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The Post: recensione del film di Steven Spielberg con Tom Hanks e Meryl Streep

The Post

Titolo: The Post

Genere: Drammatico

Anno: 2017

Durata: 116′

Sceneggiatura: Liz Hannah e Josh Singer

Regia: Steven Spielberg

Cast: Meryl Streep, Tom Hanks

Il caso ha voluto che all’anteprima del film The Post io sedessi di fianco a una critica della stampa.

Si parlava della crisi dei giornali, del potere del web, della tv che inghiotte tutto. Riflettevo ad alta voce sul fatto che parte della crisi è forse dovuta a una certa mancanza di coraggio da parte dei cronisti nel fare inchieste scottanti e mettere spalle al muro il potere. Non a caso, dicevo, il più grosso affaire degli ultimi anni è stato Wikileaks: una messa a nudo degli intrighi internazionali, passato però attraverso internet.

Perplessi e anche un po’ irritati, soprattutto la Streep, da quello che il nuovo presidente americano va affermando, si ha oggi la sensazione che dopo quello che è stato fatto ad Assange (mi risulta che sia ancora rintanato all’ambasciata dell’Ecuador a Londra) la libertà di stampa negli USA e nel mondo sia ancora in pericolo.

Spielberg lo ammette sinceramente, durante la conferenza in streaming da Milano, che raccontare oggi di ciò che avvenne nel 1971 in epoca Nixon significa non dimenticare quanto vale (e quanto costa) esseri liberi di poter pubblicare fatti e notizie.

The Post

Il personaggio di Meryl Streep si chiama Katharine Graham ed è stata una delle donne più coraggiose d’America, osò sfidare Nixon e s’infilò nel ginepraio che fu la guerra del Vietnam solo per amore della verità. Il direttore del quotidiano di cui lei era proprietaria, il Washington Post, pare avesse intenzioni meno “nobili” guidato com’era da una sfrenata ambizione. Volle pubblicare a tutti i costi i Pentagon Papers che incastravano trent’anni di governi statunitensi per far diventare il suo giornale uno dei primi del Paese. E’ questo il ruolo che Spielberg ha consegnato a Tom Hanks.

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L’attore ci racconta come Ben Bradlee fosse veramente un uomo combattivo, abituato sin dalla guerra a non cedere, ebbe nei confronti del New York Times una vera ossessione che non lo faceva dormire. Da secondo giornale della città di Washington, egli voleva che il Post arrivasse primo, e ci riuscì. Immaginò un futuro per sé e la sua redazione ed entrare in possesso del dossier Top Secret che destabilizzò il governo fu solo l’antipasto per il succulento piatto del Watergate. Spielberg spiega che il carattere di Ben fu fondamentale per affrontare lo scandalo che fece destituire Nixon.

The Post si ferma su quella porta aperta al Watergate, e forse per la prima volta mi risulta chiaro come tutto ciò che accadrà dopo sarà così profondamente destabilizzante. The Post apre una finestra (a mio avviso necessaria) su un periodo della storia americana che altri film “impegnati” hanno affrontato in passato, primo fra tutti Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula) che si svolge appunto nella medesima redazione (il ruolo di Bradlee fu interpretato da Jason Robards).

The Post

Anni ’70, un decennio di svolta sotto molti punti di vista.

Non fu solo la piena presa di coscienza da parte degli americani dell’inutilità della guerra in Vietnam, fu anche il periodo della “liberazione” femminile, e in questo il ruolo della Graham fu determinante. La Streep lo spiega bene durante il suo intervento: Katy il coraggio lo impara. Diventerà un’icona del secolo scorso per l’America intera, vincerà un premio Pulitzer. Tuttavia il suo è un percorso di apprendimento, passo dopo passo con l’umanità casalinga di una donna abituata solo a badare alla casa e alla famiglia, Katy Graham si farà forte delle promesse fatte al padre e al marito che le hanno consegnato il giornale e imparerà appunto cosa vuol dire il coraggio. Un coraggio non fine a se stesso, ma un bene necessario affinché la guerra finisca, affinché i figli tornino a casa, affinché la verità non venga più taciuta e gli uomini di potere tornino ad essere semplicemente uomini.

The Post

Meryl Streep è al solito sublime.

Ogni sua espressione rimane impressa, riesce a trasmettere questo percorso nodoso di slanci e ripensamenti, di titubanze e ricerca di sostegno. La sua “liberazione” avviene quando non avrà più bisogno di nessun uomo a cui chiedere consiglio. E da allora la sua personalità sarà come quella della rotativa che forse per la prima volta sforna copie su copie felice di doverlo fare.

Tom Hanks si diverte con l’aria cinica e sorniona, a fare da spalla. Un po’ succede anche durante la conferenza stampa. Il suo personaggio prende spunto a mio avviso non solo dal vero Ben Bradlee ma anche da un certo Charles Foster Kane. Chi se lo ricorda il famigerato magnate dell’editoria che sacrifica tutto per amore del suo ego? Naturalmente il regista non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di imitare le profondità di campo e i soffitti bassi che hanno fatto di Quarto potere uno dei film più iconici di sempre.

La narrazione per immagini di The Post è snella, suspense e avventura non mancano come da tempo non capitava più di vedere in un film targato Steven Spielberg (Il ponte delle spie a mio avviso era un po’ fiacco), il ritmo rallenta verso il finale per dare più sostanza al percorso psicologico della protagonista.

Come Spielberg è abituato a fare, il suo cinema si nutre di vecchio cinema.

E’ una gioia per i cinefili poter ancora vedere come se fosse la prima volta una sequenza in cui si producono giornali e i redattori li leggono contenti, titoloni da prima pagina, corse all’alba per intercettare la consegna del mattino. Sì, ha ragione la mia vicina di poltrona, la carta stampata ha un fascino davvero particolare. Il LUOGO in cui si raccolgono le storie. Anche parteggiando per il web, ammetto che sarebbe proprio un peccato doverne fare a meno.

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  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
4.1

Riassunto

Pentagon Papers è un dossier che svela l’insuccesso degli americani in Vietnam, segretato da tutti i governi USA, e che nel 1971 un giornale vorrebbe pubblicare.

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