01×05 Il passato non muore mai
22 maggio 2007 Francesca
Torreòn.
Banco do Mexico
All’interno della banca lo spettacolo era sempre lo stesso: una coda di pensionati e casalinghe che veniva a ritirare il mensile, impiegati annoiati agli sportelli, una calca di campesinos e piccoli imprenditori che venivano a richiedere un prestito, mentre le guardie armate davanti al caveau si scambiavano battute e occhieggiavano le ragazze preseti nella sala. In mezzo alla variopinta folla, spiccava un ragazzo vestito in maniera abbastanza dimessa, ma decisamente yankee: zaino Levis, pantaloni stracciati e un’aria di vaga insofferenza.
Una messicana sulla ventina gli sorrise invitante: “Americano?” gli disse,con uno sguardo divertito.
“Si vede così tanto?” ribatté lo sconosciuto,sorridendole di rimando.
“Come una mosca su una tovaglia bianca” rispose con una risatina la giovane.
“Cosa ti porta aquì?” gli chiese poi.
“L’eredità del mio adorato nonnino” gli replicò lui, sorridendo sotto i baffi. “Vengo a ritirarla”
“Benvenuto in Messico allora, e spero che il soggiorno sia piacevole”.
“Molto più di quanto immagini,per me, ma sfortunatamente non potrò dire la stessa cosa di te, mia cara” mormorò a mezza voce lui. “Quasi mi dispiace, peccato, mi sarebbe piaciuto conoscerti. Chissà, forse ci rincontreremo in un’altra vita” concluse sempre bisbigliando.
“Como?” chiese la ragazza, stupita e leggermente intimorita.
Ma l’americano non la stava più osservando. Scambiava invece sguardi con altri anonimi commercianti o sfaccendati che, almeno all’apparenza, non avevano alcun legame con lui.
“Ora ci sono tutti” mormorò uno di loro, un uomo dall’aria inoffensiva.
L’americano annuì, ed estrasse dal suo zaino una mascherina bianca, indossandola immediatamente.
Così fecero anche gli altri che lui aveva incontrato poco prima, e in meno di un secondo dallo zaino del giovanotto cominciò ad uscire una zaffata di fumo bianco.
In pochissimi secondi, la sala d’aspetto era diventata uno scenario infernale: le persone tossivano e si portavano le mani alla gola, ansimando sempre di più, fino a morire rapidamente. Dopo trenta secondi tutti, a parte gli uomini con la mascherina, erano a terra morti,comprese le guardie.
“Madre de Dios” esclamò uno dei terroristi. “Era necessario?”
“Dovrebbe sapere che io non faccio mai nulla di inutile, e questo era l’unico modo di neutralizzare le forze di difesa senza farsi beccare al metal detector o dare loro il tempo di allertare le forze di polizia” gli chiuse la bocca l’americano.
“Sbrighiamoci: Perez, lei applichi le cariche al caveau. Ovando, lo assista. Durden, Fernandez, con me. Sorvegliate le persone in sala e assicuratevi che non sia rimasto nessuno in grado di comunicare con l’esterno.”.
Mentre due dei rapinatori si affaccendavano davanti alla porta blindata all’ingresso del caveau, l’americano e gli altri due si aggiravano nella stanza.
“Qui c’è qualcuno vivo!” esclamò uno dei sottoposti.
Il giovane si voltò e vide il suo sgherro che stava tenendo in braccio la ragazza, che respirava appena.
“Accidenti alle complicazioni sentimentali.”sbottò. “La finisca”. Mentre l’altro annuiva, si accorse di un uomo che si stava trascinando contro il muro, in direzione dell’allarme a parete, dall’altro lato della sala. “Bloccatelo!” si mise ad urlare.
Ma era troppo tardi,l’uomo in fin di vita, con un ultimo sforzo si aggrappò all’allarme a muro,facendolo scattare.
“Ripieghiamo!” strillò uno dei sottoposti.
“Nemmeno per sogno!” gli urlò di rimando l’americano. “Fate saltare quella porta!”
Con un tuono assordante, il portone del caveau si spalancò esplodendo.
Un attimo dopo l’americano era entrato. “Muovetevi!” ordinò ai suoi uomini.
Con un’altra carica al plastico gli uomini in mascherina fecero saltare in aria, all’interno del caveau, la cassetta 147.
Febbrilmente il giovane americano vi recuperò un fascicolo chiuso con una tripla serratura ad incastro.
“Andiamo, ora!” si affettò ad annunciare, mettendosi a correre con i suoi uomini, spalancando le porte della banca e raggiungendo un furgone parcheggiato lì vicino.
L’uomo alla guida partì immediatamente, ma in breve tempo il veicolo aveva alle costole una decina di automobili della polizia.
“Maledizione” imprecò uno degli uomini, togliendosi la mascherina protettiva.
“Tutta colpa vostra, vi avevo detto di sorvegliare le persone in sala!” gli ribatté stizzito il suo capo.
“Che cosa facciamo?” si chiese un terzo, mentre il furgone sgommava a tutto gas.
“Dirigiamoci al punto di recupero.” gli rispose freddamente l’americano. “Sempre che ci lascino arrivare”. Svoltando rapidamente da una curva strettissima il furgone, in equilibrio precario, imboccò un rettilineo. Un elicottero li attendeva sorvolando un campo brullo al termine della strada.
Il furgone sgommando frenò davanti all’elicottero, e i membri del commando di rapinatori cominciarono a scendere dal mezzo e a salire sul velivolo.
Le automobili della polizia frenarono a loro volta e i poliziotti, scesi immediatamente, cominciarono a sparare all’impazzata sui terroristi.
Uno cadde subito, mentre il capo dell’unità estraeva dal furgone una granata, lanciandola sui tutori dell’ordine. Lo scoppio fu fragoroso e assordante.
Ma proprio quando il giovane credeva di essersela cavata e stava per salire sull’elicottero, uno dei poliziotti centrò il pilota dell’elicottero, facendolo precipitare.
In pochissimo tempo le forze dell’ordine messicane si precipitarono sul terrorista, immobilizzandolo.
Luogo sconosciuto
Irina si infilò la giacca di pelle, si preparava ad uscire. Fece alcuni passi e si fermò davanti alla sua scrivania abbassando lo sguardo.
Il fascicolo di sua nipote era lì, tutto quello che le serviva era catalogato lì dentro, con una mano sfiorò delicatamente la liscia plastica che lo ricopriva.
Flashback

Camminava con passo lento sulla spiaggia e i suoi occhi, coperti da grandi occhiali neri, osservavano cautamente una donna di spalle dai capelli bianchi seduta su una grande sedia. Teneva in braccio un bambino di circa un anno, paffutello, “Jack”, pensò, mentre un sorriso le si formava sulle labbra, ma sparì immediatamente non appena vide l’anziana donna alzarsi e girarsi. “Isabelle, entro a cambiare Jack e a farlo mangiare, non ti allontanare mi raccomando” urlò alla bambina che giocava in riva al mare. “Si, nonna non preoccuparti” le rispose la bimba sorridendo.
“Nonna”: era strano sentire sua nipote pronunciare quel appellativo rivolto ad un’altra, ma sapeva bene che quella bambina non l’avrebbe mai chiamata così . Scacciò quei pensieri e si avvicinò con passo più svelto, ora era sola, era il momento giusto per farle il primo test.
“Ciao” le disse inginocchiandosi di fianco a lei. Isabelle le fece un grande sorriso e le rispose:
“Ciao Nina, che bello vederti”.
“Ti avevo detto che sarei venuta a giocare un po’ con te. Ti ho portato una cosa”.
Il viso della bambina si illuminò.
“Davvero? Cosa?” disse impaziente…
“ Era di mia figlia, quando aveva più o meno la tua età” Irina tirò fuori dal piccolo zainetto che aveva con sé dei pezzi di legno. Isabelle li guardò tra il sorpreso e il deluso.
“Isabelle, impara fin da ora che le cose non sono mai quelle che sembrano.” le disse accorgendosi della sua delusione “Per te ora sembrano solo piccoli pezzi di legno, ma solo alcune persone molto speciali possono assemblarli.”
“Assemblarli?” ripeté la bambina, un po’ confusa
“Si è una specie di puzzle. Dai, prova a mettere insieme i pezzi” Isabelle guardò seria quei pezzi di legno sparsi sulla sabbia e poi lentamente cominciò ad unirli mettendone uno sopra l’altro, formando infine una specie di torretta. Irina sorrise soddisfatta: era proprio figlia di Sy1×05_isa2.jpgdney.
