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Twin Peaks e la strada verso casa. Recensione di The Return – Part 15

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© Showtime

“Welcome to Twin Peaks. My name is Margaret Lanterman. I live in Twin Peaks. I am known as the Log Lady. There is a story behind that. There are many stories in Twin Peaks – some of them are sad, some funny. Some of them are stories of madness, of violence. Some are ordinary. Yet they all have about them a sense of mystery – the mystery of life. Sometimes, the mystery of death. The mystery of the woods. The woods surrounding Twin Peaks. To introduce this story, let me just say it encompasses the all – it is beyond the ‘fire’, though few would know that meaning. It is a story of many, but begins with one – and I knew her. The one leading to the many is Laura Palmer. Laura is the one.”

A dare il benvenuto molti e molti anni fa nell’universo fittizio creato da David Lynch e Mark Frost fu proprio Margaret Lanterman. Come accadde per tutti gli episodi successivi, fu affidato alla Signora Ceppo il compito di regalare ai fan della serie suggestioni e chiavi di lettura ma, più in generale, malinconiche riflessioni sulla vita. Perché, per quanto Twin Peaks sia frutto dell’immaginazione, i personaggi reali o irreali che lo hanno popolato – e che ancora lo popolano – hanno la concretezza materiale propria di un vicino di casa. E non stupisce quindi che questa 15° Parte sia dedicata ad personaggio che è riuscito ad uscire dallo schermo, a scardinare definitivamente la “quarta parete” e ad imporsi come entità viva al pari dell’attrice che l’ha impersonata (a cui è stata invece dedicata la prima parte). 

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Un personaggio, la Signora Ceppo, che esisteva nella testa di Lynch ben prima di Twin Peaks, il cui volto è sempre stato quello di Catherine E. Coulson, dal momento in cui lavorò come assistente del regista americano sul set di Eraserhead. Margaret Lanterman è nata e muore con la Coulson, scomparsa nel 2015, come Philip Jeffries, interpretato originariamente da David Bowie, muta assumendo sembianze non umane. La devozione di Lynch e Frost alla loro creatura si nota anche da queste scelte, che in un’ottica commerciale non potrebbero avere ragione di esistere ma che in questo grande progetto (meta)televisivo che è Twin Peaks non potevano essere altrimenti.

A tre episodi dal finale, ci ritroviamo quindi a dover dire addio ad uno dei capisaldi della misteriosa cittadina ai piedi delle montagne White Tail e Blue Pine. Prima di lasciarci però la Signora Ceppo avverte Hawk (e noi) di tenere ancora bene a mente che non bisogna avere paura della morte – essa non è la fine ma solo un cambiamento – e che la soluzione è quell’uno. Il grande caso su cui da più di 25 anni stiamo lavorando sta per arrivare alle sue battute finali, portandosi dietro una lunga scia di interrogativi. Si potrebbe partire dalla questione della successione temporale degli avvenimenti finora presentati, che non sembrano susseguire in maniera lineare.

Ci stiamo muovendo a ritroso o possiamo addirittura ipotizzare la presenza di realtà alternative, mondi paralleli guidati magari uno dal male e l’altro dal bene? Che Twin Peaks abbia, come già il suo nome lascia intuire, un’anima doppia non è senza ombra di dubbio vero, ma che ci siano in realtà ben due Twin Peaks non possiamo ancora affermarlo con certezza. Una risposta potrebbe darcele ancora volta la Signora Ceppo, che così introduceva l’ultimo episodio della seconda stagione “Dove una volta ce n’erano uno, ora ce ne sono due. O ce ne sono sempre stati due? Cos’è un riflesso? La possibilità di vederne due? Quando ci sono occasioni di riflessione, ci sono sempre due – o più. Solo quando siamo ovunque ci sarà solo uno”. E quell’uno è, per sua stessa ammissione, Laura.

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Il tema della dualità è una delle tante chiavi di lettura di questo episodio, attraverso cui possiamo mettere a confronto i diversi eventi narrati. Sono, ad esempio, su piani diametralmente opposti la storia d’amore tra Ed e Norma e quella tra Steven e Gersten. La prima è la forza della tenacia, il desiderio coltivato per anni e mai lasciato appassire dallo sconforto, il bacio del risveglio tanto atteso dopo una lunga notte di tormento. Il secondo invece è l’animalità, la carne che incontra il terrore, la parola che esprime la brutalità come brutale è il desiderio che anima il rapporto tra Hutch e Chantal. 

