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Tut: Recensione della miniserie

Tre sono le cose assolutamente da non fare mentre ci si accinge nell’impresa di girare una serie storica: a) abbozzare gli eventi, b) scegliere attori con eccessivo squilibrio di bravura e, infine, c) fare economia sui costumi. Inizio con un incipit duro, lo confesso, ma sono principalmente questi i motivi dell’insuccesso di Tut, serie di tre puntate (da ben 90 minuti ciascuna) che il network Spike ha scelto per rilanciare il proprio broadcast. Un progetto molto ambizioso ma, purtroppo, poco curato e per questo decisamente sconsigliabile.

tut_2015_11332 a.C. L’Egitto è una nazione potente e prospera, governata dal faraone Amenhotep IV che, avvelenato da uno dei suoi più fedeli servitori, lascia il regno nelle mani del figlio di appena nove anni, Tuthankhamon (Avan Jogia). Per mantenere il sangue della dinastia puro, il nuovo faraone deve sposare la sorella Ankhesenamon (Sibylla Deen), che diventa dunque anche sua consorte. All’età di diciannove anni, il giovane faraone è ancora succube dei consiglieri di suo padre: il Vizir Ay (Ben Kingsley), il generale Horemheb (Nonso Anozie) e l’infido sacerdote Amon (Alexander Sidding) – ciascuno preoccupato dei propri interessi e con mire verso il trono d’Egitto. E’ tuttavia il momento di ribellarsi al giogo dei suoi consiglieri e trovare nuovi alleati, tra cui il generale Lagus (Iddo Goldberg) e la mezzosangue mitana Suhad (Kylie Bunbury), con l’aiuto dei quali il faraone spera di sconfiggere per sempre la minaccia dell’Impero Mitano che incombe sulla sua grande nazione.

Raccontata così la serie sembra una figata pazzesca, ed effettivamente la materia grezza c’era per renderla tale. Si parla dell’Antico Egitto, si parla di faraoni e divinità e lotte di potere, di una nazione con i suoi usi tut_2015_2ed i suoi costumi, in un momento storico ricco di pathos e di sventura. La prima grande mancanza di Tut è proprio quella di non sfruttare a pieno il suo potenziale. Le scene sono troppo veloci, la caratterizzazione dei personaggi limitata o mancante, tanto che le loro reazioni nei confronti del dolore o della rabbia o della paura non sembrano né autentiche né genuine. Sono degli stereotipi, inseriti in un paesaggio di quattromila anni fa, con costumi da teatrino e scenografia peggiore perfino di quella di Atlantis. Finalmente arriviamo al secondo punto delle mancanze di Tut (gli attori li lasciamo per il dessert). Capisco che il budget limitato costringa a dei tagli, mi rendo anche conto che non parliamo di History Channel o di HBO e che quindi i costumi di Vikings o di Game of Thrones ce li possiamo sognare… ma questo? Le comparse sono vestite in maniera approssimata, mentre l’unica nota positiva sta nelle stoffe del Faraone – anche qui, naturalmente non facciamo di tutta l’erba un fascio – e nei gioielli della Regina. Ci sarebbe da indagare se effettivamente valesse la pena spendere metà del budget dei costumi nei gioielli eccessivi di Ankhesenamon ma noi facciamo finta che non ci siano dispiaciuti e chiudiamo un occhio. Le scenografie, proprio come i costumi, fanno acqua da tutte le parti, partendo dal cortile di palazzo – dove pare svolgersi tutta la vita cittadina – e finendo con l’unico grande corridoio di palazzo – anche questo utilizzato da tutti per raggiungere qualsiasi parte di un palazzo che dovrebbe essere enorme. Vorrei dire di non essere un architetto e non capirci nulla ma lo sono e ci capisco e dunque… che pianta ha questo palazzo, me lo spiegate?!

Mentre la storia incalza con una certa lentezza dettata dai 90 minuti di episodio – su tre se ne salva uno, scarso – le situazioni che erano semplice ‘difficili’ diventano completamente ‘surreali’. Il Faraone si finge plebeo e se ne va in giro per la città, vestito da mendicante, a sedurre donne in locande di malaffare. Un Faraone egizio era prima di tutto l’incarnazione della divinità. Non dico che si sentisse un dio ma poco ci mancava, soprattutto visto che era trattato e riverito come tale, guardato a vista 24 ore su 24. Non avrebbe mai potuto lasciare così facilmente il palazzo! Il medesimo tradimento del generale e del suo migliore amico Ka sembrano più una scena da ‘Beautiful’ che da film storico. Insomma, non so se mi spiego, ma l’Antico Egitto merita la sottigliezza di Vikings, lo studio meticoloso del periodo storico dei Pilastri della Terra e, perché no, un po’ di battaglie in stile Tudors. Tutto questo manca, e non ci resta che vedere una biga che vola verso l’orizzonte a trenta chilometri orari, zuffe tra una regina e una cortigiana che nemmeno Victoria e Emily in Revenge avrebbero saputo fare meglio e, per concludere in bellezza, un po’ di complotti per salire al trono (e per qualcuno intendo che tutti vogliono la corona, ma proprio tutti).

A interpretare il ruolo di Tuthankhamon c’è Avan Jorgia, che aveva già recitato in Twisted, nei panni di un sovrano giovane e inesperto, alle prese con continue minacce al suo potere. Non è colpa di Jorgia se gli hanno affidato un tut_2015_3ruolo tanto complesso ma, ahimè, non è portato per impersonare una figura così complessa e variegata. Vero è che il faraone di questo adattamento è più un adolescente in preda alla crisi ormonale e in vena di fare capricci, quindi da una parte potrebbe anche andar bene la scelta di Jorgia. Unica nota positiva è il feeling con Kylie Bunbury, che era stata già sua collega in Twisted. Pochissimo lo spazio riservato a Ben Kingsley, che a mio parere avrebbe potuto davvero capovolgere le sorti di questa mini serie: è stato marginale, ha detto due parole in croce, fatta eccezione per un monologo particolarmente sentito, e questo l’ha penalizzato notevolmente. Vera sorpresa sono Iddo Godberg (ricordate Isaac di Salem?) e Nonso Anozie, la cui interpretazione è lodevole e perfino piacevole, malgrado le due figure non condividano nulla se non la posizione di soldati di un esercito. La macchina peggiore resta tuttavia Sibylla Deen nei panni di regina: la sua espressione facciale non muta di una virgola per l’intera durata del film e, al di là di una tut_2015_4posizione oggettivamente difficile, non si riesce ad essere empatici nei suoi confronti o a giustificare le sue azioni.

Nel complesso un intrattenimento troppo lungo, che avrebbe funzionato molto meglio in un unico episodio da 90 minuti, un budget leggermente maggiore e un cast più equilibrato. Una potenzialità del cast giovane, da Avan Jorgia a Kylie Bunbury che andrebbe sicuramente sviluppata e la potenzialità dell’Antico Egitto che andrebbe riscoperta senz’altro per una serie televisiva ma in chiave più vikinghistica che non beuatifulistica (perdonate i termini inesistenti). Insomma, dopo Tut… torniamo a sperare!

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