Venne distolta dai suoi pensieri da un urletto rivelatore della bimba.
“Ma lo sai che ora che lo vedo me lo ricordo, ne ho uno in casa mia da qualche parte”. Irina rimase sorpresa nell’apprendere che Sydney non aveva gettato via quella che era stata una delle cause della sua sofferenza. In quel momento si udì un forte strillo provenire dall’interno della casa e Isabelle sbuffò.
“ E’ quella peste di mio fratello piccolo mi sa che mi conviene andare a dare una mano alla nonna” disse,scuotendo la testa, con aria da sorella maggiore.
“Si,avrà sicuramente bisogno del tuo aiuto” disse Irina sorridendole “Ma non ti preoccupare presto smetterà di urlare e comincerà a parlare” . Isabelle si alzò in piedi.
“Speriamo, non si sopporta quando urla così, va beh è meglio che vada… torni vero?” Irina la guardò intensamente negli occhi e le fece cenno di sì con la testa. La salutò con la mano mentre spariva ancora una volta dentro la casa.
Pochi giorni dopo
“Quando c’è il sole tu compari” disse ridendo la ragazzina.
“Beh, è il momento migliore per passeggiare” le rispose Irina ,mentre si sedeva sulla spiaggia di fianco a lei. “La nonna e il fratellino?” chiese con falso disinteresse.
“Sono in casa”le rispose Isabelle, e senza prendere respiro aggiunse “Facciamo un castello di sabbia?”… Irina annuì, si posizionò sulle ginocchia e cominciò a riempire il secchiello con la sabbia umida.
Isabelle si soffermò a guardare la donna che giocava con lei, il suo viso ,così familiare, le ricordava tanto la sua mamma. Si rattristò, erano giorni che la vedeva pochissimo.
“Tutto ok?” una voce la distolse dai suoi pensieri.
“Si, solo che… mi manca un po’ la mia mamma.”
“Immagino che sia impegnata con il lavoro.”
“Già” disse la bambina poco felice della cosa.
“Sono certa che le mancherai anche tu” disse Irina guardandola negli occhi. Questa semplice frase le risollevò il morale e Isabelle ricominciò a costruire il suo castello.
Dopo qualche minuto.
“Ahi” disse Isabelle portandosi il dito alla bocca.
“Che cosa hai fatto?” chiese Irina osservando il suo dito incerottato.
“Mi sono tagliata questa mattina”.
”E ora la sabbia è entrata nella ferita” disse Irina prendendole la mano, togliendole delicatamente il cerotto e i granelli di sabbia, “potrebbe fare infezione, vallo a mettere sotto l’acqua corrente e poi fattelo disinfettare dalla nonna”. Isabelle la guardò,poco convinta.
“Ma se entro poi nonna non mi fa più uscire”.
“Finiremo il castello un’altra volta, non preoccuparti” disse Irina tranquillizzandola.
“Ok”le rispose allegramente la bambina e detto questo, inaspettatamente le lanciò le braccia al collo. Irina rimase immobile: non si aspettava una cosa simile, l’ultima volta e anche unica che aveva abbracciato sua nipote era stato quando l’aveva fatta nascere. Dopo pochi secondi Isabelle si staccò e come al solito corse verso la sua casa sparendo all’interno.
Irina si scosse da quella strana sensazione e guardò in basso, nella sua mano: il cerotto sporco di sangue di sua nipote era proprio lì, davanti ai suoi occhi. Un sorriso compiaciuto si formò sulle sue labbra e un lampo di soddisfazione attraversò il suo sguardo.
Era fatta, ora aveva tutto quello che le serviva. Si alzo di scatto e si allontanò da quella casa che molto probabilmente non avrebbe più visto.
Casa Vaughn
Syd cercava di non far trasparire la propria preoccupazione, ma anche per lei, addestrata a questo, non era facile controllarsi davanti a questa nuova presunta e pericolosa novità.
“E poi ,cosa è successo?” le chiese con voce calma cercando di non dar a vedere la sua impazienza.
Isabelle la guardava sorpresa, non capiva cosa ci fosse di così strano nel parlare con una signora in spiaggia.
“E poi basta, dopo aver disinfettato la ferita, ho guardato dalla finestra, ma Nina non c’era più e da quel momento non l’ho più vista” Vaughn prese la parola cercando di tranquillizzare tutti.
“Grazie tesoro, non è successo niente di grave, ma come ti abbiamo già detto più volte non devi dare confidenza agli sconosciuti, soprattutto quando io e mamma non ci siamo, va bene?”
“Va bene” disse Isabelle sconsolata
“Ok ora vai a letto, tra due minuti la mamma verrà a rimboccarti le coperte” la bambina si alzò e fece un passo, poi si bloccò e rivolse uno sguardo ai suoi genitori. Syd conosceva bene quello guardo “Cosa c’è?” disse dolcemente
“Non ci posso più parlare con Nina?” disse la piccola con un filo di voce.
“Ti piacerebbe farlo?” disse Syd temendo la risposta.
“Si è simpatica e…”
“Cosa, tesoro?”
“Mi piace tanto, a volte la guardo e mi sembra te, tu non ci sei quasi mai a casa” Syd sentì come una coltellata che affondava nel suo petto, trattenne le lacrime a stento e allungo le braccia verso sua figlia. La strinse forte.
“Lo so tesoro, ma ti prometto che non sarà sempre così, appena io e papà finiamo questo lavoro tornerà tutto come prima”
“Promesso?” disse Isabelle guardando sua madre negli occhi
“Promesso” disse Syd sciogliendo l’abbraccio e lasciandola andare in camera.
Nascose il viso tra le mani e si appoggiò sulle gambe.
Vaughn le accarezzò la schiena ma prima che potesse parlare Syd si alzò di scatto.
“Sta succedendo di nuovo”
“Syd” cercò di dire inutilmente Vaughn
“NO, mia madre aveva ragione, non si può essere sia un buon agente che una buona madre: qualcosa deve essere sacrificato, e io non ho intenzione di sacrificare i miei figli, non passeranno quello che ho passato io” le lacrime rigavano il suo viso, ma quell’ultima frase uscì dalla sua bocca con grande determinazione e sicurezza.
“Concluderemo questa storia e poi andremo in congedo, questa volta per sempre” disse Vaughn abbracciandola.
“Si, e la prima cosa per poter essere liberi è capire se quella donna è davvero mia madre, se è lei questa volta la eliminerò una volta per tutte, non farà passare a mia figlia quello che ho passato io.” detto ciò si alzò velocemente ed entrò nella cameretta di Isabelle.
Vaughn era sconcertato, il passato stava tornando, Sark, la Convenzione, Rambaldi e ora anche Jack e Irina.
Si passo le mani tra i capelli. “Che diavolo sta succedendo?” pensò. Una brutta sensazione si fece strada dentro di lui.
LOS ANGELES – SEDE DELLA CIA.
Il briefing doveva ancora iniziare ma tutti erano già seduti ai loro posti.
Sydney guardava con diffidenza Sark, mentre Rachel fingeva di ignorarlo e Marshall,c he si trovava fra i due, era in evidente imbarazzo.
La porta dell’ufficio si aprì e dopo un rapido scambio di cenni di saluto, Dixon si sedette al suo posto e accese il terminale della rete interna di informazioni.
Sullo schermo, il direttore della task force stava facendo passare le immagini della cattura del terrorista di Torreòn.
“Quest’uomo non ha un nome, non sappiamo chi sia” commentò, bloccando il video su una sua inquadratura in primo piano.
“L’unica cosa che sappiamo è che ha assaltato il Banco de Mexico a Torreòn una settimana fa,prima di essere catturato dalle autorità locali.”
“Da quando ci interessiamo a comuni rapine?” domandò Sydney con una punta di impazienza.
“Prima di tutto questa non è una comune rapina, in quanto sono stati utilizzati mezzi e armi professionistiche.
Secondariamente” aggiunse Dixon lentamente dopo essersi schiarito la voce “sappiamo che in quell’edificio c’era una cassetta di sicurezza intestata al defunto signor Wright.”
“Dunque, quest’uomo fa parte della Convenzione.” Dedusse rapidamente Vaughn.
