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The Miniaturist: i segreti della casa di bambole – Recensione della miniserie

The Miniaturist
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Liberamente tratto da. Ispirato ad una storia vera. Non è raro leggere frasi del genere all’inizio di un film o nella sinossi di una serie tv. Magari passando prima attraverso il filtro di un romanzo che si presta ad essere adattato offrendo una traccia da seguire. Come accade anche a The Miniaturist, miniserie in due episodi andata in onda durante le feste natalizie sulla BBC. Di inusuale, tuttavia, c’è che a fornire lo spunto a Jessie Burton, autrice del romanzo omonimo, non è la classica storia vera, ma un oggetto: la casa di bambole appartenuta a Petronella Oortman e conservata al Rijksmuseum di Amsterdam.

The Miniaturist
Lo splendore abbagliante di una menzogna

Sebbene gran parte dei protagonisti della serie siano realmente esistiti, The Miniaturist non è una biografia romanzata, ma ruba alla realtà storica solo un mirabolante oggetto d’arredo per farne una metafora sottile di una società tanto opulenta quanto fasulla. La giovane Petronella Oortman è data in moglie al ricco Johannes Brandt come pegno di una transazione d’affari nella Amsterdam di quel diciassettesimo secolo che fu l’epoca d’oro dell’Olanda. Un periodo storico che vide le province olandesi da poco affrancatesi dal dominio spagnolo primeggiare nel commercio sui mari, nella ricchezza delle proprie banche, nella maestria dei propri artisti, nella sontuosità delle proprie città.

Il mitico Eldorado che i conquistadores avevano invano cercato nel Nuovo Mondo sembrava essersi materializzato nel vecchio, ma era scappato alla corona di Spagna per indossare le elaborate vesti dei potenti mercanti dei Paesi Bassi. Quasi che nei suoi canali scorresse nobile oro invece che comune acqua, Amsterdam e i suoi abitanti potevano permettersi un lusso raffinato che fa mostra di sé nelle opere dei pittori dell’epoca ed ancora riecheggia nelle case delle ampie stanze che oggi si affacciano sulle vie della città olandese. Una ricchezza elegantemente resa nella serie grazie a dei costumi e delle ambientazioni che confermano la ben nota bravura della tv inglese nel realizzare period – drama tecnicamente eccellenti. Come di alta qualità sono la fotografia limpida e la regia ariosa che dipingono scene come fossero capolavori pittorici.

Tanto splendore è, tuttavia, solo il riflesso abbagliante di uno specchietto per le allodole. Una luce buttata negli occhi per nascondere ciò che non si vuole mostrare. E cioè che la Amsterdam che celebra sé stessa è una società tanto ricca fuori quanto povera dentro. Una società dove l’amletico dilemma tra apparire e essere è stato sciolto condannando l’essere a nascondere sé stesso dietro le roboanti luci dell’apparire.

The Miniaturist

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L’impossibilità di essere sé stessi

The Miniaturist è la storia intrecciata di mille bugie che si svelano una dopo l’altra come se dire anche una sola verità fosse sufficiente a far crollare un intero castello di menzogne faticosamente costruito. L’ingenua Petronella dovrà accorgersi che la filistea severità di Marin e l’insofferente indipendenza di Johannes sono pannelli mobili che fratello e sorella hanno dovuto montare per nascondere alla bigotta classe dominante la loro natura più sincera. L’inesperta sposa arrivata dalla campagna imparerà che la dedizione acritica di Otto e Cornelia è l’arma affilata che i due servitori impugnano per difendere quei padroni che con loro si sono comportati sempre in maniera onesta e generosa. La combattiva ragazza dovrà crescere in fretta perché l’intelligenza non basta averla, ma bisogna anche saperla sfruttare.

