Cinema

Una donna fantastica: la recensione del film di Sebastián Lelio

Una donna fantastica

Titolo: Una donna fantastica (Una mujer fantástica)

Genere: drammatico

Anno: 2017

Durata: 100′

Regia: Sebastián Lelio

Sceneggiatura: Gonzalo Maza, Sebastián Lelio

Cast principale: Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Nicolás Saavedra.

Orlando è un rispettabile borghese di mezza età che lavora in un’azienda tessile. Orlando ha una relazione con Marina che si cimenta nel canto ed è una transessuale molto più giovane di lui. Dopo una notte di festeggiamenti Orlando avverte un malore e nonostante una corsa disperata all’ospedale muore. All’improvviso Marina si ritrova sola, disorientata e costretta ad affrontare il proprio dolore in un ambiente sociale ipocrita che sembra fare di tutto per sbarrarle la strada.

All’inizio e sul finale di Una donna fantastica Marina ci viene mostrata sempre nella stessa situazione narrativa: su un palcoscenico. E’ nota l’importanza del punto in cui un film decide di collocare il proprio protagonista sui titoli di testa e di coda, perché questa scelta letteralmente fissa la dimensione spazio/tempo in cui un film vuole far vedere il soggetto, il percorso che lo porta da un punto A a un punto B, affermandone in tal senso prospettiva, orientamento e traiettorie. Affermando, in definitiva, il senso della storia.

Non solo. Perché pronti-via emerge un altro indizio visivo fondamentale: il primo personaggio a essere mostrato non è Marina ma Orlando; è lui l’indiziato principale a diventare protagonista della fabula, è lui che compare nei primi fotogrammi all’interno della Spa, ed è lui che poco dopo scopre il personaggio di Marina che si esibisce a un piano-bar. Perché la regia ci mostra prima Orlando e poi Marina? Chi è il protagonista e, di riflesso, chi è lo spettatore in questo film? Qual è la nostra prospettiva?

Una donna fantastica

E’ difficile avere una transessuale come avatar, come specchio identificativo. Personalmente ritengo che Orlando sia volutamente messo lì’ per far scattare l’identificazione con il pubblico in modo convenzionale, giacché veicolata da un personaggio convenzionale. Ma a stretto giro lo spettatore è preso alla sprovvista perché costretto giocoforza a dirottare il suo transfer su Marina (e le sue complesse dinamiche gender), sviluppando da lì in avanti quel senso di disorientamento che rappresenta tanto il nucleo drammatico di Una donna fantastica quanto la cifra esistenziale dell’eroina.

E qui veniamo a colei che regge sulle spalle tutto il film. Marina è un personaggio di grande complessità emotiva e psicologica, un personaggio ambiguo, vero, problematico. Il punto di forza di Sebastian Lelio è di trattare Marina come una persona qualunque, nel bene e nel male, senza farcela piacere per forza. Perché Marina non è perfetta, non è amabile, non è un personaggio buono e furbo alla Laurence Alia, le sue motivazioni non sono chiare né condivisibili ma al contrario ha una personalità spigolosa, cinica, ribelle, è un paradosso ambulante che prende delle decisioni un po’ masochiste e a volte discutibili.

Perché Marina scappa dall’ospedale con una foga così disperata? Perché si pone in modo brutale di fronte alla detective che sembra essere lì per aiutarla? Certo, questa diffidenza di fondo è gravida di sottintesi, è evidente, Marina sfoggia un’anima segnata dalle numerose ferite che l’hanno fatta diventare sospettosa e anaffettiva. Ma perché insistere a sfidare così apertamente i familiari di Orlando? E perché andarsene per discoteche a dispensare fellatio neanche 24 ore dopo la morte del compagno?

