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Vikings: Recensione dell’episodio 4.17 – The Great Army

Vikings 4x17
History Channel

Concepire e porre in atto un pensiero di vendetta significa essere presi da un violento accesso di febbre che però passa; ma avere un pensiero di vendetta senza la forza e il coraggio di porlo in atto significa portarsi addosso una sofferenza cronica, un avvelenamento del corpo e dell’anima.

Così scriveva Friedrich Nietzsche nel suo saggio intitolato Umano, troppo umano, pubblicato in due parti nel 1878 – 1879. Citazione quanto mai opportuna per questo episodio di Vikings, permeato dai diversi modi in cui il sentimento di vendetta suscitato dalla morte di Ragnar infetta come un’epidemia inarrestabile i diversi protagonisti. The Great Army diventa quindi un filler, termine usualmente adoperato in senso dispregiativo per indicare una puntata di passaggio, dove si hanno pochi avanzamenti della trama principale, ma che stavolta va inteso nel senso di pausa necessaria, di quiete prima della tempesta. Perché anche gli uragani più distruttivi hanno bisogno di crescere prima di mostrare tutta la loro devastante potenza.

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La vendetta di un popolo

Concepire un pensiero di vendetta è una reazione spontanea di qualunque figlio di fronte all’assassinio del proprio genitore. Secoli di evoluzione sociale sono riusciti a mitigarne la violenza cieca sostituendo il desiderio di vendetta con la richiesta di giustizia e cancellando la barbara legge dell’occhio per occhio che finisce solo per rendere il mondo intero cieco. Ubbe e Ivar però non sono figli dei nostri giorni, ma dell’Alto Medioevo vichingo, dove vendetta è sinonimo di morte. Dove avere giustizia è invadere e distruggere un intero regno, perché il suo re è responsabile della morte di un singolo uomo. Dove si può dichiarare guerra al mondo perché l’accesso di febbre, che citava Nietzsche, si può curare solo bagnandosi nel sangue degli avversari sconfitti.

Una febbre altissima che contagia non solo i due figli più risoluti di Ragnar, ma anche i più attendisti Sigurd e Hvitserk, che possono dimenticare la morte di una madre, che ricordano solo per i suoi difetti, ma non quella di un padre assente, che è però una figura troppo grande per lasciare impunita una offesa. Perché Ragnar Lothbrok, come ricorda Judith ad un tronfio Aelle, non era solo un re vichingo che ha voluto troppo. Ragnar era molto di più. Era una idea. E le idee non muoiono con chi le ha pensate, ma continuano a vivere in chi ci ha creduto. Ragnar ha dimostrato ad un popolo, che pensava di poter solo razziare per sopravvivere nei suoi gelidi inverni, che poteva essere molto più di quello, che poteva navigare oltre i mari in tempesta, conquistare terre mai viste, diventare il terrore di popoli lontani, far crescere i propri piccoli villaggi fino a farli diventare imponenti città da fortificare, creare regni autonomi sulle coste di re stranieri (la Normandia che Rollo inaugura con il suo invito a chiunque voglia restare).

È per questo che alla chiamata di Ubbe rispondono tutti arrivando fin dalla lontana Svezia. Perché la vendetta è un seme piantato non solo dalla morte di un padre, ma anche e forse di più per reclamare il diritto di difendere quell’onore di cui Ragnar ha reso fiero un intero popolo. La Great Heathen Army (la Grande Armata Pagana, nome con cui fu chiamata dagli anglosassoni) è l’albero che germoglierà da questo seme, portando devastazione e morte in Inghilterra.

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Due figli di uno stesso padre

The Great Army è allora inevitabilmente un episodio di passaggio necessario per piantare quel seme e prepararsi per quando i frutti saranno maturi per essere raccolti. E per decidere chi avrà il diritto di coglierli. Il ruolo maggioritario svolto da Ivar finora aveva suggerito che a lui spettasse questo onore. La sua determinazione incrollabile, la rabbia controllata, il coraggio inarrestabile, le parole infuocate, il ritrovato aiuto di Floki che gli permetterà di essere presente alla battaglia futura ne facevano il candidato ideale per il ruolo di erede di Ragnar e leader della grande alleanza.

Ma questo episodio porta in primo piano un altro dei figli dello scomparso re. È Ubbe, infatti, a svolgere un ruolo primario nella creazione della Grande Armata. Se Ivar ha ereditato dal padre la forza morale e la folle determinazione, a Ubbe è spettata non solo la somiglianza fisica ma anche l’intelligenza calcolatrice, la capacità di tessere alleanze da sfruttare al momento giusto. Ubbe conosce il monito di Nietzsche e sa quindi che non può vendicare la morte di Ragnar, se il suo spirito e quello di Ivar sono ancora infetti dalla vendetta mancata per la fine ingloriosa di Aslaug. Anche quella febbre deve essere curata e nel silenzio di gesti semplici ma eloquenti scrive una ribellione per molti versi inattesa. Liberare Margrethe dalla schiavitù è un atto apparentemente minimo, ma è il segnale eloquente che non riconosce l’autorità di quella che considera una usurpatrice. Una freccia invisibile che colpisce con forza il bersaglio costringendo Lagertha a rivedere in quel ragazzo apparentemente mite e dimesso un epigono del primo Ragnar.

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Una fine rimandata da un ago della bilancia

Più che ricordare i tempi passati, la regina di Kattegat farebbe bene a considerare quell’aforisma di Confucio che ammonisce che “se intraprendi il percorso della vendetta, inizia a scavare due tombe, una per il tuo nemico e una per te”. Il sorriso soddisfatto di Lagertha quando Bjorn arriva giusto in tempo per impedire che il piano di Ubbe e Ivar abbia successo rischia di essere presto cancellato dallo splendido volto della leggendaria shieldmaiden. Il momento in cui il debito sarà pagato sembra, infatti, solo rimandato e non è da escludere che un ruolo in questo gioco venga giocato dai sempre più ambiziosi Harald e Halfdan con il loro nuovo alleato Egil.

Soprattutto, Lagertha dovrebbe temere l’ira a stento repressa di un Bjorn che si trova ad essere suo malgrado ago della bilancia in una situazione che mal sopporta. Bjorn non può nascondersi che, secondo un codice d’onore condiviso, Ubbe e Ivar hanno ragione e nemmeno può pensare di agire contro quei fratelli a cui indubbiamente tiene. Ma allo stesso tempo, come Ivar ricorda da napoletano ad honorem, la mamma è sempre la mamma. Da quale lato penderà la bilancia di Bjorn?

Mentre sui lidi inglesi Aelle ancora si gode stupidamente la propria effimera vittoria di Pirro, ignaro del monito del saggio cinese, ed un Ecbert amareggiato si dedica ormai solo a preparare la futura grandezza di Alfred, le gelide coste vichinghe sono più calde di un deserto sahariano perché a riscaldarle è un sole troppo ardente: quello della vendetta.

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4.17 - The Great Army
  • Al sole della vendetta
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