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The Alienist: è solo apparenza – Recensione della prima stagione della serie su Netflix

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La semplice verità è che non ci si può permettere di presentare una serie come The Alienist nel 2018, quando in anni recenti i nostri schermi sono stati graziati da serie affascinanti e intelligenti come Hannibal e Mindhunter. La prima che scivola nella mente dei serial killer grazie ad un’estetica e un’immaginazione sconvolgenti, la seconda che esaminava il fenomeno dei serial killer e dei profilers in un preciso periodo storico, narrandone la nascita e lo sviluppo in contrasto con le credenze e il modo di pensare del periodo. The Alienist si propone di fare tutto questo ambientando il suo racconto in un epoca storica sempre piena di fascino, quella vittoriana, ma nel suo percorso non riesce mai a scavare davvero in profondità e andare oltre la sua bellezza esteriore.

La caccia al serial killer è una delle narrazioni più sfruttate da telefilm e cinema degli ultimi anni ed è per questo, come dicevo qui sopra, che non ci si può più permettere di affrontarla in modo superficiale. Non basta trovare un’ambientazione oscura, creare un rituale truculento, buttare lì un barattolo di occhi, qualche animale morto e condire il tutto con vaghi discorsi di immedesimazione col killer e filosofeggiamenti scontati sulla natura umana e sulle radici del male. Sono cose che abbiamo già visto, discorsi che abbiamo già sentito (True Detective salvaci tu!), spaventi già provati, sensazioni di disgusto automatiche che ci sono ormai quasi naturali. Serve altro, un punto di vista nuovo, un modo di narrare diverso. Ma semplicemente serve quello che serve ad ogni telefilm: una sceneggiatura intelligente.

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Prendiamo il titolo di questa serie: The Alienist. Suggerisce un personaggio preciso, una figura storica particolare. Come a dirci che seguiremo le vicende di questa storia dal suo punto di vista di un uomo che sta assistendo a profondi mutamenti nel campo della psichiatria, che fino a quel momento non era stata in grado di sondare o comprendere le malattie mentali e si limitava a nascondere alla società le vittime, o presunte tali, in luoghi nascosti e dimenticati. Questo dovrebbe essere Lazlo, e in effetti è così che ci viene presentato mentre si aggira nella sua clinica per bambini, guardata con sospetto dalla società. Ma non andiamo mai oltre a quello che ci viene detto di lui da altri (e questo ricorre un po’ in tutta la serie) e la sceneggiatura non va mai ad indagare seriamente le credenze di quel periodo in contrasto con le sue visioni innovative. E’ tutto molto vago, molto superficiale, contrapposto giusto a qualche genitore bigotto e ad una polizia stereotipatissima fatta solo di ignoranti e malvagi.

The Alienist Netflix

The Alienist prima stagione: la recensione

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I tre protagonisti

Grazie a Luke Evans, quello di John Moore è forse il personaggio a cui è più facile affezionarsi. Ci viene presentato come un elegante damerino che fa l’illustratore, ma il fatto che un uomo dell’alta società abbia una professione, e una professione di tal genere, non viene mai preso in considerazione. Ma è anche vero che la sua abilità nel disegno è l’unica che giustifichi la sua partecipazione nelle indagini. Come tutti nel telefilm, anche lui si porta dietro un bel carico di traumi, una fidanzata che lo ha abbandonato e un fratello morto annegato. Ma come capita costantemente in questa serie, questi eventi servono solo a dargli una generica vena di dramma da psicoanalizzare frettolosamente, mentre non arrivano mai a scolpire il suo personaggio, a guidarne sensatamente le azioni. Si ha sempre l’impressione che la caratterizzazione dei personaggi rimanga solo un sottile strato di pittura brillante sotto quale non c’è niente.

Stesso discorso vale per Sara che vediamo costantemente osteggiata dagli uomini sul lavoro e che sappiamo determinata a non farsi trattare come debole e delicata, ma di lei e della sua vita non sapremo mai veramente altro. Anche lei ha appiccicato un dramma tremendo (il suicidio del padre) che alla fine ha la sola utilità di creare un po’ di facili tensioni emotive. Lo stesso rapporto tra i tre protagonisti è vago e confuso. Alzi la mano chi ha capito che razza di relazione ci sia tra Lazlo e John o chi non ha sollevato un sopracciglio annoiato davanti allo sgangherato triangolo amoroso che ci è stato propinato nella prima metà della serie. I nostri tre eroi scherzano e litigano tra di loro animati da forti passioni (si menano pure), ma questi scoppi sono, per lo più, così improvvisi e immotivati da lasciare perplessi.

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Succedono cose… a caso

Immaginate la mia gioia, quando già irritata dal procedere a casaccio della trama, mi sono vista apparire in scena anche una donna nel frigorifero. Per chi non lo sapesse l’espressione “donna nel frigorifero” identifica quel personaggio femminile che nelle storie ha come unico scopo quello di morire per creare del facile dramma per il protagonista. Se poi ci fermiamo a riflettere sul fatto che la donna in questione (unico personaggio femminile oltre a Sara) sia pure muta, questo dovrebbe bastare a identificare il livello della sceneggiatura. L’innamoramento tra Lazlo e Mary si manifesta come un fulmine a ciel sereno. Che lei fosse innamorata era intuibile, ma la ardente passione di lui piomba in scena di punto in bianco senza alcuna avvisaglia, tanto da non avere alcun peso narrativo. Ed infatti l’evento ottiene una sua giustificazione solo con la morte della povera Mary che fa di tutto per morire e ci riesce anche nel modo più classico possibile con un bello sfondamento di ringhiera.

The Alienist recensione

The Alienist prima stagione: la recensione

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Le indagini strampalate

Dopo gran sfoggio di vago profiling vittoriano dei primi episodi, le indagini abbandonano ogni pretesa di psicologia spicciola per seguire delle prove più o meno concrete. Il twist di metà serie è ben poco riuscito e si sgonfia nel nulla, mentre la serie guadagna un po’ di ritmo solo negli ultimi episodi, per poi concludersi in un finale pasticciato che ben poco spazio lascia alla logica. Dietro a quale vaga deduzione arriviamo all’ultima scena del crimine? E per quale strampalata ragione Lazlo e John se la spassano all’opera per un sacco di tempo aspettando qualche pennacchio di fumo in scena prima darsela a gambe? E come fanno i nostri a ritrorvarsi tutti e tre fortuitamente nello stesso luogo? Cosa ci rimane delle motivazioni farraginose del killer e del suo rituale religioso? Da spettatori ci sentiamo come Lazlo che urla al cadavere del killer gridando “Percheeeeeè?!”. Perchè sprecare delle ambientazioni e dei costumi così belli? Perchè tanta attenzione ad alcuni dettagli e pochissima ad altri?E perchè così tanta superficialità? In quale universo la fotografia dell’epoca poteva sperare di fotografare di notte delle impronte digitali? Ed era davvero plausibile che un uomo, per quanto agile, si arrampicasse per metri e metri di edifici portandosi in spalla le sue vittime? Queste sono solo alcune delle domande che ci lascia questa serie, che nel finale sembra compiacersi nel regalare a tutti un frettoloso lieto fine. Come se la caccia al serial killer fosse stata una gran bella terapia di gruppo.

Si arriva in fondo a questa serie irritati. Quasi senza ricordarsi i nomi dei protagonisti tanto poco ci è importato di loro e delle loro intime lotte. Senza ben capire come si è arrivati all’identità del killer e in fondo senza che poi molto ci importi. Peccato, un’occasione davvero sprecata.

The alienist prima stagione
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