Cinema

I, Tonya: la recensione del film con Margot Robbie e Sebastian Stan – Anteprima dalla Festa del Cinema di Roma

I, Tonya
IMDb

Titolo: I, Tonya

Genere: biografico

Anno: 2017

Durata: 2h 1min

Regia: Craig Gillespie

Sceneggiatura: Steven Rogers

Cast principale: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janey

C’era una volta un brutto anatroccolo che tutti volevano allontanare dal laghetto in cui nuotava insieme agli altri piccoli tanto aggraziati e colorati. Il piccolo era anche bravo come gli altri, anzi anche di più. Ma niente da fare. E poi arrivò il giorno in cui il brutto anatroccolo si trasformò …, no niente, il brutto anatroccolo rimase brutto e cattivo solo che non gliene importava nulla ed erano gli altri a doverlo accettare così com’era altrimenti peggio per loro. Questa favola spezzata potrebbe essere la morale di I, Tonya, il film con Margot Robbie e Sebastian Stan presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.

I, TonyaIl brutto anatroccolo che non voleva essere cigno

Diretto da Craig Gillespie e scritto da Steven Rogers, I, Tonya racconta la storia di Tonya Harding, l’ex pattinatrice della squadra olimpica USA che si trovò al centro del circo mediatico internazionale non per le sue indubbie doti sportive, ma per essere stata coinvolta nell’aggressione alla sua rivale Nancy Kerrigan. Poco prima delle Olimpiadi Invernali di Lillehammer del 1994, Jack Gillooly, ex marito di Tonya, e Shawn Eckhardt, presunta guardia del corpo, assunsero due sbandati per rompere un ginocchio della Kerrigan per impedirle di partecipare alle qualificazioni favorendo così la Harding. Tonya si professò all’oscuro di tutto, ma la verità processuale ha stabilito che invece sapesse che qualcosa sarebbe accaduto pur non conoscendo però le intenzioni precise dell’ex marito condannandola quindi alla radiazione dalle gare di pattinaggio.

Ad I, Tonya non interessa parlare di questo incidente (come eufemisticamente viene definito dai protagonisti) a cui il film inevitabilmente arriva nel suo finale. Ma piuttosto raccontare la storia di una non principessa che si è trovata nel posto giusto al momento giusto, ma che non sapeva cosa fare e come restarci. Una ragazza qualunque che doveva comportarsi da principessa, ma non ne era capace e soprattutto non voleva esserne capace e tantomeno sforzarsi di imparare. Perché, dopotutto, a Tonya è sempre piaciuto essere esattamente quello che era, con i suoi difetti e le sue imperfezioni, con i suoi modi sgraziati da ragazza di periferia e il suo linguaggio sboccato, con gli smalti pacchiani e i costumi arrangiati, con il suo rapporto burrascoso (a base di amore e botte) con il marito e la sua incapacità di accettare i verdetti dei giudici di gara. Una Cenerentola che non aspetta il principe e a cui importa andare al ballo solo perché le piace ballare, ma di essere la bella statuina da ammirare non ci pensa proprio.

In un mondo agonistico come quello del pattinaggio su ghiaccio dove non conta solo essere brava ma anche apparire impeccabilmente fiabesca, Tonya voleva solo essere reale nella cocciuta convinzione che ogni premio le fosse dovuto perché era la più brava (e tecnicamente per lungo tempo lo fu davvero essendo stata l’unica ad eseguire il triplo axel) anche se le regole del gioco dicevano a chiare lettere che questo non bastava. Il peccato originale di Tonya che nessun officiante (che fossero giudici che le spiegavano chiaramente i suoi difetti o istruttrici pazienti e rassegnate) è mai riuscito a redimere è stato, in fondo, quello di non voler accettare che apparire può essere importante quanto essere. Che in un lago di cigni un brutto anatroccolo non può nuotare anche se lo sa fare meglio degli altri.

