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The Brave: pettorali, eroismo e patriottismo. Recensione del pilot

The Brave Mike Vogel

The Brave è spudoratamente americano. Bella scoperta! Cosa altro potrebbe essere un telefilm dedicato ad una squadra speciale militare che compie missioni segrete dietro alle linee nemiche? Ma in questo caso The Brave non si fa nessun problema ad essere sfacciatamente eroico, brutalmente a favore dei buoni contro i cattivi. Lo si capisce subito quando (scusate se vi spoilero il finale) i nostri fanno esplodere il ricercatissimo terrorista di turno fra esultanza generale e entusiastiche pacche sulle spalle.

In The Brave ci sono poche sfumature di grigio

Siamo l’ultima difesa contro i malvagi, si dicono a vicenda i protagonisti. E la scelta non è uccidere o non uccidere, ma quante vite sia giusto sacrificare per il bene più grande. E per carità, può anche starci, è un prodotto americano per americani che non hanno nessuna intenzione di perdersi in complesse considerazioni geopolitiche. Le sfumature di grigio hanno poco spazio qui. Si capisce subito quando la vittima rapita dai malvagi terroristi è una giovane donna entusiasta, biondissima, innamorata e impegnata ad aiutare i diseredati con Medici Senza Frontiere.

The Brave

La squadra di protagonisti si divide in due parti, quella tattico tecnica a casa al sicuro con intercettazioni, satelliti e droni a disposizione e quella sul campo fatta da valorosi e addestratissimi soldati. Tanto che il gruppo di protagonisti è ben più ampio del solito team a cui ci hanno abituato i procedurali. Certo, a casa c’è il classico gruppo di tecnici seduti alla scrivania, ma c’è anche il capo delle operazioni interpretato da Anne Heche (a cui ovviamente è appena morto il figlio in missione) che per forza di cose è costretta ad una relazione a distanza con la squadra sul campo. A chilometri di distanza dal centro operativo, a tu per tu con gli indigeni spesso ostili, infatti ci sono i pettorali di Mike Vogel (il Barbie di Under The Dome), biondo, coraggioso, rispettoso dei diritti delle donne, amico dei cani, patriottico e compassionevole. Con lui un team di altri quattro soldati specialisti con più o meno traumi esistenziali equamente distribuiti ed etnie e religioni miste. Perché gli arabi buoni ci sono e ce n’è uno giusto in squadra. Dimenticavo il fatto che i nostri, nel tempo libero, giocano a calcio con i bambini del posto. Il quadretto è ora perfetto.

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The Brave

Senza infamia e senza lode

Insomma, ci siamo capiti, la sceneggiatura è esuberante e superficiale al punto giusto. Ognuno ha il giusto numero di traumi, di passati complicati, ma anche di possibilità amorose, come è giusto che sia in questi casi. L’ambientazione è curata e il Medio Oriente che vediamo è credibile; quanto alla credibilità di azioni e missioni invece siamo un po’ claudicanti. Coincidenze e fortune sfacciate si sprecano e agevolano la missione. Con i nostri che, non poi così camuffati, si aggirano per quartieri apparentemente molto pericolosi con fin troppa facilità. Hai voglia a far passare Mike Vogel per un indigeno che si mischia alla popolazione locale. Così che le sequenze di azioni, per quanto agili e abbastanza coinvolgenti, non brillano per dinamicità o eccessivo realismo.

Insomma, in The Brave tutto sta al suo posto come ci si aspetterebbe e non avviene nulla fuori copione se non la sorpresa dei minuti finali che è ben giocata e potrebbe invogliare il telespettatore a sintonizzarsi per una seconda puntata. Io lo farò solo per vedere se gli sceneggiatori hanno quel che serve per inventarsi qualcosa di vagamente coraggioso.

E se proprio non ne avete abbastanza di squadre speciali e azioni militari leggetevi anche la nostra recensione di Seal Team.

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