Sebbene sia la protagonista di The Miniaturist, Petronella non è, in realtà, il centro dell’azione né ne rappresenta il motore immobile che tutto fa muovere. Al contrario, Petronella è quasi come lo spettatore che segue la serie scoprendo con lei quanto Johannes e Marin, Otto e Cornelia, Frans e Agnes siano altro da quel che mostrano. Non che la ragazza resti impassibile, ma il suo è molto spesso un rincorrere gli eventi cercando di frenare una caduta rovinosa che non può essere arrestata. Perché la verità può essere una valanga fragorosa e inarrestabile quando arriva a spazzare via un intero villaggio di menzogne tenute faticosamente al sicuro da mura fatte di silenzi.

La durata esigua delle serie (due soli episodi per un totale di meno di tre ore) rende l’evoluzione dei protagonisti rapidissima il che potrebbe far pensare ad una scrittura affrettata. Se questo non avviene, è perché in realtà i protagonisti non devono affrontare un processo di maturazione. Quello che infine diventano è ciò che sono sempre stati, ma che mai hanno potuto mostrare di essere. Quando le catene che li hanno tenuti legati vengono spezzate da una serie di sfortunati eventi, ciò che era stato trattenuto esplode con la stessa potenza di un’onda di piena quando gli argini si rompono. Ma tutto finirà in una tragedia perché in quella Amsterdam e in quell’epoca l’unica legge suprema era l’impossibilità di essere sé stessi.

The Miniaturist
Una casa di bambole per guardare la realtà

Paradossalmente a comparire poco in The Miniaturist è proprio il personaggio a cui la serie e il libro devono il loro titolo. Creatore della casa di bambole che riproduce perfettamente la casa di Petronella con tutti i suoi oggetti e i suoi abitanti, la miniaturista ha un ruolo defilato nella serie, ma ne rappresenta l’anima più profonda. Come lei stessa dice a Petronella, la sua capacità eccezionale di riprodurre i più minimi dettagli anticipando a volte il futuro, non è tanto il frutto di qualche potere magico, ma piuttosto la conseguenza estrema di una capacità rara in quel contesto sociale: saper guardare. Non limitarsi allo sguardo superficiale di chi si limita a quel che gli occhi vedono. Ma andare oltre lo specchio luccicante per sbirciare cosa c’è dietro. La casa di bambole a cui la miniaturista aggiunge pezzi su pezzi in un iperrealismo a tratti quasi inquietante è allora un muto invito a porsi fuori dalla società per avere quello sguardo di insieme che è l’unico modo per conoscere la verità.

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The Miniaturist è, infine, più un film di lunghezza anomala che una miniserie tv e a testimoniarlo non sono solo i costumi elaborati, le scenografie ricche, l’abbondanza di riprese all’aperto, ma anche la recitazione cinematografica del cast. La bellezza levigata di Anya Taylor – Joy è un biglietto da visita che presenta in maniera credibile l’iniziale immaturità di Petronella, ma la giovane attrice di Miami è altrettanto brava a mostrarne la caparbia volontà di crescere in fretta. Più impegnativo è il compito di Romola Garai che deve mutare più volte registro per seguire la multiforme personalità di una Marin scissa tra il dovere di apparire impeccabile e il dolore di cedere alle proprie debolezze. Bravo a tenersi sull’orlo del manierismo senza mai eccedere è Alex Hassell a cui tocca comunicare la sicurezza fasulla e il tormento interiore di Johannes. Convincenti sono anche Hayley Squires e Paapa Essiedu che mostrano la fedeltà di Cornelia e Otto attraverso silenzi doverosi che accompagnano azioni sempre corrette. Eloquentemente sfuggente e magneticamente affascinante è Emily Berrington che ammanta in questo modo della giusta aurea di mistero la sua miniaturista.

The Miniaturist è la dimostrazione che per fare un ottimo period drama non servono lunghe storie già scritte, ma un’idea intelligente che può nascere da ogni piccola cosa. Fosse anche una casa di bambole.

The Miniaturist: la recensione
  • L’impossibilità di essere sé stessi in un mondo fintamente dorato
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