre!” rispose Beth.
“Agente Luciani - rispose sospirando Kendall,senza alzarsi dalla sua scrivania - Lei è un ottimo elemento,ma deve capire che ci sono delle priorità. Agenti più anziani di lei hanno atteso anche più a lungo..” continuò.
Nel frattempo Beth si era seduta su una sedia davanti al direttore, ma dimostrava la sua impazienza incrociando le gambe e picchiettando sulla scrivania. Aveva bisogno che il suo capo si spostasse dalla sua scrivania per metterlo fuori combattimento.
D’improvviso, spazientita, si alzò in piedi e gli si avvicinò con un sorriso tentatore sulle labbra.
“Direttore, mi dica quello che devo fare per una promozione…sono pronta a farlo” gli sussurrò all’orecchio. 
Kendall scattò in piedi, scandalizzato. “Agente Luciani! – sbottò - Questo è decisamente poco professionale!”
E questo lo è anche di più, pensò la traditrice, colpendolo alla nuca con un colpo di karate, e lasciandolo cadere a terra tramortito.
“Avresti fatto meglio a darmi quella promozione quando te l’avevo chiesta la pima volta” commentò sarcasticamente Beth.
Senza perdere altro tempo, riaprì la porta che dava sull’area di contenimento e estrasse quella che sembrava una confezione di deodorante dalla sua borsetta, spruzzandone il contenuto su un rilevatore attaccato a un muro lì vicino.
Tornata nell’ufficio, distese il corpo di Kendall su una sedia, lo legò mani e piedi e lo imbavagliò.
CENTRO DI CONTROLLO TECNICO DEL PROGETTO BLACK HOLE.
Due agenti sorvegliavano ogni possibile minaccia al Progetto dal reparto tecnico. Uno di loro stava mangiucchiando una ciambella,l’altro sorseggiava un caffè.
“Tutto a posto,no?” chiese il primo al secondo.
“A gonfie vele” ribatté l’altro.
Un allarme prese a lampeggiare sullo schermo che monitorava l’area di contenimento dell’ufficio di Kendall.
“Che cosa è?” chiese il primo.
L’altro, senza rispondere, premette un bottone, e annunciò rapidamente in un microfono: “Attenzione, allarme antrace nella sezione 4 ! Evacuare immediatamente la struttura e sigillare tutte le uscite. Ripeto, attenzione allarme antrace nel settore 4!”
“Antrace?” chiese l’altro sconcertato, ricevendo solo un cenno affermativo del capo come risposta.
“Oh, miseria - commentò il primo – nel settore 4 c’è l’ufficio del direttore!”
“Ce la farà… – replicò il secondo – l’ufficio è munito di uscite di sicurezza che ora…”
Premette un tasto: “Sono sbloccate!”
L’apertura delle porte era proprio quello che Beth cercava. Con un sorrisino, le spalancò completamente,poi prese il suo cellulare e compose un numero.
“La via è aperta, entrate!” esclamò soddisfatta nell’apparecchio.
Dopo un paio di minuti, da due delle tre uscite aperte apparvero quattro uomini, due mercenari arruolati per l’occasione e i contatti di Beth: Sorrentano e Sark.
“Ottimo lavoro!” commentò l’italo-americano.
“Non certo per merito vostro…” rispose la sua collega, in tono acido.
“Lasciamo perdere e finiamo quello che abbiamo iniziato!” tagliò corto Sark, stanco dei battibecchi fra i due.
“Nervoso, mio caro amico russo?” commentò scherzosamente l’altro agente della Seconda convenzione.
“Voglio semplicemente evitare di sprecare tempo” gli rispose il biondino,seccato.
“Allora facciamo funzionare questa cosa e basta” concluse Beth, sedendosi al terminale del suo ex-capo e digitando una password, mentre gli altri terroristi si occupavano di sorvegliare gli accessi all’ufficio.
Sorrentano si concesse un’ultima frecciatina: “Sai, Julian, c’è una bella intesa fra te e lei” scherzò.
“Sicuramente, si vede ad occhio!” rispose sarcastico Sark.
“Hai ragione. Quando tutto questo sarà finito, ci saranno cose molto più importanti e interessanti” concluse gongolante il suo collega.
Sark si strinse nelle spalle,apparentemente scettico.
LOS ANGELES NATIONAL CEMETERY
Ogni volta che Michael si trovava in difficoltà c’era un posto in cui sentiva di poter trovare un po’ di conforto: la tomba del padre.