“E’ probabile. Se così fosse,non possiamo lasciarci scappare questa occasione di poter interrogare un membro di quell’organizzazione. Potrebbe essere una fonte chiave per conoscerne organigrammi e finalità. Abbiamo già concordato l’estradizione con le autorità messicane, tu “disse poi passando a Sydney un faldone di documenti ufficiali ” e Vaughn lo scorterete qui. La Convenzione sicuramente tenterà di liberarlo, così avrete una squadra di supporto.”
“Ovviamente” commentò in tono neutro Syd, tradendo però la sua irrequietezza dallo sguardo.
“C’è un’altra questione che deve essere risolta al più presto. Il signor Sark, come sapete tutti, sta attualmente lavorando nella nostra task force come aiutante esterno. E’ stato volutamente infettato da McKenas Cole con un virus la cui natura ci sembrava inizialmente sconosciuta. Dalle analisi seguenti siamo riusciti a risalire a una mappatura genetica del virus, e confrontandolo con gli studi specifici abbiamo scoperto che ci potrebbe essere una cura. Marshall….” Concluse, scandendo il nome del tecnico con calcolata lentezza.
“Sì, signor direttore. Allora, questa azienda, questa Glabb Farmen, di Monaco (dove fanno la festa della birra, lo sapete?) ha prodotto un vaccino su vasta scala che copre molte specie differenti di virus, come quelli generici dell’influenza, avete presente, sì,n o? Ma la cosa più strabiliante è che c’è un’alta probabilità che sia efficace per il virus del signor Sark. Non è…contento?” aggiunse Marshall, scoccando un’occhiata preoccupata al biondino,che non aveva mutato la sua espressione glaciale.
“Non abbiamo i mezzi per venire in possesso del vaccino legalmente. Sarà necessaria un’incursione mirata. Rachel, tu e il signor Sark entrerete nella struttura,preleverete il virus,lo duplicherete e tornerete alla base.”commentò Dixon.
“Già, e per la vostra missione ho preparato…eccole qua.. due mie sorpresine. La prima,signorina Gibson,cioè Rachel, è questa splendido anello,bello eh? E per il signor Sark abbiamo questo orologio,di gran classe,non è vero? E si ruota l’anello, così, l’orologio rilascia un potentissimo narcotico. E’ una misura precauzionale ,in caso,ehm…il signor Sark tentasse di scappare…” concluse imbarazzatissimo Marshall.
“Sydney,Vaughn, voi partirete per Torreòn fra un’ora. Rachel, Sark, il vostro aereo per Monaco sarà sulla pista fra due ore. Buona fortuna a tutti.” li congedò con tono solenne Dixon.
LUOGO SCONOSCIUTO – CENTRO TATTICO DELLA CONVENZIONE
Nella penombra, Kelly Peyton stava smontando il suo fucile di precisione.
“Peyton” la apostrofò un uomo, avvicinandosi a lei “i nostri capi ti hanno affidato una nuova missione. La chiusura di una possibile falla d’informazioni.”
La terrorista girò la testa di scatto e, dopo un attimo di pausa, si limitò a domandare ”Dove siamo diretti?”
“Torreòn” le rispose laconico l’agente della Convenzione.
“Preparo subito una squadra. Non falliremo,copriremo la falla al più presto.” Concluse Peyton, rimettendosi a rimontare il suo fucile.
MONACO Glabb Farmen
“Allora, Chimera, sei pronto ad entrare in azione?” disse Rachel enfatizzando il nuovo nome in codice di Sark.
“Chimera” le rispose quest’ultimo, scuotendo la testa “che razza di nome” “Demetra”” aggiunse in tono sarcastico con un sorrisetto sornione.
“Il tuo è proprio azzeccato, ti descrive perfettamente, ora concentrati” tagliò corto Rachel. “Archimede siamo in posizione”aggiunse al microfono.
“Bene Demetra, Chimera, vi sto monitorando”le rispose Marshall, con un filo di imbarazzo.
Rachel e Sark scesero dall’auto che si era fermata proprio davanti all’edificio e entrarono dalla porta principale. Un uomo alto e biondo si avvicinò porgendo loro la mano e parlando in inglese con spiccato accento tedesco:
“Guten Tag, signori, tutto bene il viaggio?
“Diciamo che ce ne sono stati di migliori” disse Rachel con un tono duro che non le apparteneva.
“Demetra che ti prende?” intervenne Dixon dall’auricolare
“Oggi la mia collega non è di buon umore” disse Sark cercando di alleviare la tensione “allora tutto pronto per la dimostrazione?”
“Ma certo Signor Cox” rispose il tedesco, facendo cenno con una mano di seguirlo.
Percorsero un lungo corridoio dalle pareti bianche. Poi l’uomo li fece accomodare in una stanza. Atri due uomini e una donna erano pronti ad attenderli. La prima a parlare fu la donna.
“Siamo felici di avervi qui, purtroppo non capita spesso che grandi imprese come la Vostra si occupino di sostenere studi di ricerca come quelli che facciamo qui” disse porgendo la mano ai due agenti in segno di saluto.
“Prima o poi, purtroppo, tutti hanno bisogno di cure” disse Rachel “Saremo felici di finanziare un così lodevole progetto” .
Uno degli uomini che non aveva ancora parlato porse due fascicoli a Rachel e Sark
“Sono sicuro che troverete questi nostri nuovi studi molto interessanti”.
“Ne sono certo” disse Sark, sedendosi sulla sedia e fingendo di essere molto concentrato su quello che stava leggendo.
“Volete un caffé? Dopo un così lungo viaggio..” propose l’uomo biondo che li aveva accolti.
“Volentieri, grazie” risposero all’unisono Rachel e Sark.
“Torno subito allora”.
“Ah, senta, mi scusi” disse Rachel “io vorrei un caffé ristretto, niente zucchero ma dolcificante e macchiato ma con latte parzialmente scremato non intero..” . Sark la interruppe bruscamente“La mia collega è un po’ fissata col caffé, sapete sua madre è Italiana” disse in tono sarcastico. Gli uomini da prima sconcertati si rilassarono sorridendo e guardandosi,con aria complice.
“Kathryn, forse se vai con lui e te lo scegli tu stessa il caffé facciamo prima” aggiunse il biondino dopo una pausa, rivolgendo lo sguardo verso gli uomini “E’ possibile signori,non è vero?.”concluse poi, guardando con malizia la donna di mezza età ma affascinante che gli stava di fronte “signora?”
“Ma certo” disse lei, un po’ imbarazzata .“Vada pure il mio collega sarà felice di accompagnarla”.
“Grazie” disse Rachel alzandosi e uscendo dalla stanza senza indugio.
“Allora, dove eravamo rimasti?”sbottò Sark ottenendo l’attenzione dei presenti.
Fuori dalla stanza
Rachel e il suo accompagnatore entrarono nella sala di ristoro, Vista l’ora non c’era nessuno. “Bene” pensò la giovane spia, “ è il momento”. Tolse il tappo dalla penna che aveva in mano e lo conficco nel collo del uomo che la accompagnava,che si accasciò rapidamente a terra.
Flashback
“Vedete questa?” Sembra una normale penna, cosa che effettivamente è, per certi versi, ma se premete questo tastino”disse Marshall mostrandolo orgoglioso “un liquido narcotico si mescolerà all’inchiostro e il vostro avversario cadrà a terra come Biancaneve dopo aver morso la mela, lo vedevate il cartone da piccoli, io l’avrò visto 20 volte, lo adoravo, beh comunque l’importante è che una volta conficcata la penna tipo siringa nella vittima la vostra strada sarà libera da impedimenti” concluse trionfante.
Stanza ristoro
“Mi scusi” disse mentre con molta fatica trascinava l’uomo dietro un armadio per non farlo scoprire “E ora antivirus a noi”.. uscì con passo veloce dalla stanza .
“Ok Archimede sono pronta, dove si trova il vaccino?”
“Un centinaio di metri davanti a te, beh si, più o meno. Troverai un ascensore, prendilo e vai al 5 piano” le rispose il genio continuando a battere i tasti sul suo computer “poi troverai una porta rossa, quello è il laboratorio. La porta ha una serratura magnetica ed è chiusa.. beh ovviamente, ci sono io apposta. Ho già trovato l’accesso al codice, anche perché altrimenti non vi avremmo fatto ..”
“Marshall” lo interruppe Dixon.
