Rubriche Serie TV

Top of the Week: il meglio della settimana dal 04/12 al 10/12

Top of the Week

Cioè, davvero pensavate che fosse finita qui? Che una rubrica tanto attesa come Top of the Week (siate buoni, lasciatelo credere al misero redattore) potesse durare solo tre numeri e poi andare ignominiosamente nel cestino delle idee tanto simpatiche e carine e tanto precocemente abortite? Suvvia, siamo seri (senza esagerare però, mi raccomando) e andiamo avanti con la nuova lista del meglio di questa settimana telefilmica che inaugura il mese più festivo (tra Immacolata e Natale) dell’anno.

Top of the Week
Westworld e il suo season finale

Capolavoro. E basta così. Questo avremmo voluto scrivere nella recensione del season – finale e questo vorremmo limitarci a dire qui. Ma, come lì abbiamo avuto l’obbligo di motivare il perché di quel solo sostantivo, così in questa sede siamo lietamente costretti a giustificare l’ennesima presenza nella top di Westworld. Una serie che ha avuto tra i tanti pregi quello di mantenere ogni promessa. Il battage pubblicitario che avevano preceduto l’esordio della creatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy rischiava di essere la montagna che partorisce il topolino perché alto era il rischio che l’hype creato mutasse rapidamente in cocente delusione se non tutto fosse stato perfetto. Invece, caso raro, le mirabolanti premesse sono state addirittura inferiori alla meraviglia di ciò che si è visto. Niente è andato fuori posto dal cast stellare che ha saputo fornire prove eccelse (con Anthony Hopkins, Evan Rachel Wood, Ed Harris, Thandie Newton meritevoli di ogni premio che vi possa venire in mente), ad una sceneggiatura complessa che è riuscita ad essere al tempo stesso intricata e coerente, alla capacità di affrontare temi tutt’altro che banali (il significato di coscienza, l’interazione creatura/creatore, la natura profonda dell’individuo) in modo intelligente e mai noioso. Magari la perfezione assoluta non esiste, ma Westworld ha dimostrato che ci si può andare veramente vicinissimo.

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Ivarr e l’essere vichinghi comunque

La seconda parte della quarta stagione di Vikings (che, a dire il vero, considerato lo iato temporale, potrebbe considerarsi una quinta stagione in realtà) ha esordito la settimana precedente a questa top per cui non dovrebbe essere presa in considerazione. Ma qui ci riferiamo all’episodio 4.12 che ha confermato quanto già si era capito. Ossia che il vero erede di Ragnar può essere solo il più improbabile dei candidati: Ivarr il Senza Ossa. Privo dell’uso delle gambe e impotente, il più giovane dei figli del redivivo re vichingo ha dimostrato di avere quello spirito indomito che è stato il più potente alleato del padre nella sua ascesa da umile contadino a temutissimo sovrano. La grave menomazione fisica non ha, infatti, impedito ad Ivarr di essere temuto non solo dai servi, ma anche dal primogenito di Ragnar, quell’Ubbe che ha intelligentemente compreso come le parole sarcastiche del fratello non siano vuote minacce, ma temibili promesse. Perché Ubbe e lo stesso Ragnar hanno capito che in Ivarr brucia incessante la fiamma ardente di una volontà marmorea che non può lasciarsi fermare da nessuna difficoltà per quanto insormontabile possa sembrare. Ivarr è consapevole della sua menomazione e ne sente il peso opprimente che maschera dietro un cinismo esibito con irritante costanza, ma soprattutto è convinto di essere ciò che gli altri si illudono solo di poter essere: un vero vichingo. “Chi vuole essere re?” urlava Ragnar al suo ritorno. Non ha bisogno di parole Ivarr per dimostrare chi è l’unico che sta meritando di esserlo.