Ai suoi occhi Bill era sempre stato un uomo forte e determinato, una di quelle persone che sembrano conoscere sempre la decisione giusta da prendere e il momento giusto per prenderla.
In questo momento Michael si sentiva davvero in crisi: cosa poteva fare per salvare sua figlia? Come si sarebbe comportato suo padre al suo posto?
Suo padre…e poi chi era davvero? Lo conosceva davvero così bene come credeva? Le ultime rivelazioni gli erano piombate addosso come un uragano, togliendogli ogni certezza…anche la più banale…
Aveva appena scoperto di essere un discendente di Rambaldi…a stento riconosceva se stesso…Come poteva trovare la forza di proteggere la sua famiglia?
“Che devo fare, papà?” si domandava piegato sulle ginocchia di fronte alla lapide.
Lungo la strada che attraversava il cimitero e tagliava con una riga scura il verde dell’erba, si stava fermando una automobile scura. Era elegante e sinuosa come la donna che ne stava scendendo.
I suoi passi morbidi scomparvero del tutto una volta raggiunta l’erba soffice che ricopriva tutta l’area del cimitero. Michael Vaughn non si accorse che la donna gli stava arrivando alle spalle finché non vide la sua ombra che si allungava oltre di lui e fino alla tomba.
Cercò la pistola nella tasca interna della giacca, prima ancora di scoprire a chi appartenesse quell’ombra. Si alzò lentamente e si voltò mentre continuava a stringere l’arma nascosta nei vestiti.
Irina Derevko sorrise: “Ero sicura che ti avrei trovato qui…”
L’agente Vaughn estrasse la pistola e la puntò in faccia alla donna che non fu sorpresa dal gesto.
“Dov’è mia figlia?”
“Cosa ti fa credere che lo sappia?” Irina era sempre pronta a scherzare col fuoco. 
L’uomo le assestò un pugno sul volto e poi la afferrò per il collo trascinandola sopra la lapide di Bill Vaughn. Con la mano sinistra teneva la testa di Irina appoggiata sopra la tomba e nella destra la pistola premuta sulla nuca della donna.
“Dimmi dov’è mia figlia o giuro che ti ammazzo sulla tomba di mio padre”
“Lo faresti veramente?” lo sfidò Irina.
“Perché non dovrei? Chiuderemmo un conto aperto da troppi anni…” rispose lui pensando a tutto il tempo che aveva dedicato alle indagini sulla morte del padre.
Irina si era stufata di stare piegata sopra la lapide, ne sentiva la polvere sulle narici. Era venuta con altre intenzioni, ma non aveva intenzione di farsi puntare la pistola alla testa, neanche dall’uomo che amava sua figlia.
Assestò una gomitata al petto di Vaughn che perse la presa sulla donna. Irina si lanciò sulla pistola impugnata dall’uomo afferrandogli il polso con tutte e due le mani. Iniziarono a lottare scansando la linea di fuoco dal proprio corpo. La donna colpì con il gomito il volto dell’uomo.
“Hanno tua figlia, hanno Sloane, cosa ti fa pensare che abbiano bisogno di te?”
Vaughn cercò di non perdere la presa dall’arma, con il braccio era riuscito a portarla su un fianco.
“Cosa ci fai qui, allora?”
“Sono venuta a portarti le informazioni che cercavi” gli disse la donna con la voce soffocata dagli sforzi.
Stavolta fu Michael a colpire Irina su un fianco.
“L’unica cosa che voglio sapere è dove si trova Isabelle!” le urlò in faccia.
Continuarono a lottare ruotando su loro stessi mentre si spostavano intorno alla tomba di Bill Vaughn. La loro attenzione si era focalizzata sulla pistola. Nessuno dei due voleva perdere la presa. Michael provò a riprenderne completamente il controllo. Partì un colpo che scheggiò una tomba di fianco.
“Non so dov’è tua figlia. Ho fatto di tutto perché non si arrivasse a questo. Ho lavorato tutto questo tempo con la Seconda Convenzione per controllarli. Per quale motivo pensi che siate state tranquilli finora? Ho cercato di fermarli finché ho potuto, li ho sabotati, ho ritardato i loro studi, ma alla fine ci sono arrivati lo stesso…”
“Sta zitta - urlò Vaughn - Non ti credo!”