“Si, ok signore, ci sei Demetra? la porta dovrebbe aprirsi”.
“Fatto genietto, grazie” disse Rachel sorridendo.
“Ora tocca a te.”
“Ok Lince, passo e chiudo”
Rachel cominciò a guardarsi attorno per trovare l’antidoto.
Sala riunioni
Sark nel frattempo intratteneva i suoi ospiti cercando di mostrarsi molto interessato al progetto per non far sentire troppo la mancanza di Rachel.
“Queste Vostre ricerche sono davvero interessanti, ovviamente dovrò sottoporle al mio titolare ma sono sicuro che ne rimarrà entusiasta, come me del resto” disse guardando la donna.
Laboratorio
Rachel visionava velocemente i vaccini contenuti in quella stanza
“Eccolo” disse infine “Lince, Archimede trovato” disse Rachel soddisfatta
“Ok duplicalo e uscite di lì” .
Dopo pochi secondi.
“Fatto” disse la spia, uscendo velocemente dalla stanza. Poi prese il cellulare e compose un numero memorizzato in automatico.
Sala riunioni
Uno squillo interruppe la conversazione
“Chimera, è fatta torniamo alla base” disse velocemente interrompendo la comunicazione.
“Guardi in questo momento sono molto impegnato, si so che è importante” distolse un attimo l’attenzione dalla telefonata “mi scusate solo un attimo?” disse rivolgendosi ai suoi interlocutori che fecero cenno di si.
Sark uscì dalla stanza e si avviò verso l’uscita velocemente, in quel momento Rachel comparve dall’ascensore e si affiancò a lui.
“Demetra, Archimede, la macchina vi sta aspettando fuori e un aereo vi riporterà a Los Angeles passo e chiudo” disse Dixon
“Ricevuto”
Volo per Los Angeles
“Direi che siamo una bella coppia biondina” disse Sark sedendosi di fianco a lei “anche se si vede che non sei ancora ai livelli di Sydney” aggiunse poi, stuzzicandola.
“E’ solo colpa della tua presenza” disse Rachel ,nervosa.
“E’ vero, faccio una strano effetto alle donne” le sussurrò il suo “collega” all’orecchio “E tu ne sai qualcosa”concluse maliziosamente.
Rachel si alzò di scatto.
“Smettila, mi hai ingannata una volta,ma non succederà di nuovo”.
“Calma, calma biondina, vedi? Non ti sai controllare, il controllo nel nostro lavoro è importante”.
“Nostro?” enfatizzò Rachel guardandolo con espressione tra il divertito e l’incredulo.
“Che tu ci creda o no, ora sono dei vostri” disse Sark e aggiunse “Ne va della mia vita e in più..” abbassando il tono della voce “c’è un’altra ragione”.
“Davvero?” disse con tono sarcastico, riaccomodandosi sulla poltrona.
“Chissà, un giorno forse te lo dirò ” disse Sark infilandosi le cuffie per sentire un po’ di musica.
“Non vedo l’ora” sussurrò seccata Rachel rimettendosi a leggere il fascicolo.
Torreòn.
Prigione municipale.
“La ringrazio per averci permesso di estradare il vostro prigioniero” disse Sydney, stringendo la mano del locale sceriffo.
“De nada. Anche se mi sarebbe piaciuto mettere personalmente le mani addosso a questo puerco” rispose il poliziotto, scoccando un’occhiata disgustata al terrorista,che se ne stava raggomitolato in un angolo della sua cella, con aria indifferente.
“Siamo sicuri che il governo degli Stati Unti le sarà riconoscente “aggiunse Vaughn,stringendo a sua volta la mano del poliziotto. “Possiamo entrare nella cella?” domandò.
“Ma certo” lo invitò lo sceriffo “Tutto vostro, a me fa quasi schifo vederlo” concluse con un’ulteriore smorfia di disgusto.
Sydney e Vaughn aprirono la porta della stretta cella e cominciarono a parlare al prigioniero,che li ascoltava con sguardo assente, fregandosi le mani ammanettate.
Sydney lo squadrò, poi iniziò a parlare.
“Sappiamo che hai assaltato una banca. Hai usato un agente nervino,probabilmente comprato al mercato nero in Russia. Sei fuggito su di un furgone rubato a Jerez tre settimane fa. Stavi per scappare dal paese con un elicottero di fabbricazione sovietica. Tutto sta ad indicare che fai parte di un’organizzazione potente e ben organizzata,probabilmente con agganci in Russia o in una delle ex-repubbliche sovietiche. Noi pensiamo di sapere il nome di quest’organizzazione.”
La spia fece una pausa. L’interrogato continuava a fissarla assente.
“Lavori per la Convenzione, non è vero?” aggiunse con tono deciso Sydney.
Non vi fu nessuna reazione.
“Senti, mettiamo le cose in chiaro. Tu meriti di morire. Hai ucciso decine di persone innocenti, e dalla freddezza con cui ti sei comportato, suppongo che questa non sia la prima volta per te. Qui ci sono almeno un’ottantina di persone ,fuori dalla prigione, pronte a linciarti. Se non collabori,non siamo sicuri che non li lasceremo entrare.” Di nuovo Sydney si fermò,ma il prigioniero le rivolse solo uno sguardo vagamente canzonatorio.
“La tua organizzazione non verrà a liberarti. Sei troppo poco importante per loro. Hai fallito,sei sacrificabile. La tua vita non vale più nulla oramai”
L’uomo senza nome rivolse a Syd un sorriso ironico.
“Ma se collabori, possiamo garantirti una cosa: vivrai. In cella,ma sarai vivo. E se hai una coscienza,forse potrai aiutarci a salvare delle persone innocenti.”
“Avrei una richiesta” disse inaspettatamente l’americano sconosciuto.
“Quale?” intervenne Vaughn.
“Vorrei un bicchiere d’acqua” gli chiese beffardo il suo interlocutore.
Sydney e Vaughn si scambiarono uno sguardo. Schiarendosi la gola, Syd fissò con aria severa il prigioniero e continuò.
“Non prendiamoci in giro. La tua situazione è seria. Persino se tu riuscissi a fuggire, che è quasi impossibile,e sei membro della Convenzione, come penso,sai che trattamento riservano ai loro agenti che falliscono. Sai cosa hanno fatto a Sark, che era uno dei loro collaboratori più fidati”
“Quello che pensi di sapere è veramente poco, agente Bristow.” le rispose ironicamente il giovane.
“Come hai fatto a riconoscermi?” gli chiese stupefatta l’agente della CIA.
“Sei una celebrità nel mondo dello spionaggio. Tutti ti ammirano.”
“ E cosa sapresti di così importante tu?” gli chiese con fermezza Vaughn.
Girandosi per rispondergli,il terrorista sorrise sarcasticamente.
“Pensavo che lei fosse morto anni fa, agente Vaughn. Il che dimostra che in ogni caso, c’è una sorpresa in fondo alla strada per ognuno di noi. D’altronde ,non si può vivere senza sorprese e senza poesia,non trovate?” concluse ,strizzando l’occhio a Sydney.
Vaughn lo afferrò per le spalle con forza,guardandolo con uno sguardo inferocito: “Ascoltami bene, brutto figlio di puttana. Se non collabori,non dovrai aspettare che siano i messicani,lo farò io. Ne ho conosciuti tanti come te, siete dei duri finché avete il sedere coperto. Ma quando crollate siete patetici. Parla,dannazione, dicci quello che sai!”.
Il criminale rimaneva zitto, con una espressione quasi annoiata.
“Va bene.” concluse Vaughn,estraendo la pistola d’ordinanza. “Va bene. Facciamo così. Ora ti punterò la pistola alla tempia. Se non mi risponderai entro il tre,il tuo cervello farà parte delle decorazioni di questa cella. Ti ha mandato la Convenzione?” Nessuna risposta. “Allora ,vuoi dirmelo?”Silenzio.”E va bene, uno,due..” Vaughn stava per premere il grilletto. Lo avrebbe fatto. Lo stava facendo.
In quegli istanti,per un attimo, Syd aveva rivisto suo marito nel momento peggiore, quando la sua mania di vendetta si era impossessata di lui. Non era più il padre dei suoi figli,o l’uomo che amava, in quei momenti. Sembrava un altro,come se un demone- il demone della vendetta,della rabbia- si fosse impossessato di lui. “Vaughn…” sussurrò Sydney.