Vogliamo davvero giustificare questi comportamenti solo perché Marina è una transessuale? E, poverina, chissà quante ne ha passate? E se Marina non fosse transessuale saremmo lo stesso così indulgenti? Personalmente non credo che la regia di Una donna fantastica voglia legittimare comode posizioni morali ma al contrario faccia di tutto per stroncarle, è questo il non plus ultra del discorso cinematografico di Lelio. Perché la materia che c’è dietro è molto più complessa del genere bianco e nero, buoni e cattivi. E’ più sfumata, paradossale e sfuggente: è la vita.

L’ipocrisia che il racconto smaschera è evidente, fastidiosa, concreta, eppure non c’è mai l’assoluta certezza che essa sia pienamente e incondizionatamente condannabile, complice una caratterizzazione psicologica accurata, un sopraffino gioco di prospettive e una scrittura ambigua e tagliente (Orso d’argento a Berlino). Si pensi al figlio di Orlando: egli si macchia di azioni oggettivamente deprecabili, siamo d’accordo, ma siamo proprio sicuri che al posto suo avremmo fatto molto meglio di così? Cioè dal suo punto di vista il padre è finito in ospedale nel cuore della notte ricoperto di bozzi e ematomi, è morto senza preavviso e adesso casa sua è occupata da una transessuale ragazzina che si spaccia per l’amante e insiste a perseguitarci con la sua presenza sprezzante e insolente, perché va bene presentarsi a un funerale ma è proprio necessario farlo conciata così?

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Una donna fantastica

Non voglio prendere le parte di nessuno, sia chiaro, non è questo il punto. Il punto è che il compito di un critico è di stare all’opposizione, fare l’avvocato del diavolo e provare a svelare tutti i sottotesti e le controverità che un film raramente proclama e molto più sovente suggerisce, nasconde o sottintende.

E allora perché Marina vede il fantasma di Orlando dopo la morte? Le apparizioni di Orlando non sembrano fini a sé stesse, né un esercizio di stile tipico di tanto cinema caraibico e del suo inconfondibile coté alla Garcia Marquez, fatto di guizzi surreali, svolazzi onirici e sottolineato in chiave contrappuntistica dal timbro vivace e fiabesco. Tutti stilemi che qui riaffiorano puntuali ma sempre con discreta reticenza.

Marina da la sensazione di essere fuori-luogo in qualsiasi luogo, è un personaggio fuori-posto e fuori-tempo, che sia un ascensore o una veglia funebre, un ospedale o un bagno turco. Solo in discoteca e sul palcoscenico, all’inizio o alla fine del film, sembra trovarsi davvero a suo agio (sarà per questo che canticchia in continuazione). Io credo che grazie alla figura di Orlando Marina avesse trovato non solo una parvenza di amore, normalità e conforto, ma avesse trovato il suo posto nel mondo, lo stesso mondo che prima e dopo la morte del compagno (e qui torniamo all’incipit) la ricaccia nell’unica dimensione possibile in cui un drop-out come lei può semanticamente collocarsi: ai margini, ossia su un palcoscenico.

Il fantasma di Orlando in realtà non rappresenta Orlando, ma è una proiezione mentale di Marina stessa e della sua identità sospesa e nuovamente alla ricerca del proprio diritto di cittadinanza.

E come si configura questo mondo? Una donna fantastica filma la storia di una transessuale colta nel suo percorso privato di elaborazione del lutto, ma restituisce nel contempo una lucida e spietata analisi del paesaggio sociale che la circonda. Lo sguardo dell’autore non sguazza nell’intimismo disperato e autoriflessivo ma amplia il campo del visibile, usando Marina come perno drammatico attorno al quale si inaspriscono le contraddizioni e i conflitti di una società ipocrita. C’è una grande dialettica tra il dentro e il fuori. Perché Una donna fantastica non ci parla solo delle peripezie di una transessuale ma ci parla del Cile di oggi, un Cile moderno e iper-futurista ma solo all’apparenza.