“Chi pensi che vi abbia condotto fino a Reneè Rienne? Chi pensi che vi abbia fatto scoprire della tua discendenza? Sono qui per aiutarvi…Non ci sarebbe altro motivo! La Seconda Convenzione ha tutto quello che gli serve!”
Vaughn spiazzato da quelle rivelazioni aveva abbassato la difesa. Irina lo colpì di nuovo e stavolta fu lei a tenere Michael piegato sulla tomba di Bill mentre gli puntava la pistola alla nuca.
“E c’è un’altra cosa – aggiunse - Non sono stata io ad uccidere tuo padre!”
L’agente Vaughn ora non aveva più voglia di lottare, si era rassegnato agli eventi. Irina lo rimise in piedi e gli riconsegnò la pistola.
“Devi fidarti di me, questa volta!” gli disse con determinazione.
Michael esitò un secondo, si guardò le mani sporche della polvere bianca che si era posata sulla tomba del padre. Possibile che dovesse ricominciare di nuovo da capo? Possibile che quell’uomo non potesse ancora riposare in pace?
Sparale, vendicami!, sì senti urlare nella testa dalla voce di Bill.
Michael poggiò la pistola sulla fronte della donna, esattamente nello stesso punto e con la stessa determinazione con cui anni prima Jack Bristow sparò al suo clone.
Due secondi dopo uno scoppio rimbombò nel silenzio del cimitero, e uno stormo di uccelli si levarono in volo lasciando il ramo sul quale erano appollaiati.
Sydney era in piedi alla sinistra di Michael, la pistola ancora puntata in aria. Michael si era voltato di scatto spaventato, Irina aveva fatto lo stesso. Entrambi ora guardavano la nuova arrivata con intensità.
“Sydney…” sussurrò Irina, iniziando a sorridere.
“Syd…non darle retta, è un altro dei suoi trucchi per cercare di conquistare la tua fiducia…” gridò Michael.
“No, Vaughn…Sono stanca dei segreti!”
L’uomo parve rassegnarsi alla testardaggine della moglie, che ora guardava sua madre e le puntava l’arma addosso, così come il marito.
“Non ho intenzione di tirare notte: questa è la tua ultima opportunità di raccontare la verità, una volta per tutte!” gridò Syd.
“So che avete diritto alla verità. E so anche che a volte è necessario conoscere il proprio passato per essere in grado di agire sul proprio futuro…” rispose con calma serafica la donna.
“E allora parla…se non hai ucciso tu mio padre, chi è stato? E cosa c’entri tu con lui?” gridò Michael.
“Ho conosciuto per la prima volta tuo padre molti anni fa, quando ancora agli occhi del mondo ero Laura Bristow, un’insegnante di lettere dell’università di Los Angeles…” disse portando lo sguardo pieno di emozione a sua figlia.
Sydney parve abbassare l’arma. Sentire di nuovo quel nome che aveva accompagnato le bugie di Irina per tutta la sua infanzia, le fece quasi perdere l’equilibrio. Irina si voltò nuovamente verso Michael.
“Scoprii presto che io e tuo padre avevamo una grande passione in comune…”
Un uomo era curvo su una delle scrivanie della grande biblioteca, aveva un grosso libro davanti che leggeva con grande attenzione. Il suo viso era tirato e sotto i suoi occhi grandi occhiaie rivelavano il suo impegno.
Irina, in piedi di fronte ad una delle tante librerie della stanza, osservava l’uomo con curiosità mentre riponeva alcuni libri di letteratura inglese. 
Decise di avvicinarsi e si fermò a pochi centimetri da lui, ma l’uomo sembrò non accorgersene; da dietro le sue spalle Irina cercò di scorgere quello che stava leggendo, e un nome riportato in grassetto nella pagina la colpì: Rambaldi.
Irina si tirò indietro e mentre stava per andarsene l’uomo parlò: “Ha bisogno di qualcosa?” chiese senza nemmeno girarsi.
Irina rimase in silenzio per un secondo; poi sorridendo, anche se lui non la poteva vedere, disse:
“No, mi stavo chiedendo se lei avesse bisogno di qualcosa…”
L’uomo a questo punto si voltò e osservò la sua interlocutrice senza parlare.
“E’ un po’ che la vedo qui in biblioteca, sembra sia molto intento a cercare qualcosa e mi chiedevo se potessi esserle utile…” continuò Irina con voce gentile.
“E in che modo mi scusi?” replicò seccato.
