Man in the high Castle (The)

The Man in the High Castle: Recensione della prima stagione

The Man in the High Castle

Sebbene il termine sia stato coniato nel 1857 dal filosofo francese Charles Renouvier, è curioso scoprire che il primo esempio di ucronia (genere narrativo basato sulla premessa generale che la storia del mondo sia andata in modo diverso da quanto conosciuto) risale addirittura a Tito Livio. Lo storico romano in un brano della sua opera A Urbe Condita (datata tra il 27 a.C. e il 14 d.C.) si interroga brevemente su cosa sarebbe successo se Alessandro Magno avesse deciso di rivolgere la sua fame di conquista ad Occidente invece che verso l’Oriente persiano. La letteratura prima e il cinema poi si sono divertiti spesso a ricorrere a questo escamotage come spunto per opere più o meno di successo. Era, quindi, solo questione di tempo e denaro prima che il romanzo di Philip K. Dick “The Man in the High Castle” (pubblicato inizialmente in Italia con l’incomprensibile titolo “La Svastica sul Sole”). Tempo passato ad aspettare che qualcuno (e quel qualcuno è infine stato Amazon) credesse abbastanza nel progetto da investire il denaro necessario per ottenere un prodotto degno del libro del prolifico scrittore americano.

The Man in the High CastleNe valeva la pena attendere tanto? Diciamolo subito: si. Si poteva fare di più e meglio? Diciamola con sincerità: forse. Prendendosi più di qualche libertà nell’adattare il romanzo di Dick, Frank Spotnitz riesce comunque a restituirne lo spirito grazie soprattutto ad una attenta cura dei dettagli nella messa in scena degli Stati Uniti divisi tra Grande Reich Nazista e Stati Giapponesi del Pacifico nel 1962 post guerra mondiale persa dagli Alleati. Ambientazione e costumi sono quelli degli anni sessanta esaltati da una fotografia che volutamente sceglie toni scuri (quasi seppia) per rendere anche visivamente l’atmosfera di un’epoca dove un diverso governo non avrebbe comunque alterato l’evolversi del costume e della moda.

Piuttosto credibile è anche lo sviluppo tecnologico immaginato per la parte di mondo comandata dai Nazisti (che hanno compiuto la loro opera di sterminio degli Ebrei e schiavizzato l’Africa), mentre si può perdonare l’eccessivo squilibrio tra le due superpotenze (con i Giapponesi privi non solo dell’atomica, ma anche di mezzi di trasporto evoluti quali aerei supersonici e treni veloci) perché funzionale allo sviluppo della trama orizzontale. Intelligente l’idea di sostituire il romanzo immaginario citato da Dick con una serie di pellicole realizzate con spezzoni dei filmati girati dagli Alleati vittoriosi perché permette di mostrarne subito il significato evitando di dover perdere tempo a raccontare cosa ci sia scritto in un qualcosa che non possiamo leggere.

The Man in the High CastleQueste pur pregevoli qualità tratteggiano solo il palcoscenico su cui deve muoversi la storia raccontata ed è questa a non essere del tutto riuscita. Non che ci siano buchi di sceneggiatura o soluzioni forzate e nemmeno si può imputare agli autori una cattiva scrittura o una caratterizzazione raffazzonata dei personaggi. Eppure la storia non riesce ad essere avvincente dilungandosi a volte in lunghe attese che rendono i primi episodi fin troppo lenti affidandosi a colpi di scena finali per indurre al binge watching.

Al contrario, la seconda metà della stagione rischia di essere anche troppo veloce come se la serie avesse fretta di recuperare il tempo perduto per arrivare puntuale al pirotecnico finale. Un finale che, pur nel suo essere autonomo, non poteva che essere aperto. Non solo perché la serie attende un sicuramente meritato rinnovo, ma anche perché lo stesso romanzo adottava questa soluzione. Ma, mentre l’opera di Dick era una sorta di divertissement per uno scrittore che voleva concedersi una divagazione dal suo usuale genere fantascientifico, la serie spera, invece, di proseguire in modo autonomo in una auspicabile seconda stagione. Di qui la necessità di non chiudere del tutto nessuno delle storyline aperte ed anche di tenere nascosta l’identità del misterioso Uomo nell’Alto Castello (sebbene più di un indizio lascino pensare che si tratti proprio di un invecchiato Fuhrer).

