Rubriche Serie TV

Top of the Week – Settimana dal 20/11 al 26/11

Top of the Week

Quanto è difficile gestire una rubrica settimanale come Top of the Week? Dover trovare ogni settimana il numero minimo di parole e cose da dire per mantenere l’impegno per cui ci si è offerti volontari? Molto? Si certo. Ma anche no per nulla. Perché lo si era detto nel primo numero e lo si ripete volentieri oggi: chi scrive è solo un umile portavoce della redazione tutta. Il che tradotto in linguaggio più opportunistico significa che, in pratica, gli altri ti dicono cosa dire e tu metti tutto insieme scartando qualcosa (quasi niente in realtà) e aggiungendoci il tuo per non far sembrare che tu stia facendo un copia e incolla. E però poi ti arriva la settimana in cui nessuno sa cosa dirti perché, ok, non ci sono stati episodi da buttar via nelle millanta serie che seguiamo, ma neanche momenti da ricordare con particolare enfasi.

E quindi? Arrivederci e grazie; per questa settimana la chiudiamo qui? Emuli di Pio VII che nel 1809 rispose “non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo” all’ufficiale napoleonico che gli intimava di lasciare la sede papale, anche noi non riponiamo la penna nel calamaio lasciando il foglio intonso e ci appelliamo al fatto che la top of the week è un concetto relativo. Top della settimana, non in assoluto. E quindi via con quel che c’era.

Top of the WeekMars e il coraggio della realtà

Nel numero precedente avevamo elogiato l’intelligenza del National Geographic che aveva saputo scendere in un agone inusuale per la regina delle reti divulgative producendo la sua prima serie tv. Ma, se vincere la sfida di realizzare un pilot interessante è già difficile, ancora più può far tremare le vene e i polsi il compito arduo di confermare le promesse dell’esordio. Grounded, secondo episodio di Mars, dimostra che anche questa sfida è vinta. E lo fa sfruttando a pieno le potenzialità offerte dal particolare formato scelto: il mockumentary che si alterna al documentary in una immaginaria continuità. Perché la storia del sacrificio del comandante Ben e del coraggio degli altri membri dell’equipaggio della Dedalus nella loro traversata dell’ostile suolo marziano potrebbe essere il più abusato dei deja-vu del genere scifi. Ma diventa, invece, solo una pallida eco della realtà che l’epopea ininterrotta dei viaggi spaziali ha scritto nei libri di storia. Come stupirsi dell’eroismo di Ben se lo si paragona alla temerarietà dei primi astronauti che salivano su capsule insicure in missioni pionieristiche che avevano più probabilità di fallire che di avere successo? Come sorprendersi delle parole dettate dal desiderio di far progredire la scienza quando si riguardano le immagini dell’esplosione del Challenger commentate dal messaggio del presidente Regan? Come considerare un banale cliché la sofferenza della sorella di Hana quando si ascolta la paura della figlia di Scott Kelly, primo astronauta americano a restare un anno sulla Stazione Spaziale Internazionale, di essere chiamato alla cattedra a scuola perché potrebbero doverle dire che qualcosa è andato storto nelle stelle e quella chat sullo schermo di casa è stato l’ultimo contatto col padre? Mars magari non avrà un cast di alto livello e peccherà di una sceneggiatura che fa avanzare di poco la trama e si perde in una eccessiva semplificazione, ma ha un merito immenso: dimostrare che la scienza può essere molto più eroica della fantascienza.

