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The Walking Dead: io mostro, tu mostro, egli mostro – Recensione episodio 8.03

AMC

Quando incontrerò Scott Gimple, glielo chiederò: “Ma cosa avevi in realtà in testa per l’inizio dell’ottava stagione di The Walking Dead?”. Purtroppo The Walking Dead è sempre uguale a sé stesso anche quando cerca di rinnovarsi. Si è passati da una prima puntata di battaglia, ma senza battaglia, e la cronologia temporale lanciata in aria e caduta a caso, al terzo episodio dove ancora si creano intrecci temporali per tentare qualcosa di diverso, si spara a manetta, ma la domanda fondamentale di fondo rimane la stessa delle ultime sette stagioni. Chi è il vero mostro?

Per carità, ci sta. The Walking Dead ruota tutto attorno a questo punto. Gli umani che sono diventati più mostri degli stessi mostri e fra di loro c’è qualcuno che è diventato ancora più mostro. Solo che se parti malino, come aveva fatto Mercy, non è che pallottole sparate a tutto spiano, battaglie dove i cattivi si confondono con i buoni, personaggi snaturati e una tigre che annuncia la morte di un animatore in CGI ogni volta che compare, possono salvarti.

Monsters inizia subito con un problema, il primo piano di Ezekiel, con Khary Payton in overacting costante, che ti fa immediatamente risultare insopportabile la linea narrativa dell’intero gruppo. Non aiuta di certo fargli ribadire ad ogni scena che nessuno di loro è morto, anche perché trasformi il giochino in qualcosa di ampiamente prevedibile. La questione non migliora, poi, quando decidi di prenderti una pausa, e piombi nel duello fra Rick e Morales, personaggio scomparso da sette anni, di cui a nessuno interessava minimamente fin dalla prima stagione, figuriamoci adesso.

Da una parte uno che è protetto dall’aurea del protagonista e che giocoforza si dovrà scontrare con Negan; dall’altra un personaggio rispolverato che non ha mai infranto i cuori di noi seduti sul divano. Come finirà? Suspense livello zero. Ed infatti è cosa buona e giusta incarnarsi in Daryl e accoppare Morales senza rimpianti. “Ma non hai visto chi era?” gli chiede Rick “E stica” gli risponde giustamente l’altro, incarnando il pensiero di tutti fra fragorosi applausi, anche perché ha posto fine ad uno scambio di battute veramente di basso livello.

Morales e Rick che si sputano in faccia quanto uno sia più mostro di quell’altro, quanto entrambi siano Negan dopotutto, sono il punto più basso di questa ottava stagione finora, distanziando per distacco l’attacco allo stesso Negan del primo episodio. Ormai infatti è ben risaputo che il confine fra umanità e bestialità per Rick sia diventato veramente risibile. Lo sanno pure i sassi. Andrew Lincoln ha iniziato addirittura a fare il vocione nello stile di Batman di Christian Bale, che pure mostro non era (anzi, era proprio l’opposto e combatteva per non esserlo), per cercare di dare un tono maggiore alla caratterizzazione del suo personaggio.

Vedere le due fazioni, Salvatori e Alexandria, che si fermano ad accusarsi a vicenda ti ammoscia tutto il ritmo che la puntata, al contrario, sembra avere. Mostrare, non parlare, era la regola d’oro una volta per il racconto audiovisivo, ma forse c’era bisogno di riempire un vuoto in qualche modo. Il vuoto più grande è senza dubbio la mancanza di Negan. Toglierlo dalla scena ha semplicemente voluto dire disinnescare la minaccia nei confronti delle truppe di Alexandria e Hilltop. Muore Eric, è vero, ma alla pari di Morales, a chi interessa veramente? La sua relazione con Aaron è fin da subito sembrata messa in scena così a casaccio, tanto per. Così come “tanto per” è risultato l’addio fra i due amanti. A parole. Quanto a fatti, invece, una faccia contrita per aver coinvolto il compagno in guerra e in due secondi Aaron è tornato alla sua battaglia senza struggimento. Non proprio Romeo e Giulietta, ecco.

