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Twin Peaks è un sistema complesso. Recensione di The Return – Part 10

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Trovare dei difetti a Twin Peaks è davvero difficile. Eppure il ritorno in televisione di David Lynch e Mark Frost è stato, sin dall’inizio, visto di cattivo occhio non solo dai detrattori ma anche da molti fan della serie. Le critiche hanno trovato terreno fertile in un momento in cui il fattore nostalgia ha riportato in vita progetti televisivi e cinematografici che col senno di poi (a visione compiuta) sarebbe stato meglio tenere nel cassetto, mantenendone così intatto il ricordo.

Ma Twin Peaks – The Return un difetto in realtà ce l’ha, anche se sarebbe più da considerare come una caratteristica, che connotava in parte anche il suo predecessore: Twin Peaks è un sistema complesso. E non è una questione di trame – numerose, intrecciate, forse in alcuni casi difficili da ricordare – perché in questi 20 anni di televisione di allenamento ne abbiamo fatto, pure parecchio.

Non si tratta tantomeno dei livelli interpretativi applicabili alla serie tv, anche se nei primi episodi il revival era stato accusato di aver perso quella diversità di genere (che aveva permesso a pubblici eterogenei di seguire lo show negli anni ’90) e di essere invece troppo interessato all’aspetto metafisico e onirico del racconto. Ci si chiedeva dove fossero finiti il romanticismo e la comicità, anche se la critica più feroce avanzata riguardava i luoghi in cui il revival è stato ambientato. Dove era finita, insomma, Twin Peaks?

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Il problema, se proprio vogliamo chiamarlo così, è che Twin Peaks – The Return non è solo il ritorno in tv di un pezzo di storia della serialità televisiva (che siamo certi cambierà anche dopo questa stagione) ma è anche la summa di una carriera, un contenitore in cui convergono tòpoi, stili e passioni di un regista e artista come David Lynch, a cui si aggiungono omaggi e richiami ad altri registi e alla storia stessa del cinema. In una scena, ad esempio, come quella in cui Richard piomba in casa della nonna non c’è solo BOB dell’originario Twin Peaks (che a questo punto abbiamo quasi la certezza che sia il ragazzo del padre) ma c’è anche Frank Booth di Velluto Blu (per citare uno dei villain di Lynch). E c’è anche Arancia Meccanica di Stanley Kubrick e forse anche Funny Games di Michael Haneke (nel cui remake compariva anche Naomi Watts). E, infine, c’è il protagonista di Dumbland, la serie di corti d’animazione scritti e diretti dal regista americano.

Essere privi o dotati di questo tipo di conoscenze rende l’esperienza visiva diversa? Tutto ciò può essere visto come discriminante (lo spettatore che non sa non potrà apprezzare appieno il racconto) o come uno stimolo (lo spettatore sarà portato a documentarsi e ad ampliare così il suo bagaglio culturale)? È una domanda a cui non è possibile rispondere in questa sede ma che forse vale la pena porsi.

Mettendo da parte questo atavico dubbio (come se non ci fossero già abbastanza quesiti a cui dover rispondere), il primo episodio a due cifre di Twin Peaks – The Return torna a battere sentieri conosciuti mentre percorre strade che in realtà credevamo a senso unico.

I primi ci conducono nella fittizia cittadina americana dove tutto iniziò, in cui alcune cose e alcuni personaggi sembrano non essere per nulla cambiati, al contrario di altri che hanno fatto un deciso passo in avanti. “It’s a fucking nightmare” dice Carl e noi non potremmo essere che d’accordo: il male è ancora di casa a Twin Peaks e si cela dietro il volto solo all’apparenza incorruttibile di giovani come Richard Horne (protagonista di gran parte del minutaggio dell’episodio) e Steven Burnett (che inveisce contro Becky, la nuova Shelly + Laura). Entrambi sono protagonisti di scene in cui la violenza verbale e psicologica va di pari passo con quella fisica, in cui il paesaggio stucchevolmente tranquillo della periferia made in USA viene squarciato da urla di dolore e di paura. Servirebbe, anzi è necessario, come grida a gran voce il Dr. Jacoby, prendere in mano la pala per uscire da questo mare di merda, smettere di farci dare il benservito nei supermercati, in banca, alla pompa di benzina, di continuare a comportarci come pecore e a permettere ai nostri governanti di controllare le nostre vite. Oppure facciamo come Nadine e apriamolo davvero un negozio di tende silenziose!

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Lontani dalle montagne boscose, questa decima parte ci riporta a Las Vegas dai fratelli Mitchum e da Candie, Mandie e Sandie, la cui esistenza è finalmente confermata dall’imbarazzante quanto esilarante scena in cui la prima è carnefice e vittima di una mosca. La meravigliosa coppia Knepper & Belushi è in un primo momento alle prese con l’emotività dirompente della donna in abito rosa, poi con l’arresto di Ike e infine con Anthony Sinclair, incaricato da Todd di incastrare Dougie Jones (sulla cui testa pende una taglia) e fare in modo che i Mitchum scatenino contro di lui una feroce vendetta. E, a proposito di Dougie, il suo percorso di riappropriazione di sé sembra aver superato la fase orale (parafrasando Freud) per giungere a quella sessuale, di scoperta di un piacere che appaga e accende nello sguardo quella scintilla vitale scoppiata al primo sorso di caffè. Dale Cooper è ancora con noi.

The Return – Part 10 è forse la puntata più “terrena” di quelle andate in onda fino ad ora. Lo è almeno fino al quarantesimo minuto, in cui Gordon Cole / David Lynch (ci) apre la porta verso quel mondo senza il quale questa storia, la storia di Twin Peaks non avrebbe avuto origine. Ha il volto disperato di Laura Palmer e la voce terrorizzata di sua madre.

Ci sarebbe probabilmente tanto altro di cui discutere, di primaria o secondaria importanza ai fini del racconto (la foto di Bad Coop accanto alla scatola di vetro, il messaggio di Diane ad quel numero sconosciuto che potrebbe farci sperare in un ritorno di Jeffries o che potrebbe invece celare una grande delusione per un personaggio così amato e così atteso; la lettera nascosta dal vice-sceriffo Broxford spedita da un’altra Miriam e il plico mai consegnato; il disegno di Gordon Cole con lo strano cervo e  il braccio di BOB; la porta della stanza di Cole che all’arrivo dell’agente Preston sembra mutare; il testo di No Stars, la canzone scritta da Lynch e Rebekah Del Rio che chiude la puntata, in una malinconica performance al Roadhouse della stessa insieme a Moby), ma ad un certo punto arriva il momento di tacere e di affidarsi completamente a chi questa storia ha voluto raccontarla. Spetterà a loro indicarci il bandolo della matassa. Per ora accontentiamoci, anche se non le comprendiamo appieno, delle parole della Signora Ceppo.

C’è rumore di elettricità. La senti tra le montagne e nei fiumi. La vedi danzare tra i mari e le stelle e brillare intorno alla luna, ma ultimamente il bagliore si sta affievolendo. Cosa rimarrà nell’oscurità? I fratelli Truman sono entrambi uomini veri. Sono tuoi fratelli. Come gli altri, i buoni che sono stati con te. Ora il cerchio è quasi al completo. Osserva e ascolta il sogno del tempo e dello spazio. Viene tutto fuori ora, scorrendo come un fiume. Cio che è e ciò che non è. Hawk, Laura is the One.

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