Cinema

The Legend of Tarzan: la recensione

The Legend of Tarzan

Titolo: The Legend of Tarzan
Genere: avventura
Anno: 2016
Durata: 110 minuti
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Craig Brewer, Adam Cozard
Cast principale: Alexander Skarsgard, Margot Robbie, Samuel L. Jackson, Cristoph Waltz

Un animo inquieto alla ricerca della sua vera vocazione, q1uesto era Edgar Rice Burroughs quando nel 1912 pubblicò Sotto le lune di Marte (da cui poi la Disney avrebbe tratto quel fiasco epocale che è stato John Carter), dopo aver iniziato e fallito svariati mestieri, così sfiduciato da pubblicare quell’opera prima con lo pseudonimo di Normal Bean. Invece accadde l’imprevisto: il romanzo ebbe un successo tale che il novello scrittore prese coraggio e pubblicò a puntate un altro romanzo d’avventura, con una ambientazione nettamente diversa. Due anni dopo la storia del bambino cresciuto dalle scimmie e diventato loro re sarebbe stata raccolta in un solo volume intitolato Tarzan of the Apes e da lì avrebbe iniziato a volteggiare nell’immaginario collettivo, tra le liane della giungla e le pellicole di Hollywood. Già nel 1918 il cinema muto si impossessava del mito, affidandolo al possente fisico di Elmo Lincoln, ma è l’urlo di Johnny Weissmuller (ex nuotatore plurimedagliato alle Olimpiadi e appassionato di yodler) nel primo film non muto (1932) a rendere il personaggio l’icona che è oggi.

The Legend of TarzanUltimo di una lunga serie di opere su carta (ben ventiquattro i romanzi del solo Burroughs) e celluloide (quarantacinque fino al 1992 senza contare le parodie come il nostrano Totò Tarzan o le serie tv ispirate come Jim of the Jungle con lo stesso Weissmuller), il film di David Yates (in libera uscita da Hogwarths dopo aver diretto quattro film della saga di Harry Potter ed anche lo spinoff prossimo venturo Animali fantastici e dove trovarli) non aveva molte possibilità di aggiungere qualcosa che non si fosse già visto se si fosse limitato a ricalcare la tradizione ampiamente consolidata. Alla ricerca di un qualche spunto innovativo, il regista britannico decide di percorrere la strada già solcata andando al contrario. Niente bambino adottato dalla protettiva Kala, che diventa infine capo del suo clan prima di innamorarsi della sua Jane e tornare a reclamare il titolo di Lord Greystoke che gli compete, ma piuttosto John Clayton III che da otto anni ha lasciato l’Africa, scambiando la tenebrosa giungla con il lussureggiante palazzo di famiglia. Ma sia il regista che gli spettatori sanno benissimo che l’iniziale ostentata indifferenza verso uno strumentalizzato ritorno in Congo renderebbe vana l’esistenza stessa di un film simile, per cui è evidente fin da subito che poco importano le parole esatte che George Washington Williams (personaggio esistito realmente) userà per convincere il riluttante lord a ridurre i ricchi abiti ad un paio di pantaloni sdruciti dalle corse nella ritrovata giungla. Di John Clayton III non interessa niente a nessuno, di Tarzan molto a tutti. Peccato che questa resti l’unica cosa a cui lo spettatore riuscirà ad appassionarsi per i 110 minuti di un film che fa troppo affidamento sul richiamo irresistibile del suo personaggio principale, dimenticando di renderlo protagonista di una storia che abbia anche una sua autonomia.