“Sono un’insegnante di questa università, conosco bene questa biblioteca…Mi chiamo Laura Bristow” disse allungando la mano.
L’uomo continuava a guardarla incuriosito, non sapeva se doveva fidarsi, ma in fondo era solo una gentile insegnante che gli offriva il suo aiuto. Le strinse la mano “Bill Vaughn” concluse finalmente mostrando un sorriso.
“Allora mi dica…su cosa sta lavorando?”
“Sto facendo delle ricerche su un personaggio italiano vissuto nel 1500, non lo conoscerà nemmeno…”
“Milo Rambaldi! - disse leggendo la soprascritta del libro - Certo che lo conosco, è un personaggio che ho scoperto per caso ma che mi ha incuriosita molto… un filosofo, un inventore, un profeta o probabilmente nessuna di queste cose” disse sorridendo.
Bill Vaughn parve sorpreso della sua conoscenza in materia.
“Potrebbe non esser mai esistito…” concluse Irina con aria di sfida, ma continuando a sorridere.
“Sono riuscito a trovare notizie su questo uomo solo su 2 libri, sa se in biblioteca ce ne sono altri?” tagliò corto Bill, non fidandosi ancora del tutto.
“Io qui ne ho trovati 4 che ne parlano, ma quello più importante me lo ha portato mio marito da uno dei suoi viaggi in Europa. Era in Italia, in una piccola cittadina…Parma, le dice niente?”
“Ma certo, la sua città natale!” disse Bill sempre più incuriosito.
“Esatto… - rispose ma senza approfondire - Dico alla segretaria di portarle gli altri libri, e se vuole domani le posso portare anche il mio da visionare…” concluse.
“Sarebbe davvero gentile, ma come mai si interessa così tanto di questo uomo da farsi addirittura portare un libro?” domandò lui perplesso.
“Come le ho già detto mi ha incuriosita e da buona insegnante di letteratura tutto mi interessa. Mi scusi ma ora devo andare, ho una lezione…” concluse allontanandosi.
“Allora ci conto…domani l’aspetto!” gridò Bill Vaughn, ora speranzoso.
“Non sia mai che non mantenga un impegno…” rispose la donna lasciandolo solo.
“Stai cercando di dirmi che mio padre era un fanatico di Rambaldi…come te…?” chiese Vaughn interrompendo il racconto di Irina.
“Lo sai quale è il più grande errore che commettono le persone come te, Michael? - chiese la donna - Vedono tutto o bianco o nero. Ma la realtà è fatta anche di sfumature di grigio. Prima lo capirai, prima molte cose cominceranno ad avere senso anche per te…”
“Risparmiami la morale, ti prego! Va avanti!” la interruppe Sydney.
“Ben presto dovetti fare i conti con la realtà: Bill, l’uomo che avevo conosciuto per caso pochi giorni prima all’università, era nel mirino della Lubjanka…E proprio io ero l’agente designato per ucciderlo…”
Si erano incontrati come sempre all’Hotel Marriott, il luogo che Irina prediligeva per i suoi contatti con i superiori del KGB. Ma quella notte la visita aveva preso una piega diversa.
“Prima che tu te ne vada…” disse l’uomo in completo elegante mentre guardava nel vuoto fuori dalla finestra.
“C’è dell’altro? - chiese seccata la donna - Devo andare, non vorrai che mio marito sospetti qualcosa…”
“Ho saputo che ti sei fatta un nuovo amico…” continuò l’uomo voltandosi e guardandola con malizia. La donna lo guardava incerta senza sapere cosa rispondere.
“All’università…” continuò lui accendendosi una sigaretta.
“Cosa significa? Mi spiate ora?”
“Non te la prendere, dovresti conoscerci…Comunque questa tua ossessione per Rambaldi mi preoccupa”
“A te deve solo interessare che faccia bene i lavoretti che mi assegni, il resto è affare mio!” disse spazientita.
“Qui ti sbagli… - disse con aria spavalda - La cosa ci interessa, se si tratta di Bill Vaughn…”
“Che c’entra lui? - chiese Irina sorpresa - Non sarai mica geloso?” disse stuzzicandolo.
“Mia cara forse ti è sfuggito un piccolo dettaglio - ribattè sarcastico - Credo che ricordi bene una lista che l’agenzia ti ha inviato dalla Russia nascosta in un libro…Contiene i nomi degli agenti CIA che hai il compito di uccidere…”
“Basta giocare..vieni al punto…” 
“Non hai notato l’ultimo nome della lista? Peccato…perché è proprio il tuo amichetto Bill Vaughn!”
