Cinema

Sulla mia pelle: la recensione del film Netflix sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi

Sulla Mia Pelle - Stefano Cucchi
IMDb

Titolo: Sulla mia pelle

Genere: biografico

Anno: 2018

Durata: 1h 40m

Regia: Alessio Cremonini

Sceneggiatura: Alessio Cremonini

Cast principale: Alessandro Borghi, Max Tortora, Milvia Marigliano, Jasmine Trinca

Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri

Pubblicato in Italia per la prima volta nel 1947, La fattoria degli animali di George Orwell è la più lucida critica di ogni rivoluzione mancata. Una favola a tratti buffa, a tratti cinica, sempre intelligente che racconta come anche il sogno della normalità può diventare l’incubo dell’ingiustizia. Che viene a dirci come anche credere in ciò che dovrebbe essere ovvio può essere uno sbaglio fatale. Che un diritto universale che viene dato per scontato può venire calpestato, negato, offeso, tradito. Perché non potrà mai esserci giustizia quando alcuni animali resteranno più uguali degli altri. E potranno vigliaccamente abusare della loro posizione per rinnegare quegli stessi principi per difendere i quali hanno avuto un potere che non meritavano. E alla fine a subire sulla propria pelle sono coloro che magari innocenti non erano, ma non per questo dovevano essere condannati ad una morte ingiusta. Come quella di Stefano Cucchi (ma anche Federico Aldovrandi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman) i cui ultimi giorni sono raccontati in Sulla mia pelle.

 Sulla Mia Pelle - Stefano CucchiIl calvario sulla pelle

Non è un caso che il film di Alessio Cremonini abbia questo titolo. Perché è sulla pelle di Stefano Cucchi che si possono leggere le prove più evidenti di ciò che è stato. È nel viola intenso dei lividi vistosi che marchiano il suo volto che sono impressi i segni della violenza che ha subito. È nella grossa macchia alla base della schiena (lì dove due vertebre sono spezzate) che è scolpita in modo indelebile la condanna a morte che gli è stata inflitta da chi doveva custodire la legge. È nell’addome emaciato e sulla pelle attraverso cui si possono vedere le ossa che è dipinta la magrezza innaturale che lo condurrà alla sua incomprensibile fine. Sulla mia pelle, quindi, diventa un titolo evocativo che trasforma una storia di dolore e ingiustizia in una concreta rappresentazione visiva di una tragedia che non sarebbe mai dovuta avvenire e che invece è solo la prima di una serie troppo uguale.

In un film che scrive sul corpo del suo protagonista la sceneggiatura dell’opera, è indispensabile che l’attore chiamato a interpretarlo fornisca una prova recitativa di alto livello. Sulla mia pelle supera questa sfida grazie all’eccelsa interpretazione di Alessandro Borghi che si spoglia della vitalità esuberante dei personaggi che lo hanno consacrato per indossare i panni consunti e la fisicità esile di Stefano Cucchi. Una bravura acquisita tramite uno studio meticoloso della sua controparte reale che gli permette di replicare in maniera identica anche il modo di parlare del vero Stefano come dimostra in maniera impressionante il confronto con l’audio in tribunale proiettato sui titoli di coda. Con Sulla mia pelle Alessandro Borghi dimostra di non essere più una promessa futura, ma una certezza presente.

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Sulla Mia Pelle - Stefano Cucchi
Un film che è un documentario con un’anima

Come è inevitabile ogni qualvolta un film si incarica di raccontare un fatto di cronaca (e tanto più quando gli avvenimenti narrati sono ancora vivi) Sulla mia pelle è costretto a restare fedele ai fatti rischiando di essere una cronaca tanto sincera quanto fredda. E, tuttavia, va dato merito ad Alessio Cremonini, che firma anche la sceneggiatura, di aver coniugato in maniera efficace le necessità documentaristiche con il desiderio di creare un’opera che avesse una propria autonomia.

