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The Walking Dead e il problema della fede e di altri demoni – Recensione dell’episodio 8.11

The Walking Dead 8x11
IMDb

C’è stato un tempo in cui in redazione si aspettava quasi con trepidazione di sapere a chi sarebbe toccato recensire l’episodio settimanale di The Walking Dead, sperando di essere il prescelto per poter liberare la propria penna su una serie che sapeva offrire spunti di riflessione senza annoiare. C’è stato: modo indicativo tempo passato. C’è ora un tempo in cui in redazione si aspetta con preoccupazione di sapere a chi toccherà questa faticaccia. Presente.

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La fede ritrovata del peccatore

Le parole riportate nel titolo di questa recensione potrebbero additare un accoppiamento quasi blasfemo, ma la fede a cui ci si riferisce non è quella rispettabilissima e a tratti persino ammirabile di chi crede tutta la vita in un ideale e a quello conforma il suo modo di agire e pensare. Perché la fede a cui questo episodio di The Walking Dead fa riferimento è quella ondivaga di Gabriel che ricompare dopo la fuga improvvisata con il solo scopo di riportare il dottor Carson a Hilltop per prendersi cura della puerpera Maggie (a cui la pancia continua a non crescere nonostante si sia perso il conto di quanti mesi è incinta). Ed il pastore in questione non è che sia mai stato un preclaro esempio di religiosità, avendo spesso scelto come unica divinità nulla più che la sua personale salvezza. D’altra parte, è proprio degli uomini il cadere in tentazione per cui sarebbe troppo severo imputare a Gabriel questa manchevolezza soprattutto qualora intraprendesse un volenteroso percorso di sincera redenzione.

Il Gabriel che accetta con umile semplicità la malattia che lo sta privando della vista, che sfida il pericolo di una missione impossibile solo per fare il bene di qualcun altro, che ostinatamente legge segni della presenza concreta del divino anche nelle più astruse difficoltà vorrebbe essere la pecorella smarrita che torna all’ovile, il figliuol prodigo che ha capito i suoi sbagli ed è pronto a confessarli al padre comprensivo, il peccatore contrito che espia i suoi peccati sicuro del perdono che riceverà. Iniziativa che sarebbe anche lodevole se non si stesse parlando di … Gabriel. Ossia, di un personaggio che The Walking Dead si trascina dietro da troppo tempo lasciandolo spesso fuori dalle storyline principali se non addirittura nel poco remunerativo ruolo di comparsa buona per tutte le occasioni.

Perché dovrebbe quindi essere interessante un episodio dedicato in buona parte alla sua rinnovata conversione? O forse perché è la ridicola sagra dei colpi di fortuna irrealistici (come ce le hanno messe le chiavi di un auto in un salvadanaio che ha come apertura una fessura per le monete? Come fa un cieco a non beccare mai una tagliola? Come può centrare la testa uno zombie sparando letteralmente alla cieca?) chiusa per di più da una morte stupida che riporta Gabriel allo stesso punto di partenza?

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I demoni di chi è stato oppresso

Se Gabriel è il peccatore che ha visto la luce del perdono attraverso un cammino di espiazione, Tara è all’opposto la vittima di altri peccatori che ha deciso di non perdonare. L’innocente che ha subito troppe pene ingiuste e per troppo tempo e si è scocciata di aspettare che una qualche giustizia divina punisca i torti e consoli i giusti. Mentre il prete vuole liberarsi del peso opprimente della colpa, l’ex fidanzata di Denise ha abbracciato con incrollabile volontà il demone della vendetta. Un tirannico dittatore a cui non importa cosa è giusto o cosa è sbagliato, cosa è più tatticamente conveniente o cosa meno astutamente utile, ma che desidera solo il compimento immediato di un bisogno primario. Mostrando una fermezza inusitata, Tara può disobbedire con leggerezza agli ordini di Daryl, replicare con ironica strafottenza ai rimproveri di Rosita, decretare in autonomia una condanna a morte per Dwight da eseguire senza se e senza ma.

Solo che The Walking Dead non porta a termine questo percorso fermandosi all’ultimo passo anche a costo di mostrare una Tara che manca il bersaglio immobile a mezzo metro da lei quando fino al quel momento aveva centrato alla testa walkers in movimento a decine di metri di distanza. Soprattutto, la ragazza si giustifica con Daryl mostrando una piena fiducia in quello stesso Dwight di cui ha detto peste e corna fino a due secondi prima. Un bel ciaone alla coerenza. E d’altra parte è in buona compagnia dato che la stessa Rosita che ha passato l’intero episodio a difendere le ragioni attendiste di Daryl, lascia poi via libera a Tara quando è sicura che la ragazza sta per uccidere Dwight.

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Fare la cosa giusta ammesso che esista

Che si tratti di seguire la propria fede o di lasciarsi guidare dalla sete di vendetta, tutti i protagonisti di questo episodio di The Walking Dead si trovano in realtà a dover affrontare lo stesso dilemma: qual è la cosa giusta da fare? Lanciarsi in una missione impossibile solo perché si ha fede nella possibilità di una redenzione come fa Gabriel. Confondere le parole giustizia e vendetta perché non è più tempo e luogo di chiedersi dove sia il confine tra le due come fa Tara. Chiedersi se un bambino che ha appena ucciso la sua prima vittima sia grande abbastanza per capire come andare avanti ora che l’innocenza è perduta, come si trova a dover riconoscere Morgan a proposito di Henry dialogando con Carol. Convincersi che non si può perdere anche quando tutte le evidenze dicono il contrario, come orgogliosamente replica Maggie a Gregory. Dimostrare di essere diversi da chi stai combattendo offrendo loro quell’umanità che non hanno mai avuto come è ancora Maggie a dover fare tra mille difficoltà concrete.

Ma in un mondo come quello di The Walking Dead dove la civiltà è collassata portandosi dietro anche le vecchie categorie di bene e male, che le scelte citate sopra siano le risposte corrette alla domanda posta non è così ovvio. Lo è per noi che non viviamo la paura costante di Eugene, che deve stordire col vino i suoi tremori e mascherarli dietro un dirigismo da operetta. Non lo è per un Negan che vede le persone come risorse da sfruttare per garantire una pace costruita sulla cancellazione di ogni diritto in cambio di una sicurezza fittizia. Un equilibrio saldamente appoggiato su fondamenta di terrore che va difeso con ogni mezzo e senza alcuna pietà. E anche a costo di inventarsi l’assurda idea di usare il sangue dei walkers come arma contrariamente dimenticandosi che più volte i nostri si sono cosparsi di liquidi e budella senza infettarsi.

The Walking Dead è dopotutto una certezza quasi matematica: più si è lontani da uno dei tre episodi chiave di una stagione (premiere, midseason, finale), più alta è la probabilità che vada in onda un filler ricco di buoni spunti traditi e idee balzane. Eppure una volta si faceva a gara a chi doveva recensirlo. Una volta.

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8.11 – Dear or Alive or
  • Una volta ne valeva la pena … ma era una vita fa
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