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Twin Peaks: finalmente! Recensione The Return – Part 16

Twin Peaks Cooper
Showtime

Finalmente (come dice Mike). Musica di Badalamenti. Finalmente. “Io sono l’FBI“.
Basta, questa recensione è finita.

 

Ah, no. Manca ancora una cosa. Sparatoria a Lancelot Court.

 

Alè, ho detto tutto. Ciao e arrivederci al gran finale

 

Twin Peaks

Detto questo, nella puntata dove Cooper si sveglia dal coma fisico e mentale, Twin Peaks rivela alcune delle sue grandi verità.

La prima, Richard Horne è figlio di Evil Cooper. Lo stupro di Audrey è effettivamente avvenuto e la ragazza ne sta ancora pagando le conseguenze, probabilmente rinchiusa da qualche parte (in una struttura per disturbi psichiatrici o in un’altra dimensione non è dato saperlo al momento), come ci suggerisce la scena finale. Tutto il suo dialogo con il marito, i tentativi di andare al Roadhouse senza riuscirci, l’arrivarci per poi essere chiamata a ballare la sua danza, la scena violenta che la spaventa, potrebbero essere tutti frammenti inventati dal suo subconscio e quindi trovare alla fine una degna spiegazione. Il ballo stesso è costruito in jump cut, come fossero frammenti di memoria che riaffiorano.

La seconda grande verità: Diane è un tulpa, un’entità corporea creata alla gas station Convenience Store, dove sarebbe potuta finire anche peggio. Dopo che Albert e Tammy la uccidono, l’ex segretaria finisce nella Loggia Nera al cospetto di MIKE. Incalzata dallo spirito, Diane consegna il proprio seme, che le fuoriesce dalla testa prima di lasciarla a svanire carbonizzata. La domanda che al momento è quindi giusto porsi è: dov’è la vera Diane?I’m in the sheriff’s station” ripete il tulpa durante il suo sfogo con Gordon, Tammy e Albert. Una frase senza senso nel contesto ma che potrebbe indicare dove è nascosta la vera Diane (o il suo corpo), dopo essere stata violentata anche lei da Evil Cooper.


Ma c’è ancora un seme molto più importante, quello che Cooper chiede a MIKE. Cosa serve non è ancora dato saperlo. A creare un altro tulpa, a sconfiggere Evil Cooper, a dare la vita? Il gran finale ce lo spiegherà. Il risveglio di Coop, poi, avviene esattamente come ci aspettavamo che avvenisse in puntata 9. 
In sottofondo una musica utilizzata come una fanfara (e cosa c’è di meglio del tema originale di Badalamenti) e il detective che si alza di scatto ed è pronto a tornare in azione. “Io sono l’Fbi“, frase banale, scontata, ma attesa da più di 15 ore e arrivata potente, come quando dopo una lunga battaglia, il buono prevale sul cattivo.


La puntata 16 di Twin Peaks, oltre ad essere ricostruita a favore del risveglio di Coop, è basata sul ribaltamento padre-figlio. Mentre Cooper-Bob sacrifica Richard per evitare di cadere in una trappola (?), o comunque in morte certa, Dale Cooper promette al figlio di Dougie che tornerà, anche se non è suo figlio. Perché il tempo passato con lui e la madre è stato il migliore della sua vita. Non si sa se a tornare sarà lo stesso agente dell’FBI o se sarà il vero Dougie a riabbracciare la sua famiglia. Quello che sembra certo è che in questi 25 anni di Loggia Nera, Dale ha imparato numerosi segreti del mondo degli spiriti e chiede a MIKE di fabbricarne un altro, di cosa si può solo speculare. Per la seconda puntata consecutiva, dopo Norma ed Ed, Lynch e Frost disegnano un altro momento strappa lacrime, molto più in stile soap in questa sedicesima puntata (mentre nel 15° episodio era Lynch allo stato puro, vedi Strade Perdute e il già pluricitato incontro con Alice, oppure Mullholland Drive e l’esecuzione di Llorando da parte di Rebekah Del Rio – presente anche nella puntata 10 di Twin Peaks – cover di Cryin di Roy Orbison, amatissimo da Lynch e utilizzato in maniera analoga in Velluto Blu, che al mercato mio padre comprò).


