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Tre Manifesti a Ebbing, Missouri: la recensione del film con Frances McDormand e Sam Rockwell

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
IMDb

Titolo: Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three billboards outside Ebbing, Missouri)

Genere: dramedy

Anno: 2017

Durata: 1h 55m

Regia: Martin McDonagh

Sceneggiatura: Martin McDonagh

Cast principale: Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Peter Dinklage

Cantava Fabrizio De André: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Frase di sicuro impatto che comunica bene un certo tipo di approccio alla vita. Ma che non avrebbe mai scritto se fosse vissuto nella immaginaria cittadina di Ebbing, Missouri. Se avesse saputo della tragica fine di Angela. Se avesse letto i manifesti pubblicitari fatti esporre dalla madre Mildred. Se avesse visto Tre Manifesti a Ebbing, Missouri. Perché di letame ce n’è molto in questa storia, ma di fiori ne nascono pochi.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Una madre con tanto coraggio e tanti difetti

Scritto e diretto da Martin McDonagh alla sua opera terza, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri aveva riscosso il plauso unanime della critica quando era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove aveva ricevuto il premio per la migliore sceneggiatura ed entrato in lizza per il Leone d’Oro. Arriva ora nelle sale italiane forte dell’incetta di riconoscimenti vinti ai Golden Globes (miglior film, migliore attrice protagonista, migliore attore non protagonista, migliore sceneggiatura) e ai Critics’ Choice Award (migliore attrice, migliore attore non protagonista, miglior cast). Soprattutto arriva forte di una certezza: tutti i premi sono meritati.

Perché il film di Martin McDonagh riesce ad essere un apologo tanto scorrevole quanto profondo sull’America di oggi, sui diversi modi di reagire al dolore, su noi stessi. E lo fa senza la pretesa di voler insegnare alcunché, ma piuttosto lasciando che questi messaggi scorrano sottotraccia insinuandosi nella mente dello spettatore quasi a tradimento. E tornando ad emergere mentre i titoli di coda scorrono sullo schermo ed inevitabilmente ci si trova a chiedersi cosa si è visto scoprendo che quel che resta non è la storia narrata, ma il suo significato più intimo.

Sarebbe stato dopotutto banale raccontare la lotta caparbia di una madre che, in lutto per la morte della figlia stuprata e bruciata in un campo, affitta dei cartelloni pubblicitari all’ingresso della città per accusare la polizia locale di non essersi impegnata a dovere per trovare il colpevole. Sarebbe troppo facile parlare di questa Mildred (Frances McDormand) e del suo indomito coraggio che non si lascia scoraggiare né dalle ragionevoli obiezioni dello sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) né dall’irruenta intemperanza del suo vice sceriffo Jason Dixon (Sam Rockwell). Sarebbe fin troppo scontato dipingere una madre coraggio che parte lancia in resta contro la monolitica indifferenza di una polizia distratta e annoiata quanto non apertamente razzista e misogina.

Ma non è su questa comoda autostrada diretta all’empatia del pubblico che il film si muove. Perché Mildred non è un personaggio scritto per piacere, ma piuttosto una persona vera. E le persone vere non diventano circonfuse da un alone di santità solo perché vivono nella quotidiana tragedia di un dolore ineguagliabile. Mildred era una madre imperfetta e una donna a tratti egoista che certamente amava la figlia, ma che probabilmente non sapeva dimostrarlo. La morte di Angela non l’ha fatta diventare migliore, anzi. Mildred è ancora lei soltanto rivestita di una corazza che la protegge, ma al tempo stesso le impedisce di vedere oltre il suo limitato orizzonte fatto del desiderio di vendetta. Una rabbia che travalica tutto e tutti e le impedisce di accorgersi delle sommesse richieste di auto di un figlio (Lucas Hedges) lasciato solo a sé stesso, del sincero dispiacere di uno sceriffo malato terminale che sa di portare con sé la colpa di non aver risolto il caso, delle ignoranti offerte di pace di un ex marito violento (John Hawkes) che sta imparando a cambiare, dei goffi tentativi di mostrarle amore di un nano (Peter Dinklage) che sa di non bastarle ma non per questo vuole rinunciare a lei.

