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Twin Peaks: la settima puntata è strettamente collegata alla serie originale

Twin Peaks

Ci sono due possibilità per giudicare il settimo episodio del nuovo Twin Peaks andato in scena domenica. Il primo è la mia palpebra che si chiude quattro volte durante la scena al Roadhouse, dove c’è un inserviente che spazza, pensando al significato simbolico di quell’inquadratura. Il secondo è il mio occhio che si spalanca quando, nella stessa scena, Jean Michelle svela che il giro di prostituzione improntato su giovani ragazzine nel club è ancora bello fiorente.

C’è ancora del marcio a Twin Peaks. Anzi, i costumi non sembrano proprio essere cambiati. La polvere può essere spazzata via da un gesto di scopa, ma puntuale ti si ripresenta dopo due giorni. E così, senza nessun controllo perché il male è stato sconfitto 25 anni fa, la “corruzione” (in senso lato) si è diffusa rendendo Twin Peaks indistinguibile rispetto ad altre città ben più grandi o alle metropoli.  Il settimo capitolo di Twin Peaks – The Return rappresenta il momento nel quale David Lynch e Mark Frost hanno deciso di connettersi più saldamente con la serie originale.

Lo fanno attraverso due enigmi rimasti insoluti all’interno del loro primo racconto, ma di importanza strategica al fine di una completezza assoluta. Il primo mistero risolto entra all’interno delle fondamenta della serie. Hawk ritrova nascoste in una porta della centrale di polizia le pagine perdute del diario di Laura Palmer, probabilmente nascoste da Leland, una volta accortosi che la figlia, indirettamente, lo stava accusando con i suoi scritti. Non solo. In quelle pagine Laura descrive un sogno premonitore, durante il quale era entrata in contatto con Dale Cooper e Annie, prima ovviamente del loro arrivo a Twin Peaks, creando un collegamento fra la morte della ragazza e la scomparsa del detective e della sua compagna nella Loggia Nera. Il passato e il futuro non sono disposti lungo una linea temporale ben precisa in Twin Peaks (e nella narrazione di Lynch), ma le risposte agli ulteriori interrogativi che porta quest’ultimo ritrovamento potrebbero essere contenute nell’ultima pagina mancante del diario. Il secondo mistero risolto è, al contrario, più dozzinale, ma non per questo indispensabile, inserito all’interno di una sorta di gioco instaurato da Lynch con il suo pubblico più attento, fatto di rimandi, citazioni e riferimenti autoreferenziali alla sua filmografia (videoclip compresi).

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Scopriamo finalmente l’identità di Diane (Laura Dern), segretaria di Dale Cooper ai tempi della prima indagine, indiavolata con il detective dopo il suo ritorno dalla cittadina dello stato di Washington. Diane non lo sa, ma lo avverte, la persona con cui ha avuto a che fare dopo l’indagine su Laura Palmer non è Dale Cooper, è un’altra persona, il suo lato negativo col quale, evidentemente, è entrata in aperto conflitto. “Who are you?” ripete Diane quando si ritrova davanti il doppelganger, riprendendo la stessa domanda che Laura rivolgeva a Leland quando era il padre ad essere manovrato dallo spirito Bob. Dal canto suo Evil Cooper riprende il proprio cammino ricattando il direttore della prigione. Evade e riparte. Non si sa fino a quando rimarrà ancora separato dalla sua controparte buona, quel Dougie che ancora si ritrova a fare i conti con le conseguenze di aver vissuto molti anni in un altro piano della realtà. Tuttavia, venendo minacciato da Ike “The Spike” Stadtler, il subconscio di Cooper ha uno scatto di risveglio e, incitato dagli spiriti della Loggia Nera, ha una colluttazione con il killer riuscendo persino a disarmarlo, prima di ricadere nel suo stato di imbambolamento, vanificando le speranze di tutti noi spettatori. Per terra, sulla pistola, rimane invece un lembo di pelle, strappato probabilmente al killer durante il piccolo scambio di cortesie.

