Recensioni

The Walking Dead: un addio inaspettato – Recensione episodio 8.08

AMC

Devo ancora decidere se questo sia stato un buon cliffhanger o meno per The Walking Dead. Non è colpa mia se il ragazzotto è il personaggio che sta più sul mazzo a tutti. Vedendolo bianco, con un morso da zombie, alla fine di How It’s Gotta Be, probabilmente in molti avranno urlato. Di gioia. Lo sviluppo narrativo riesce ad essere introdotto a sorpresa e costruisce quel finale scioccante di metà stagione che da tempo mancava. Mazzo o meno, la dipartita di Carl è una bella botta per i protagonisti di The Walking Dead e finalmente potrebbe essere quel turning point che da troppo tempo mancava all’interno della serie. Indiscutibilmente è un bel finale. Anche perché Carl muore per seguire i proprio ideali, facendosi dare del pistola più o meno da tutti quelli fuori da quelle fogne. Solo che, al contrario della maggior parte dei finali degni del nome, questo finale non cancella le grosse pecche di questa puntata.

La missione suicida di Carl, la scena in camera da letto e il suo offrirsi a Negan per salvare tutti trovano una sua logica con la scoperta finale. E fin qui, tutto bene. Non ha alcuna logica, invece, che un gruppo di persone si metta d’improvviso a seguire un adolescente ringalluzzito per aver scoperto di essere il più geniale tattico militare. O semplicemente di aver letto qualche libro di storia sotto il capitolo “tecnica di difesa delle truppe russe”, che puntualmente se la davano a gambe di fronte al nemico, svuotando i villaggi, distruggendoli  o lasciandoli distruggere, creando il deserto attorno agli invasori che, senza centri abitati da saccheggiare o comunque dove rifornirsi, venivano poi finiti dall’inverno e dalla sua neve. Chiedete a Napoleone e Hitler insomma.

La tattica di Carl è più o meno la stessa, anche se al momento si trova a corto di un paio di braccia rubate all’agricoltura o di qualche fiocco di neve che gli stermini i nemici. Quello che invece non va bene sono le voragini all’interno del copione e che, forse, qualcuno avrebbe fatto meglio a contestare in fase di verifica. Va bene infatti la morte di Carl, va (quasi) bene la vendetta dei Salvatori, va bene lo scontro fra Negan e Rick, ma mi dovete spiegare quand’è che Carl è diventato un discepolo di Gandhi. Giusto perché deve crepare e deve quindi lasciare una lezione e qualcosa su cui riflettere a suo padre e all’allegra compagnia. Se, infatti, la morte di Carl è presentata bene dal punto di vista narrativo, è presentata malissimo dal punto di vista delle implicazioni che porterà nel mondo di The Walking Dead. Carl diventa un non-violento per contrapporsi a suo padre. E sempre in contrasto con Rick, il ragazzo cerca di aiutare il vagabondo. La dottrina della non violenza, tuttavia, è entrata all’interno della vita di Carl troppo rapidamente. Mai una volta che abbia tenuto una conversazione con qualche esponente di rilievo sul tema in precedenza. D’improvviso tutto è iniziato quest’anno. Fino alla prima puntata di stagione, la centesima nel mondo dei vaganti, il ragazzotto ha sempre scimmiottato il comportamento del padre. Folgorato sulla strada per Damasco, Carl ha improvvisamente immagazzinato dentro di sé la decisione di poter provare a far cambiare atteggiamento alle coalizione che se le stanno dando di santa ragione. Tutto gli è nato da dentro. Una mattina si è svegliato e a pensato: “Sai che c’è? Sparare non mi diverte più”. Nessuno lo ha indottrinato sul nuovo sentiero. Eppure di gente a disposizione ce n’era tanta: Jesus, Morgan, Carol nelle sue fasi di distacco, la stessa Rosita (quest’anno colpevolmente ai margini, tornata in scena per un improvviso “momento comico”) che si sente in colpa dopo la morte di Sasha, tutto il Regno. Fulminato, Carl ormai si è convinto: andare a ciliegie con Negan si può.

