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Twin Peaks: Cinque Ragioni perché No

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Venticinque. Tanti sono gli anni che i fan hanno speso rassegnandosi all’idea che Twin Peaks fosse stata una magnifica esperienza definitivamente chiusa. Finché Showtime non è riuscita a convincere David Lynch a incontrare nuovamente il suo figlio più famoso e dargli una nuova vita. Tutti felici e contenti?

I bassi ratings sembrerebbero dire di no. Ma questo tipo di numeri possono essere ingannatori dato che troppo lunga è la lista delle serie tv il cui elevato livello qualitativo non basta a guadagnare il meritato premio in termini di audience. È questo il caso di Twin Peaks? Dipende. Dipende da chi è a rispondervi perché come raramente prima la redazione di Telefilm Central (specchio infedele del pubblico) si è divisa in chi risponderebbe sì e chi invece voterebbe no. Due pezzi gemelli diversi in arrivo su queste pagine, quindi, per spiegare in cinque punti se Twin Peaks è o non è un capolavoro. Iniziando dai perché no.

Twin Peaks
1.) La pachidermica lentezza di Twin Peaks

Anche il più accanito dei fan difficilmente potrà negare che una delle cifre stilistiche di questo Twin Peaks è sicuramente la lentezza del racconto. Un difetto a priori? Assolutamente no perché è innegabile come non possa essere il ritmo della narrazione a determinare il giudizio su una serie tv. Basti pensare, ad esempio, alla prima stagione di True Detective con i lunghi monologhi di Rust o al recente American Gods con i suoi tempi espansi. In questi casi, tuttavia, la lentezza è paradossalmente un regalo che gli autori fanno allo spettatore concedendogli il tempo di riflettere su cosa sta ascoltando o gustare quel che gli viene servito. Ma rallentare all’inverosimile la narrazione a cosa serve in Twin Peaks? Davvero c’era bisogno di quindici episodi su diciotto per risvegliare Cooper? Davvero erano necessari gli interminabili siparietti di Dougie che resta immobile a guardare la statua del cowboy che punta il dito? Davvero era indispensabile ammirare Candie fare la bambolina rintronata? Davvero non se ne poteva fare a meno di Albert che aspetta che la piacente ospite di Cole si rivesta e vada via? Una cosa è andare lenti, l’altra restare fermi.

2.) La staticità dei personaggi

Lo si è letto più volte e lo ha detto per primo lo stesso Lynch: questo Twin Peaks non va considerato una serie tv di diciotto episodi, ma piuttosto un unico film lungo diciotto ore. Questo giustificherebbe una trama che in ogni episodio appare sconclusionata perché tutti i tasselli sarebbero andati al loro posto nel gran finale. Sia pure così (e non lo è), ma intanto che si fa? Una serie tv non è solo la sua storyline, ma è anche (e forse soprattutto) i suoi personaggi e la loro evoluzione condizionata da quel che stanno vivendo. Niente di tutto ciò accade in Twin Peaks. I venticinque anni trascorsi dall’ultimo episodio della seconda stagione costringono Lynch e Frost a ricollocare i protagonisti di allora, ma una volta passata la curiosità di scoprire che fine ha fatto chi, il gioco si esaurisce. Diciotto episodi dopo, ognuno dei personaggi ha attraversato gli eventi della serie restando ciò che era nel primo episodio. Janey – E e Sonny Jim sono ancora lì ad aspettare il loro Dougie; i fratelli Mitchum restano gli improbabili gangster che si fanno accompagnare dall’ancor più improbabile trio di civette sul comò; lo sceriffo Truman e Hawk continuano a non averci capito più di tanto e la loro espressione è la stessa qualunque cosa accada; Cole continua a nascondere segreti ed Albert a tenere il broncio (e Tammy a camminare ancheggiando); Cooper arriva troppo tardi per fare alcunché e, quando la serie potrebbe iniziare a cambiare, tutto finisce. Ah, già, però Lucy ha capito come funzionano i cellulari.