Micheal sentì la preoccupazione nella sua voce, e forse un filo di un’altra emozione, come repressa.
“Non farlo…non serve” aggiunse Sydney guardandolo in faccia.
Paura? Come poteva Sydney avere paura di lui?
Vaughn lasciò andare il suo interrogato, che scoccò un’occhiatina divertita alla coppia.
“Non siete credibili come torturatori. Le vostre minacce sono ridicole” commentò.
Sydney lo guardò con aria truce. Vaughn era troppo in ansia, troppo agitato per quello che stava succedendo di nuovo, e aveva fatto un passo falso. E lei era cascata in pieno nel peggiore errore in cui potesse incappare. Si morse le labbra.
“Vedremo se la penserai così,quando ti consegneremo ai messicani” aggiunse.
“Agente Bristow,lei non è in grado di farmi paura. Non potete volermi morto, ho informazioni troppo preziose, o almeno voi pensate che sia così. E anche se mi torturerete, ho una resistenza molto più alta della media”.
Sydney, ascoltando le parole del prigioniero, si era resa conto che c’era qualcosa che non andava. Troppo sicuro di sé. Era la spavalderia di chi non ha niente da perdere?
O…c’era un altro motivo? Possibile che…
Esterno.
“Ha da accendere?” disse una donna scura di capelli ad uno dei poliziotti che sorvegliavano l’ingresso della procura di Torreòn, proprio vicino al carcere.
“Seguro” replicò questo, ben contento di aver finalmente una distrazione. I turni di guardia erano i peggiori.
Si avvicinò alla donna, che gli avvicinò la sua sigaretta.
All’improvviso l’estranea estrasse rapidamente dalla tasca un coltello malese, conficcandoglielo nel collo.
“Madre de…” commentò il suo collega, portando una mano alla pistola.
Ma la donna fu più rapida e gli scaglio il coltello in pieno petto, uccidendolo immediatamente.
Si aggiusto l’auricolare e iniziò a parlarci.
“Ingresso secondario aperto. Squadra, potete avvicinarvi.”
“Ricevuto Peyton. “
“Dobbiamo effettuare l’ingresso e prelevare il pacco in trenta secondi. Muovetevi!”
Interno.
Sydney era furiosa con se stessa: era chiaro che non avrebbe ottenuto risposte.
Accidenti ai nervi tesi! L’addestramento era inutile?
Guardò Vaughn con aria di scusa, ma anche di rimprovero: in parte era colpa sua, anche lui si era lasciato andare.
Ma ora era diverso dai vecchi tempi, non proteggevano più soltanto loro stessi, ma anche i loro figli.
“Siamo vulnerabili…” pensò “Forse dovremmo davvero chiudere tutto e fare soltanto i genitori…
Questura.
Peyton e i suoi uomini si muovevano per la questura abbattendo a colpi di mitragliatrice chiunque si opponesse al loro passaggio.
Mentre falciava un agente di polizia che aveva voluto fare l’eroe, l’ex-agente del Quinto Profeta fece un cenno a tre dei suoi.
“Entriamo nella prigione ora! Lasciamo che gli altri ripuliscano il perimetro. Dobbiamo prenderli di sorpresa, toglietevi le tute nere ed indossate le divise da guardie. Ricordatevi che di sicuro saranno agenti esperti, non sottovalutateli!”
I tre annuirono e si diressero rapidamente verso la prigione.
Cella.
“Agente Bristow? Agente Vaughn?” Una guardia carceraria li stava chiamando dal corridoio fuori dalla cella.
“Che cosa succede?” gli chiese Syd. C’erano anche dei problemi, adesso?
“Dovete seguirmi, c’è un problema burocratico”. “Che genere di problema?” C’era qualcosa di strano in quella guardia… “Noie per l’estradizione. Mi dispiace, dovete seguirmi nell’ufficio del procuratore?” Come mai il suo sesto senso le diceva di non fidarsi? “Arriviamo subito. Cosa vuole il procuratore Lorca da noi?” “Vuole semplicemente…” Sydney sparò nella gamba della guardia, facendolo cadere a terra, con un urlo di dolore. Vaughn la guardò sbigottito.
Syd spazientita gli urlò “Il procuratore si chiama Enriquez, non l’hai letto entrando?”
Vaughn capì tutto. Certo, sulla porta dell’ufficio c’era il nome vero del procuratore. Ecco perché il prigioniero era così sicuro! Venivano a liberarlo!
“Imbavaglialo” gli disse Syd “Non vogliamo che strilli per portarci addosso i suoi”.
Vaughn annuì e si strappò una manica da usare come bavaglio.
Lui e Syd uscirono portandosi dietro il prigioniero, scavalcarono la prima guardia e si avviarono per il corridoio, estraendo la pistola e puntandola in ogni angolo.
Syd prese il suo cellulare e premette il numero che avrebbe dato l’allarme alla squadra di supporto. Sempre che fossero ancora vivi.
Corridoio
“Maledetto stupido!” disse Peyton, arrivando davanti alla cella e notando il suo uomo che si dimenava a terra. La frittata era fatta.
“Tu rimani con me. Tu, invece, controlla il corridoio da destra” ordinò ai suoi uomini.
Non poteva lasciare nelle mani della CIA un operativo della Convenzione di quel grado: sarebbe stata la fine, anche lei che era entrata da poco in quella organizzazione era in grado di capirlo.
Corridoio destro.
Syd e Vaughn avanzavano lentamente, controllando ogni centimetro.
Erano in trappola, a meno che la squadra di scorta non fosse intervenuta.
Ma era meglio non contarci.
All’improvviso Syd si paralizzo. Fece cenno a Vaughn di abbassarsi e tener abbassato il prigioniero.
C’era un rumore dall’altro angolo del corridoio.
Se c’era qualcuno che li stava per prendere prigionieri, doveva stenderlo a mani nude.
Un colpo di pistola avrebbe rimbombato negli stretti corridoi e avrebbe attirato gli altri membri del commando come una calamita.
Syd si preparò dietro l’angolo. Prese la pistola per il calcio e guardò, usando il suo orologio come specchietto.
C’era un uomo in divisa da guardia che avanzava lungo il corridoio, a testa bassa, l’arma davanti a sé, in tipico atteggiamento da professionista.
Si preparò a colpirlo.
Appena arrivò a portata di braccio gli assestò un colpo deciso, stendendolo.
“Meno uno” sussurrò in direzione di Vaughn, che le annuì preoccupato.
Gruppo di Peyton.
“Non li ha ancora trovati” suggerì l’uomo di scorta.
“O forse li ha trovati, ma si è fatto beccare anche lui come un cretino” propose acida Peyton. Non le piaceva quell’inseguimento per i corridoi. Era ora di prendere una decisione drastica.
“Dammi la mia maschera e mettitela anche tu” disse al suo sottoposto.
“Ma…non vorrai riempire il corridoio di gas, vero?” le rispose impaurito l’uomo. Era impazzita?
“Voglio solo spaventarli” lo rassicurò la terrorista. Non era così pazza da lanciare del gas nervino in un posto stretto come quello, maschera o non maschera.
“Agenti della CIA!” urlò. “Sapevamo che sareste venuti! Sto per liberare del gas nervino nel corridoio! Morirete tutti! Venite fuori con le mani sopra la testa e forse non dovrete morire!”
Da Syd e Vaughn.
“Che cosa facciamo?” chiese Vaughn preoccupato, continuando a tenere basso il prigioniero.
Sydney non era sicura. Poteva essere un bluff, ma poteva anche non esserlo, non si sapeva mai, con la Convenzione.
“Prima o poi ci troveranno” rispose. “Se la squadra di supporto non è intervenuta evidentemente non ci sono più. Dovremmo arrenderci comunque.”
“Veniamo!” urlò in direzione della voce.
Si avviò con le mani sopra la testa, seguita da un mesto Vaughn e dal prigioniero, che mugolava qualcosa.
“Agenti Bristow e Vaughn, a volte la storia si ripete” li apostrofò Kelly Peyton non appena li vide.
“Lasciatelo andare e toglietegli quel ridicolo bavaglio”
Lentamente, Vaughn tolse il bavaglio improvvisato dalla bocca dello sconosciuto, che gli fece un sorriso ironico.
“Mille grazie”lo canzonò.