L’altra voragine è rappresentata dai Salvatori. Per otto puntate rimangono chiusi nel loro covo. Da una miriade infinita di spietati figli di buona donna, diventano quattro gatti con alle spalle un gruppo di persone che gli hanno ceduto tutto quello che potevano cedere per farsi proteggere, messi in scacco da un assedio portato avanti da non più di 20 persone. In questa puntata tornano di nuovo ad essere un esercito che fa del numero la propria forza. Dire che l’intera questione è stata rappresentata alla “cazzo di cane” mi sembra un leggero eufemismo. Così come non si capisce come casualmente arrivi il black out radio non appena Rick sancisce l’ “alleanza” con gli scava rifiuti. E non ha nemmeno senso che lo sceriffo, subodorando che il piano sia andato a ramengo, si getti all’assalto del Santuario da solo, accompagnato dalle persone meno affidabili su cui possa contare. E dal nulla appare Carol a salvarlo. Il “cazzo di cane” a confronto è un’arte sublime.

Detto infatti del “sabotaggio” portato avanti da quegli hooligan impazziti di Daryl, Tara e compagnia bella, in tutte queste puntate non si è mai capito come fosse coordinato il piano degli alleati. E ne sono passate ben otto. Dopo aver circondato i nemici con l’orda di zombie, praticamente, se ne sono tornati a casa a bere il caffè. Nessuno che li sorvegliasse, nessuno che tenesse le redini del comando. Teoricamente era un assedio per portare alla fame i Salvatori, solo portato avanti da chilometri di distanza. Non proprio il massimo.
Di idee brillanti, d’altronde, How It’s Gotta Be ne è pieno. Da Simon che lascia andare Maggie a Enid e Aaron che per chiedere aiuto alle “amazzoni” dapprima pensano di trattarle come i conquistadores con i nativi americani (riempiendole di alcool), poi accoppano la vecchia.

Di fronte a tale improvvisazione, che sembra tale anche in fase di scrittura di episodio, Eugene sembra ergersi come un colosso di Rodi, ben strutturato, schiavo di un conflitto interiore, vittima dei suoi stessi impulsi, saldo nei capisaldi del suo personaggio, ovvero arrivare ad inventarsi di essere colui in grado di sconfiggere l’epidemia dei vaganti, pur di aver salva la pelle. Nel panorama di automi che si muovono a vanvera, non puoi far altro che finire a simpatizzare per personaggi come Eugene e Dwight. Sebbene da tempo speriamo tutti quanti che Dwight muoia male, almeno il suo è un personaggio che ha qualcosa da dire. Stesso discorso per Eugene. Probabilmente interessa a pochi la loro storia, ma almeno possiamo ringraziare di avere una storia, un arco narrativo, con un inizio, le sue vicissitudini e la sua fine, all’interno di un percorso consequenziale, non fatto di improvvisi colpi di testa per cercare di far cambiare aria all’intera storia di The Walking Dead.

Il finale di midseason, quindi, arriva dove era fisiologico arrivasse. Rick e Negan si affrontano, Salvatori e alleati tornano a smitragliarsi e la posta in gioco torna in palio. Purtroppo, Carl a parte, niente di sorprendente. Ma non poteva neanche essere niente di differente per come era stata impostata la stagione. L’errore infatti è a priori, nel decidere di impostare in questo modo tutto l’ottavo capitolo. Di 16 puntate, alla fine, ne risulteranno “indispensabili” tre: la prima, How It’s Gotta Be e la conclusione. Ma della prima non sono nemmeno tanto convinto. Per le altre basterà leggere la conta dei morti e avrai capito cosa sarà successo. O forse no, visto che i punti di forza delle due fazioni sono stati completamente ribaltati (un’altra volta) senza che nessuno abbia capito cosa sia realmente successo. Ce n’era solo bisogno. Non ci sarà più bisogno, invece, di aggiornare il sito che dall’inizio di The Walking Dead conteggia puntata per puntata il numero delle volte che Rick pronuncia il nome del figlio. Forse la perdita più grave. A febbraio.

 

Per restare sempre aggiornati su The Walking Dead, con foto, news, interviste e curiosità, vi consigliamo di passare per The Walking Dead Italia QUI  e per The Walking Dead ITA  QUI e per vedere sempre prima gli episodi di The Walking Dead seguite la pagina Facebook di Angels & Demons – Italian Subtitles  e ricordatevi di mettere like alla nostra pagina Facebook per tutte le novità su tv e cinema.

Comments
To Top