Recensioni

Twin Peaks: e fu sera e fu mattina. Recensione Part 8

twin peaks
Photo: SHOWTIME

Quando giunse sugli schermi agli inizi degli anni ’90, Twin Peaks riuscì a cambiare le regole della serialità televisiva, aprendo la strada a quella che ormai è definita come l’età dell’oro. Nessun X-Files, nessun Lost, nessun True Detective. Ora, nel bel mezzo di questa prolifica fase, David Lynch decide (e non potremmo che esserne contenti) che è arrivato il momento di fare un ulteriore passo in avanti. Un grande salto nel vuoto.

L’ottavo episodio di Twin Peaks non ha precedenti nella storia della televisione e questa affermazione non è un’esagerazione. Nell’intimità dei salotti degli spettatori di tutto il globo, la scatola nera a cui ci si rivolge a volte con disgusto, altre con appetito non è mai stata attraversata da un prodotto narrativo del genere. Almeno non trasmesso da un network televisivo.

Questa puntata è idealmente divisa in due atti distinti, inframmezzati dall’incursione musicale firmata dai The Nine Inch Nails, che lega e amplifica il significato di entrambi. Il primo porta avanti una delle trame narrative centrali della serie, per l’esattezza quella relativa a Bad Cooper. L’inevitabile scontro con Ray, colpevole di essere stato ingaggiato per porre fine alla vita del doppelganger cattivo dell’Agente Speciale, arriva prima del previsto. 

twin peaks

Photo: SHOWTIME

Imprevedibile è invece ciò che accade nel momento in cui cade sotto i colpi di pistola del suo avversario: una schiera di uomini neri, del tutto simili a quelli incontrati a Buckhorn, circondano Bad Cooper quasi morente. In questo rituale, accompagnato da suoni elettronici e luci intermittenti, dal corpo del ferito fuoriesce una sfera scura contenente il volto di BOB. Un avvenimento che, come lo stesso Ray racconta al telefono a Phillip Jeffries (sarà stato lui a commissionare l’omicidio?!), potrebbe essere la chiave di “tutto questo”.

E quel “tutto questo” è al centro della seconda parte di questo episodio. Vivida e possente, la risposta inaspettata alla domanda sulla vera origine della lotta tra il bene e il male che scuote Twin Peaks (ma è un motivo ricorrente nella filmografia lynchiana) arriva tra guizzi di luce vivida, silenzi pieni e un bianco e nero eterno. Potremmo per certi versi parlare di un’opera a sè stante, concettualmente e narrativamente perfetta nel suo insieme.

E’ difficile raccontare quanto accade senza cadere nella banale elencazione degli avvenimenti, ma è un passaggio necessario per  riuscire a tirare le fila di un discorso che si nutre di diversi piani interpretativi, in cui convergono non solo elementi propri della mitologia di Twin Peaks (la serie, i libri, i corti), ma anche rimandi, citazioni e omaggi alle altre produzioni di Lynch, al cinema e alla letteratura. Ogni elemento del quadro di insieme (l’immagine che si fa suono e viceversa) ha una sua logica interna ed esterna ed un significato proprio eppure imprescindibile nell’economia del racconto.

twin peaks

Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

Tre sono i pilastri intorno ai quali si muove la narrazione. Il primo è il Trinity Test: sono le  5:29 del 16 luglio 1945 e nel deserto nel New Mexico viene testata per la prima volta la bomba atomica, costruita da Robert Oppenheimer per il progetto Manhattan. Il genio è uscito dalla lampada, Pandora ha alzato incuriosita il coperchio del vaso per vedere cosa dentro si agitasse.  L’effetto è catastrofico, il male si è fatto “cosa” e ha trovato casa in un convenience store, uno dei luoghi simboli della provincia americana, popolato da volti scuri che vanno e vengono accompagnati da un vento di fuoco.
In uno spazio vuoto un essere (accreditato come Esperimento) che ricorda la figura vista all’interno della Glass Box e, nondimeno, il disegno che Bad Cooper mostra a Darya prima di ucciderla, vomita una massa fluida simile alla garmonbozia, al cui interno vediamo delle uova e quel globo scuro con BOB

Nella seconda parte finiamo di nuovo nel mare della tranquillità dai toni violacei già visto nel terzo episodio. In cima ad un’altura sorge un palazzo bianco, le cui forme ricordano le linee di una campana. Qui vivono il Gigante e la señorita Dido, il cui stato quieto è scosso da un allarme e dalla visione, poi, di ciò che gli uomini hanno appena compiuto. Mentre il volto di BOB campeggia sullo schermo del teatro (il Tower Theater di Los Angeles, peraltro sede del Club Silencio di Mulholland Drive) le due figure generano, benedicono e inviano sulla terra una sfera luminosa che contiene il volto di Laura Palmer. La creazione della ragazza potrebbe essere letta in due modi, o come la (ri)nascita del bene puro o come il primo passo del sentiero che stiamo percorrendo.

twin peaks

Photo: SHOWTIME

L’apoteosi della potenza umana, corrotta e corruttibile, a servizio della guerra e la necessità impellente di contrastare la diffusione di questo orrore: Platone definiva il male come “la materia non ancora ordinata” e il bene come il sole che “con la sua luce dà visibilità alle cose”. BOB, creatura malevola e malefica, trova in Laura il suo contraltare. 
Threnody to the Victims of Hiroshima – composizione musicale già utilizzata da Stanley Kubrick in Shining – echeggia nell’aria mentre lapilli di cenere infuocati si intrecciano in un terrificante tripudio visivo. C’è tanto di 2001: Odissea nello Spazio in questo segmento, come è chiaro l’omaggio al cinema muto nelle scene in quella che dovrebbe a rigor di logica essere la Loggia Bianca. Deus ex machina, il Gigante e la señorita Dido riportano alla mente atmosfere da Mago di Oz.

Il terzo frammento ci riporta in New Mexico, ad 11 anni di distanza dal Trinity Test. Da un uovo fuoriesce una creatura ibrida, un incrocio da una rana e un insetto. Mentre due fanciulli passeggiano nel buio di una tranquilla cittadina, la presenza degli uomini neri genera il terrore. Uno di loro prende il controllo della radio locale e con una nenia (in cui fa riferimento all’acqua, ad un pozzo, ad un cavallo “bianco dell’occhio” ma scuro dentro) ipnotizza gli ascoltatori. Tra questi la ragazzina vista prima che, in stato di trance, accoglie nella sua bocca la rana-insetto.

twin peaks

Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

“Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Un uomo canta una canzone tra questo mondo e l’altro. Fuoco, cammina con me”: queste parole che tornano spesso nella serie originale sono la chiave di lettura di questo ultimo passaggio, in cui vediamo all’opera la manifestazione di quel male generato dall’atomica. Rimane incerta la simbologia della rana-insetto di kafkiana memoria: è  il male che possiede e distrugge l’innocenza e la purezza della giovane età?

Ordinare in forma sintetica il contenuto di questo ottavo episodio non è solo impossibile, ma anche riduttivo. Perché Twin Peaks è un’opera in divenire che respira, vibra, muta, si trasforma nella sua terrificante bellezza e che le parole non riescono, pur nella loro complessità, a raccontarne veramente il suono, il colore, l’odore.

Comments
To Top