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Suits: quando il drama diventa zucchero a velo – Recensione dell’episodio 7.03

Vi siete mai chiesti se sia possibile immaginare una puntata di una serie TV come un piatto culinario? Se si, quanta recitazione e colpi di scena servirebbero per fare un bel serial di azione? Quanto drama e amore sarebbero invece necessari per regalare al pubblico una soap opera? E un procedurale televisivo di quanti omicidi ha bisogno per emozionare gli spettatori?

La lista potrebbe andare avanti all’infinito, ma è chiaro che non esiste la ricetta perfetta per la serie perfetta. Allo stesso modo anche gli ingredienti devono cambiare un po’ se vogliamo mantenere appassionati i fan nel lungo termine. Tuttavia pare che in Suits questo concetto di rimescolare gli ingredienti e cambiare i dosaggi non sia molto chiaro agli sceneggiatori.

Dopo due puntate assolutamente dimenticabili e confuse Suits ce ne consegna una terza forse un po’ più solida, ma che tende sempre a cadere nei soliti schemi. Non importa cosa accada, basta che arrivi l’imprevisto e che i personaggi litighino per far contenti tutti e mettere il fiocco al pacchetto. Ma siamo proprio sicuri che questa cosa funzioni?

MIKE, HARVEY E LA COERENZA

Il primo frammento della puntata viene dedicato ad Harvey e Mike. Dopo che il giovane avvocato ha consegnato la sua intervista di redenzione – talmente importante da non farcela nemmeno vedere – arriva un caso pro bono irrinunciabile. Mike deve infatti indagare i retroscena di un probabile omicidio di un ragazzo che come lui è stato in prigione e come lui ha fatto uso di Marijuana.

Al di là della velocità con cui abbocca al caso, è allucinante vedere come tutto quello che dicono i personaggi valga meno della polvere per gli sceneggiatori. Due puntate fa Mike era impegnato a piangere perché non avrebbe più lavorato con Harvey e in questa lo vediamo mollare subito il caso col suo mentore per pulirsi la coscienza.

Per non parlare del conflitto d’interessi piovuto dal cielo tanto per mettere del pepe tra i personaggi. Sarà meglio seguire un caso dall’inizio alla fine e vedere un personaggio lavorarci sopra con corpo e mente invece di mettere l’ennesimo ostacolo giusto per vedere i protagonisti beccarsi tra di loro? Non possiamo dimenticare Harvey, famoso per rimangiarsi la parola ogni quattro sequenze che fa giurare a Mike di non seguire più casi con conflitto di interesse. Questi la coerenza manco sanno cosa sia e ormai tutto viene giustificato nel nome di una sequenza drammatica assolutamente fine a se stessa.

LOUIS E IL MASTER IN SOCIOPATIA

Ma se dobbiamo menzionare scelte totalmente afinalistiche non possiamo dimenticare Louis. Uno dei personaggi inizialmente più interessanti dello show, grazie alla forte vena comica unita ad una certa dose di doppiogiochismo, è ormai visto dallo spettatore come la peggiore macchietta. Se infatti vogliamo parlare di una trasformazione per Louis possiamo affermare che in sette stagioni abbia seguito un’involuzione decisamente inusuale.

Da capo degli associati e temutissimo senior partner, siamo giunti al punto di veder Louis piangere perché a cinquant’anni suonati non sa farsi un amico. E dopo una frase del genere non ci sarebbe nient’altro da fare se non ridere. Ma soprattutto l’altra domanda è: con Tara come è finita? Dove siamo rimasti? Louis non stava imparando a gestire questo problema in terapia? A cosa serve questo siparietto penoso? Ah giusto, al drama.

LE AMAZZONI DEL BAGNO

Chiudiamo la triade della vergogna con Donna e Rachel. Dopo essere riuscita a prendersi il posto di COO, Donna non sa comunque cosa fare della sua vita e quindi va a rompere le scatole alla povera Rachel. La partner di Mike per la prima volta questa stagione sembra aver trovato uno scopo, ma neanche il tempo di giocare a fare la capetta che subito viene umiliata dalla superiore.

Le due se ne dicono di tutti i colori – del resto alla tua amica del cuore cosa puoi fare se non dirle che è un’incompetente – e cinque minuti dopo sono in bagno a sistemarsi il rossetto a vicenda. Caro Aaron lo vuoi il drama? Almeno rendilo credibile santo cielo. Come possiamo ritenere solida e utile alla sceneggiatura una scelta del genere? E infatti Donna, giusto per darci il contentino finale, si mette anche a licenziare un’associata perché è in suo potere farlo.

PERSI NEL PINETO

Insomma se non si fosse capito Suits ha un grande problema dalla sesta stagione: non ha più uno scopo credibile. Anzi se vogliamo essere ancora più precisi ha uno scopo, ma non riesce a crearci una sceneggiatura coerente, in grado di perseguirlo fino in fondo. Se la scorsa stagione dovevano ricostruire la PSL e li abbiamo visti pensare solamente a Mike, a questo giro dovremmo vedere Harvey che gioca a fare Jessica mentre gli altri sono impegnati ad accoltellarsi a vicenda.

Per farla breve Suits è una torta e il drama è lo zucchero a velo. E sapete quale è il problema dello zucchero a velo vero? Che se ne metta tanto o poco sempre bianco appare, ma poi quando entra in gioco il palato casca il palco.

Buona fortuna agli sceneggiatori, questa stagione sarà molto dura da portare a casa.

 

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