Il pezzo di pelle, oltre a rimandare all’orecchio di Velluto Blu, è collegato inevitabilmente con un altro elemento mancante da un corpo umano: la testa del maggiore Briggs. Le impronte digitali raccolte infatti sul cadavere ritrovato in prima puntata sembrano non lasciare molto spazio ai dubbi: il corpo trovato in casa della bibliotecaria è del Maggiore Briggs, solo non combaciano la sua età e il periodo della sua presunta morte. E anche la testa, come abbiamo detto, è mancante. Ricordiamo, per chi se lo fosse perso nelle mille trame di Twin Peaks, vecchio e nuovo, che il Maggiore Briggs ha rappresentato un ruolo fondamentale per Dale Cooper per trovare l’ingresso alla Loggia Nera, dove lo stesso militare era finito in circostanze misteriose. Durante la scena all’obitorio, si aggira per i corridoi un personaggio in impermeabile che a molti ha lasciato qualche dubbio, un probabile fantasma. Così come potrebbe essere un fantasma a produrre i rumori all’interno del Great Northern Hotel, con Benjamin e Beverly impegnati a rintracciare inutilmente l’origine dei suoni. Conoscendo l’opera di Lynch potrebbe non essere niente, la situazione potrebbe non essere mai chiarita, oppure potrebbe essere il personaggio di Josie Packard, rimasta intrappolata dopo la morte all’interno dell’hotel. Come molti sapranno, l’attrice che ha donato il proprio volto per Josie, Joan Chen, non compare nel variegato cast di Twin Peaks 2017 e, anzi, ha pubblicamente espresso il suo desiderio ad entrare a far parte della lista di attori. Nulla comunque vieta che il suo personaggio non venga preso in considerazione come poi d’altronde sta avvenendo da inizio serie con Bob, di fatto ancora presente all’interno del corpo di Cooper. I rumori, però, potrebbero essere anche prodotti da Audrey, solita aggirarsi per l’albergo nelle prime due serie, utilizzando passaggi nascosti agli occhi dei visitatori comuni. Proprio Audrey torna ad essere nominata all’interno del racconto.

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Delle sorti della ragazza ci ricorda il dottor Hayward in collegamento con lo sceriffo Truman (nel ruolo archetipico di guida, di vecchio saggio in aiuto ai protagonisti). Era ricoverata in ospedale dopo l’esplosione alla banca: lì Cooper, già diventato Evil Cooper, fu visto per l’ultima volta a Twin Peaks. Fu lo stesso dottore a notarlo, mentre l’agente si recava in visita alla ragazza. Così come per la notte misteriosa con Diane, anche per questo incontro Audrey- Cooper Bob su internet si sprecano le speculazioni, che arrivano a prospettare una violenza sessuale dell’agente dell’FBI nei confronti della ragazza ricoverata (come faceva Leland con Laura mentre dormiva).

Una violenza durante la quale è stato concepito il figlio di Audrey e che porterebbe a spiegare la sua innata malvagità. Non saprei. Tutto può essere all’interno della mente di Lynch. Il rasoio di Occam spesso non serve a niente. Nel sesto segmento di questo lungo film dal ritmo tipicamente lynchiano (al contrario del Twin Peaks originale), il rampollo Horne ha investito e ucciso un bambino. Sulla vicenda sta indagando Andy, il quale fissa un appuntamento con un possibile testimone di cui si perdono le tracce. Nel pieno stile di rimandi e citazioni, di cui è impregnato questo episodio, l’appuntamento è fissato tra la Sparkwood e la 21, un angolo iconico della serie. L’uomo è solo l’ennesimo tassello del racconto che viene a scomparire in questa puntata, non a caso aperta da Jerry, che chiama il fratello per dirgli che gli hanno rubato l’auto, e chiusa alla tavola calda di Norma dove uno sconosciuto sta cercando Bing. In tutto questo accavallarsi di persone e oggetti scomparsi e di misteri che si accumulano, invece di assottigliarsi, allo spettatore non resta che sedersi, rilassarsi e iniziare a fischiettare (come Gordon, magari i Rammstein, con cui Lynch ha molto collaborato) distraendosi dal fungo atomico che gli sta esplodendo in testa, consapevole che prima o poi gli enigmi, non tutti, saranno chiariti.

Twin Peaks

In sostanza, Twin Peaks, come tutte le opere di Lynch, è lento, a tratti noioso, si ferma anche solo per fare vedere un detective che fischia e uno sconosciuto che spazza. Molte volte non ci capisci niente. Però quando ti fermi ad analizzarlo, a destrutturarlo, a ricollegare il tutto, conscio che tutto non si può collegare e ti fai anche un po’ aiutare. Beh, a quel punto ti esalti. Anche perché sai che è una cosa per pochi.

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