La trama del film si nutre di contrapposizioni stereotipate tra i cattivi sfruttatori, interessati solo al fascino del denaro e dei diamanti, e i buoni indigeni, ricchi di genuina umanità e rispetto della natura vergine. Anche provare ad immergere la storia fittizia del film nella storia reale del Congo, vittima della smodata avidità di Leopoldo II (che fece di quella terra una sua proprietà privata, affidandone il controllo a mercenari guidati dal vero Leon Rom, che ridussero in schiavitù la popolazione e fecero dieci milioni di morti), non riesce ad essere un valore aggiunto, perché diventa solo una scusa elegante per dare corpo ad altri cliché abusati. The Legend of TarzanMa il peccato principale è quello di aver caricato Tarzan di fin troppe abilità, facendone quasi un supereroe da fumetto moderno, al punto che in più di una scena il suo saltare da una liana all’altra sembra quasi una copia in salsa green dei voli a perdifiato di Spiderman tra i grattacieli della sua New York (ed anche avere un antagonista che combatte con artigli alle mani, come fosse il Black Panther visto in Civil War, contribuisce a questa deriva da cinecomic). Meglio quando la narrazione si concede delle pause momentanee per presentare i flashback del Tarzan figlio della giungla? Si e no. Si, perché riescono ad evocare il piacere del mito originario. No, perché spesso arrivano improvvisi spezzando il ritmo quando stava raggiungendo un climax interessante.

Tutto da buttare in questo ritorno sul grande schermo dell’uomo scimmia? Non proprio. Consapevole forse della debolezza della storia, Yates dà alla sua opera un taglio classico che sembra sottolineare come questo film voglia essere un action movie d’altri tempi. Un racconto classico, dove l’eroe buono si lancia alla caccia forsennata del villain odioso (e uno schiavista avido di diamanti e privo di scrupoli non ha difficoltà ad attirarsi l’antipatia naturale anche del meno empatico degli spettatori), senza fermarsi di fronte a nessun ostacolo naturale o umano, fino a salvare la sua amata nel festoso tripudio di chi lo ha aiutato finchè ha potuto. Classici sono anche i personaggi di contorno, mentre un pizzico di freschezza lo si sente nella protagonista femminile che, pur non scappando al ruolo della bella da salvare, ha almeno il pregio originale di essere tutt’altro che indifesa e remissiva. L’ambientazione selvaggia doveva contribuire a restituire il fascino primitivo della natura, tanto affascinante quanto pericolosa, e a questa necessità si piega anche la rappresentazione dei Mangani (scimmie immaginarie inventate da Burroughs), che hanno l’aspetto dei gorilla senza averne però l’intelligenza che oggi la scienza (ma anche l’opinione pubblica) riconosce loro. Peccato, però, che in Africa la troupe non ci sia mai stata (tranne per qualche ripresa aerea) e che la CGI usata per giungla e animali risulti fredda, specie se paragonata a quella del recente Libro della Giungla di Jon Favreau.

The Legend of TarzanTra le note positive vanno ascritte le performance del cast. Che Alexander Skarsgard (che trova il suo primo ruolo da protagonista a due anni dalla fine di True Blood, la serie tv che gli ha dato notorietà) avesse il physique du role adatto per girare a torso nudo era già noto. Meno prevedibile che riuscisse altrettanto bene a rendere la forzata insoddisfazione di un John Clayton che costringe se stesso a indossare i panni di Lord Greystoke, ma che è pronto a riprendere il cipiglio indomito di Tarzan quando la natura selvaggia, l’amore passionale e le amicizie incancellabili lo richiamano a quel passato a cui ritorna con convinta serenità. Margot Robbie (vera diva del momento) cancella la muffa maschilista del personaggio di Jane Porter, rivestendola di una loquace sfrontatezza e indomabile sicurezza che deve aver preso in prestito dalla Harley Quinn che porterà a breve sugli schermi con Suicide Squad. Solide sono anche le prestazioni attoriali di Samuel L. Jackson e Cristoph Waltz che devono in realtà sforzarsi molto poco, essendo i loro personaggi quasi degli abiti già confezionati del loro guardaroba usuale. Il primo è a suo agio nel ruolo della spalla comica ed avventurosa (ma troppo in là con gli anni per essere anche credibile nelle sue corse con Tarzan), mentre il secondo ha il compito molto facile di ripetere quel che sa fare meglio, ossia il cattivo tanto cinico e spietato quanto intelligente e garbato.

The Legend of Tarzan aggiunge il suo nome alla lista dei film dedicati al personaggio che ha fatto la fortuna di Edgar Rice Burroughs. Ma sfortunatamente resterà solo un nome tra tanti.

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