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Top of the Week: The Good Fight, This is Us, Legion, Black Sails e Homeland

Top of the Week

March is coming. Non è lontano il momento in cui molte serie mettono un punto chiudendo la stagione o prendendosi una lunga pausa prima di tornare nello slot primaverile. Inevitabile, perciò, che in molti casi si assista ad una sorta di tirare il fiato in vista della volata finale o, al contrario, si inizi a correre per paura di lasciare qualcosa di incompiuto. Momenti di stasi o di eccessiva fretta che sono pericolosamente nemici della qualità complessiva finendo per impoverire questa rubrica e rendere difficile la ricerca di candidati per la top della settimana. Difficile ma non impossibile. E quindi via con la lista.

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The Good Fight e non aver paura di uno spinoff fuori tempo massimo

E cominciamo subito contraddicendo la premessa perché, se è vero che molte serie si avviano alla chiusura della stagione, questo è anche il periodo in cui alcune ne approfittano per debuttare. Come The Good Fight spinoff della indimenticata The Good Wife che poco meno di un anno fa ha salutato i suoi fan di lunga data con il finale della settima ed ultima stagione. Uno spinoff si porta appresso un oneroso carico di curiosità pruriginose e sospettosi timori. In molti dei fan della defunta serie madre a prevalere era proprio la paura che tutto fosse stato già detto, alimentata anche dalla qualità traballante delle ultime stagioni di The Good Wife. Cosa avrebbe potuto dire uno spinoff arrivato fuori tempo massimo quando il meglio era stato già dato? Ce n’era davvero bisogno o sarebbe stato solo un becero modo per travasare denaro nelle casse della CBS? E invece i coniugi Robert e Michelle King sono riusciti a dissipare tutti i dubbi con una premiere dal ritmo veloce che mischia sapientemente momenti emotivi con altri in grado di strappare sonore risate. Un episodio pilota che recupera tutte le caratteristiche che avevano fatto amare la serie madre inclusi i casi legali trattati in modo intelligente e non scontato e l’eleganza e la classe che tornano a farla da padroni. Il tutto impreziosito da un cast in ottima forma con i volti noti Christine Baransky e Cush Jumbo che, promossi ad un ruolo da protagonisti, possono liberare tutte le loro potenzialità e i volti nuovi Rose Leslie e Delroy Lindo che si integrano perfettamente conquistando e affascinando anche i fan di vecchia data. Promosso The Good Fight e promossi soprattutto i King che hanno dimostrato che anche uno spinoff a fine corsa può essere una nuova opportunità.

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This is Us e esserci in una top nonostante tutto

Per definizione in questa top dovrebbe entrarci il meglio della settimana e quindi ogni titolo menzionato dovrebbe aver mandato in onda un episodio privo di difetti o quantomeno con più virtù che vizi. Non è questo il caso di Memphis, sedicesimo episodio della prima stagione di This is Us, la serie famosa per essere tanto buonista che a guardarla si rischia di cariarsi i denti e andare in coma diabetico. Eppure anche gli algidi cuori dei fedelissimi del Team Marmo alle volte si sciolgono per scene intense e toccanti quali la morte di William. Un finale già annunciato dal flashback che apre l’episodio presentando il padre biologico di Randall quando era ancora un bambino costretto dalla guerra a crescere come orfano con la sola madre. Una morte inevitabile dato il cancro allo stomaco in fase terminale e la sospensione di ogni trattamento perché ormai inutile. Eppure, le ultime parole di William che celebrano la felicità immensa dei pochi affetti sinceri, le mani intorno al suo volto di Randall che ripetono i gesti tranquillizzanti di Jack (perché proprio non ce la fanno a non ricordarci quanto innaturalmente perfetto sia il personaggio interpretato da Milo Ventimiglia), la musica serena che accompagna le lacrime mute di un figlio due volte orfano mentre le oche tanto attese placidamente attraversano la strada, scrivono un finale tanto commovente e ben recitato che non si può che scusare gli autori per aver messo inopportunamente in pausa tutte le storyline principali per dire addio ad un William che era stato a suo modo un maestro involontario e proprio per questo ancora più efficace nella sua semplicità a tratti poetica.