I, TonyaL’America reietta ma sincera

La storia di Tonya Harding è anche il pretesto interessante che consente al film di allargare uno sguardo divertito e sincero sull’altra America. Non quella delle metropoli vorticose come New York e Chicago. O quella delle città liberal quali Los Angeles e San Francisco. E neanche quella luccicante e avvolgente come Las Vegas. L’America di I, Tonya è quella anonima e trascurata fatta di famiglie che sbarcano il lunario con lavoretti occasionali e senza futuro. Di padri che per far divertire i figli piccoli gli insegnano a sparare ai conigli. Di madri che trattano male le figlie senza mostrar loro alcun affetto perché con la gentilezza non si ottiene niente e solo con la rabbia si raggiunge il successo. Di ragazzi che si incontrano e vanno in giro in macchina senza una meta precisa perché non c’è nessun posto dove valga davvero la pena andare. Di coppie che si conoscono e poco dopo si sposano con noncuranza e restano insieme anche quando non vanno d’accordo perché è normale che sia così. Di mariti che picchiano le mogli perché non sanno cosa dire e mogli che non stanno troppo a lamentarsi perché così è e basta. Di svitati megalomani che si fingono quello che non sono e nessuno che gli dica quanto palesemente bugiardi siano perché, in fondo, sono amici innocui finché non combinano qualche casino irreparabile. Di perdenti che si improvvisano criminali ma neanche quello riescono a fare bene e allora tutto va subito in malora.

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A questa provincia trascurata del regno splendente, I, Tonya guarda senza censure e senza condanne dandogli un microfono in cui parlare e restando ad ascoltarli. La pattinatrice inadeguata Tonya, la madre matrigna LaVona, il marito violento per errore Jack, il bugiardo patologico Shawn, l’istruttrice eterea Dianne sono tutte voci sincere che raramente hanno la possibilità di farsi ascoltare fuori dalla loro ristretta cerchia e che al massimo possono aspirare a restare sullo sfondo indistinto di una America più ricca e cinematografica. I, Tonya sceglie invece di concederle il primo piano e lo fa adottando spesso la tecnica del finto documentario con gli attori che ricreano le interviste originali ai veri protagonisti del caso. Momenti che possono sembrare addirittura fasulli, ma che sono incredibilmente veri come testimoniano i video inseriti nei titoli di coda a dimostrarne l’autenticità.

I, TonyaInsegnare una lezione senza farlo pesare

I, Tonya è un film molto leggero che si lascia seguire con un sorriso sulle labbra pronto ad aprirsi a tratti in un riso gustoso, ma anche sciogliersi in una empatia imprevista. Merito di personaggi scritti bene e interpretati con convinzione da un cast che accetta di mettersi in gioco calandosi in ruoli non convenzionali. Sorprende Margot Robbie che riesce ad annacquare il suo fascino unico per restituire la normalità ordinaria di una ragazza che non si preoccupa di essere ammirata, ma vuole essere amata per quel che è e non per quello che potrebbe essere. Molto bene anche Sebastian Stan nei panni di un timido che diventa violento perché non sa come farsi ascoltare e che è pronto a pentirsi nello stesso istante in cui sta sbagliando salvo poi tornare a sbagliare ancora perché proprio non sa come altro comportarsi. Vera rivelazione è comunque Allison Janey che interpreta la madre anaffettiva di Tonya disegnando un personaggio dal modo di pensare odioso e inaccettabile, ma i cui modi sfrontati e il sarcasmo costante muovono troppo spesso al sorriso per renderla davvero imperdonabile.

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L’evidente tono da comedy senza impegno non impedisce ad I, Tonya di lanciare comunque un messaggio critico tutt’altro che velato alla società americana e a tutto il carrozzone mediatico che ne soddisfa la vorace fame di storie usa e getta. Come Tonya stessa intelligentemente conclude, l’America è, in fondo, una nazione di persone semplici che vogliono qualcuno da amare e qualcuno da odiare e vogliono che sia semplice. Persone che la sera accendono la tv e aspettano di sapere chi sarà il mostro contro cui scagliarsi e chi la damigella in pericolo per cui fare il tifo. Gente che pretende di catalogare tutti nelle categorie antinomiche buoni/cattivi senza doversi porre il problema di leggere le mille sfaccettature che una personalità può avere. E sono proprio i media a farsi carico di queste richieste sbattendo in prima pagina uomini e donne a cui assegna i ruoli di vittime immacolate o carnefici crudeli senza preoccuparsi se siano davvero così o ci sia altro. Tutto finché fa audience e in attesa del prossimo caso su cui puntare telecamere e microfoni in una continua ingordigia che tutto fagocita e tutto rigurgita.

I, Tonya dimostra che il cinema a stelle e strisce sa essere anche altro dalla pura spettacolarità di cinecomics e action movies o dalla intensa drammaticità di pellicole profonde ma sostanzialmente di nicchia. Una terza via è possibile ed è quella di intrattenere insegnando. Di parlare di favole anomale che non hanno il classico lieto fine, ma che dopotutto non lo cercavano neanche. E va bene così.

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