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SWAT: Shemar Moore torna in TV – Recensione pilot

SWAT shemar moore

Eccomi qui a recensire il quarto telefilm di questa stagione dedicato ad una squadra speciale e in questo caso stiamo parlando di SWAT, che fa parte di un franchise che ha alle sue spalle una serie tv del 1975 e un film del 2003 con Samuel L. Jackson e Colin Farrell e che riporta sui nostri schermi il volto amato di Shemar Moore; un remake quindi anche se in effetti non si tratta d’altro che di un comunissimo procedurale poliziesco che si concede quel tanto di tamarraggine in più grazie alla natura stessa della SWAT che utilizza dotazioni e tattiche militari. In parole povere? Si sgomma in giro per la città e si mitraglia come pazzi.

SWAT lascia il realismo ad altri

E’ subito evidente, dopo i primi cinque minuti che SWAT se ne infischi di essere realistico. Non ci sono tattiche di preparazione, non ci sono piani, ci si butta nella mischia sparando e Shemar Moore (reduce da Criminal Minds) è il più figo di tutti visto che, dopo aver finito di malmenare un criminale, si gira di scatto e ne fredda un altro a chilometri di distanza, senza neanche guardare, savando miracolosamente un ostaggio. Sì, siamo a questo livello.

‘Never be in a hurry to die’ dirà poco più tardi con sguardo truce ad una nuova recluta un po’ incosciente. Con queste premesse non sorprenderà quindi sapere che è stato scelto proprio Justin Lin di Fast and Furious per dirigere questo primo episodio. E di rapida azione ce n’è parecchia: corse in macchina, incidenti rocamboleschi, ladri di banche che usano degli RPG per far esplodere la polizia, inseguimenti a piedi, botte. Ma a parte rari casi, anche queste scene risultano un po’ sgonfie perchè pur essendo irrealistiche non abbracciano mai del tutto la loro tamarraggine e non mettono mai in serio pericolo i protagonisti.

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Shemar Moore swat

Shemar Moore ti amiamo, ma non sei abbastanza

Ed è anche per questo che SWAT, a fine visione, risulta abbastanza anonimo. Shemar Moore non manca di portare con sé tutto il carisma che lo aveva reso uno dei preferiti in Criminal Minds, ma è relegato ad interpretare il solito buono senza sfumature. Quello che vuole fare a tutti i costi la cosa giusta, quello che agisce sempre per il meglio, che ha parole sagge per tutti e si oppone strenuamente ai superiori ottusi. Con lui c’è una squadra per ora abbastanza anonima e il nuovo arrivato, Jim Street (Alex Russel), sfacciatamente molesto e con chissà quali traumi alle spalle, che è il corpo estraneo che il team dovrà assorbire. Un classico di questo genere di telefilm ma che sembra già risolversi innocuamente a fine episodio.

Per impressionare, SWAT scegli come primo caso un episodio di violenza da parte della polizia contro un giovane afro-americano, con tutte le tensioni e le ripercussioni che ne nascono. Il nostro protagonista finisce così nominato in fretta e furia nuovo capo della squadra, più per il colore della sua pelle che per effettivi meriti, ma si dimostra subito nato per quel ruolo e all’altezza di riportare la pace in ogni dove con discorsi ispirati. Insomma, un caso che avrebbe meritato di essere affrontato con maggiore cura proprio a causa della sua attualità, ma che viene dipanato con leggerezza e totalmente accantonato quando salta fuori che i motivi razziali delle violenze servivano solo a coprire dei banali furti alle banche. Occasione sprecata.

Insomma, SWAt non offre nulla di nuovo, non tenta nuove prospettive come aveva fatto con successo un telefilm come Southland, ed è abbastanza generico da risultare dimenticabile. Basta il carisma di Shemar Moore a salvarlo? Sinceramente è un po’ troppo poco.

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