Top of the WeekDanielle Panabaker e una ventata (gelida) di onestà

Al suo debutto due anni fa, The Flash è stato uno delle novità più fresche del panorama supereroistico in tv ed ha fatto le fortune della CW che anche grazie alle avventure dello speedster di Central City ha iniziato una rapida risalita nei rating e nella qualità dei suoi prodotti. Tanto più, quindi, è grande la delusione che inizia ad insinuarsi fastidiosa nei confronti di una terza stagione che sta mettendo a dura prova anche la fede dei fan più accondiscendenti. Che Greg Berlanti (showrunner di tutte le serie targate DC della CW) sia incapace di gestire tanti prodotti tenendo alto il livello di tutte? Questo antipatico dubbio sta montando nel subconscio silenzioso degli affezionati che magari anelerebbero ad imitare lo sfogo di Killer Frost in questa puntata. Si, perché bacio (ghiacciato) a parte per la gioia dei colleghi di Shipping Bad, il gelido alter ego di Caitlin Snow si è resa protagonista di uno di quei momenti verità in cui tutto il represso viene a galla ed esplode con la stessa potenza incontenibile di un geyser. Ci voleva Killer Frost per dire chiaro e tondo al Barry che tutti amiamo quello che in fondo pensiamo comunque. Che, insomma, si, bravo ragazzo e tutto, ma oh qua solo casini ne escono da quello che fa. E, a dirla tutta, non è che poi tutti questi poteri gli servano a granché visto che da ogni metaumano prima le prende e poi le da solo quando gli arriva la dritta da Cisco o HR. Insomma, Barry, siamo sicuri che all’allegra brigata degli Star Labs sia convenuto tanto che ad indossare quel costume sia proprio tu? Perché ogni volta che hai fatto da solo, hai pensato solo a te stesso e hai incasinato la vita al resto del gruppo. Lo avreste mai detto che in una serie tanto scanzonata come The Flash si sarebbero sentite queste parole? Ci voleva proprio una ventata di freschezza. E ci voleva soprattutto per Danielle Panabaker che cominciava ad ammuffire nei ripetitivi panni della sempre perfettina Catilin. Ecco, magari tiriamola fuori più spesso quella gelida manina.

Top of the Week3% e pure Netflix va quasi alla fine del mondo

Saranno in molti a ricordare le parole del primo discorso di Papa Francesco al momento della sua proclamazione al soglio pontificio. Quel suo riferimento ai cardinali che cercavano un vescovo per Roma e lo erano andati a prendere “quasi alla fine del mondo”. Ci devono aver pensato anche quelli di Netflix che finora non hanno mai sbagliato nulla e si sono sempre segnalati per la qualità estrema delle serie prodotte dal canale di streaming online. Per quanto possa essere difficile mettersi in piedi su un surf che si arrampica su un’onda, la vera bravura è saper cavalcare quella muraglia liquida che si trascina velocemente sul pelo dell’acqua. Per farlo, Netflix ha bisogno di un serbatoio inesauribile di idee e per riempirlo ha optato per una scelta controcorrente. Andare quasi alla fine del mondo e cercare in Brasile autori ed attori della sua nuova serie. 3% narra le vicende di un gruppo di ragazzi che devono affrontare diverse prove per essere ammessi in una colonia paradisiaca (che però non vediamo) dove solo il 3% appunto della popolazione è ammessa, mentre il resto è condannato a restare nella miseria delle favelas.  Un solo episodio è poco per decretare il successo della serie e la sua qualità complessiva, ma basta per rendersi conto che anche la terra vigilata dal Cristo Redentore del Pan de Azucar a Rio de Janeiro ha iniziato a togliersi di dosso la muffa delle telenovelas che infestavano la programmazione di Rete 4 negli anni Ottanta. Il pilot di 3% mostra come una idea di base non completamente originale (perché di ragazzi più o meno geniali e/o coraggiosi sono pieni romanzi e film young adult) possa essere declinata in modo originale quando viene collegata ad una realtà che vorremmo fosse spaventosa finzione ma è invece inaccettabile miseria. Perché la separazione tra l’estrema povertà e l’inimmaginabile ricchezza in Brasile esiste davvero ed il muro mostrato nella serie non è altro che una immagine che si può vedere con Google Maps. Un plauso quindi a Netflix e un posto in questa top settimanale per aver capito che le idee buone non hanno una esclusività geografica, ma possono nascere ovunque.

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