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Vikings: Recensione dell’episodio 3.08 – To The Gates!

Scorre tanto sangue durante l’assalto alle mura e alle porte di Parigi. E non potrebbe essere altrimenti: lo scontro tra due delle civiltà più importanti e potenti dell’epoca alto-medioevale non può che dare vita a una carneficina immane. Da una parte l’impero carolingio, che da Carlo Magno in poi si è imposto come punto di riferimento dell’intera cristianità; dall’altra i Vichinghi, uomini del nord, che spinti da una insaziabile voglia di conquista e di conoscenza con le loro navi riescono a spingersi fino al cuore dell’Europa.vikings_s3e8_rollo

Il piano ideato dagli uomini di Ragnar è semplice ma rischioso: attaccare su due fronti i francesi, tenendoli impegnati sia lungo il fiume (dando così avvio alla scalata delle mura), sia sulla terraferma assediando la sua porta principale per aprire un varco diretto nella città. Il primo gruppo si muove sotto il comando di Floki, Bjorn e Rollo con la supervisione di Ragnar; il secondo, composto dagli uomini di Kalf, è guidato da Lagertha.

La foga dei vichinghi è contenuta inizialmente con difficoltà dai francesi, i quali però iniziano a fare strage di uomini grazie alle loro armi da tiro, vantaggio che ogni assediato che si rispetti deve saper sfruttare. Nonostante gli scudi degli uomini del nord riescano a proteggerli nell’avvicinamento alle mura, la superiorità della armi da tiro diventa evidente nel momento in cui bisogna arrampicarsi: più i vichinghi scalano i bastioni in legno, più i francesi li ributtano giù dopo averli conciati come puntaspilli. Quando poi il Conte predisposto alla difesa decide di utilizzare olio e fuoco per far cessare il flusso infinito di vichinghi (quelli sopravvissuti alla scalata fanno strage spada alla mano) le macchine d’assedio di Floki non sono più un problema. Se ci avesse pensato fin da subito, avrebbero sicuramente subito meno danni. Ma non sono loro i protagonisti.

Anche dal lato di Lagherta le cose vanno male: molto ingegnoso il metodo utilizzato per abbattere le porte (anche qui però molto costoso in termine di vite umane), eppure in seguito gli uomini del nord rivelano tutta la loro scarsezza tattica (o ottusità) quando trovano la via libera. Cascano in uno dei trucchi abbastanza usati all’epoca dagli assediati e vanno a finire dritti dritti nella trappola dei francesi che fanno una carneficina con le loro balestre. Solo Kalf è abbastanza intelligente da trascinare via Lagertha, ma dimostra tutto il suo egoismo fuggendosene via senza comandare la ritirata a quelli che dovrebbero essere suoi uomini.vikings_s3e8_bjorn

L’ episodio in ogni caso, per quanto possa essere stupendo nella sua ricostruzione di un assedio, non si limita soltanto a questo. La religiosità aleggia persino sui campi di battaglia, si mischia anzi con esso. La preparazione alla guerra dei vichinghi è quasi un rito sacro e religioso, mentre la principessa Gisla, stufa di pregare Dio all’interno di quattro mura, non si tira indietro dal portare sul campo l’Orifiamma, stendardo sacro dell’Abbazia di Saint Denis che di lì a poco sarebbe diventato emblema dello stesso Re di Francia. Mossa anche strategica, perché di ispirazione per ogni guerriero cristiano che si rispetti. Non bisogna pensare che all’epoca fosse così fuori dall’ordinario un gesto simile: basti pensare che appena trecento anni dopo, i cristiani che combattevano le crociate iniziarono a prendere l’abitudine di portare in battaglia la Vera Croce per chiedere l’assistenza di Dio stesso. Fin quando non persero lei e Gerusalemme. Perché le battaglie si vincono grazie alla strategia tattica, non alla forza delle preghiere: è una lezione che Floki impara a caro prezzo, in questo episodio.

Non credo che Ragnar sapesse di andare incontro alla sconfitta consegnando il destino dell’armata nelle mani di Floki, sebbene il suo monologo finale suggerisca cvikings_s3e8_Flokiiò. Più che altro è come se avesse lasciato nelle mani del fato il delinearsi del corso degli eventi, per vedere se gli dei avessero davvero supportato la creatività del geniale inventore di macchine da guerra. Per almeno metà dell’episodio Ragnar è spettatore passivo: osserva vigile il dispiegarsi della battaglia e riesce a cogliere i segni della disfatta rendendosene conto prima di tutti. Eppure non chiama la ritirata, anzi si getta nella mischia a capofitto nella direzione di Bjorn mentre Floki viene preso dallo sconforto più totale, incolpando il fantasma aleggiante di Athelstan mentre una delle torri brucia tutt’intorno a lui. E’ lui il personaggio che ne esce più ridimensionato da questo episodio: tutti hanno rischiato la pellaccia, a partire da Rollo e Bjorn che a un certo punto ho creduto fossero sul serio morti, ma l’animo di Floki è adesso totalmente privo di certezze, soprattutto dopo l’abbandono di Helga. Chi non demorde ed è pronto a gettare i suoi vichinghi di nuovo in battaglia è proprio Ragnar: non ha avuto paura di mettere a repentaglio la vita dei suoi stessi uomini pur di conquistare Parigi e allo stesso tempo per distruggere le certezze di quello che una volta era un suo compagno. Ne vedremo delle belle negli ultimi due episodi di questa stagione: i vichinghi non hanno nessuna intenzione di tornare a casa con le mani vuote.

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