Handmaid's Tale (the)

The Handmaid’s Tale: tra obbligo e verità – Recensione della Seconda Stagione

The Handmaid's Tale recensione
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Passata la sbornia euforica dei commenti post season – finale di una serie al suo debutto, inevitabile arriva la domanda: quando arriva la seconda stagione? Maggiore è il successo riscontrato, maggiori saranno le probabilità del rinnovo, maggiori saranno le attese, maggiori le curiosità su quanto è stato detto ma non mostrato. E maggiori saranno le possibilità di restare delusi. Nessuna serie può sottrarsi a questo circolo virtuoso e vizioso al tempo stesso. E non basta aver fatto incetta di premi per essere sicuri che gli applausi ricevuti nella prima stagione non si mutino in mugugni inattesi.

Ce l’avrà fatta The Handmaid’s Tale a sfuggire a questa condanna? Si ma anche no.

The Handmaid's Tale Seconda Stagione

The Handmaid’s Tale recensione della seconda stagione – Alexis Bledel

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Il pericolo fan service

The Handmaid’s Tale aveva trascinato gli spettatori nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood con una crudezza feroce dalla quale non si riusciva a staccarsi per il fascino magnetico di una sceneggiatura attenta, dei temi profondi, della bravura impareggiabile di un cast dove Elizabeth Moss era la luce più calda e brillante in un cielo dove splendevano stelle altrettanto ammirevoli. La storia di Offred e delle altre ancelle vessate dalla teocrazia di Gilead era riuscita ad attirare su di sé le luci della critica e del pubblico anche per la capacità di insinuare il ferale dubbio che la distopia immaginata dalla scrittrice canadese oltre trent’anni fa non fosse poi un incubo tanto irrealizzabile in una società moderna dove femminicidi e discriminazioni sessuali sono ancora troppo presenti.

Adattare un romanzo di successo senza scontentare né i lettori dell’opera cartacea né i fruitori del prodotto televisivo è impresa difficile. Ma dargli un seguito quando la stessa autrice non lo ha ritenuto necessario diventa una sfida estremamente pericolosa. Forte è il rischio di tradire i personaggi, annacquare i temi, diluire il messaggio, perdere la traccia. O, peggio ancora, scadere in uno sterile fan service. Dare al pubblico quello che si suppone volesse confidando che tanto basti a garantirsi un successo uguale a quello già ottenuto. Scrivere, quindi, non per dare un seguito coerente alla storia, ma solo per rispondere alle domande del pubblico.

Una sceneggiatura che non convince

Dispiace doverlo rimarcare, ma in questo vicolo cieco si sono infilati anche gli autori di The Handmaid’s Tale costringendo chi scrive a sottolineare con la matita rossa degli errori gravi buona parte delle scelte che hanno marcato la prima parte di questa seconda stagione. Ne è un esempio illuminante la storyline delle colonie con Emily e Janine che vengono lì deportate in seguito alla loro ribellione, ma che da lì tornano indietro senza subire conseguenze nonostante chiunque altro muoia piuttosto rapidamente.

Altri esempi possono essere la visita dei Waterford in Canada che mostra come la comunità internazionale si relazioni con Gilead, ma non ha alcun effetto sullo svolgersi degli eventi (con Fred che continua la sua ascesa nonostante un chiaro fallimento della sua missione). O ancora l’attentato suicida di Ofglen che non muta di un nulla lo status quo, ma dimostra la presenza attiva di una resistenza nascosta.

Eventi messi in scena più per ottemperare all’obbligo non scritto di rispondere ai desiderata del pubblico (che voleva vedere le Colonie, che voleva sapere che ne pensassero gli altri di Gilead, che voleva le Ancelle combattenti), ma lasciati poi in disparte senza alcuno sviluppo consequenziale.

The Handmaid's Tale Seconda Stagione

The Handmaid’s Tale recensione della seconda stagione –  Elisabeth Moss e Yvonne Strahovski.

Le verità dell’essere madre

Fortunatamente, The Handmaid’s Tale è simile ad un peccatore che riconosce le sue colpe e cerca il modo di redimersi per ottenere un assolutorio perdono. E gli autori sono ancora tanto bravi da trasformare questo perdono in una decisa lode perché sanno dove puntare l’occhio di bue per esaltare le perle più lucenti di una ricca collana.
Perle che rispondono ai nomi di Elisabeth Moss e Yvonne Strahovski.