Irina rimase un pò sconcertata.
“Il tuo studioso è un agente della CIA…E non uno qualunque, uno che ci dà parecchi problemi…”
L’uomo prese la sigaretta e la spense nel posacenere.
“Eliminalo”
Irina fece un cenno con il capo e uscì dalla stanza.
L’uomo guardò fuori dalla finestra e osservò la sua complice uscire dall’albergo. Non poteva non aver notato che il suo viso era più teso del solito.
“Beh, questa non è certo una rivelazione… - la interruppe nuovamente Michael - So benissimo che mio padre era in quella maledetta lista…Non mi stai dicendo niente di nuovo, Irina!”
La donna continuò il suo racconto fingendo di non aver colto la provocazione: “Incontrai nuovamente tuo padre dopo aver scoperto che era uno dei miei obbiettivi…Dicevo a me stessa che lo stavo facendo per eseguire al meglio il mio lavoro, per conoscere la mia vittima, ma sapevo benissimo che stavo mentendo a me stessa. Volevo incontrare nuovamente Bill perché le sue ricerche mi avevano affascinato, perché vedevo qualcosa di speciale in quell’uomo…ho capito a caro prezzo che è sempre un errore per una spia entrare troppo in contatto col proprio bersaglio…”
“Finalmente!” disse Bill vedendo la donna arrivare.
Irina teneva in alto il libro promesso con la mano destra, sul viso un’espressione trionfante.
“Eccolo qui!” disse appoggiandolo delicatamente sulla scrivania.
“Grazie…” disse Bill cominciando a sfogliarlo avidamente.
“Mentre lo leggevo ho sottolineato alcune parti, chissà magari interessano anche te…”
Notando la sua poca formalità, dopo un secondo di silenzio si corresse: “A lei, signor Vaughn…Mi scusi…”
“Non si preoccupi, mi chiami pure Bill…Laura giusto?” disse sorridendole.
“Sì, Bill…” concluse rimandandogli un sorriso a sua volta.
I due cominciarono a studiare insieme quelle informazioni. Bill passava molto del suo tempo in quella biblioteca e Laura lo raggiungeva appena poteva. Diventarono confidenti in poco tempo, accomunati dalla passione per un uomo morto 500 anni prima…
“Michael, più conoscevo tuo padre più capivo che non potevo ucciderlo. Anche se Bill non mi aveva rivelato di essere discendente di Rambaldi, vedevo in lui qualcosa al di fuori dall’ordinario…era come se mi trovassi di fronte a uno dei manufatti di Rambaldi…e in me scattò l’istinto di proteggerlo…ma i miei superiori non erano indulgenti quanto me…e io stavo rischiando..rischiando davvero molto…”
“Si può sapere perché non hai ancora fatto quello che ti è stato chiesto?” urlò l’uomo vestito elegante.
Irina aveva intuito appena entrata nella stanza dell’hotel, che la sua titubanza nell’affrontare Bill Vaughn non era stata gradita.
“Che fai ora, mi dici anche come agire? – chiese Irina severamente - So io quando farlo, e lo farò nel momento più adatto!” concluse risoluta. 
L’uomo la guardava in modo feroce.
“Ti ho mai deluso?” disse sussurrando ed avvicinandosi a lui.
Passò il dorso della mano sulla sua guancia e si avvicinò lentamente al suo orecchio: “Ti ho mai deluso?” ripeté piano, mordicchiandogli sensualmente il lobo.
L’uomo le afferrò il braccio e la strinse in un abbraccio deciso, baciandola appassionatamente: “No…” affermò staccandosi appena dalle sue labbra.
“Bene” sussurrò la donna mentre si divincolava dall’abbraccio e infilava la giacca. Mosse i suoi lunghi capelli e si voltò un’ultima volta verso di lui: “Fidati, tutto sarà fatto come previsto…” concluse con voce decisa, dirigendosi poi verso la porta.
“La decisione non fu facile…potevo compromettere tutto il mio lavoro e perdere la fiducia del Kgb…” disse Irina.
“Non credo affatto ai tuoi scrupoli di coscienza…” affermo Sydney. Si sentiva come un giudice in attesa di pronunciare la sentenza. Eppure, anche se lo trovava assurdo, sentiva che sua madre stava dicendo la verità.