Mentre si avviava verso Peyton e il suo uomo di scorta, che tenevano costantemente sotto tiro Syd e Vaughn, si udì una violenta esplosione e con un lampo due uomini della scorta CIA entrarono nel corridoio. Sydney ne approfitto per atterrare una sorpresa Peyton, mentre Vaughn si tuffò addosso al prigioniero.
Kelly Peyton si liberò per un attimo dalla stretta di Syd ed estrasse un altro dei suoi coltelli malesi, piccoli e micidiali.
Ma invece di usarlo sull’avversaria lo piantò nella schiena del prigioniero senza nome, che da terra le rivolse uno sguardo stupefatto.
Mentre il suo uomo la copriva agli uomini della scorta CIA, che avevano iniziato a sparare, si avviò lungo il corridoio, lasciando Vaughn e Sydney impietriti.
Dopo un attimo gli uomini della CIA li raggiunsero.
“State bene?” chiesero loro.
“Noi sì, il prigioniero è ferito gravemente” rispose loro Vaughn.
Syd nel frattempo era accanto all’uomo, ormai agonizzante, cercando di sentire le sue ultime parole.
“E’ la tua ultima possibilità!Dimmi cosa sai della seconda convenzione, di me! Ti hanno tradito, non devi loro nessuna fiducia!”
“Lei mi ha tradito…io l’ho servita, e lei mi ha tradito” farfugliava il terrorista morente, con un’espressione quasi trasognata.
“Lei? Chi è lei? Il tuo capo? Come si chiama…Irina Derevko?” gli urlò Sydney.
“Cosa.. che? Chi è Irina De-derevko?” le chiese l’agente nemico morente.
“Sydney non riusciva crederci. Ma allora, chi era la donna che Isabelle aveva incontrato?
Possibile che un operativo della convenzione non ne sapesse nulla?
“Dimmi chi è allora” ripeté. Troppo tardi: l’agente era morto.
“Syd, è andato. Non può più dirci nulla. “commentò mestamente Vaughn.
Allontanandosi dal cadavere, la sua sposa lo abbracciò e si sciolse in lacrime.
Nascondiglio di Sloane
“Che fai qui fuori?” disse Jack sedendosi sulla panchina insieme a Sloane.
“Prendo tutta l’aria che mi è mancata in questi sei anni” disse quest’ultimo facendo un profondo respiro “tu perché sei qui?” aggiunse poi senza guardarlo. Jack girò il viso verso di lui per capire cosa intendesse.
“Perchè non sei a casa a fare il nonno?” aggiunse il suo amico di un tempo, stavolta guardandolo negli occhi. Jack distolse lo sguardo con un amaro sorriso.
“Dopo l’esplosione” disse lentamente cercando di trovare le parole adatte “dei contadini mi hanno estratto dalle rocce, non potevano credere che ero vivo… e nemmeno io” aggiunse, ritornando a guardare Sloane “ero ancora ferito, l’esplosione era stata tremenda anche per un .. immortale … non avevo documenti, ero confuso, quella gente è stata molto ospitale, mi hanno curato.. anche se le mie ferite non ne avevano bisogno si stavano rimarginando da sole, dopo pochi giorni ero già in piedi.”.
“Perché non sei tornato da Syd?” ribadì Sloane.
“Dopo aver scoperto che Irina era morta e che Syd finalmente era libera non volevo disturbare la quiete ritrovata, avrei dovuto spiegargli di Rambaldi, dell’immortalità, di te…” disse facendo una pausa “ Era serena, Vaughn era al suo fianco e Isabelle finalmente non era più in pericolo, tutto doveva rimanere così” disse appoggiandosi pesantemente sullo schienale della panchina.
“Ma ora sei tornato” commentò mestamente il suo interlocutore.
“TUTTO è tornato, Arvin.” chiosò Jack, mettendo un forte accento su queste parole.
“Già, il passato ritorna” concluse Sloane con una strana luce negli occhi.
In lontananza una moto era ferma in un luogo appartato, su di essa una figura vestita di pelle nera osservava la scena.
“Jack” sussurrò una voce femminile “sapevo che Arvin mi avrebbe condotto a te”. Un sorriso di soddisfazione comparve su quel volto teso che venne coperto immediatamente da un casco nero. Dopo pochi secondi il rombo del motore e lo stridio delle gomme accompagnarono la scomparsa della donna.
LOS ANGELES – Sede della CIA
Syd e Vaughn superarono i controlli all’ingresso più lentamente del solito.
Tutto sembrava sospeso, come se qualcuno avesse bloccato lo scorrere del tempo. L’esultanza di Marshall, che al loro ingresso si lanciò in piedi con le braccia sollevate, per poi abbracciarli con foga esultante, riuscì a strappare solo un piccolo sorriso ai due.
Presero ordinatamente posto nell’ufficio di Dixon, ma non ruppero il silenzio innaturale che regnava nella stanza.
Rachel e Sark entrarono poco dopo di loro. La loro collega aveva in viso una smorfia di insoddisfazione, mentre l’ex-criminale era impassibile.
Proprio mentre gli ultimi arrivati sistemano ai loro posti, il direttore della Task Force fece il suo ingresso e si schiarì la voce, rompendo l’incantesimo.
“Abbiamo fatto analizzare l’antidoto recuperato da Rachel e dal signor Sark alla Glabb Farmen dalla sezione medica “esordì. “Hanno stabilito che la copertura contro il virus che ha infettato il signor Sark è insufficiente”.
“Sì, è come il virus dell’influenza”lo interruppe Marshall “: un pezzo è comune, ma il resto si allontana troppo, ed è come cercare di incastrare due pezzi di puzzle che non si incastrano, seccante no? Oh, scusi signor direttore” si zittì poi, ricevendo un’occhiata di rimprovero.
“Quindi, siamo da capo?” commentò con apparente freddezza Sark.
Rachel anticipò di un secondo il suo superiore, e replicò con tono sarcastico “Non dovresti essere un po’ più coinvolto? Suppongo che te interessi poco del tuo presunto virus letale.”.
Dixon preferì ignorare il commento e continuò “Anche la missione di Sydney e Vaughn non è andata come speravamo. Kelly Peyton ha eliminato la nostra fonte prima che potesse fornirci delle informazioni essenziali.”. “Tuttavia” riprese dopo una breve pausa “abbiamo recuperato per via diplomatica i documenti che il terrorista aveva rubato, e ci hanno confermato che uno degli obiettivi primari della Seconda Convenzione è Rambaldi.”.
“Di cosa si tratta?” chiese Sydney, illuminandosi alla notizia.
“Per lo più estratti di conti corrente e codici di accesso a conti svizzeri cifrati, ma abbiamo trovato diversi riferimenti a Valerio Montaguti, un medievalista italiano che avrebbe eseguito alcune perizie antiquarie per ordine di Bruce Wright negli ultimi tre anni. Tutte attestano l’autenticità di reperti del Quattrocento.”.
Sydney avvertì un brivido: per tutti quegli anni, dalla morte di suo padre e di sua madre, aveva creduto che Rambaldi fosse un capitolo chiuso. E invece, a quanto pare in molti davano ancora credito a quel profeta…
“Per ora non abbiamo ulteriori elementi su cui lavorare. Ma vi assicuro una cosa: da questo momento la Seconda Convenzione è una priorità per i nostri servizi. Hanno ucciso decine di persone innocenti, hanno provato a spaventarci, ma non ci riusciranno. Vi prometto che non ci daremo pace finché non li assicureremo alla giustizia.”li congedò Dixon.
Sydney lanciò un’occhiata a Vaughn: dovevano parlare.
Mentre stavano uscendo tutti dalla sala riunioni, il direttore si rivolse a Rachel. “Ha un minuto?Devo parlarle di persona”.
“Certamente”rispose perplessa la giovane agente, chiudendosi la porta alle spalle.
“Capisco i suoi sentimenti” esordì il suo capo. “Quest’uomo l’ha tradita, è un criminale, e capisco che non le vada a genio di collaborare con lui. Ma, signorina Gibson, devo ricordarle che si tratta della sicurezza nazionale. Delle vite potrebbero dipendere dalla nostra lucidità e dal nostro sangue freddo. Le chiedo quindi di accettare questa collaborazione ed impegnarsi a ragionare lucidamente e a controllare le sue emozioni. E’ tutto.”
“Sì, signor direttore” rispose Rachel, imbarazzata.
Nel frattempo Sydney e Vaughn si erano fermati in un angolo.