Se nella prima stagione la June di Elisabeth Moss era stata la guida nel mondo della Atwood confrontandosi spesso con la Aunt Lydia di Ann Dowd, è stavolta il rapporto con la Serena di Yvonne Strahovski a essere al centro del mirino. Una relazione che sarebbe stato lecito attendersi puramente conflittuale, ma che invece oscilla spesso tra una rivalità violenta e una complicità inattesa. Perché, dopotutto, entrambe sono unite dallo stesso destino: essere madri. E, nel mondo di Gilead, poco importa che la prima lo sia davvero e la seconda solo usurpando una figlia non sua.

Essere madri significa per entrambe sacrificare tutto per il bene della propria progenie arrivando a calpestare anche sé stessi se questo può servire a proteggerla. È proprio questa dedizione completa a motivare l’atteggiamento ondivago di June che per ben due volte rinuncia ad una possibile fuga nonostante gli sforzi immani compiuti da altri per lei o le opportunità che insperate le si offrono. Il problema di June è l’avere due figlie e non una. Cosa fare quindi? Fuggire per salvare la neonata Holly? Restare per recuperare la primogenita Hannah? Muoversi tra questi due poli opposti è chiaramente impossibile per cui la serie è costretta a mostrare una June che sembra peccare di incoerenza cambiando idea più volte su quale opzione sia più giusto scegliere.

Serena, il personaggio più riuscito

Situazione paradossalmente più semplice, ma al tempo stesso anche più drammatica per Serena, il personaggio che maggiormente subisce una evoluzione in questa stagione. Anche, in questo caso, sarebbe facile accusare gli autori di aver scritto un carattere troppo oscillante che sembra fare tre passi indietro per ogni passo avanti che compie. Ma ad assolverli da questa non infondata accusa è la considerazione che, come ci viene mostrato, di Gilead Serena è stata una delle prime sostenitrici arrivando a teorizzare il ruolo sottomesso della donna come unica via per risolvere la crisi della natalità.

Con lo scopo finale di essere finalmente una madre. Ma Serena è anche tanto intelligente da capire che essere madre significa mettere sé stessa in secondo piano anche a costo di rinnegare le sue proprie convinzioni provando a cambiare dall’interno le regole di un mondo che condannerebbe sua figlia ad una non vita. Il fallimento eclatante le dimostra come l’unica via sia rinunciare al suo sogno per far crescere il futuro di Nichole.

Il dualismo June – Serena diventa l’occasione giusta per The Handmaid’s Tale di dimostrare quanto la profondità della serie non si sia smarrita nell’obbligo del fan service, ma sia piuttosto ancora una delle note fondanti di questo prodotto.

The Handmaid's Tale recensione

The Handmaid’s Tale recensione della seconda stagione 

E tuttavia il risultato finale non può dirsi completamente soddisfacente. La qualità sopraffina della sceneggiatura della prima stagione è irrimediabilmente guastata dalle infelici scelte di accontentare le curiosità della fanbase il che costringe la serie a rallentare spesso perdendosi in strade laterali che non portano da nessuna parte. Il maggior numero di flashback e l’introduzione di nuovi personaggi non sempre sono efficaci e, al contrario, vengono sfruttati o troppo poco o troppo in fretta. Un esempio illuminante in proposito è il comandante Lawrence le cui potenzialità (in quanto ideatore del sistema delle Colonie e fortemente anticonformista) vengono sprecate per la fretta di arrivare al season – finale.

The Handmaid’s Tale riesce però a restare un prodotto al di sopra della media grazie ai momenti in cui si eleva dai bassi in cui scivola per volare invece molto in alto. Come nel caso della storia della giovanissima Eden. Cresciuta nella fede assoluta in Gilead, ma cede alla forza del primo amore. Il suo personaggio porta il candore dell’innocenza, in una serie che ha sempre diviso i suoi protagonisti in vittime e carnefici. Una ventata di freschezza che si chiude con una delle scene più forti di questa stagione.

The Handmaid’s Tale supera il difficile esame a cui tutte le serie di successo devono sottoporsi. Dimostrare che quanto di buono mostrato nella prima stagione non era un caso fortunato, ma una dote innata. Ma riuscirci non è stato così semplice come era scontato attendersi.

The Handmaids's Tale - Seconda stagione
  • Una promozione guadagnata con merito ma anche con fatica
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