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Vanity Fair (2018): Guida ad un Period Drama mal riuscito. Recensione serie tv

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Dove sono finiti i bei period drama di una volta? Guardavo con occhi estasiati l’adattamento di Guerra e Pace del 2004, le linee eleganti di Orgoglio e Pregiudizio del 1995 con Colin Firth. Anche in tempi più recenti Wolf Hall è stato in grado di fornire una ricostruzione storica accurata della corte di Enrico VIII.

ITV non si è fatta mancare nulla con Downton Abbey, una delle più belle serie tv in costume per scenografia, musiche, dialoghi e vestiti. Ma allora cosa è successo? Come si arriva dal top di gamma ad una serie tv come Vanity Fair? Scialba, con una sceneggiatura inesistente e prevedibile, nonché un budget speso interamente in piume per cappelli. E qualche divisa, d’accordo. Una base non sufficiente per rendere quello che doveva essere un adattamento spettacolare in una noia colossale.

Vanity Fair – La fiera della Vanità su carta

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Credits: ITV / Amazon Studios

Il romanzo di William Makepeace Thatchery era stato inizialmente pubblicato a puntate, prima di essere riunito nell’edizione che conosciamo nel 1848. È quindi comprensibile come la sequenza di colpi di scena, ambientazioni diverse e roulette di personaggi fosse abilmente strutturata per tenere alta l’attenzione del lettore. È proprio questa struttura complessa a rendere necessaria una cura quasi chirurgica per trasportare tale complessità sullo schermo.

La dura verità, diciamocelo chiaramente, è un’altra: ci vuole una capacità sovrumana nel rendere noioso qualcosa che su carta è già nel suo complesso incredibilmente interessante ed intrigante. Eppure Vanity Fair ci riesce! Gwyneth Hughes, creatrice della serie tv, che si era guadagnata la sua nomination al Golden Globe per il crime drama con Hugh Bonneville, Five Days, sembra del tutto inadatta del portare avanti una serie tv in costume. Peggio ancora, nell’adattare un’opera già esistente, entrambi su carta e su schermo. Io non avevo amato l’adattamento del 2004 con Reese Witherspoon, per esempio. Eppure aveva vinto il Leone d’Oro a Venezia, ricevendo almeno una dose rispettabile di riconoscimento del pubblico.

Questo adattamento? La vedo dura, non serve una recensione per capirlo.

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Due facce della medaglia: la virtù inetta e l’egoismo sfrontato

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Credits: ITV/Amazon Studios

Per chi non fosse familiare con l’opera di Thatchery, la storia segue le vicende di Becky Sharp (Olivia Cooke), una ragazza di umili origini determinata ad entrare a far parte della nobiltà inglese a tutti i costi. Per farlo sposa un uomo di ottima famiglia e buona posizione, un militare per giunta, il Capitano Rawdon Crowley (Tom Bateman). Il suo egoismo e narcisismo definiscono negativamente la sua storia, portandola a perdere, pezzo dopo pezzo, il potere e l’influenza che aveva tanto faticosamente cercato di ottenere.

L’altro lato della medaglia sono le disavventure della sua amica Amelia Sedley (Claudia Jessie), molto più ingenua di Becky e docile nella sua bontà. A differenza dell’amica, Amelia è una ragazza virtuosa ma inetta, incapace di scegliere ciò che è meglio per se stessa e costantemente trascinata dagli eventi.

Le due ragazze, provenienti da realtà sociali categoricamente opposte, condividono avventure e disavventure, affrontandole ciascuna con le proprie personali inclinazioni. Non si può giustificare nessuna delle due, come è giusto che sia, dal momento che entrambe, a modo loro, sono delle anti-eroine per tanti aspetti.

Un’ambientazione del tutto priva di carattere

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Credits: ITV/Amazon Studios

Ciò che più spesso colpisce in un adattamento storico, in un period drama per giunta, non è soltanto la storia ma tutto quello che danza intorno alla mera vicenda. Vanity Fair fallisce nel suo compito primario: trasportare lo spettatore del lusso e nello squallore della nobiltà inglese. I costumi sembrano noleggiati da una compagnia teatrale, le ambientazioni – ad eccezione delle facciate dei palazzi neoclassici che, naturalmente, sarebbe difficile rovinare – gli oggetti di scena sono poco elaborati e affrettati.

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Metà del budget sembra essere stato investito nelle piume dei cappelli femminili, dato che anche gli spallini delle uniforme sembrano cuciti da tende cinesi comprate al mercato. Il rosso fuoco delle uniformi è impressionante, questo è vero, ma non basta a colpire gli occhi sognanti degli spettatori.

La fotografia è statica, banale, con alcuni zoom sui personaggi che mi ricordano le soap opera degli anni ’90. Possibile che un adattamento del genere non potesse permettersi un minimo di fantasia e sperimentazione?

Un cast che delude, almeno fino agli ultimi due episodi

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Credits: ITV/Amazon Studios

Non c’è nulla di peggio, infine, del trovarsi di fronte un cast del tutto inadeguato per i ruoli loro assegnati. Si salvano, a mio avviso, soltanto Rawdon ed il fedelissimo Dobbin, interpretato da Jhonny Flynn. Anche Sir Pitt Crawley Sr. (Martin Clunes) fa la sua degna figura. Per una volta è infatti la componente maschile a superare e mettere in ombra quella femminile. Sebbene Becky sia un personaggio multiforme e, di suo, particolarmente falso, non vedo come una brutta recitazione possa rendere giustizia alle sue esagerate reazioni.

Interessante è l’intervento in prima persona dell’autore, che svolge un ruolo da intermediario tra la storia e lo spettatore. Sebbene un elemento certamente innovativo, manca purtroppo il coraggio di rendere la sua partecipazione primaria nella serie tv. Un elemento che, a mio avviso, avrebbe regalato alla storia molti più punti di vantaggio.

A salvarsi, infatti, sono forse gli ultimi due episodi, in cui si comincia davvero a far largo nello spettatore la curiosità di scoprire come andrà davvero a finire questa sciarada di infinite sfaccettature. Ma è poco, troppo poco per chi, come molti, ha già abbandonato la serie tv alle sue note iniziali, incapace di proseguire nella visione di prodotto senz’altro inadeguato.

Vanity Fair recensione: l’esempio di come non fare un period drama

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Credits: ITV/Amazon Studios

Un fallimento, per quanto mi riguarda, questo adattamento di ITV. Sebbene mi renda conto che questa recensione di Vanity Fair sia piuttosto dura, trovo assurdo che nel 2018 si debba ancora andare incontro ad un period drama che, invece di avanzare, retroceda nella completezza e magnificenza che adattamenti simili dovrebbero portare sul piccolo schermo.

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Non ho visto intrigo, non fremevo dall’arrivare alla settimana successiva per vedere il prossimo episodio. Gli ultimi due episodi sono stati meno peggio dei precedenti ma comunque, irrimediabilmente sotto la media che ci si aspetta di vedere da un’emittente come ITV e una produzione storica spacciata come period drama dell’anno. Insomma, fate sul serio?

Vanity Fair (2018)
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