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Legion e un problema per la top

 Top e problema son due parole che possono sembrare fare a pugni se messe nella stessa frase. Come può una serie essere degna di figurare in una top ed essere contemporaneamente un problema per la top stessa? Lo può se si tratta di Legion che ti obbliga a chiederti se abbia senso stare a riscrivere ogni volta il suo nome nell’elenco del meglio della settimana. Quali parole usare per non essere ripetitivi? Quali aspetti sottolineare per non sembrare dei fan esagitati e acritici? Nell’attesa di trovare risposte esaurienti a queste domande preferiamo accettare le critiche di chi ci accuserà di monotonia nei giudizi e aggiungere per la terza volta di seguito Legion nella Top of the Week. Il viaggio onirico, pericoloso, toccante, folle, imprevedibile, incontrollabile di David nei suoi ricordi passati continua sotto il comando esigente della dottoressa Bird e la guida incerta di uno Ptonomy che non sempre riesce a superare gli ostacoli che incontra. Quando si possono usare tanti aggettivi per definire un singolo elemento visto in un episodio è sintomo inequivocabile che quanto andato in scena sia stato non solo ben fatto, ma unico pur in un canovaccio non del tutto originale (perché di viaggi nella memoria se ne vedono spesso sotto forma di flashback). Noah Fawley continua, quindi, a stupire con la sua capacità di prendere l’ennesimo supereroe e scrivere una storia che con il genere supereroistico ha in comune solo la premessa, mentre lo svolgimento è del tutto innovativo. E questo senza parlare del modo delicato e sognante in cui è trattata la storia d’amore tra David e Syd che spetta ai colleghi di Shipping Bad, ma che non possiamo non citare anche qui.

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Black Sails e I am not a man

A proposito di ripetizioni, tocca ancora ricadere nello stesso problema di abbondanza già capitato con Legion, ma stavolta per Black Sails. Come già detto più e più volte in questa rubrica e nelle recensioni settimanali curate da recensori diversi, la serie prequel dell’Isola del Tesoro sta vivendo una sua ultima stagione che sembra scritta con l’intento non dichiarato ma sempre più evidente di renderci inconsolabili quando l’ultima scena del series finale andrà in onda.

L’episodio 4.04 trasmesso domenica scorsa fornisce ancora una volta materiale in eccesso per questa rubrica costringendo chi scrive a lasciare fuori molto per la necessità di scegliere solo un esempio. Scelta che non può che cadere su Anne Bonny e il suo sacrificio (che speriamo non essere estremo) per fermare la mattanza di uomini ad opera degli uomini incaricati da Woodes Rogers di portare a Port Royal la ciurma che fu di Jack e Teach. Costretto a scegliere tra i pirati al suo comando e l’amore al suo fianco, Jack assiste inerme alle crudeli sevizie che ad uno ad uno eliminano molti dei suoi uomini, uccisi dalla furia di un Milton che sembra il letale incubo che si otterrebbe dando la Lucille di Negan da The Walking Dead alla Montagna di Game of Thrones. È in quel momento che, emula inconsapevole della Eowyn del Signore degli Anelli, Anne ci ricorda che lei non è un uomo, ma l’imprevedibile che diventa realtà, l’impossibile che si fa azione concreta, la salvezza che arriva quando tutto sta già crollando. Il coraggio di Anne è pari solo all’amore che nutre per Jack e per quella libertà in nome del quale ogni sacrificio è un gesto tanto eroico quanto spontaneo. Saremo ripetitivi ed ossessivi, ma soprattutto saremo onesti e non lasceremo questa scena fuori dalla top della settimana.

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Homeland e la psicosi della paura

Ultima citazione per una serie che, come le capita spesso, ancora deve esprimere in questa stagione tutto il suo potenziale. Come già avvenuto nelle precedenti stagioni, Homeland è il classico diesel che ci mette tempo a carburare, ma che poi è capace di tenere un’andatura sostenuta pienamente soddisfacente. Il quinto episodio della sesta stagione sembra segnare il punto di svolta: il motore ha quasi raggiunto i giri giusti e l’auto può accelerare. A far guadagnare una citazione in questa top non è comunque una scena in sé, ma il modo in cui viene descritta la reazione nevrotica e a tratti isterica di una città colpita da un attentato terroristico (anche se noi spettatori sappiamo che le cose non sono così lineari come sono state vendute dalla stampa). Esempio illuminante è proprio l’opening dell’episodio con il finto deejay radiofonico che registra un messaggio dai toni violenti e provocatori contro la presidente eletta Keane. O ancora lo spontaneo assembramento presso la casa di Carrie di una folla inferocita per un solo sospetto infondato che scatena l’ennesima follia di Quinn. O infine l’atteggiamento aggressivo di polizia e FBI verso chiunque abbia aiutato Sekou finendo per essere automaticamente bollato come amico dei terroristi e nemico della patria. Una psicosi fomentata ad uso e consumo di chi sa trarre vantaggio anche dalla paura di una folla a cui la furia dell’emotività toglie la serenità del ragionare. Una psicosi che non è solo una invenzione degli autori di una serie tv, ma uno specchio di una realtà che purtroppo viviamo.

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