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3.) 
Troppi per troppo poco

Va anche detto che delineare la psicologia di un personaggio è sempre difficile perché si rischia di concentrare troppo lo sguardo su di un particolare, perdendo di vista il quadro generale. Figurarsi poi quando di personaggi ce ne sono moltissimi fornendo così una risposta alla domanda che aleggiava quando, in fase di produzione, sempre più nomi si aggiungevano al cast. Ma quanti di questi personaggi sono realmente utili? Se riconosciamo che la storyline principale di questa terza stagione è il ritorno di Cooper dalla Loggia Nera e il tentativo di Bad Cooper di sfuggire alla fine, non possiamo che chiederci quante e quali siano le storyline parallele che affiancano quella primaria. E, in realtà, ce ne sono moltissime e nessuna.

Moltissime perché vasto è l’elenco di personaggi che si alternano sullo schermo comparendo in alcuni episodi per poi sparire e riapparire a caso. Nessuna perché tutte queste figure non sembrano avere alcuna utilità concreta. A cosa servono, infatti, i promo del dr Jacoby? A convincere Nadine a lasciare Ed libero di trovare il lieto fine in vecchiaia con Norma? Cosa dovrebbe dirci il rapporto morboso tra una Becky innamorata persa e uno Steven tossico senza speranza? E il vagabondare allucinato di Jerry Horne cosa dovrebbe suggerirci? Che adesso è il fratello Ben quello che ha messo la testa a posto e riesce a controllare i suoi appetiti sessuali come ci mostrano le ore passate con la segretaria a capire da dove viene un rumore? E il ritorno di Audrey atteso a lungo e poi lasciato lì senza seguito? A permettere a Lynch di trovare una scusa arzigogolata per chiudere ogni episodio con una canzone? Tutti personaggi che allungano la narrazione senza portare nulla alla serie.

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4.) Il finale rinnegato

Venticinque anni per sapere come andava a finire. Diciotto ore per scoprire se Cooper avrebbe affrontato il suo doppelganger e si sarebbe liberato di Bob. Mille e ottanta minuti per arrivare allo scontro decisivo ed, infine, rinnegare tutto. Ciò che rende insoddisfacente il finale non è il suo essere aperto e criptico, perché questo si sposerebbe dopotutto bene con la storia di Lynch e con l’impossibilità di scrivere in maniera oggettiva una parola fine che può essere soggettiva perché frutto del proprio rapporto con questa serie. Quello che è, però, inaccettabile è l’aver sostanzialmente rinnegato il percorso fatto durante questo terzo capitolo e messo decisamente da parte la mitologia della storia. Bad Cooper arriva a Twin Peaks quasi per caso e senza avere lui stesso idea del perché si trova lì. Cooper giunge alla stazione di polizia quando il suo avversario a lungo atteso è già morto, ucciso dalla più improbabile delle salvatrici e in chiara contraddizione con quanto visto in precedenza (quando lo stesso Bad Cooper era stato resuscitato dai Woodsmen che fanno esattamente le stesse cose che fanno ora). E l’infernale Bob è, infine, sconfitto non da qualche potere superiore o in un redde rationem contro la sua nemesi storica, ma da un pugno fumettoso dell’ultimo arrivato, dopo un combattimento che anziché essere epico è solo ridicolo. Est modus in rebus, dicevano i latini. Ma questo finale lo ha dimenticato.

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5.) L’ignoranza di quel che è stato

Einstein adorava spiegare concetti difficili proponendo dei gedanken experiment (esperimenti mentali). Immaginiamo allora che questa terza stagione non sia stata attesa per venticinque anni, ma sia andata in onda negli stessi anni Novanta delle prime due. Lo spettatore del 1995 di allora si accorgerebbe che è invece stata prodotta nel 2017? Molto probabilmente no. Perché Lynch decide di ripartire esattamente da dove aveva lasciato, dimenticando che il tempo trascorso non è servito solo a invecchiare i protagonisti (e i fan di allora), ma anche a far avanzare la storia della serialità televisiva. Le serie tv di oggi hanno molto poco a che fare con quelle di allora, essendo nettamente migliorata l’attenzione alla scrittura di trame complesse, la caratterizzazione dei personaggi, la qualità della regia, la capacità di muoversi tra generi diversi, le doti attoriali del cast. Ed il budget ovviamente. La tv vive ancora sul piccolo schermo, ma pensa come il cinema e ruba al grande schermo attori e registi. Ignorare tutto ciò che è stato e pretendere di essere innovativo paragonandosi ad un qualcosa che non esiste più, è un peccato di presunzione che non può restare inosservato.

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