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Vikings: Recensione dell’episodio 3.03 – Warrior’s Fate

Questo terzo appuntamento con Vikings non accelera in modo spedito la trama, ma le dà una botta di freno in modo da donare allo spettatore una migliore visione dell’insieme di tutto quello che sta venendo introdotto e che si vedrà ancora più nel dettaglio nel prosieguo della stagione. floki in battleUn episodio in realtà non del tutto di transizione, un po’ filosofico e anche di approfondimento per quanto riguarda alcune tematiche che da sempre hanno contraddistinto il telefilm. La trama, che finora era stata divisa in quattro tronconi generali, porta da un lato Ragnar e i suoi guerrieri a quella che sembra essere la fine della prima campagna militare di questa stagione, mentre Lagherta cade fin troppo facilmente tra le braccia di Re Ecbert (evidentemente dimentica delle profezie funeste annunciatele nelle primissime scene della stagione) e il viaggiatore misterioso arriva infine a Kattegat. Nessuna notizia di Kalf, per questa volta assente. Già dal prossimo episodio dovrebbe esserci una maggiore coesione di tutti questi blocchi che per ora intrattengono, certo, ma che lasciano lo spettatore come in attesa di una rivelazione improvvisa.

IL WARRIOR’S FATE: Ecco il cuore di questo episodio: il destino dei guerrieri. Non del solo Torstein o della povera Þórunn. E neppure il ritratto dei guerrieri vichinghi: lo spunto di riflessione qui offerto potrebbe valere tanto per un legionario romano quanto per un tedesco rintanato in una trincea. E’ un destino corale, che in tutto il tempo della storia umana ha unito guerrieri di ogni sorta. Le parole che Floki rivolge a Ragnar, mentre veglia sul cadavere ancora caldo del suo vecchio amico Torstein, pronunciano ad alta voce quei sussurri che, probabilmente, si sono sparsi per tutto il campo vichingo: a cosa è servito morire qui, in una terra lontana dalla patria, conquistata con braccia che non possiedono altro che l’arma che brandiscono? Nella morte di Torstein c’è l’insensatezza della guerra, l’ammissione stessa che se anche ci fosse uno scopo dietro questa campagna militare, che in fondo Ragnar non era tenuto a combattere, il fine per ottenerlo non giustifica i mezzi.

flokiLa risposta di Ragnar non lascia scampo: ognuno di noi combattenti ha scelto di essere qui e di morire qui, che sia oggi o domani. Il nostro destino è, non tanto quello di morire – che è l’inevitabile fine di ognuno di noi guerrieri – ma di combattere. Cercare uno scopo per cui combattere non risolve il problema: il tuo fato risiede nel non smettere di dare battaglia. E se questa scaramuccia, che ha portato la principessa Kwenthrith ad acquisire terre soltanto in nome del re Ecbert, sembra essere finita, ce ne saranno altre subito da affrontare. Ma adesso per Ragnar è tempo di tornare da Ecbert e reclamare il dovuto per il sangue spillato ingiustamente, come dice Floki, in nome di Gesù Cristo. E’ un destino che non risparmia neppure le donne, come questa serie ci ha abituato. Curioso allora come Þórunn cambi drasticamente categoria agli occhi di Ragnar quando Bjorn gli confessa che, insieme alla ragazza, sta rischiando la vita anche suo figlio, appena sbocciato nel suo grembo: come se la maternità, elemento caratterizzante per eccellenza delle donne, non le rendesse compatibili con la guerra.

IL SOVRANNATURALE: L’elemento sovrannaturale è lanciato come un treno in corsa, e non a caso, in questa puntata. Il fato, infatti, come lo intendevano i latini è innanzitutto la parola dettata dalla divinità a cui non ci si può sottrarre (personaggi come Enea ne sanno qualcosa). E’ quindi un qualcosa di insolito e misterioso, ma soprattutto superiore ed eccezionale agli occhi di una popolazione religiosa come quella dei vichinghi, l’apparizione del viaggiatore di nome Harbard che affascina coi suoi racconti e il suo canto (un vero e proprio bardo nelle cui storie la sua stessa figura si confonde con quella degli dei), ma che allo stesso tempo sembra essere dotato di poteri.Harbard Riesce a calmare Ivar il Senza Ossa con pochi gesti; eppure in cambio per questa miracolosa “cura”, viene lasciato intendere che è lui il fattore primo e scatenante della morte di due poveri bambini.

In lui si avverte quindi sia un qualcosa di divino che di oscuro. Ma si tratta davvero di un personaggio sovrannaturale o è un semplice uomo ingegnoso che non mira ad altro che a possedere tutto ciò che appartiene a Ragnar? I presagi sinistri non mancano: lo stesso indovino, interrogato, è distratto dai continui ululati dei lupi e non riesce a leggere le trame del futuro. Eppure la sensazione è che non avremo una risposta chiara a questo quesito.

Un episodio, in conclusione, che non mostra nulla di nuovo ma approfondisce. Tra una Lagherta fin troppo ingenua, un Athelstan che sembra sempre sul punto di prendere una decisione per poi non farlo, e un Rollo che adesso dispensa perle di saggezza, l’episodio è comunque godibile e scorrevole. Siamo però ancora in una fase di avvio che disorienta lo spettatore: ora è il momento di accelerare.

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