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Tin Star: uno strano ibrido che non funziona. Recensione primi quattro episodi

Tin Star
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Dopo la visione del quarto episodio di Tin Star la speranza che qualcosa di davvero coinvolgente potesse accadere è ormai finita dispersa tra i fitti boschi canadesi. Gli elementi che nella recensione del primo episodio avevo sperato potessero maturare in elementi interessanti e distintivi non si sono evoluti e, ristagnando, hanno sconfinato nel ridicolo e addirittura nell’assurdo.

Guardando Tin Star diversi telefilm saltano subito alla mente: Justified per l’ambientazione, Banshee per i suoi eccessi, Fargo per quella punta di grottesco. Tutte serie che hanno affinato le loro caratteristiche specifiche diventando assolutamente indimenticabili. Tutte loro prestano qualcosa a Tin Star, eppure lui non riesce a tirarne fuori niente di buono o distintivo.

Partiamo dalla North Stream Oil con il suo capo che assomiglia un po’ ad un nazista pazzo, un po’ al cattivo di Roger Rabbit, così malefico da dover essere assolutamente lui il colpevole di tutto, così colpevole che quasi sicuramente non sarà lui il mandante dell’omicidio. A ben vedere non ci sono collegamenti diretti tra i sicari e il pelato, ci sono solo impressioni e prove circostanziali. Senza contare che anche i sicari sembrano ritagliati con il macete: stupidi, minacciosi, pazzi maniaci. C’è di tutto un po’. Una banda così improbabile che sembra incredibile possa passare inosservata e invece ne combina di tutti i colori senza che nessuno sospetti nulla. I morti si sprecano, le spruzzate di sangue pure, ma è tutto così irrealistico da non fare davvero paura.

Parlando poi di personaggi mal fatti, che dire di quello interpretato da Chrsitina Hendricks? E’ lì per aumentare le quote femminili del telefilm? Ha un quache backstory che possa farci interessare a lei? Combina qualcosa di davvero rilevante? Per ora no. Appare, viene redarguita dal pelato e basta.

Tin Star

Purtroppo neanche Tim Roth riesce a salvare la baracca trovandosi ad interpretare un protagonista davvero odioso. E’ bravo, certo che è bravo. E’ Tim Roth! Ma Jim Worth non suscita nessuna pietà nel suo continuo ricadere in vecchi vizi, maltrattare sottoposti, biascicare senza posa, menare gente a caso. Abbiamo capito che è la sua parte selvaggia che si è scatenata, ma per ora i risultati sono patetici. Proviamo un po’ di empatia con lui solo quando è a tu per tu con la sua famiglia ad affrontare un dolore profondo, ma non c’è altro e il suo personaggio resta piatto, privo di un vero passato che giustifichi il suo modo di agire. E’ solo un ubriacone manesco che non è chiaramente in grado di portare avanti un’indagine. E infatti per ora lo vediamo solo vagare e bere senza posa, intento a mettere una pezza ai guai causati dai suoi eccessi. Di vendetta per ora non c’è traccia.

L’unica a cui mi sento davvero vicina è l’agente Denise, che fa del suo meglio, che cerca di stare dietro ad un capo che è un disastro, l’unica che stia davvero cercando di fare qualcosa di concreto.

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Non dubito che dietro a tutti gli eventi sconclusionati ci sia un piano più grande, un intreccio di trama più complesso che prima o poi andrà rivelandosi. Ma con il fatto che non si riesca a provare empatia con nessuno dei personaggi, diventa davvero difficile rimanerne incuriositi. Soprattutto quando alcuni elementi sono così assurdi e improbabili.

 

Insomma, in Tin Star c’è violenza sanguinolenta, ci sono splendidi paesaggi, una colonna sonora davvero notevole, ma non molto altro. Il resto è piatto, poco credibile e genericamente già visto altrove, solo realizzato meglio.

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