Frances McDormand è perfetta nel restituire la rabbia che invade Mildred asciugando la sua espressività e riducendola ad un grugno costante che si cancella solo quando deve cedere il posto ad un cinismo bruciante o a dialoghi accusatori. La sua Mildred ha ragione, ma questo non le impedirà di avvitarsi in una spirale di errori e incomprensioni che sono lì perché è la realtà che reclama il suo prezzo. Un prezzo che Tre manifesti a Ebbing, Missouri si vanta di pagare fino in fondo.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Né buoni né cattivi

È questo realismo che sta alla base di tutti i personaggi che popolano Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Non ci sono figure unidimensionali, ma persone vere a cui non si può appiccicare la riduttiva etichetta di buoni o cattivi. Perché tutti sono semplicemente esseri imperfetti che non sanno come comportarsi, che devono ancora scoprire la propria vera natura, che hanno paura di incontrare sé stessi, che non possono mostrare chi sono perché ancora non lo sanno.

Illuminante da questo punto di vista è proprio la figura dello sceriffo Willoughby. La sua difesa oltre ogni ragionevole limite del suo vice Dixon sembrerebbe la più evidente conferma della fondatezza delle accuse di Mildred giustificando così la violenza morale di quel pubblico attacco ad un uomo che tutti sanno essere destinato a morire presto. Ma è la sincerità pacata che traspare dai suoi dialoghi concilianti con Mildred e la delicatezza della sua relazione con la moglie Anne (Abbie Cornish) a suggerire che, come nel più scontato dei proverbi, l’abito non fa il monaco. Perché Bill è altro da quello che Mildred crede. E saranno proprio le sue lettere a mostrare una profondità che sovverte ogni giudizio precipitoso.

Perché lo sceriffo sa vedere oltre. Sa leggere dentro le persone accorgendosi di quello che neanche loro sanno di avere. E così anche l’odioso Dixon, che picchia le persone di colore arrestandole senza motivo, che vive l’indossare la divisa come se questo lo ponesse al di là di quella stessa legge che dovrebbe far rispettare, che è succube di una madre invadente da cui non sa staccarsi, è in fondo un uomo buono. Pure se quella bontà è sepolta dalla paura di essere debole. Pure se dovrà perdere tutto per guadagnare un nuovo tutto.

Woody Harrelson fa appello all’esperienza di True Detective per dare forma e sostanza al suo sceriffo Willoughby, ma è Sam Rockwell a giganteggiare grazie ad una recitazione fatta di sguardi sbilenchi, andature caracollanti, scatti nervosi, parole trattenute un attimo di troppo o urlate con troppa fretta.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Un dipinto corale

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è Mildred e i suoi silenzi, è Bill e le sue lettere, è Jason e le sue incapacità. Ma è anche un film corale dove i tre protagonisti si muovono in una comunità variegata che viene tratteggiata con pochi tocchi sapienti che pennellano i personaggi con efficace sintesi. Il dolore inespresso ma vivo di Robbie che deve vivere la sua sofferenza con una madre troppo concentrata sulla sua lotta per accorgersi di lui. Il tentativo di cambiare di Charlie che sa di aver sbagliato in passato e cerca di ricominciare con una improbabile relazione con una Penelope che potrebbe essere sua figlia. Il desiderio di amore di James che per il suo essere un nano è stato sempre escluso finendo per incarognirsi. La noia rassegnata del sergente Connolly che ha trasformato il suo lavoro in una piatta routine formale. L’altalenante entusiasmo di Red che manda avanti una agenzia pubblicitaria sempre sull’orlo del fallimento ma ci prova comunque. Un caleidoscopio di personalità che arricchiscono il film rendendolo un ritratto realistico di una America ai margini.

Un’America dove il sentimento dominante è la rabbia. Non importa se nasca dal dolore di un’ingiustizia impunita come per Mildred o dalla paura di non poter raggiungere nessun traguardo come per Jason. Quel che conta è che abbandonarsi ad essa non alimenta altro che sé stessa in un circolo malato dove dal letame non crescono i fiori, ma altro letame. Altri errori, altri dolori, altra sofferenza. Solo cacciandola andare via ci si può salvare e il film ce lo ricorda lasciando che a dire le parole più sagge e compiere i gesti più nobili siano a volte personaggi marginali e insospettabili che non sono mai stati o non sono più oppressi dal fardello oppressivo di una rabbia accecante.

Stando agli onnipresenti bookmakers, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è tra i favoriti per la vittoria di più di un Oscar e i premi fin qui raccolti sono un indizio fin troppo facile. Ma quando un film può vantare performance come quelle di Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson sorrette da un cast senza sbavature, una sceneggiatura intelligente e una regia pulita e ariosa come quelle di McDonagh, come si fa a non crederci?

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