Punisher (The)

The Punisher: è veramente la miglior serie Marvel ? – Recensione episodio 1.01

The Punisher
Netflix

Diciamolo subito, così ci togliamo il pensiero: la violenza in The Punisher c’è, da gusto, per coloro che la reclamavano, ma è confinata in spazi ristretti della narrazione. Quando arriva esplode, quasi come una bottiglia di champagne agitata per molto tempo. Il problema è proprio lì, il molto tempo. The Punisher non è la serie che i fan del Punitore potevano aspettarsi dalla sua trasposizione televisiva. Non è nemmeno la serie che ci si poteva aspettare dopo la seconda stagione di Daredevil, ma rispetto alle varie, fallimentari, trasposizioni cinematografiche è un piccolo capolavoro.

The Punisher
Non è la serie che ci si poteva aspettare dopo la seconda stagione di Daredevil per un semplice motivo. Inizia con una nuova genesi del personaggio. Frank Castle, infatti, porta a termine la propria battaglia nell’incipit della puntata pilota. E nonostante quella che una volta si chiamava “americanata”, molto fumettistica, di colpire un nemico a chilometri di distanza col suo fucile, è un inizio che spacca.

Poi però Frank Castle “muore”, diventa Pete Castiglione, un muratore funestato dai propri incubi, e dovrà attraversare tutta la prima puntata per tornare ad essere The Punisher, purtroppo troppo casualmente. Fra l’inizio e la fine di estrema violenza, si torna nuovamente ad inoltrarsi nel personaggio, a favore, probabilmente, di tutte quelle persone che avevano sentito tessere le lodi del Punitore dopo la seconda stagione di Daredevil senza tuttavia averla mai vista. In sostanza, si è mirato al più largo target televisivo possibile. Allo spettatore nuovo.

E forse è proprio questo il problema di The Punisher. Prima di decollare, impiega molto tempo, diverse puntate, durante le quali la violenza del Punitore è centellinata al minimo, annacquata in mezzo alle altre trame, e, non raramente persino assente. Come le ultime serie andate in onda su Netflix (Stranger Things o Mindhunter), The Punisher è un lungo film in 13 episodi dal minutaggio di 50 minuti l’uno che si prende tutto il suo tempo per introdurre lo scenario e partire. Probabilmente troppo, sottraendo il Punitore al suo universo, creandone uno nuovo, dove, oltre alla violenza c’è molto altro. E questo non è detto sia un male. Anzi. In poche parole, siamo di fronte al Punitore, ma è un altro Punitore, rispetto soprattutto allo stereotipo diffuso nella cultura di massa. Quindi aspettatevi fiumi di hater, fan del fumetto.

The Punisher
L’adattamento di Steve Lightfoot parte fin da subito con una serie di costruzioni simboliche. Due quelle più centrate. Durante la bella sequenza di uccisioni iniziali, una delle vittime del Punitore chiede pietà: “Cosa cambia se muoio?” Risposta: “Niente” e viene seccato. Perché Frank Castle è come il capitano Achab di Moby Dick (seconda forma simbolica), ormai tutt’uno con la propria rabbia, la propria sete di morte, la propria frustrazione, si abbatte sui suoi nemici come un ciclone, solo che nemmeno il raggiungimento del proprio obiettivo è in grado di colmare il vuoto che ormai gli si è scavato dentro.

