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The Sinner e il fine pena mai – Recensione della seconda stagione

The Sinner S02
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Il 22 Luglio del 2011 Anders Behring Breivik fece esplodere un’autobomba davanti al palazzo del primo ministro norvegese ad Oslo per poi approfittare della confusione successiva per recarsi indisturbato sull’isolotto di Utoya dove uccise a sangue freddo 69 ragazzi lì riuniti per un campus organizzato da un partito di sinistra. Sebbene il totale di 77 vittime renda il suo delirio l’attacco con più morti in Norvegia dalla seconda guerra mondiale, il folle trentaduenne fu condannata a soli 21 anni (rinnovabili per successivi cinque se ritenuto ancora socialmente pericoloso). La pena dopotutto esigua e le condizioni carcerarie inimmaginabilmente comode che l’ordinamento penale del paese scandinavo prevedono, suscitarono molto sdegno in Italia. Perché il paese di Cesare Beccaria ama dimenticare che scopo del carcere è rieducare, il che significa che una pena che duri a vita non può raggiungere il suo fine ultimo perché impedisce un riabilitato ritorno in società. Ma dimentica anche che, in fondo, la vera pena non si conta in anni di galera, ma si sconta dentro. Perché la consapevolezza della propria colpa è il vero fine pena mai. Come sanno fin troppo bene i protagonisti della seconda stagione di The Sinner.

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Il sacrificio dell’innocenza

Non rinunciando alla impostazione inedita che aveva garantito il successo della prima stagione, anche in questo secondo capitolo The Sinner conferma di essere un giallo atipico dove l’assassino è già noto a tutti e la caccia non è al chi ma al perché. Perché Julian, un ragazzino tredicenne timido e introverso, ha ucciso due adulti che conosceva bene e che non sembravano affatto intenzionati a fargli alcun male? È a questa domanda che deve dare una risposta il detective Harry Ambrose chiamato dall’inesperta ma volenterosa Heather Novack ad indagare sul delitto avvenuto nello stesso paesino da cui Harry si è allontanato dopo un evento traumatico che ne ha segnato l’adolescenza.

Una nuova ricerca che non si svolge nel passato prossimo di Julian e di sua madre Vera, ma nelle nebbie omertose che nascondono in un silenzio colpevole ciò che nessuno ha voglia di ricordare e che tutti preferiscono lasciare sepolto sotto la terra sporca di bugie e non detti. Ma quei segreti di cui ognuno si vergogna non sono altro che semi malati da cui non possono che germogliare frutti avvelenati che prima o poi cadranno dall’albero e finiranno per far ammalare chi si è trovato a raccoglierli senza sapere di quale veleno fossero intrisi. Ed allora Julian è l’incolpevole vitellino che deve caricarsi delle colpe di chi neanche conosce di modo che la sua innocenza sia il sacrificio estremo necessario a purificare il troppo male che fino a quel momento si era riusciti a seppellire, ma che infine emerge con la sua forza irrefrenabile.

Solo apparentemente, quindi, la seconda stagione di The Sinner ripete sé stessa perché, se è innegabile che l’idea di base sia immutata con il colpevole già noto e il movente come mistero, altrettanto è innegabile che Julian e Cora siano profondamente diversi. Perché Cora è una colpevole divenuta tale perché guastata da una giustizia negata, mentre Julian è colpevole solo di essere l’agnello sacrificale di una fede marcita nel tempo.

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The Sinner seconda stagione

Il fuoco della colpa

Senza voler essere blasfemi, si potrebbe quasi dire che Julian è l’agnello che viene a togliere i peccati del mondo. Ma in The Sinner, meno biblicamente, il mondo si riduce a Keller e all’enclave separata di Mosswood. Una limitazione geografica che è essa stessa una severa condanna perché la placida cittadina dove tutti si conoscono è anche il luogo da cui nessuno può andare via perché legato dai peccati passati la cui penitenza sembra non potere aver fine.

Vera, Heather, Jack hanno ognuno i loro motivi per restare a Keller, ma questi motivi sono in realtà colpe che li incatenano ad una realtà che hanno accettato prima con sofferta rassegnazione, poi con menzognera soddisfazione convincendosi che restare è stata una scelta di successo e non una imposizione dolorosa. Perché Vera è diventata la leader di Mosswood a cui si affidano con gioiosa fiducia gli altri abitanti della comune, Heather una promettente detective nella cui bravura tutti credono acriticamente, Jack il rispettato proprietario di un bar da tutti considerato un preclaro esempio di simpatia e saggezza. E perché chi da Keller è andato via non ha comunque trovato la pace come la scomparsa Marin o il redivivo Harry.