The Man in the High CastleDiverse storyline si diceva poco sopra. Diverse sottotrame che rendono anche difficile catalogare la sere in un unico genere. Un esile fil rouge è, comunque, possibile intravederlo nella dicotomia che porta i protagonisti a dover scegliere tra il bene delle persone amate e il bene della nazione a cui si appartiene. Il desiderio di non rendere vana la morte della sorella Trudy è il motore primo che spinge Juliana ad unirsi alla resistenza prima nella rischiosa missione di consegnare le pellicole incriminate e poi nell’infiltrarsi nella sede degli uffici governativi giapponesi.

Ma, a differenza di Lemel e Karen che credono nel dovere di anteporre la fedeltà alla causa a quella ai propri affetti, Juliana non riuscirà mai a staccarsi completamente né da Frank né da Joe dando però luogo ad un comportamento a volte troppo ondivago. Come non lineare è l’atteggiamento di Joe, agente nazista apparentemente desideroso di ben figurare con il suo capo, ma pronto a cambiare idea non appena gli ordini ricevuti si scontrano con l’innegabile attrazione per Juliana. Terzo vertice di questo incompiuto triangolo, Frank si trova sballottato tra la paura di essere schiacciato dalla oppressiva polizia giapponese guidata dall’implacabile Kido e il desiderio invincibile di non separarsi dalla donna che non può fare a meno di amare anche quando non ne condivide le scelte rischiose.

The Man in the High CastleParadossalmente, i tre protagonisti (Juliana, Frank, Joe) non sono quelli meglio tratteggiati né i più interessanti. Colpa solo in parte di una recitazione che non ha sbavature ma neanche picchi. Ma soprattutto conseguenza del diverso modo in cui sono trattati quelli che dovrebbero essere gli antagonisti del trio. Su tutti risaltano l’obergruppenfuhrer John Smith e il capo ispettore Kido. Il primo (massima autorità del Reich a New York) sembra inizialmente il prototipo del gerarca tanto spietato quanto intelligente, ma rivelerà col tempo come l’espressione algida sia solo una maschera per tenere lontano un inaccettabile passato di sterminio e violenza (ricordatogli dall’amico di un tempo e traditore di oggi Rudolph Wegener) fino a sciogliersi nel terrore di un padre impotente di fronte alla ferale malattia dell’adorato primogenito.

Simile per atteggiamento glaciale temperato da una cortesia di facciata è l’ispettore Kido, capo della Kempeitai, che appare implacabile nel tormentare Frank (fino a gassare la sorella e i nipoti), ma rivela infine come la sua apparente cattiveria sappia rivolgersi anche su sé stesso se questo può servire alla causa superiore in cui crede. Perché sia Smith che Kido sono, in fondo, uniti dalla stessa scelta: la nazione sopra ogni cosa. Per questo Smith riuscirà a sventare il complotto di un feroce Heydrich (sopravvissuto all’attentato in Cecoslovacchia per ambire a spodestare Hitler), mentre Kido accetterà di dichiararsi fallito e sfiorare il seppuku rituale pur di evitare una guerra che avrebbe significato la rovina per il suo Giappone. Una pace in cui entrambi credono e nel cui nome si può anche tradire il proprio onore come arriva a fare Tagomi, ministro del commercio, disposto a rendersi complice di spie e sovversivi pur di non dover assistere ad una nuova ferale guerra.

The Man in the High Castle era atteso da lungo tempo. Se le attese non sono state completamente soddisfatte, è da imputare al livello molto alto delle aspettative piuttosto che a un difetto di qualità. Perché (anche ma non solo per il finale inconclusivo) non resta che augurarsi che non altrettanto lungo sia il tempo che ci separa da una meritata seconda stagione.

Comments
To Top