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The Child In Time: la recensione del film tv con Benedict Cumberbatch

The Child in Time

“Stephen remained as always, though barely consciously, on the watch for children, for a five-year-old girl. It was more than a habit, for a habit could be broken. Two years on, only vestiges of that remained; now it was a longing, a dry hunger.”

Due righe dal libro di The Child in Time, due righe che sono sufficienti a tratteggiare il tono di questa storia e la bravura dell’autore, Ian McEwan (Espiazione), nel descrivere il senso di perdita di due genitori che devono improvvisamente affrontare la scomparsa della loro bambina di cinque anni.

Julie e Stephen sono due genitori la cui vita viene spazzata via da una perdita devastante, quando la loro Kate svanisce in un supermercato senza lasciare traccia a causa di un semplice istante di distrazione. Data per morta dalla polizia, nella mente dei due genitori distrutti Kate continua a vivere e il dolore prende la forma di una bambina inesistente, che da qualche parte continua a crescere, ignara, separata da loro, ma non perduta per sempre. Per lo meno non nelle loro speranze.

The Child in Time è la storia di una perdita insopportabile, interpretata da un cast stellare che ha come protagonisti Benedict Cumberbatch e Kelly Macdonald e che prometteva di spezzarci il cuore, di farci piangere a calde lacrime, per poi lasciarci con un profondo senso di speranza, ma che alla fine tradisce quasi completamente le nostre aspettative risultando confusa e spezzata.

The Child In Time

Cosa non funziona in The Child in Time

Non avevo letto il premiato libro di McEwan prima di vedere il film, ma lo sto facendo ora per dare un senso a questa storia e per cercare di capire cosa è andato storto. La parte più lineare di questo racconto (anche se mostrato con intelligenti salti temporali), interpretata con grazia e intensità dai due protagonisti, sa regalare dei momenti davvero emozionanti, grazie anche ad una colonna sonora perfetta e a scelte stilistiche particolari come quella di sottolineare il suono del respiro di Stephen.

Ma molta della sua potenza emotiva viene guastata da una seconda trama, a carattere politico, che vede come protagonista, Charles (Stephen Campbell Moore), il migliore amico di Stephen, editore e importante figura di riferimento del governo inglese, che ha redatto un documento molto importante e controverso sull’infanzia e lo sviluppo educativo.

Questa parte della storia assume subito un elemento surreale quando Charles, trasferitosi in campagna, sembra perdere la ragione e regredire ad uno stato infantile, alla ricerca di quel bambino che non è mai stato veramente. E se questo non bastasse, la trama si tinge anche di una sfumatura thriller, quando il governo inglese mostra un morboso interesse per il destino di un così importante collaboratore. Il tutto risulta affrettato e poco coinvolgente e nell’economica della storia, del tutto inutile, tanto che la sua vera colpa è quella di introdursi a forza nella storia di Stephen e Julie frammentandola.

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Viaggi nel tempo?

Altro elemento surreale, che potremmo quasi definire fantascientifico, è rappresentato da una serie di apparizioni  soprannaturali che probabilmente nella storia originale volevano sottolineare una poetica relatività nel tempo. Qui nel film, invece, creano solo confusione essendo sporadiche e di non facile comprensione (perchè la visione della madre dovrebbe essere motivo di speranza per Stephen?).

Per tutto il film Stephen e Julie vedono Kate come era quando l’hanno persa, congelata nel tempo e non come sarebbe stata da adulta. Mentre la madre di Stephen aveva visto lui prima ancora che fosse nato, così come Stephen poi vedrà un altro bambino più avanti nel film. L’idea di un tempo che non è lineare e si ripiega su se stesso, e per questo lima l’implacabilità di alcuni eventi, poteva essere molto bella e poetica, ma per come è presentata nel film non aggiunge nulla, lasciando solo lo spettatore perplesso.

L’impressione è quindi quella di un adattamento non riuscito, che cerca di portare sullo schermo una storia troppo articolata per essere contenuta in soli 90 minuti. The Child in Time è quindi uno strano ibrido con poca anima, tenuto insieme solo dalla bravura dei suoi protagonisti e da una produzione di alta qualità.

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