“E’ un piano” esordì Sydney.
“Che cosa, Syd?” le rispose il marito.
“Nostra figlia. La donna che lei ci ha descritto. La mia visione di mio padre. Fanno parte di un piano. E’ la Seconda Convenzione che cerca di destabilizzarci. E c’è riuscita, visto che abbiamo quasi perso la nostra lucidità a Torreòn.” gli spiegò la Bristow.
“In che senso? Cosa intendi?” le chiese Mike, confuso.
“Ti ricordi del Progetto Elica? Avevano duplicato mia madre per destabilizzare mio padre, e ci sono riusciti. Perché non dovrebbero averlo rifatto? Hai sentito quell’agente della Convenzione, non sapeva neppure chi fosse mia madre, eppure conosceva me. E’ chiaro, evidentemente gliela hanno descritta solo come Laura Bristow! Dovevano destabilizzarci, e con lui avranno compartimentato le informazioni solo ai fatti salienti della mia vita. E’ tutto un bluff, non dobbiamo più credere a quello che vediamo!”concluse Syd.
Vaughn, con un brivido, realizzò che poteva benissimo essere vero.
LUOGO SCONOSCIUTO
“Mi ha deluso, signorina Peyton. Le avevo assegnato una squadra per recuperare il nostro contatto, non per ucciderlo!” la rimproverò Cole.
“La consegna era quella di eliminare la fonte di informazioni.”. si difese la terrorista.
“E’ stata una questione di circostanze, la CIA stava per trattenerlo in custodia.”.
“Capisco la sua giustificazione, e la approvo, tuttavia questa soluzione drastica non era quella più auspicabile” rispose Cole.
“C’è forse qualcuno, a cui lei deve riferire, che non approva?” commentò Kelly Peyton sorniona.
Cole le rivolse uno sguardo gelido. “Vada, ma la prossima volta non sarò così indulgente”la congedò.
Quando se ne fu andata, prese un cellulare e compose un numero. Gli rispose la segretaria telefonica della “Società Filosofica Svedese”, a cui lui lasciò come messaggio una frase di Nietzsche “La strada per la grandezza passa attraverso il silenzio”.
Dopo poco, il suo telefono prese a squillare: era una chiamata da un numero privato.
“Cosa deve dirmi? Lo faccia velocemente, in ogni caso.” Gli ordinò una voce femminile quando rispose.
“Purtroppo è stato necessario eliminare il suo contatto.”. disse nervosamente il terrorista.
Dopo una pausa, la Voce riprese “Quello che conta è che non abbia rivelato informazioni preziose”
“Me ne sono assicurato” rispose Cole, più sollevato.
“Bene, si ricordi comunque che questo gesto avrà le sue conseguenze. Da questo momento in poi, lei risponderà solamente a me direttamente, quindi limiterò ulteriormente la sua libertà di iniziativa.
La prossima volta si ricordi per chi lavora”concluse, interrompendo la comunicazione.
Cole non se lo dimenticava di certo: era stata la sorpresa più grande e il più grande sollievo della sua vita quando il suo superiore lo aveva reclutato.
Gli sembrava quasi di rivederlo….
FLASHBACK
Sulla strada per Camp Harris.
Il furgone piombato della CIA procedeva rapidamente sull’assolata Interstate.
All’interno, due militari della Delta force, armati di mitraglietta e visibilmente accaldati, si scambiavano battutine, sorvegliando attentamente un prigioniero legato mani e piedi con delle doppie catene al fondo dell’autoveicolo.
L’autista rimaneva concentrato, seguendo l’auto di scorta che apriva la strada.
Un’altra automobile seguiva il cellulare, con a bordo tre agenti di supporto.
Nel furgone, il prigioniero, ovvero McKenas Cole, rimaneva fermo, fissando con aria truce alternativamente l’uno o l’altro dei tuoi carcerieri.
“Ehi tu, c’è poco da essere arrabbiati, stai partendo per una bella vacanza, di che ti puoi lamentare?” scherzò il più giovane dei due “pensa, tutta la vita mantenuto dal governo americano a Camp Harris, dove gli spassi non mancano: elettroshock, privazione sensoriale…”
“Piantala” lo interruppe bruscamente l’altro soldato.
“Ehi, stavo solo scherzando. Diosanto, non c’è niente da fare su questo furgone del cavolo!” sbottò il primo, con aria falsamente risentita.
“Zitti, là dietro, c’è una comunicazione ufficiale.”. li interruppe il guidatore.
Dalla radio del furgone cominciò a sentirsi un sibilo gracchiante, che si trasformo quasi subito in un messaggio:
“Tango7, Accostate, prego. Dobbiamo prendere in consegna il vostro prigioniero, Ripeto, tango7accostate, prego. Dobbiamo prendere in consegna il vostro prigioniero. Siamo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale.”.
“Identificatevi, prego. Stiamo trasportando un prigioniero di Livello 16”rispose l’autista.
“Agenti Clancy e Young, Consiglio per la Sicurezza Nazionale, matricole 847906 e 453110. Vi chiediamo di accostare, abbiamo un premesso di livello 20” “Ricevuto, cominciamo a fermarci”
Il giovane agente della Delta Force emise un fischio. “Livello 20, nientemeno! Sei proprio un pezzo grosso se vai muovere le chiappe anche agli scribacchini del CSN” aggiunse, canzonando il suo sorvegliato.
L’automobile di testa frenò lentamente, mentre il furgone si preparava ad accostare e l’auto di scorta rallentava. Davanti a loro, due uomini vestiti elegantemente li aspettavano, appoggiati al cofano di una berlina corazzata.
Dalla macchina di testa, ora ferma, scese un militare in uniforme, che subito si rivolse via walkie-talkie agli uomini del furgone “Non fate scendere il prigioniero finché non ve lo dico io” “Ricevuto, signore”
“Lei è il comandante dell’unità? Allegro, stiamo per liberarla di un grosso problema.”lo apostrofò uno dei due presunti agenti del CSN, un biondino dal sorriso leggermente sarcastico.
“Non ho ricevuto rapporti ufficiali su un trasferimento di prigionieri”replicò scettico il militare.
“Questo è un premesso di livello 20, signor colonnello Cotter” gli rispose il secondo uomo, leggendo il suo identificativo sulla divisa e porgendogli un falcone ricolmo di documenti.
“E lei chi sarebbe?” gli disse in tono aggressivo il colonnello.
“Agente Clancy. Lui è l’agente Young. “gli replicò il suo interlocutore indicando l’uomo alla sua destra. “Siamo del CSN, abbiamo avuto un ordine speciale, dobbiamo scortare il vostro prigioniero in un centro speciale di ispezione federale”
Mentre leggeva il primo dei documenti, il colonnello Cotteril da sospettoso diveniva sempre più rapidamente preoccupato “E’ firmato dal direttore Lindsay” aggiunse borbottando.
“Certamente, noi del CSN rispettiamo alla virgola il protocollo” gli soggiunse con un sorriso ironico l’”agente Young”.
Il sospetto era ancora visibile sul volto del colonnello, che tuttavia si rivolse alla radio. “Fatelo scendere” “Sissignore”.
All’interno del furgone, la notizia sembrò rallegrare ulteriormente la giovane guardia della Delta Force.
“Sei contento, bello? Non dovrai più andare a Camp Harris, i pezzi grossi ti mettono in un buco di lusso su in Virginia o giù di lì”.
“Falla finita e slegagli i piedi, ma attento, è un professionista dei servizi, non lo sottovalutare” lo zittì il suo collega.
Una volta scesi dal blindato, il gruppetto di agenti e il prigioniero sembravano camminare tranquillamente, quando all’improvviso Cole diede un calcio nello stinco alla giovane guardia che camminava davanti a li, facendolo scivolare, per poi avvolgergli le catene attorno alla gola.
“Ti piace, questo, brutto bastardo?” gli sussurrò nell’orecchio rabbiosamente mentre tutti gli altri militari e i due agenti estraevano le loro armi e le puntavano su di lui.
“Lascialo andare e non ti spareremo!” gli urlò imperiosamente il colonnello.
“Col cavolo! Lui è il mio passaporto, non me lo toglierete facilmente! Voglio che tutti voi vi allontaniate dall’automobile degli agenti, e posiate le vostre armi a terra, altrimenti lo strangolo!”gli rispose sullo stesso tono il terrorista, tendo il suo ostaggio davanti a lui come scudo, mentre il viso del militare diventava cianotico.
