Recensioni

True Blood – 5.06 Hopeless

Quando un episodio di True Blood si compatta maggiormente intorno al suo filone principale, il tutto guadagna in scorrevolezza e spessore ed è sicuramente questo il caso di Hopeless. La trama dell’Autorità e delle sue lotte intestine e l’inserimento nel puzzle di Russell Edgington, variabile impazzita e spiazzante dominano la trama di questa puntata, scritta per una delle ultime volte direttamente da Alan Ball.

Il creatore della serie che a fine stagione passerà il timone, ci regala un ottimo esempio di scrittura, che vuole lasciare una traccia del buon lavoro fatto. Io, comunque trovo giusto che Ball a fine stagione passi le redini della serie per cercare di infondere nuova linfa, perché nonostante tutti i suoi meriti e capacità, trovo che rischi troppo spesso di ripetersi. Due dei temi importanti di questa stagione, come il rapporto Maker-Son o la violenza umana sui “diversi”, sono sicuramente ben fatti e interessanti, ma sono altresì tematiche già affrontate in True Blood, così come il recuperare personaggi istrionici e fortunati come il reverendo Newlin e soprattutto il grande villan del passato Russell Edgington, sembrano un tentativo di recupero del fascino passato, sicuramente riuscito, e di questo dobbiamo dare merito a Ball, ma sempre recuperi restano.

Quello che dicevamo essere nuovo e il centro maggiore dell’interesse è invece appunto la tematica politico/religiosa dell’Autorità, che in questo episodio prende molto screentime e per quanto scritta in stile Truebloodesco, ossia in modo a volte non troppo sottile (Salomè tra un po’ andava in giro con la maglietta “Sono sanguinista e me ne vanto” e nessuno ha creduto per un secondo che il Paletto fosse veramente collegato a Russell), non manca di intensità, di doppi giochi e di ottime interpretazioni. E nemmeno di un colpo di scena finale che se porta realmente Roman fuori dai giochi e verso la vera morte (ne siamo così sicuri?) ha anche il coraggio di rinunciare ad un personaggio che è decisamente istrionico e nel suo contrasto con Russell poteva costituire decisamente un motivo di interesse per questa stagione (certo più interessante di lotte tra lupi o demoni di fumo Iracheni che incendiano case).

L’altro centro focale di questo episodio sono state il ritorno delle fate e del loro bordello chiccoso e trash.  Certo le fate erano state un oggetto misterioso e abbastanza inutile nel corso della quarta deludente stagione, ma qui vengono reinserite con un maggiore apporto alla trama e più legame con i principali protagonisti, non solo per Sookie, ma anche per le possibili scoperte su connessioni passate e una maggiore chiarezza (almeno ci speriamo) su tutti quelli che erano le sempre in ombra raisons d’être di questa serie. Poi, diciamocelo, le varie allusive anticipazioni del Comicon ce le stan facendo venire più a gusto ste fatine un po’ zoccolose.

Sookie inoltre torna a fare quello che era il suo scopo principe, ossia essere il fil rouge che lega tutte le diverse storyline e funge da punto d’unione nell’interagire con i diversi “mondi” e personaggi e non è statica come nella sempre citata discutibile quarta stagione nella quale se ne stava chiusa in cameretta con l’orsacchiotto Eric. Tra l’altro Sookie che interagisce è un fattore positivo, perché ha una gran chimica a livello scenico sia con suo fratello Jason che con quel totano di Alcide. Da apprezzare sempre e ancora invece Skarsgard e il suo Eric che quando interagisce coi membri della sua famiglia, in questo caso Nora, ma molto più memorabilmente con Godric, riesce a sfoderare un intensità che solitamente non è nelle sue corde.

Come conclusione mi aggiungo anch’io all’omaggio che tutti i miei colleghi hanno fatto nelle recensioni precedenti alla mia a Valentina Cervi, superba, anche in questo episodio, nonostante a volte la scrittura della sua parte abbia un po’ di zoppia.

Ah, poi c’è Tara che si incazza e si lamenta e Sam che annusa l’aria.

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