Contrariamente alla vulgata comune di ogni piccolo paese dove chi va via è sempre visto come un vituperato reietto che ha commesso qualche indicibile tradimento, sono invece proprio quelli che restano ad essere marchiati dal fuoco della colpa. Perché Vera è la madre modello di Julian che non è figlio suo, ma che ha adottato per espiare la colpa di aver assistito per troppo tempo in maniera passiva al degenerare delle teorie del fondatore di quella comune che ora lei sta dirigendo in modo ancora non del tutto limpido. Perché Heather non riesce ancora a perdonarsi della scomparsa di Marin sentendo su sé stessa il peso opprimente di una colpa indecifrata ma non per questo meno schiacciante. Perché Jack indossa una maschera ridente per non svelare il segreto di una notte che ha cambiato la vita di tutti non solo per quello che è stato, ma anche e forse soprattutto per ciò che non sarebbe mai accaduto se avesse trovato fin da subito il coraggio della confessione.

Ancora una volta, in The Sinner il dramma nasce non solo da ciò che è stato, ma dall’aver voluto tenere nascosto ciò che doveva essere mostrato. Perché una verità non può essere dimenticata, ma va raccontata per evitare che troppe menzogne divengano le fondamenta di vite che prima o poi crolleranno travolgendo innocenti come Cora ieri, come Julian oggi.

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The Sinner seconda stagione


Confermarsi mettendosi da parte

Su questa trama ricca di significati profondi The Sinner fa affidamento per vincere la sempre complessa sfida che ogni seconda stagione deve affrontare: confermare che l’inaspettato successo di un sorprendente esordio non è stato un caso fortuito e irripetibile. Sfida affrontata con coraggio e intelligenza scegliendo il formato antologico che costringe gli autori a scrivere una storia ex novo rinunciando a quei personaggi che alla serie avevano fatto guadagnare il plauso unanime di critica e pubblico. Intelligentemente, quindi, Jessica Biel si fa da parte restando solo come produttore nonostante il ruolo di Cora le avesse tributato quei giudizi positivi che raramente era stata in grado di guadagnarsi.

A sostituirla è una Carrie Coon che si rivela essere molto più di uno specchietto per allodole. Perché la sempre ottima attrice di The Leftovers e Fargo mostra di credere nel suo personaggio con la stessa intensità della sua antecedente con Cora. È interessante notare come Vera sia in fondo una sorta di sorella della Nora di The Leftovers. Come Nora, Vera è una madre che non sa rinunciare al figlio che ha amato e che le hanno sottratto. Ma, mentre Nora arrivava infine ad accettare quella scomparsa trovando il modo di andare avanti, qui Vera lotta contro le sue stesse colpe passate e solo alla fine capisce come l’allontanamento di Julian sia una condanna che deve scontare se vuole continuare ad essere una madre meritevole.

Ma è anche Bill Pullman a ritagliare per il suo Harry un ruolo più defilato sebbene inevitabilmente da protagonista essendo il trait d’union tra le due stagioni. Eppure è evidente quanto gli autori decidano di non insistere troppo sul passato di Harry dedicandogli meno tempo di quanto fosse stato dedicato al suo presente tormentato nella prima stagione. Niente figure di contorno come lo erano state la moglie divorziata e la dominatrice nella prima stagione, ma solo flashback che hanno il compito di aggiungere Harry alla lista di coloro tormentati dai peccati del passato. Non è un caso che fino alla fine non si comprenda bene quanta colpa abbia Harry nell’incendio che ha causato il ricovero della madre in una casa di cura. Perché quel che davvero contava era fare di Harry un esempio per Julian. Far capire al colpevole innocente ma anche agli spettatori che la vera condanna è quella che ognuno impone a sé stesso. E che può anche andare oltre un computo prestabilito di anni di carcere.

Con la seconda stagione The Sinner disegna una seconda stagione che conferma la bravura della scrittura e l’intelligenza delle scelte. E timidamente insegna a guardare oltre il facile binomio colpa – punizione. Perché il fine pena mai non è quello che vorrebbero vedere gli altri da fuori, ma quello che sente dentro chi sa di essere colpevole.

The Sinner - seconda stagione
  • L'intelligenza di capire il senso della colpa per confermarsi senza ripetersi
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