Due sono ancora i Cooper sul palco. Seguendo i passi dell’oscuro ritorniamo al Convenience Store già visto nell’ottavo episodio, al cui invisibile piano superiore lo attende un uomo barbuto (e bruciato) seduto accanto ad una vecchia radio, presumibilmente lo stesso uomo intravisto nelle visioni di Philipp Jeffries in Fuoco Cammina con Me, in una stanza che ricorda in tutto e per tutto (cominciando dalla carta da parati) quella del quadro che la Signora Tremond regala a Laura Palmer e in cui lei stessa finisce.

Ma la vera sorpresa di questa incursione in questo (non)mondo è il cortile in cui Bad Cooper viene accompagnato: è il motel in cui Leland Palmer avrebbe dovuto incontrare Teresa Banks e altre due ragazze, Ronette e sua figlia Laura. In una stanza, la cui porta è aperta da un’altra inquietante figura accreditata come Bosomy Woman, ad attendere il doppelganger (o dovremmo chiamarlo tulpa ora?) dell’Agente dell’FBI vi è proprio Jeffries, che ha ora l’aspetto di una campana – come quelle già viste nelle Parti 3 e 8 – con un becco da cui sputa del fumo che rimarca ancora una volta l’ossessione di Lynch per Il grande Mago di Oz. L’incontro non è ovviamente chiarificatore ma getta altre ombre su quanto visto in questo ritorno come nel film e nella serie originale. Chi è il Cooper del 1989 di Fuoco Cammina con Me? Chi è il vero Cooper e chi è invece Judy? E’, come sarebbe dovuto essere nel prequel, la sorella di Josie Packard e quindi Naido, l’unico personaggio della serie dai tratti orientali? O potrebbe essere il doppelganger di un personaggio già noto, forse la stessa Laura?

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Chi è inoltre quel Cooper che abbiamo sperato si risvegliasse in tutte queste puntate, quell’uomo che a piccoli passi sta pian piano prendendo coscienza di sé. Una tazza di caffè, un distintivo, un pezzo di torta, le note di un piano, un vecchio film (quel Sunset Boulevard così amato da Lynch) in cui sente il nome del suo capo, Gordon Cole: quel barlume di vita nei suoi occhi che di volta in volta si fa sempre più vivo. Che sia quello il modo di tornare? 

Per noi tornare a Twin Peaks è stato un grande regalo, farlo con la consapevolezza che non ci sarà un’altra occasione rende tutto eccitante ma allo stesso tempo malinconico. Perché, come dice la Signora Ceppo, c’è sempre un po’ di paura nel lasciare andare le persone, le cose, le emozioni. Sembra sempre che il tempo non sia mai abbastanza, che qualcosa nel viaggio venga perso inevitabilmente. Per quanto sia un’esperienza ripetibile nel tempo, l’una non sarà mai uguale all’altra ma muterà sempre di volta in volta. Perché Twin Peaks è una creatura viva. Nella sua perfetta imperfezione, è viva.

Note a margine:

  • Nadine si è finalmente liberata dal letame che intralciava la sua strada, una pala di Dr. Amp farebbe bene a tutti;
  • quando il woodman aziona la radio tra i bagliori elettrici si vede il volto Jumping Man alternato ad altri, tra cui quello di Sarah Palmer;
  • abbiamo la conferma che la madre di Richard Horne è Audrey (che sembra terrorizzata dall’idea di uscire di casa, avvalorando così la tesi che qualcosa nella sua storyline non quadra);
  • l’uomo che passeggia nel bosco, accreditato come Cyril Pons, è Mark Frost;
  • ciò che si presume sia successo a Becky speriamo non sia vero;
  • quando incontri Freddie Guanto Verde ti conviene non farlo arrabbiare;
  • bastano due battute (e un bravo attore, ovviamente) per caratterizzare un personaggio, vedi l’Agente Speciale Headley;
  • è palese il parallelismo tra la scena di Cooper e l’ultima alla RoadHouse, in cui Ruby cammina carponi tra la folla fino a lasciarsi andare in un urlo disperato;
  • il signor Lynch (che qui compare anche come sound designer) ha sempre consigliato al pubblico di vedere Twin Peaks con delle buone cuffie e questo episodio è la prova che il suo suggerimento va seguito alla lettera.
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