“Come ho già detto…la fate troppo facile…non è sempre possibile distinguere la sottile linea che separa il bene dal male…ammesso sempre che tale linea esista! Si possono fare cose terribile credendo di essere nel giusto, Sydney! La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni…”
“Basta con i proverbi…cosa è successo a mio padre?” la bloccò Michael.
“Alla fine decisi di non uccidere Bill…lo contattai per rivelargli che era in pericolo, per permettergli magari di fuggire con te e con tua madre…”
Irina entrò in biblioteca e si sedette velocemente di fianco a Bill prendendogli la mano. 
“Devo parlarti, ma non qui…” disse piano a pochi centimetri da suo viso.
Bill era confuso più da quella vicinanza imprevista che dalla cosa che gli era stata detta. Irina si rialzò e con il solito sorriso gli disse a voce più alta: “Allora a domani, sempre qui!”
Bill la guardò allontanarsi; era talmente preso dalla sua ricerca che non si era mai veramente accorto di quanto la sua nuova confidente fosse bella. Era alta, elegante e il suo modo di dondolare mentre camminava era davvero ipnotizzante. I capelli castano chiaro emanavano profumo di shampoo e quando sorrideva il suo viso si illuminava. Scrollò il capo per scacciare quei pensieri e si accorse che Laura gli aveva lasciato qualcosa in mano. Si alzò e andò in bagno per non dare nell’occhio.
Vediamoci questa sera alle 21, all’angolo della strada del bar Florida. Fai sparire questo foglio.
Bill Vaughn aveva seguito le indicazioni; aspettava impaziente avvolto in una giacca scura. Ogni 30 secondi controllava l’orologio. Ormai erano le 21.15 e capì che Laura era in ritardo.
“Ciao…” sentì dire da una voce dietro di sè che lo fece sobbalzare.
“Cosa è questa storia, mi hai allarmato…e in più sei in ritardo!” disse a voce bassa ma seccata l’uomo.
“C’è altro?” disse scherzando Laura per stemperare la tensione.
“Ho dovuto inventarmi mille scuse per poter uscire, lo sai che ho problemi con mia moglie ultimamente…” spiegò con voce più calma.
“Sì lo so, ma sarò brevissima…Anch’io devo tornare a casa, ho lasciato mia figlia con una vicina dicendole che tornavo subito!”
“Cosa devi rivelarmi?” chiese Bill preoccupato.
“Il nostro incontro sembra essere stato casuale, ma forse era destino che accadesse…” 
“Non credo nel destino: siamo noi che determiniamo il nostro futuro…E comunque questo cosa centra?”
“Non è vero che ho conosciuto Rambaldi per caso: mio padre aveva fatto studi su di lui, è morto per lui…è tutta la vita che cerco di decifrare i suoi scritti…” disse tutto d’un fiato Irina.
“Rambaldi ha guidato la mia vita e le mie azioni e credo che ora stia guidando le tue…” concluse.
“Una persona normale ti prenderebbe per pazza, lo sai vero?” chiese sorridendole.
“Sì Bill…ma tu non sei una persona normale…Sei un agente della CIA…”
“Come fai a saperlo?” chiese lui ora preoccupato.
“Sei in pericolo, Bill!”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Bill vogliono ucciderti, sei sotto tiro!” spiegò guardandolo negli occhi.
“Si può sapere chi sei?”
“Sono io Bill, sono io che devo ucciderti…Ma non lo farò, fidati di me! Ti proteggerò, tu sei importante!” concluse prendendogli la mano.
“Io sono un agente della CIA, ti rendi conto di quello che mi stai dicendo?” gridò alterato, sfilando la sua mano dalla sua.
“Io so tutto di te, ma pensaci un attimo: se volessi davvero ucciderti sarei venuta a confessarti tutto?”
Un rumore li impietrì; rimasero un attimo in silenzio, poi un gatto uscì di soppiatto da un bidone e scorgendoli sparì nel buio. I due tirarono un sospiro di sollievo.
“Devo andare, è troppo rischioso restare… - riprese Irina - Pensaci, e fidati di me…lascia che protegga te e la tua famiglia!”
