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Twin Peaks e i perché di chi non ci crede – Recensione dell’episodio 3.12

Twin Peaks 3x12
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Più persone impegnate a recensire una stessa serie significa soprattutto che ci si può confrontare ed evitare di trasformare una recensione in uno sterile parlarsi addosso su quanto si vuole bene ad una serie piuttosto che a un’altra. E si possono avere pareri diversi tanto che magari, estremizzando per semplicità, uno può ritenere la terza stagione di Twin Peaks un capolavoro che cambierà la storia della serialità televisiva e un altro accomunarlo alla Corazzata Potemkin fantozziana tacciandolo di essere la proverbiale cagata pazzesca.

Twin Peaks 3x12La libertà di dire troppo per non dire niente?

Un incipit così vago è chiaramente un mettere le mani avanti da parte di chi scrive perché, come si sarà intuito, a parlare stavolta è la parte della redazione di Telefilm Central che magari non arriva al liberatorio urlo del ragionier Fantozzi, ma comunque di questo Twin Peaks avrebbe fatto volentieri a meno. Fortuna vuole che proprio l’episodio di questa settimana si presti bene a chiarire i perché di questo giudizio, spiegando al tempo stesso anche cosa faccia pendere invece la bilancia del giudizio altrui dal lato opposto.

Che cosa accade, infatti, in questo dodicesimo (su diciotto, giova ricordarlo) capitolo di questo ritorno atteso venticinque anni? Sostanzialmente (e su questo dubito qualcuno possa oggettivamente obiettare) non avviene praticamente nulla. Tanto nulla che anche quelli che dovrebbero essere i protagonisti delle storyline principali hanno un minutaggio estremamente ridotto. Cooper continua la sua estenuante catalessi che lo imprigiona nel catatonico Dougie Jones; Gordon e Albert ufficializzano il reclutamento di Tammy nel team che si occupa dei Blue Rose chiarendone la storia (un evento sicuramente importante ma che viene liquidato in pochi minuti); Hawk e lo sceriffo stanno ancora fermi in attesa di partire per la meta suggerita dal cilindro del maggiore Briggs. Tanti momenti che evaporano come una patina di ghiaccio al sole di questa estate luciferina per lasciare più del novanta per cento dei sessanta minuti settimanali occupato da scene (recitate magari magistralmente con una regia e un montaggio lodevoli) che sono un divagare vuoto e senza meta.

Eppure, proprio questa costruzione palesemente dispersiva sembra attrarre i fan di Lynch che vi leggono una dichiarata volontà di sovvertire i canoni imperanti delle serie tv moderne. Quasi che Lynch voglia ribellarsi a quella che Roberto Recchioni (curatore di Dylan Dog ma anche critico di cinema e serie tv) ha definito la dittatura dello storytelling che impone che un film o una serie tv debba prima di tutto raccontare una storia che sia avvincente e/o intelligente e priva di buchi di trama. In Twin Peaks questo imperativo è esplicitamente violato perché quelle che dovrebbero essere le storie principali sono accennate quasi di sfuggita ed ogni passo avanti viene seguito da un brusco stop che mette in pausa tutto con un episodio come questo. Si potrebbe obiettare che Lynch ha parlato di un unico film tagliato in diciotto episodi, ma anche questa presunta scusante diventa fasulla scappatoia se si pensa agli esempi recenti di molte serie Netflix che sono costruite per essere viste come un singolo film prendendosi spesso il tempo di andare in profondità piuttosto che correre (Marco Polo docet). Invece, quella di Twin Peaks è una lentezza che non ha paura di farsi immobilismo, andando contro ogni regola non scritta.

Lode e onore al coraggio di Lynch, quindi? Sarebbe un sì se questa presunta ossessione per lo storytelling fosse davvero una opprimente catena che impedisce agli autori di serie tv di dare libero sfogo alla propria creatività. Ma la realtà dice che questo non è il caso ed anzi muoversi in questi supposti limiti lascia ampio margine per affrontare temi profondi (la condizione femminile in The Handmaid’s Tale, la complessità metafisica di The Leftovers, il discorso sul senso della fede di American Gods) o esplorare nuovi modi narrativi (il racconto da più punti di vista di The Affair o lo sperimentalismo estremo di Legion). Invocare una piena libertà creativa che svincoli una serie dalla fruttifera regola di non perdersi in divagazioni prive di meta e significato è davvero necessario quindi? O non finisce per giustificare ogni carenza di logica e porta ogni superficiale disattenzione ad essere accettata e persino apprezzata?