L’aria era tesa, tutti tenevano le dita sul grilletto e il giovane Delta Force boccheggiava rumorosamente.
All’improvviso si udì un sibilo: l’”agente Young” aveva sparato una cartuccia soporifera ed aveva colpito Cole su una coscia.
L’ex-agente dell’SD-6, stupefatto si accasciò, scivolando in un sonno senza sogni.
PIU’ TARDI. LUOGO SCONOSCIUTO.
“Ben svegliato.” Lo salutò una voce. Cole non riusciva a vedere chiaramente chi fosse, aveva davanti agli occhi solo un insieme di macchie sfumate. Si trovava seduto su una sedia, in uno spazio ampio…un magazzino, forse.
“Dove mi trovo?”chiese il terrorista.
“Il luogo non è mai importante, quando ci si trova in buona compagnia. E, per sua fortuna, lei non si trova in custodia del governo americano.”.
“Cosa?” esclamò sbalordito l’ex-agente.
“Sa, con il suo tentativo di fuga mi ha sorpreso.Ho dovuto spararle una cartuccia tranquillante, non potevamo permettere che dopo tutta la fatica che avevamo fatto per la sua liberazione lei rovinasse tutto con quel tentativo puerile di fuga. Devo ammettere che ha riflessi rapidi e un’ottima scelta di tempo, ma si illudeva veramente che l’avrebbero lasciata andare?”
Ora Cole vedeva più chiaramente, a parlargli era uno dei due agenti che aveva visto.
“Era un tentativo disperato. Mi avrebbero portato in un campo di tortura. Ma lei chi è, dove sono, e che cosa diavolo vuole dire che non siete il governo americano?”
“Il luogo non conta, come le ho detto. In quanto a me, pensi che sono il suo salvatore. Una specie di angelo custode.” Concluse il giovane sorridendo, divertito dall’idea.
“La nostra organizzazione” continuò “ha richiesto i suoi servizi per un incarico speciale, a cui lei e probabilmente solo lei è portato.Fortunatamente possediamo i giusti agganci per liberarla dalla spiacevole situazione di essere ospite dello zio Sam.
“Ma chi siete?” insistette Cole.
“Il nostro nome probabilmente le sarà noto: siamo la Convenzione”
“La Convenzione… ma non era un gruppo di revanscisti russi? Lei è un americano, mi pare.”
“Andiamo, proprio lei che lavora da così tanto tempo nei servizi segreti dovrebbe avere imparato che non sempre tutto è come sembra. Come le ho già detto, vogliamo qualcosa da lei, in cambio di questa liberazione”.
“Che cosa, di preciso?” Cole sentì una persona che si muoveva alle sue spalle.
“Voglio che lei sovrintenda al processo di cattura e ricondizionamento di un agente americano.”. Gli rispose una voce femminile profonda. Cole si voltò e vide una donna sulla cinquantina, bionda, elegantemente vestita, che gli parlava sorridendo con aria trionfante, sicura di sé e leggermente ironica. “Qualcuno che lei dovrebbe ricordare, vista che l’ha già sconfitta una volta…L’agente Sydney Bristow” “E lei sarebbe…?” le chiese il terrorista. “Sono il suo principale, ora. Ma non ho bisogno di nascondermi davanti a lei, per cui le posso anche rivelare il mio nome, signor Cole. Capirà ben presto che la mia sicurezza nei suoi confronti è più che giustificata, lei non ha alcun potere su di me, né alcuna possibilità di contrattare le mie offerte. Mi chiamo Olivia Reed.”concluse la donna, con un sorriso sarcastico.
“La mia offerta scade fra due minuti” continuò “Le offro la possibilità di rifarsi dell’agente che la ha umiliata in passato. L’alternativa è l’annullamento. Che cosa preferisce?”
“Affare fatto, signora Reed.” Gli rispose Cole, con un barlume di trionfo negli occhi.
PRESENTE
Cole si stropicciò gli occhi: il passato lo tormentava.
Non era riuscito a prendersi la sua rivincita su Sydney Bristow: lei l’aveva giocato di nuovo, fingendo di essere sotto condizionamento per pianificare la distruzione della prima convenzione.
Ma non sarebbe riuscita ad incastrarlo di nuovo.
Prese di nuovo in mano il telefono e digitò un numero che conosceva bene.
Dopo uno squillo parti un messaggio della segreteria telefonica.
Cole iniziò a registrare un messaggio.
“Acceleri i tempi, la priorità sulla nostra operazione è massima. Mi attendo da lei il massimo impegno. Non mi deluda ancora una volta, signor Sark” concluse, in tono velenoso.
Terminando la telefonata si concesse un sorriso: questa volta sarebbe stato lui a vincere.
Episodio scritto da Sarax e MacSloane87
Cast
![]() |
Jennifer Garner Sydney Bristow |
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Michael Vartan Michael Vaughn |
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Carl Lumbly Marcus Dixon |
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Rachel Nichols Rachel Gibson |
![]() |
Kevin Weisman Marshal J. Flinkman |
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David Anders Mr. Sark |
![]() |
Greg Grunberg Eric Weiss |
![]() |
Ron Rifkin Arvin Sloane |
![]() |
Lena Olin Irina Derevko |
![]() |
Victor Garber Jack Bristow |
Guest star
![]() |
Amy Acker Kelly Peyton |
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James Franco Agente Young |
![]() |
Edward Norton The lucky nephew |
![]() |
Peggy Lipton Olivia Reed |
![]() |
Quentin Tarantino McKenas Cole |
Categoria: Prima stagione virtuale

















12 Comments Add your own
1. Francesca | 22 maggio 2007 at 7:30 pm
Ho grossi problemi con la connessione e negli ultimi giorni non mi è possibile collegarmi con la solita frequenza. Visto il ritardo che si era già accumulato, ho preferito pubblicare l’episodio in questa prima scarna versione. Le immagini le aggiungerò non appena potrò spendere più tempo collegata. Sorry!
2. montanaro87 | 22 maggio 2007 at 7:36 pm
Caspita finalmente…Capiamo il vostro impegno admin, per quello vi chiedevamo di lasciar fare a noi…se vi fidaste ;-)
Beh l’episodio lo reputo il migliore di vostra generazione ragazzi, bello e ben scritto!Bravi
3. Francesca | 22 maggio 2007 at 7:41 pm
come “se ci fidassimo” ?! O_o io avevo proposto di affidare la pubblicazione a qualcuno che ha mano con Wordpress ma non ho ricevuto riscontri…o mi sono persa qualcosa?!
Figurati, ben venga se qualcuno ci può aiutare nella pubblicazione! :)
4. montanaro87 | 22 maggio 2007 at 8:24 pm
ma non si può semplicemente procedere come in ogni blog e fare un bel post con allegate le immagini?:-S ma poi abbiamo alex ke è un creatore di siti, figurati se non riesce a fare un bel lavoro con un episodio :-D
5. Alex | 22 maggio 2007 at 9:10 pm
Sì, ma se questi commenti li eliminiamo e ne parliamo nel forum? Qua lasciamo commentare i lettori ^^
6. aga | 23 maggio 2007 at 12:49 pm
l’ho letto tutto d’un fiato e mi è piaciuto molto permettetemi di dirvi che siete bravissimi! adesso nn mi resta che attendere il prox episodio per ora grazie!
7. Irinaxx83 | 23 maggio 2007 at 1:54 pm
Complimenti…un episodio davvero stupendo!! sta venendo proprio una bella serie virtuale!!!
8. montanaro87 | 27 maggio 2007 at 11:18 pm
Con le immagini è molto più intrigante :-D ottimo lavoro
9. Sarax | 28 maggio 2007 at 9:10 am
eccomi…. torno dall’Islanda e vedo l’epi pub…. grazieeee… sentite ma mancano delle foto però…. :-)
10. ksgg | 28 maggio 2007 at 6:15 pm
Beeelllloooooooo!!!!Mamma mia nn mi aspettavo la madre di Lauren!!!Bravi….complimenti!!!
11. mony | 3 giugno 2007 at 10:49 am
una sola parola: STUPENDO!!!!!!!!!
12. Ary | 14 giugno 2007 at 5:44 pm
Bellissimo!!!!
e con le immagini ancora meglio!
continuate così!! :)
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