Fece per andarsene, ma si voltò di nuovo e tornò a guardare il suo interlocutore: “Io mi fido di te, mi sto esponendo per te…Ho usato il mio libero arbitrio… tocca a te ora usare il tuo…”
Bill rimase immobile. Di tutte le rivelazioni che si sarebbe immaginato, l’idea che Laura, l’unica persona che lo capiva nella sua ossessione di Rambaldi, fosse una spia…lo fece rabbrividire.
“Come puoi immagine la notizia sconvolse tuo padre…Aveva già cambiato vita e identità una volta per salvarvi…e non voleva ripetere di nuovo la stessa esperienza…Non sapeva come comportarsi in quella circostanza…Non sapeva come proteggere la sua famiglia…proprio come te adesso…”
Vaughn portò lo sguardo lontano, ricordando come si sentiva ogni volta che teneva in braccio Jack ed aveva paura per la sua incolumità. Sydney lo guardò con dolcezza, quasi facendogli capire che comprendeva il suo stato d’animo e che lo condividevano.
“Una sera, tornato da un viaggio in Francia…Bill decise di confidarsi con me e raccontarmi tutto quello che sapeva su Rambaldi e sulla sua discendenza…Mi telefonò per chiedermi urgentemente un incontro…”
Una donna rispose all’altro capo dell’apparecchio: “Pronto…”
“Sono io. Ho deciso di usare il mio libero arbitrio”
“Bene. Che cosa sai?”
“Non posso parlarne per telefono. vediamoci tra un ora in Avenue Knor, c’è un capannone, ti aspetto!”
Riattaccò velocemente, senza rendersi conto della sagoma in piedi dietro di lui.
“Quella fu l’ultima volta che sentii tuo padre…purtroppo Bill non fece in tempo a rivelarmi della sua discendenza da Rambaldi, dato che quell’incontro non avvenne…Né quella notte, né mai…”
Il grande capannone era in uno spiazzo isolato, sembrava in disuso. Irina entrò da una piccola porta sul retro, l’unica luce interna era quella che filtrava dalle finestrelle poste vicino al soffitto.
Il rumore dei suoi passi rimbombava nell’edificio, ma non si sentiva nient’altro.
“Bill?” chiamò senza urlare.
Nessuna risposta.
Si guardò intorno e scorse qualcosa in fondo al salone. Si avvicinò piano.
Un uomo era riverso a terra, sotto di lui un lago di sangue.
Irina trattenne il respiro, per paura di ciò che avrebbe visto. Dopo pochi secondi si fece avanti e girò il corpo; il viso era tumefatto a tal punto che si faticava a riconoscerlo, ma i vestiti erano i suoi, e lei non ebbe dubbi nel riconoscerlo.
“Bill… no…” sussurrò portandosi una mano alla bocca.
“Continui a fare errori mia cara…” disse una voce femminile che la fece sussultare.
Si girò di scatto in tempo per vedere la sagoma che conosceva fin troppo bene.
“Ciao sorellina” disse una donna dai capelli neri, il sorriso soddisfatto stampato in volto.
“Yelena” disse sorpresa Irina. 
Si alzò in piedi: “Sono anni che ti cerco!” disse ricomponendosi.
“Lo so, e per farlo hai lasciato qualche morto qua e là… - disse sarcastica - Ma con l’ultimo cadavere, almeno, sei riuscita nel tuo intento!” concluse.
“Perché lo hai ucciso, lui era importante per Rambaldi!” disse arrabbiata.
“Non più, mia cara Irina.. ops scusa…Laura” concluse sempre più sarcastica. La sorella le lanciò uno sguardo pieno d’odio. 
“Se tu non ti fossi intromessa, a quest’ora sarebbe ancora vivo… o forse no!” concluse ridendo.
“Dove pensi di andare!” urlò Irina notando la sagoma che si allontanava.
“Il futuro è scritto mia cara, ma la verità richiede tempo…” disse Yelena, uscendo dalla porta.
Irina le corse dietro, ma uscita nel cortile la sorella era già sparita.
“Yelena? E’ stata Yelena a uccidere mio padre?” disse Michael incredulo.
Tutte le rivelazioni dell’ultimo periodo l’avevano provato. Come poteva essergli stata nascosta la verità per così tanto tempo?
“Come mai tutti, perfino la CIA, hanno creduto che fossi stata tu ad assassinarlo?” domandò Sydney, che ancora doveva convincersi di quella storia.
“Nonostante non avessi intenzione di uccidere Bill, ho cercato di sfruttare l’occasione a mio vantaggio…facendo credere al Kgb di essere io l’assassina, mi sono riguadagnata la loro fiducia…e ho salvato la mia copertura!”