Detto che la morte di Richard ha portato tanta gioia nei nostri cuori più o meno quanto la morte di Joffrey in Game of Thrones, la scena viene vista anche attraverso gli occhi di Jerry Horne, che la guarda mediante un binocolo usato al contrario, il quale, invece di avvicinare l’immagine, l’allontana. È una metafora dello sguardo che ha dovuto esercitare lo spettatore fino adesso in questo Ritorno di Twin Peaks. L’esempio perfetto è la stessa storyline di Audrey. Seguendo le storie troppo da vicino, si rischia di non capire niente, di venir risucchiati dalla capacità di costruire l’attesa da parte degli autori (d’altronde abbiamo aspettato fino adesso il risveglio di Cooper) e dalla recitazione degli attori, in grado di sostenere lunghe scene semplicemente con lo scambio di battute, al di là del loro senso e al di là di una scena totalmente fuori contesto rispetto alla narrazione. Per una migliore osservazione, invece, occorre fare diversi passi indietro e guardare tutto con molto distacco. Soprattutto sapere aspettare, non farsi coinvolgere, e non arrabbiarsi col mezzo (il binocolo), qualora quello che vediamo non è di nostro gradimento o non lo capiamo. Era chiaro a Lynch e a Frost che il loro nuovo Twin Peaks avrebbe creato molto malcontento, ma la loro narrazione non era certo rivolta allo spettatore del tutto e subito, lo spettatore medio dell’attuale panorama seriale. Piuttosto hanno deciso di avere come target un universo fidelizzato, disposto anche a molteplici visioni, ad aspettare anni, per capire il significato di tutto. In sostanza, se dopo Inland Empire e Mullholland Drive vi aspettavate un altro Twin Peaks, siete dei polli.


L’intera costruzione del moderno Twin Peaks, in pratica, è una gigantesca scena della borsetta. So che cosa lo spettatore vuole, so che cosa sta attendendo con ansia e trepidazione, ma lo lascio friggere fino all’ultimo sulla poltrona per poi creare un’esplosione di emozioni al momento più opportuno (lo stesso discorso è valido per il risveglio di Dale). È la costruzione della suspense al cinema, ben spiegata da Hitchcock nel libro intervista con Truffaut. C’è un uomo con una bomba nella valigetta. Lo spettatore sa che nella valigetta c’è la bomba, ma nessun personaggio nella storia ne è a conoscenza, a parte il bombarolo. Lo spettatore dunque aspetta che la bomba esploda e scoppi la strage, ma la bomba non esplode mai, anzi si gioca attorno a questo aspetto: si fa credere che stia per esplodere e invece niente.

Twin Peaks

Pistola e borsetta di Diane sono la stessa cosa. Due, tre, quattro volte, non lo so, ho perso il conto ad un certo punto, Diane mette le mani dentro la borsetta e siamo in attesa che tiri fuori la pistola per sparare a tutti quanti ( 🙂 ALL), ma invece della pistola, puntualmente, Diane tira fuori altro, il telefono, le sigarette. E ogni volta Lynch ci ricorda che all’interno della borsetta c’è la pistola. Non so se sia una semplice costruzione o un vero e proprio omaggio di Lynch al regista inglese, dal quale Lynch ha preso in prestito anche il concetto di MacGuffin, ma tanto è.


Infine la bellissima e surreale sparatoria a Lancelot Court, davanti a casa di Dougie, costruita con una veloce escalation. Dal nulla, da un banale litigio, si arriva alla barbara uccisione di Hutch e Chantal. Oltre ad essere una scena comica perfetta, è una selvaggia critica alla società. Lo sottolineano i fratelli Mitchum: 
Le persone sono sempre più stressate”. Dal canto loro i Mitchum, in particolare Belushi, incarnano ad ogni espressione facciale il filone commedia-comico, basti pensare a Cooper che viene interrotto mentre racconta la sua storia in attesa del Bloody Mary (riguardatevi la scena senza staccare lo sguardo da Belushi). Chi tuttavia ha pensato fosse una critica alla società statunitense, dove un Zawaski qualsiasi torna a casa dal lavoro con una mitraglietta e un’infinità di colpi sotto il sedile, si è sbagliato di grosso. Basta che cerchiate su Google “litigio parcheggio sparatoria”: vedrete che vi verrà fuori un caso a Palermo, uno a Modena, uno in Brianza, uno a Caserta e così via. Il tutto, ed è ancor a più surreale e fa ancora più ridere, avviene sotto gli occhi di due agenti dell’FBI che, prima di intervenire, si guardano bene di aspettare la fine del macello e con i Mitchum, i veri gangster della scena, ad osservare impietriti e sbigottiti di fronte a tutta codesta violenza, loro che, in perfetto stile da casinò-gangster, erano pronti a lasciare Dougie in mezzo al deserto con un buco in testa.

Twin Peaks

Alla fine quindi non ci resta che aspettare domenica prossima, gli ultimi due episodi, che porteranno a conclusione, probabilmente per sempre, la narrazione attorno al mondo di Twin Peaks. Quanto alle divagazione, alle ricerche e alle teorie, quelle continueranno per altri anni, magari sulle note della favolosa colonna sonora di questa stagione, alla quale si aggiunge, finalmente (anche qui), il già annunciatissimo Eddie Vedder, presentato col suo nome originale di battesimo (ma questo probabilmente lo avevate già letto sull’internet).

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