A parte la “telefonata” della mitragliatrice finale, quindi, non si avverte pericolo per i ribelli in nessuna scena. Probabilmente era proprio questo l’obiettivo degli sceneggiatori, visto come al contrario preferiscano concentrarsi sul mostro che è in ciascuno di noi piuttosto che sulla resa bellica della battaglia. E in questo l’obiettivo si può dire centrato. Però lo sappiamo da sette anni, da Shane, da Merle e dal Governatore, non c’è bisogno di dedicarci tutta una puntata su questa menata, coniugandola sotto diversi aspetti. Rimane sempre quella roba lì. Purtroppo invece una battaglia senza un avversario decente risulta semplicemente essere un tiro al bersaglio a delle sagome in movimento. E se per parlare del mostro che è in noi, utilizzi un personaggio che hai reso volubile quanto il vento, Morgan, allora non ti puoi aspettare che siano in molti a seguirti.

Da giustiziere, Morgan era passato a moralizzatore di Rick perché era necessario mettergli di fronte qualcuno che la pensava diversamente da lui. Ora che la leadership vuole passare di mano a Maggie, l’umana Maggie, la misericordiosa Maggie, a Morgan viene chiesto nuovamente di saltare il fosso e tornare a fare il pazzo scatenato. E questo solo perché gli hanno sparato, quando invece a disposizione ci sarebbero stati due personaggi, Tara e Rosita, che per le proprie vicissitudini avrebbero potuto tener testa molto più degnamente a Jesus, con argomentazioni valide.

Attorno al “mostro che è in noi”, The Walking Dead rischia di creare un cortocircuito da cui poi è difficile uscire senza la rappresentazione di macchiette. Si parte dai Salvatori, che si danno il nome di “salvatori”, quando salvatori non sono e si rischia di arrivare a Morgan e Jesus, ormai persi nelle loro figure stereotipate. Nel mezzo Maggie, per la quale non vorrei si stesse ritagliando il ruolo della buona che sbaglia per eccesso di bontà. La vedova, soprannome alla Tarantino, tanto per dare un tono al racconto, torna ad accogliere ad Hilltop Gregory. Da viscido politicante senza dignità, l’ex governatore diventa ora una caricatura grottescamente comica per tentare di “alleviare” la tensione di puntata e anticipare l’ennesimo conflitto interiore per i buoni di spirito: accogliere o non accogliere i prigionieri? Cosa faranno mai i “buoni”?

Monsters ci mette dell’impegno e in questo va certamente apprezzato, visto l’andazzo della settima stagione. Purtroppo però viene fuori un polpettone di comportamenti e scelte convenzionali. L’unico che si salva sembra essere Daryl. A lui di essere un mostro, o meno, non interessa. Ci ha già fatto pace con la prima stagione. E si può permettere di uccidere tutti che è una bellezza. Pure se Rick ha dato la propria parola per l’incolumità altrui (e qui capiamo quanto la parola di Rick conti).

Daryl a parte, che sarebbe lui sì finalmente da approfondire, alla fina la puntata appare una sceneggiatura tristemente anni Novanta, dove nel mezzo del conflitto sanguinario e mostruoso, casualmente, spunta una bambina, la speranza per un futuro migliore che porta in seno ai protagonisti la propria grazia. Banalità livello alto. I mostri alla fine siamo noi che seguiamo The Walking Dead solo per vedere il cranio di Negan spappolato. Il confronto è inevitabile. L’altra sera davano in televisione L’ultimo dei boy scout, capolavoro action scritto da Shane Black e diretto da Tony Scott, proprio ad inizio anni ’90, con un Bruce Willis mai così centrato in una parte. Buoni contro cattivi, ruoli ben distinti, ma con un buono più cattivo dei cattivi e come compagno uno quasi peggio di Gregory. Paragonandolo a questo The Walking Dead, capolavoro risulta riduttivo.

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