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The Normal Heart: la recensione del film con Matt Bomer e Mark Ruffalo

The Normal Heart

1.4 sono i milioni di spettatori americani che nel 2014 – anno in cui questo film è debuttato in TV –  hanno deciso di accendere la TV per assistere alla premiere di The Normal Heart, film basato sull’omonima opera teatrale di Larry Kramer che debuttò Off-Broadway nel 1985. Il film, diretto da Ryan Murphy, non è il primo tentativo di riportare The Normal Heart all’attenzione degli spettatori. Nel 2011, infatti, l’opera ha vissuto il suo debutto a Broadway, portandosi a casa ben Tre Tony Awards e due nomination.

Perché portare The Normal Heart anche sul piccolo schermo allora, dopo il grande successo a teatro?

Il motivo è molto semplice: per non dimenticare, oltre che per dare una visibilità ad una storia toccante e tremendamente dolorosa, che vada oltre il pubblico newyorkese e, semplicemente, degli spettatori a teatro. Questa non è una storia qualunque, raccontata per ridere o per intrattenere, questo è uno scorcio della storia di un popolo e della storia di un’intera comunità.

Per chi non avesse seguito il percorso del film e per chi non avesse familiarità con The Normal Heart, il film, come l’opera, racconta dell’epidemia di HIV-AIDS nella comunità omosessuale di New York, e non solo, attraverso le storie di un gruppo di amici ed attivisti che si impegnarono in un processo di diffusione di informazioni e di sensibilizzazione, oltre che nella lotta contro le istituzioni affinché fosse fatto qualcosa per porre fine alle morti.

The Normal Haert - Matt Bomer

Come è evidente si tratta di un film dalla tematica molto delicata, un film che parla del passato, ma anche del presente. La diffusione dell’HIV-AIDS è ancora oggi un problema gravissimo a livello globale e non solo all’interno della comunità LGTB, ma è proprio quest’ultima la più colpita, con percentuali sempre in aumento.

Per quanto io stessa abbia sempre affermato che l’omosessualità viene affrontata nel mondo cinematografico e televisivo sempre in termini e toni eccessivamente drammatici, fallendo nel far trapelare il messaggio per cui non c’è niente di anormale o di diverso e che l’orientamento sessuale non può definire una persona come un marchio sulla pelle, mi sembra doveroso ammettere quanto sia allo stesso modo necessario portare all’attenzione degli spettatori, attraverso un mezzo così potente come la televisione, le storie di chi non ce l’ha fatta, colpito dall’AIDS o dall’odio.

Perché per quanto sia assolutamente necessario che l’omosessualità venga mostrata nella sua quotidianità e nella sua normalità, è giusto mostrare la storia dolorosa di una comunità che negli anni è stata vittima di profonde discriminazione, oggetto di odio immotivato e, come in questo caso, di un epidemia che negli anni ’80 uccise tantissimi giovani, e che continua a farlo anche oggi.

Sarebbe come pensare di dimenticare il passato, un passato che ha permesso di ottenere  dei risultati importanti. Sarebbe come pensare di raccontare le storie di tutti gli uomini e le donne di colore di successo, dimenticandosi di quello che la comunità nera ha dovuto subire negli anni. Raccontare queste storie, per quanto tragiche e dolorose siano, serve per non dimenticare, The Normal Heart serve per non dimenticare, serve per educare, serve per mettere in guardia. Perché soprattutto in questo caso si parla di un problema che non è affatto risolto.

HBO, Ryan Murphy e Larry Kramer ci hanno dato la possibilità di ricordare con un film bellissimo, con una storia già alla base toccante arricchita dalle prestazioni spaziali del cast, con tre nomi su tutti: Mark Ruffalo, Julia Roberts e, soprattutto, Matt Bomer.

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The Normal Haert

Lo abbiamo sempre visto nei panni dello spavaldo, da White Collar a Magic Mike, e vederlo nei panni di un malato di AIDS è stata una sorpresa, una piacevole sorpresa. Devo ammettere di aver dubitato di una buona riuscita del suo personaggio, Felix, ma ho dovuto ricredermi. Mi sono ritrovata davanti un Matt Bomer irriconoscibile, con quasi 20 chili di meno, ma soprattutto in grado di esprimere e di trasmettere tutto il dolore, la sofferenza, ma anche l’imbarazzo e il disagio nel dover accettare che il proprio compagno debba accudirlo, e la paura di perdere la persona amata.

Ma se c’è qualcosa di positivo che traspare è che l’amore, quello vero, non ha orientamento sessuale. Chi ama non abbandona. “In salute ed in malattia” è la frase che si pronuncia prima di sposarsi e quando, alla fine, Felix e Ned, il personaggio interpretato da Mark Ruffalo, si sposano simbolicamente, non si può evitare di pensare di essere di fronte alla vera realizzazione del matrimonio, anche senza un foglio che lo attesti.

E’ proprio Ned Weeks, interpretato da Mark Ruffalo, l’eroe di questa storia. Scrittore lontano dallo qualsiasi stereotipo, che fino alla fine lotta con tutte le sua forze per essere ascoltato, affinché le istituzioni riconoscano e trovino una soluzione al problema, ma purtroppo si ritrova a lottare contro i suoi stessi compagni, meno impetuosi e meno coraggiosi di lui.

Ed è proprio sua la citazione che simbolizza una lotta che va oltre l’epidemia, ma che sottolinea il principale problema di qualsiasi tipo di discriminazione. Ned in un litigio con fratello gli chiede di essere riconosciuto come pari, la risposta che riceve, però fa male:

“Siamo uguali, dillo, su dillo!”

“Non lo sei. Non posso dirlo”

“Ogni volta che perdo questa battaglia, fa male sempre di più”

Ryan Murphy e Larry Kramer sono riusciti a creare una pellicola di alto livello, grazie anche ad un cast straordinario, ma soprattutto hanno creato un film che possa ricordare alle generazioni più giovani, che non hanno vissuto quegli anni, il dolore e la sofferenza che migliaia di uomini e donne hanno provato.

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