Se, infatti, la regia si mantiene asciutta e piana concedendosi pochi svolazzi pur senza rinunciare ad inquadrature che sottolineano la crudezza di momenti più intensi, è la sceneggiatura ad impreziosire il film di un sottotesto che volutamente acquista sempre maggiore importanza. Sulla mia pelle è il racconto di un caso giudiziario che ha inondato schermi tv e pagine di giornale, ma è anche, ed infine, principalmente il ritratto di un ragazzo fragile che non è riuscito a cambiare. Che ci ha provato a non essere solo un tossico. Che voleva recuperare un rapporto con i genitori fiduciosi (un convincente Max Tortora in un ruolo insolitamente serio e una troppo teatrale Milvia Marigliano) e la sorella diffidente (una mimetica Jasmine Trinca). Che non è riuscito a rinascere (ed il film è onesto nel ricordare nei titoli di coda che a casa di Stefano Cucchi sono state ritrovate le prove che fosse ancora uno spacciatore). Ma soprattutto che non ha avuto la possibilità di provarci ancora perché qualcuno ha deciso che il suo passato era motivo sufficiente a impedirgli ogni futuro.

È questa attenzione allo Stefano Cucchi ragazzo in crisi più che allo Stefano Cucchi caso di cronaca che rende Sulla mia pelle qualcosa più di un documentario, ma un film vero e proprio che merita di essere visto per sé stesso più che per come si inserisce nel dibattito giudiziario.

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Sulla Mia Pelle - Stefano Cucchi
Una morte che si poteva evitare

Quest’approccio umano al caso Cucchi consente al regista di esimersi dal rischioso compito di giudicare colpevoli e innocenti. Compito estremamente complesso dal momento che la verità giudiziaria, nonostante anni di inchieste e processi, non è ancora definitivamente scritta negli atti dei tribunali (e non sta a noi dirla dato che chi legge può farsi la sua opinione informandosi correttamente). Significativamente, Cremonini non mostra esplicitamente il pestaggio di Stefano lasciando che siano i segni sul suo corpo a suggerire quanto accaduto.

Nonostante questo diplomatico silenzio, Sulla mia pelle non si astiene dall’urlare forte una verità tanto amara quanto innegabile. Stefano Cucchi è morto anche, se non soprattutto, per colpa di una abitudine fin troppo comune nell’Italia di oggi: il non voler prendersi nessuna responsabilità. Nessuno, né i carabinieri in servizio al tribunale, né gli agenti di polizia penitenziaria, né i medici ospedalieri, né i dottori del carcere, ha fatto niente per salvare Stefano. Tutti hanno compreso la verità di quello che era successo, hanno visto il lento cammino verso la morte, hanno assistito alla discesa verso la fine di Stefano, ma nessuno ha pensato mai di intervenire. Nessuno è andato oltre il proprio dovere minimo, preoccupandosi soltanto che nessuno venisse un giorno a dar loro la colpa. Tutti, dal maresciallo che fa mettere a verbale che l’arresto non l’ha compiuto lui, al secondino che cerca un documento che confermi che Stefano è già arrivato in quello stato, dagli infermieri del 118 che si arrendono ai primi no alla dottoressa che va via facendo scrivere che le cure sono state rifiutate dal paziente, hanno solo cercato un modo per poter dire “non è stata colpa mia” senza accorgersi che proprio per questo è stata colpa anche loro.

Ma dopotutto ogni errore è nato solo da quella convinzione sbagliata, eppure saldamente supportata da troppi esempi, che quel che stava accadendo era una storia come tante altre. Perché Stefano è Stefano e loro sono loro e il peso delle parole dipende da chi le dice. Perché, infine, Sulla mia pelle questo viene a dirci: che nessuna giustizia potrà esserci finché alcuni animali saranno più uguali degli altri.

Sulla mia pelle – la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.6

Riassunto

La morte di chi ha vissuto sulla sua pelle l’ingiustizia di animali che si sentono più uguali degli altri

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