Sydney trasalì nuovamente: per lei era solo una copertura. La sua vita, i suoi regali, la passione nel suo lavoro all’Università…Tutte menzogne per salvare sé stessa.
“Però devo ammettere che uccidere Yelena…è stato come vendicare la morte di tuo padre. Quella notte, non ho avuto il coraggio di uccidere mia sorella…ma a Sovogda non ho perso l’occasione una seconda volta!”
“Perchè Yelena avrebbe dovuto ucciderlo?”
“La domanda non è del tutto corretta Michael..se vuoi capire la verità non chiederti perché l’ha ucciso, ma cosa cercava da lui…”
Vaughn la guardò serio in volto, ma annuì senza rendersene conto. Le credeva.
Lanciò a Sydney un cenno d’approvazione, così la donna abbassò l’arma proprio mentre lo faceva il marito. Irina si voltò per incamminarsi verso l’uscita. Vaughn rimase per un istante come bloccato sotto il peso delle nuove rivelazioni.
“Mamma…” sussurrò Sydney.
La donna non poteva credere alle sue orecchie: sentirsi chiamare di nuovo così da lei era il più grande regalo che potesse ricevere.
“Mi dispiace Syd: non ho avuto forza, non sono stata capace di aiutarvi…Ma posso farlo ora, dicendovi un’ultima cosa” disse guardandoli entrambi.
Sapeva di non avere più tempo, anche lei doveva muoversi in fretta: “Il DSR sta per essere attaccato…” concluse seria.
“E per quale motivo?” chiese incredula Syd.
“Vostra figlia…”
Sydney guardò Vaughn impaurita.
“La Convenzione si servirà del DSR per cercare di migliorare i poteri di Isabelle, poteri che sono assopiti dentro di lei…”
Attese qualche istante e continuò: “Isabelle è figlia del discendente diretto e dell’eletta, non dovrebbe sorprendervi il fatto che sia tanto speciale!” disse con un filo d’orgoglio.
“E’ per questo che l’hanno rapita…” disse Syd cominciando a capire.
”C’è di più…Il vostro vero nemico ha un volto che voi conoscete bene…”
“Di chi si tratta?” chiese Syd, rendendosi conto che finalmente avrebbe saputo contro chi dovevano combattere.
“Olivia Reed…”
Vaughn parve alzare gli occhi al cielo. Se si fosse trovato davanti quella donna probabilmente l’avrebbe uccisa a mani nude.
“Fate attenzione…sa molto bene quello che vuole…” 
Irina fece per andarsene
“Mamma…”
Syd le andò incontro e la guardò vicina alle lacrime: “Grazie”
Irina ricambiò lo sguardo, poi si incamminò verso l’uscita del cimitero. Vaughn mise una mano sulla spalla della moglie: “E’ ora di andare non abbiamo molto tempo…” concluse deciso e preoccupato allo stesso tempo.
“E Renée?”
“Per il momento dovrà aspettare…Dobbiamo salvare nostra figlia”
Episodio scritto da: Alex64, Irinaxx83, MacSloane87, Montanaro87 e Sarax
Categoria: Prima stagione virtuale







12 Comments Add your own
1. sarax | 5 Novembre 2007 at 5:36 pm
Grande Montanaro…. bellissima impaginazione…. direi che le foto sono state tutte ben scelte…. danno la sensazione di vedere l’episodio…. e ora il finaleeeeeee
2. Alex | 11 Novembre 2007 at 12:31 pm
wow, qualcuno legge ancora ^^
3. Irinaxx83 | 11 Novembre 2007 at 3:01 pm
hehe! Alex..è vero che qualcuno ci legge…ma lim3 è una mia amica…diciamo che l’ho costretta io!! hehe!
va bè l’importante è avere qualche lettore..
cmq grazie davvero dei complimenti!!
4. Ary | 11 Novembre 2007 at 5:48 pm
Eccomi commento anch’io!! :)
davvero davvero convincente!! bravissimi!!
si ritorna sempre alla stessa domanda: Irina buona o cattiva??
eheh..
sono rimasta un pò perplessa che non si sia vista per niente Isabelle… come stava.. cosa faceva…
ma comunque ottimo lavoro!
ma la prossima serie la farete presto, vero??
5. Irinaxx83 | 12 Novembre 2007 at 2:51 pm
s