La costruzione spaziale della messa in scena è emblematica: gli obiettivi grandangolari, la profondità di campo, gli sfondi in evidenza, danno ampio risalto al paesaggio storico e geografico e gettano uno sguardo di indagine su una realtà sociale di pregiudizio sordo e strisciante, che viene a galla proprio grazie a questo percorso privato. La caratterizzazione psicologica di Marina e quella socio-culturale dell’ambientazione si muovono in direzioni opposte: se il Cile ci è mostrato in grande ascesa, come i muscolari grattacieli che ostenta, quella di Marina è una caduta in picchiata con esiti probabilmente rovinosi. Come il moto di una cascata, elemento palesemente simbolico posto in apertura di Una donna fantastica.

Non a caso i picchi figurativi dell’opera sono proprio quelli in cui si afferma questo conflitto stridente soggetto-mondo, sia sul piano iconico (la sequenza durissima dell’amplesso iniziale, con la metropoli separata da una parete di vetro che osserva minacciosa sullo sfondo; la seduta di running con lo skyline iper-futurista bene in vista in campo lungo) che sul piano narrativo (l’insostenibile violenza psicologica degli esami al commissariato e l’aggressione da parte di Bruno e gli amici).

Sta di fatto che il modo in cui le persone comuni reagiscono di fronte alla figura di Marina, non ai suoi comportamenti ma proprio al suo corpo, al suo significante, diviene il motore stesso della progressione drammatica. Non per niente la chiave 181 restituisce un armadietto vuoto, a sbeffeggiare l’ultimo elemento narrativo che fingeva di procrastinare il mistery (non c’è mistery, non c’è riscatto, è la vita). Perché Marina non è solo un personaggio complesso al di dentro lo è anche al di fuori. Non è una transessuale classica, non ha un immagine rassicurante e collaudata, è volutamente involgarita, malvestita, mascolina (nella realtà Daniela Vega è molto più aggraziata di così), è una creatura aliena, borderline, una figura che tanto i personaggi quanto lo spettatore non possono facilmente classificare dentro categorie gender consolidate ma al contrario spiazza e disorienta (si pensi alla scena del bagno turco).

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Una donna fantastica

Qual è il messaggio finale che la storia ci lascia? Prendiamo gli ultimi fotogrammi: lei vede bruciare la salma di Orlando, ossia l’unico elemento che riusciva a renderla reale, vera, autentica; poco dopo la troviamo sul letto, dove una bella immagine allegorica ci conferma che Marina è letteralmente il suo sesso, che non potrà mai a fare a meno di specchiarsi, un po’ per scelta un po’ per necessità, nella sua identità gender; e infine la ritroviamo sopra un palco come si diceva all’inizio, emarginata nella sua dimensione spettacolare e barocca. Qual è la tesi? Ingiustizia è fatta?

Può darsi. Ma quello che interessa Una donna fantastica non è indignarci ma farci pensare, non è generare un giudizio ma stanare il pregiudizio, innescare una risposta cognitiva più che emozionale. L’autore ci chiede di essere cauti, lucidi, riflessivi e immuni dai giudizi netti, ci chiede di fare uno sforzo ponderato di astrazione logica e psicologica. Ci chiede di andare al di là delle apparenze, dei moralismi, di stereotipi e pietismi, e di guardare in profondità dentro la malinconia tragica di questo personaggio ambiguo, complesso e per questo profondamente reale. E se proprio non si può fare a meno di giudicare, di etichettare e classificare, che almeno lo si faccia con la mente, sforzandosi di comprendere e dire qualcosa di sensato, e non con la bocca dello stomaco.

Per questo vi consiglio di stare attenti, essere cauti, al modo in cui guarderete Una donna fantastica e al modo in cui ne parlerete all’uscita in sala. E se non pensate di essere pronti, lasciate stare. Perché La donna fantastica non è un filmetto di consumo ma è una lama a doppio taglio, una sfera di cristallo, un miracolo di celluloide che smaschera l’ipocrisia di chi mostra ma anche, e soprattutto, di chi guarda.

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