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Twin Peaks in equilibrio nel nuovo episodio. Recensione The Return Part 11

Twin Peaks

Recensire un singolo episodio di questa terza stagione di Twin Peaks è sempre difficile. Si è già detto che più che una serie si tratta di un film lungo 18 ore, su per giù. Eppure in questa undicesima parte c’è equilibrio tra la trama scorrevole e i misteri sovrannaturali della serie.

L’episodio si apre ispirandosi alla parte soap della vecchia serie, con l’aggiunta dei nuovi personaggi. Il dramma familiare di Becky, Shelly e Bobby viene esplorato da una prospettiva diversa, quella dei genitori che non hanno niente in comune se non la figlia. Shelly sembra non essere cresciuta, ha sviluppato un rapporto pericoloso con Red, di cui è totalmente infatuata come se fosse lei la bambina. Bobby invece non è più quello di una volta. Nella scena dove fissa il bambino che ha sparato per gioco, che se ne sta lì con le mani in tasca come se niente fosse, sembra quasi chiaro che ora Bobby è quello che nota il male crescente nella città e ne ha paura. Piuttosto che essere una parte di quel male. Twin Peaks, in fondo, ormai non ha più bisogno di “doppi”, di “vite segrete” e di tutto il lascito della serie classica. Il mondo si è evoluto, e con esso la città: il male è ovunque e allo scoperto.

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Nella serie classica l’agente di punta di Twin Peaks era il buon vecchio Dale. Oggi abbiamo la coppia Gordon & Albert sulle tracce di eventi sovrannaturali sempre più afferrabili. In una scena molto ambigua assistiamo all’apertura di quello che sembrerebbe un varco, uno squarcio nel tessuto spazio temporale, visibile solo da Cole. Un varco verso la Loggia Bianca. Eppure i “barboni”, i woodsmen,  vengono visti sia da Albert che da Diane, la quale si potrebbe dire anzi averli ignorati appositamente. Soprattutto nel momento in cui la testa di Bill Hastings esplode, impedendogli d’ora in avanti di rivelare ancora qualche dettaglio importantissimo per noi spettatori.

A tenere però banco in questo episodio sono stati i fratelli Michum e l’adorabile Candie. Jim Belushi e Robert Knepper scorrono via fluidi nella loro parte, leggera e piacevole. I due si ritrovano faccia a faccia col nostro povero Dougie, che se la cava egregiamente e diventa persino loro amico. Si è detto, in passato, che Lynch e Frost si stanno prendendo il loro tempo per portare a compimento il risveglio del buon detective Cooper. E certamente ogni settimana sembra esserci un leggero miglioramento in questo senso: “A damn good pie!”. Ma siamo davvero sicuri che il nostro Cooper tornerà, prima o poi? Manca sempre meno alla fine e se anche dovesse tornare c’è già la consapevolezza che sarebbe per troppo poco tempo. Ma confidiamo in Lynch: BadCoop, che stavolta non s’è visto, non può restare incontrastato.

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La musica è stato l’elemento che ha distratto il nostro Dougie mentre cenava con i fratelli Michum. Una musica che lo ha riportato indietro di quasi venticinque anni. L’altro elemento importantissimo nell’elemento lynchiano e nuovamente citato in questa undicesima parte è il fuoco. Come Hank e la Signora del Ceppo ci dicono, il fuoco soprattutto quello nero è di fondamentale importanza per la vicenda. Come simbolo metaforico, il fuoco pervade già tutta l’atmosfera di Twin Peaks e non solo. Ed è facile prevedere una scintilla a breve ad incendiare il tutto.

In conclusione, un episodio che scorre via in un equilibrio giusto di leggerezza e metafisicità. Un altro tassello che si unisce al puzzle dei 18 pezzi, il cui giudizio generale può essere dato solo dalla loro somma. Finora, è come mettere in pausa ogni volta il film.

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