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Cinema

Velvet Buzzsaw: l’arte come mercato mortale – la recensione del film Netflix con Jake Gyllenhaal

Velvet Buzzsaw - la recensione
IMDb

Titolo: Velvet Buzzsaw

Genere: thriller – horror

Anno: 2019

Durata: 1h 54m

Regia: Dan Gilroy

Sceneggiatura: Dan Gilroy

Cast principale: Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Zawe Ashton, Natalia Dyer, John Malkovich

Sarebbe buona regola non dare mai troppo peso al trailer di un film. Vuoi perché in quei pochi minuti si cerca di condensare le scene più accattivanti senza dire troppo o troppo poco. Vuoi perché capita che la prima impressione potrebbe essere approssimativa se non addirittura fuorviante. Capita questo, in parte, anche con Velvet Buzzsaw nel cui trailer appare un Jake Gyllenhaal quasi macchiettistico a suggerire toni leggeri. Ma anche momenti quasi horror a confondere le aspettative. Insomma, alla fine, cosa era questo Velvet Buzzsaw?

Velvet Buzzsaw - la recensione

L’arte moderna come oggetto in vendita

Scritto e diretto da Dan Gilroy e interpretato da un cast fin troppo ricco, Velvet Buzzsaw è ambientato nel mondo dell’arte contemporanea. Ma non quello degli artisti che provano a cercare nuovi linguaggi per esprimere la creatività umana. Quanto piuttosto il mercato che intono a loro si muove. Dove le loro creazioni non sono opere da tramandare, ma oggetti da vendere al miglior offerente. Guadagnandoci il massimo e anche di più.

Gli artisti diventano allora non espressione del genio umano, ma piuttosto creatori di una merce che deve essere resa invitante per il compratore perdendo anche la sua unicità se un certo prodotto è molto richiesto. Le gallerie d’arte non sono più luoghi dove lasciar ammirare le opere, ma show room dove offerta e domanda devono incontrarsi. Regola alla quale non sfuggono neanche i musei che hanno il compito di mercanteggiare mostre che fanno salire il valore di un artista per arricchire il suo agente. Così i critici non cercano il bello in quanto tale, ma possono piegarsi alle esigenze di chi ha bisogno di una buona recensione per giustificare un più lauto cachet. O anche diventare delle star ricercate e vezzeggiate come influencer di Instagram perché una loro parola fa aumentare il numero di zeri sul cartellino del prezzo.

Illuminante in proposito è proprio il Morf Vandewalt di Jake Gyllenhaal i cui articoli possono innalzare sugli altari o affossare nella polvere un artista causando il crollo delle vendite o il loro impennarsi. L’aura caricaturale che il trailer dava di Morf si conferma nel film dimostrandosi però non una parodia mal riuscita, ma una necessaria esigenza. Perché Morf deve essere sopra le righe per sottolineare la sua posizione dominante in un ambiente che non può fare a meno di venerarlo.

Ed in questo suo modo di porsi Morf e la coorte che intorno a lui si muove sono una ironica accusa al mondo dell’arte contemporanea per essere diventato un tempio malato dove i mercanti sono entrati a sostituire i sacerdoti.

Velvet Buzzsaw - la recensioneLa perdita dell’innocenza

Morf, Josephine, Rhodora, Gretchen sono accomunati non tanto dall’essere tutti parte dello stesso mondo, ma quanto piuttosto dal loro aver smarrito la propria primitiva innocenza. Tutti i protagonisti di Velvet Buzzsaw sono in fondo dei falliti di successo che sono riusciti a mascherare anche a sé stessi il loro essersi persi.

Come Morf che è diventato prigioniero del suo stesso personaggio costringendosi a criticare tutto sempre e comunque, fosse anche la musica ad un funerale o il colore della bara con cinica indifferenza. Incatenato così fortemente all’immagine di sé che ha dato al mondo da non riuscire più a sapere neanche cosa realmente vuole. La relazione con Josephine è un disperato tentativo di spezzare queste catene, ma per farlo ha scelto la chiave sbagliata. Perché la giovane rampante è troppo interessata  correre incontro al successo che vede vicino per farsi rallentare da qualsivoglia freno. Che sia una richiesta d’aiuto mascherata da amore o le ultime volontà di un artista solitario che da quel mondo vacuo si è tenuto volutamente lontano.

Suoi ideali esempi sono Rhodora e Gretchen. Entrambe hanno rinunciato ai loro sogni di gioventù per tuffarsi in quel mare magno che garantisce un gratificante quanto illusorio successo. Da pagare con l’abbandono di una carriera musicale con l’artificioso nome di Velvet Buzzsaw come è stato per Rhodora che è stata ricompensata dalla posizione al vertice della catena alimentare. O dal buttare via anni di sacrifici al servizio dell’ideale museale per passare dall’altra parte della barricata atteggiandosi a manager glamour e senza remore morali come Gretchen.

Emergono per contrasto la giovanissima Coco e il veterano Piers che in Velvet Buzzsaw completano il quadro rappresentando l’inizio e la fine del percorso. Perché Coco è solo una stagista che vuole imparare dai più grandi, ma ancora cerca la strada da seguire senza la convinzione di essere disposta a tutto per arrivare fino in fondo. E perché Piers è l’artista ormai diventato produttore di sé stesso che ha dimenticato cosa significhi creare arte e deve allontanarsi dal mondo in cui è una star per cercare quello che ha perso nel luccichio effimero dei complimenti superficiali.

Velvet Buzzsaw è una collezione, quindi, di sconfitti che hanno perso la sfida cruciale con sé stessi lasciando che a vincere fosse la via più comoda invece che quella della coerenza che può portare a realizzare i propri sogni.

Velvet Buzzsaw - la recensione

Un film dalle troppe anime

Pur non mancando di spunti interessanti, Velvet Buzzsaw pecca tuttavia nella sua fame compulsiva di ingurgitarli tutti condendoli troppo fino renderli quasi indigesti. Potrebbe concentrarsi sulla critica di un certo modo di svilire l’arte o sul tradimento degli ideali. Invece, la sceneggiatura preferisce seminare questi semi in un terreno dove faticano ad attecchire. Perché Velvet Buzzsaw vuole essere anche un horror soprannaturale dove una maledizione postuma tormenta i protagonisti.

È  questo matrimonio forzato tra temi che non vorrebbero incontrarsi ad abbassare la qualità di un film che rimane incompiuto in ogni suo aspetto. Le morti ingegnose si ispirano a stilemi del cinema di genere, ma una patina finto raffinata riveste in modo inopportuno scene che dovrebbero essere cruente. Allo stesso tempo, il giocare su registri diversi impedisce al cast di esprimere a pieno le sue potenzialità. A tratti sembra quasi che i personaggi siano piovuti per caso in un film che non gli appartiene donando un effetto straniante. Quasi che due pellicole diverse si alternassero durate una singola proiezione.

Velvet Buzzsaw è complessivamente un film che prova a dire qualcosa di nuovo, ma ha paura di farlo fino in fondo. E si nasconde, quindi, dietro un genere che non gli appartiene. Un’occasione non persa completamente, ma neanche sfruttata come meriterebbe.

Velvet Buzzsaw - la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3

Giudizio complessivo

Un film che avrebbe potuto fare di più ma che si lascia comunque apprezzare per gli spunti che propone

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