Top of the Week
Arrow e una stagione in risalita

La quarta stagione di Arrow aveva fatto vacillare la fede di più di uno dei suoi fan a cui sembrava essere rimasta solo la speranza che, toccato il fondo, gli autori non decidessero di iniziare a scavare. Fortuna che Greg Berlanti, padre padrone di tutte le serie DC su The CW, pare abbia deciso di non usare la pala, ma darsi al free climbing per far arrampicare la serie fuori dal crepaccio in cui l’aveva precipitata. Sarà per il ritorno di flashback sensati; sarà perché gli Olicity sono solo un ricordo lontano; sarà perché nuovi personaggi portano sempre nuova linfa vitale. Sia quel che sia, la certezza è che questo quinta stagione sta guadagnandosi il nostro gradimento e il midseason – finale conferma il trend positivo. Prometheus si sta rivelando un’antagonista abbastanza contorto da permettere ad Oliver di farci il favore di ammazzare per sbaglio il neo fidanzato di Felicity (che, oh, dispiace per lei, ma neanche tanto eh). E pazienza che l’imboscata nel salotto di casa in cui casca Diggle farebbe vergognare anche l’ultimo della classe alla scuola degli apprendisti vigilanti. Tutto perdonato grazie al vero cliffhanger: Laurel è viva. Effetto collaterale del Flashpoint courtesy of Barry Allen (sempre lui, oh)? Illusione creata ad arte da Prometheus per tendere una efficace trappola al team Arrow? Poco importa al momento perché quel conta è che da qui a Febbraio ci sia tempo a sufficienza per il nostro gioco preferito: proporre teorie su teorie. Dopo aver raccolto la mandibola che abbiamo mandato a incontrare il pavimento, ovviamente.

Top of the Week
The Flash e diciamo tutti no al #maiunagioia

Nato come spinoff di Arrow, The Flash si era subito imposto all’attenzione del pubblico per il tono più scanzonato e protagonisti che risultavano immediatamente simpatici per la naturalezza con cui esibivano quel lato nerd a cui ogni fan dei supereroi cede il comando quando si tratta di scegliere una serie tv da seguire. Invece, questa terza stagione è stata finora vittima di una profonda crisi depressiva che rischiava di snaturare il carattere della serie senza offrire in cambio motivi alternativi di interesse. Tra un Barry che passa ogni episodio a sentirsi ripetere quanto sia colpa sua per ogni male del mondo (come se tutto fosse rose e fiori per tutti prima di Flashpoint), Caitlin che prende i superpoteri come fossero le sette piaghe bibliche tutte insieme in esclusiva per lei e Cisco che si lagna per la morte di un fratello che in passato non voleva neanche mai incontrare, The Flash stava diventando un monumento al #maiunagioia. Invece, la tendenza sembra invertirsi in questo midseason – finale con il team Flash che ritrova la sua unità appianando finalmente gli attriti passati e recuperando quell’allegria che era stato il vero legame tra i personaggi e i fan. Così Caitlin arriva a usare i suoi poteri per un fine giocoso, Cisco torna a fare battute, Barry sorride di nuovo e persino Wally ha il permesso di uscire dalla cameretta in cui Joe e Iris lo tenevano chiuso per unirsi ai grandi guadagnandosi il costume di Kid Flash. Poi, certo, se davvero il futuro si avvera e Iris fa la fine che tutti auspichiamo, meglio ancora. Ma per ora ci accontentiamo di questa ribellione al #maiunagioia che stava imperando.

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Brendan Fraser e il cattivo che non ti aspetti

Lo ricordavamo fare a pugni con una mummia troppo viva o perdere sistematicamente contro puzzole alla riscossa. Insomma, un attore che sembrava rassegnato a ruoli che oscillavano tra il ridicolo e l’action movie all’acqua di rose per bambini che non vogliono spaventarsi neanche un poco. E, invece, la terza stagione di The Affair ci regala un Brendan Fraser inedito. Ingrassato in maniera fin troppo evidente, l’attore canadese fa una inversione ad U abbandonando i confortevoli panni buonisti del più amato dai bambini per interpretare la guardia carceraria a cui nessun detenuto vorrebbe essere affidato. L’aspetto pacioso fintamente rassicurante contrasta vivamente con la preoccupante tensione che gli sguardi di sbieco e gli scatti di ira improvvisi inquietantemente suggeriscono. Tre episodi sono pochi per dire se la storyline in cui è coinvolto verrà o meno sviluppata bene, ma quel che si è visto è più che sufficiente per affermare che la metamorfosi è pienamente convincente.

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