Twin Peaks 3x12Il (non) racconto dei personaggi

Raccontare non va inteso solo come narrare una storia. Se è vero che molti prodotti puntano sul ritmo frenetico (Orphan Black e The 100, ad esempio) o sulla complessità dell’intrigo (Homeland e, in parte, Game of Thrones), lunga è la lista dei casi in cui una storia può anche essere, dopotutto, marginale e diventare una scusa per far evolvere dei personaggi attraverso le esperienze che vivono e il modo in cui si relazionano agli eventi e interagiscono tra di loro. Si pensi alle dinamiche interpersonali in Big Little Lies, al cammino interiore dei protagonisti di The Leftovers, all’impossibilità di andare avanti quando la verità non è stata trovata che affligge Rusty e Cole nella prima stagione di True Detective, alla necessità di affrontare i propri demoni combattendo quelli altrui in Top of the Lake.

Chi sono e cosa fanno, invece, i protagonisti di questo ritorno di Twin Peaks? Soddisfano l’avida curiosità dei fan della serie che erano anni che si chiedevano comprensibilmente che fine avessero fatto i loro beniamini. Ma nessuno di loro, in questi dodici episodi, ha una benchè minima evoluzione. Sono immobili nella loro condizione di vecchi amici che rivedi dopo tanto tempo senza che vogliano dirti come si sono cristallizzati in quel che ora sono. Finiscono, quindi, per lo sconfinare in macchiette di sé stessi (Gordon e il suo apparecchio acustico, Albert e il suo quieto sarcasmo, Lucy e Andy e i loro improbabili siparietti, il dr Jacoby e le sue pale, Jerry e le sue allucinazioni). È questo che vogliamo da una serie? Possiamo accontentarci che non ci venga dato e addirittura lodare chi si rifiuta di concederci quanto sarebbe lecito attendersi?

Twin Peaks 3x12Anticlimax e antieroi

A rendere ancora più opportuna la domanda precedente interviene anche il modo in cui viene gestito un ritorno da molti fan invocato e finalmente concretizzatosi in questo episodio. Audrey Horne ricompare dopo venticinque anni, ma lo fa nel modo più anticlimatico possibile. Preceduta dall’ennesima televendita di Jacoby (quasi a voler distrarre l’attenzione), Audrey ricompare intenta a litigare con un marito che odia e che spudoratamente tradisce e al quale chiede aiuto per cercare proprio il suo amante. Quello che era un personaggio di primaria importanza è qui relegato in una posizione marginale e con un presente che ne smonta completamente il ricordo. Uno sberleffo ai desideri del fandome della serie? Un voler sottolineare ancora una volta come Twin Peaks sia una creatura di Lynch e non del suo pubblico? Interpretazioni possibili e finanche accettabili, ma che rischiano di sconfinare nel contraddittorio dal momento che, se davvero un certo personaggio non ti serve, riportarlo in scena in questo modo non è voler comunque accontentare i suoi fan?

Eppure, Lynch sembra compiacersi nel rompere ogni topos della tv moderna e lo stesso Dougie è, in fondo, un esempio di questo atteggiamento. La capacità di migliorare la vita chi gli sta accanto, che sia una moglie desiderosa di piacere o un capo con dipendenti sleali o una coppia di criminali con debiti da mettere a posto, gli assegna il ruolo di eroe (in senso lato) della serie scippandolo al redivivo Cooper che tutti aspettavano. Osanna a Lynch per aver smitizzato la figura dell’eroe? Questo ragionamento poteva andare bene venticinque anni fa, ma non in un panorama che vede i supereroi mostrare la propria umana debolezza (Matt Murdock in Daredevil), i leader sbagliare e deviare da una comoda moralità (il Rick Grimes delle prime stagioni di The Walking Dead), i main characters indulgere nell’inganno (Jimmy McGill in Better Call Saul e Frank Underwood in House of Cards), i buoni lasciarsi affascinare dal male (Will Graham in Hannibal ma anche i protagonisti della brasiliana 3%). Dove sarebbe la novità quindi? Nell’aver reso ridicolo il protagonista della serie?

Twin Peaks si può, infine, riassumere nella scena della fascinosa ospite che impiega un’eternità ad andare via. Una bellissima donna che ti ammalia senza però lasciarti nulla e senza rivolgerti la parola. La si può guardare entusiasticamente rapiti e con sorridente ammirazione come Gordon o palesemente infastiditi e con fissità glaciale come Albert. Il voto qui sotto vi dirà per quale dei due personaggi parteggia chi sta scrivendo.

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