E così Frank, ciclicamente, torna al giorno della morte della sua famiglia, la cui foto è praticamente onnipresente. Chiusa la sua parentesi da primo Punitore, Frank vive come un muratore. Ha un unico compito: tirare giù muri a colpi di martellate. Da una parte un lavoro che gli permette di sfogare rabbia e dolore, dall’altra una metafora del suo essere incompleto e della sua missione, al momento congelata. Nella sua nuova vita è un solitario, vive in una bettola e al lavoro pensano sia un ritardato. Solo un giovane collega entra in rapporto con lui, guarda caso un figlio senza più il padre (mentre lui è un padre senza più la famiglia). È questo gioco di opposti a ritrascinare Frank sul sentiero del Punitore: il ragazzo finirà col partecipare ad una rapina, commetterà una colossale cavolata e rischierà di lasciarci le penne, braccato da alcuni colleghi che, sempre casualmente, non è che andassero proprio d’accordo con Frank, il quale si troverà nel posto giusto al momento giusto, perché costretto a sfogare la propria rabbia in piena notte, dopo l’ennesimo incubo sulla famiglia. Bypassando tutte queste casualità Frank tornerà a punire tutti con estrema violenza. E per fortuna visto gli ultimi andazzi Marvel.

E poi c’è tutto il resto, che contribuisce a creare un nuovo mondo attorno al Punitore, ma che finirà col tirarsi dietro numerose critiche. C’è l’indagine di polizia, il lavoro giornalistico di Karen Page, ma soprattutto il tema dei soldati di ritorno dal Medio Oriente, una società che li schifa e nella quale non riescono a trovare spazio, anche perché schiacciati dagli orrori della guerra. Taxi Driver e Rambo citati a piene mani nel restituire i traumi e l’accoglienza dei soldati, ma indubbiamente uno degli aspetti più interessanti di questo nuovo Punitore. All’interno di queste varie dinamiche,  il solitario Frank Castle non sarà più solo, e avrà costantemente uno sparring partner con cui confrontarsi, come era appunto accaduto in Daredevil. Qui saranno molti di più, a seconda del bisogno.

The Punisher
Quel che è certo è stato l’ampio lavoro dal basso per cercare di rendere verosimile la storia di un tizio, con numerosi problemi all’interno della società, che si lascia alle spalle una scia di sangue, munizioni e bombe. Poca spettacolarizzazione, molta introspezione e la costruzione di un mondo che avesse la sua logica. Nonostante i combattimenti siano radunati in pochi minuti, è senza dubbio la trasposizione più violenta dell’universo Marvel, a braccetto con Deadpool, ma non è che alla fine ci volesse molto impegno.

Dell’interpretazione di Jon Bernthal si è già ampiamente parlato con l’arrivo del personaggio sullo schermo televisivo. Il suo è un ottimo Punitore, che a volte tuttavia cozza con gli stereotipi tutt’attorno, soprattutto in questo pilot. La resa del personaggio è maggiore nelle scene “in borghese”, fuori dalla missione, nonostante i troppi ripetuti richiami alla strage familiare che sembrano quasi ridurlo ad una sorta di automa.

Per apprezzare a fondo però tutto il progetto, serve anche qui molta pazienza, perché nei momenti in cui Frank Castle non è in scena, l’attenzione tende a scemare e il rischio assopimento è alto. Quando invece Castle è presente, ma non veste i panni del Punitore, molte scene si protraggono per la lunghezza di una bibbia, arrivando stancamente al punto.

Tutte le trame prima o poi lo coinvolgeranno, ma il tempo per arrivare alla meta è molte volte troppo lungo, figlio di uno spazio narrativo ampio che si sarebbe potuto tranquillamente ridurre. Nella costruzione dell’arco narrativo, direi che il paragone con Daredevil non è azzardato. Solo che in Daredevil le parti fuori dall’azione funzionavano meglio, perché Matt Murdock ha una vita oltre al suo alter ego, perché sull’altra sponda c’era un certo Wilson Fisk, perché si è voluto approfondire Foggy e per il triangolo con Karen ed Electra. E poi c’era il Punitore. Qui, invece, oltre a Frank Castle c’è poco o niente che possa interessare a prescindere lo spettatore ed è questa la sfida maggiore di  the Punisher e di chi lo guarda. Al netto quindi del confronto con Daredevil, la bilancia su quale delle due serie sia migliore, pende notevolmente verso il diavolo rosso, ma lo scatto decisivo è probabilmente puramente soggettivo.

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